I PERCHÉ DELLA SCIENZA

La scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l’arte è un’interpretazione di quel miracolo.

Ray Bradbury

La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero; sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza.

Albert Einstein

La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.

Margherita Hack

Se qualcosa non può essere espresso in numeri non è scienza: è opinione.

Robert Anson Heinlein

In questioni di scienza, l’autorità di un migliaio di persone non vale tanto quanto l’umile ragionamento di un singolo individuo.

Galileo Galilei

Milioni di persone hanno visto la caduta della mela, ma Newton è stato colui che ha chiesto “perché”.

 

Bernard M. Baruch

È possibile che tutto possa essere descritto scientificamente, ma non avrebbe senso, sarebbe come se descrivessimo una sinfonia di Beethoven come una variazione nelle pressioni di onde.

Albert Einstein

La scienza senza religione è zoppa. La religione senza la scienza è cieca.

 

Albert Einstein

La scienza è conoscenza organizzata. La saggezza è vita organizzata.

Immanuel Kant

La scienza è una cosa meravigliosa per chi non deve guadagnarsi da vivere con essa.

 

Albert Einstein

Il nostro potere scientifico ha sorpassato il nostro potere spirituale. Abbiamo missili guidati e uomini senza guida.

Martin Luther King

Parrebbe che lo stato delle scienze dovesse esser più costante che della letteratura, e la fama degli scienziati più durevole dei letterati. Pure accade tutto l’opposto. Un secolo distrugge la scienza del secolo passato: la letteratura resta immobile, o se si muta, si riconosce ben tosto per corrotta, e si torna indietro.

Giacomo Leopardi

Cosa ha veramente fatto la scienza per noi? Siamo davvero più felici? Non parlo soltanto di ricevitori olografici e di uva senza vinaccioli. Siamo fondamentalmente più felici? O gli scienziati ci corrompono con inezie, con gingilli tecnologici, mentre indeboliscono la nostra fede?

Carl Sagan

L’aspetto più triste della vita in questo momento è che la scienza raccoglie conoscenza più velocemente di quanto la società raccolga saggezza.

Isaac Asimov

Finché l’uomo non sarà in grado di riprodurre un solo filo d’erba, la natura potrà ridere della sua cosiddetta conoscenza scientifica.

Thomas Alva Edison

 

Riccardo P., Secondaria, team del giornalino

CARO GIORNALINO

Peschiera Borromeo, 24.05.2018

Caro giornalino,

ciò che voglio dirti è una cosa molto semplice: mi mancherai.

Tanto.

Come potresti non mancarmi?

Ho passato tante di quelle ore in questa aula computer.

E sarà il clima che c’è, sarà che scrivere è la mia passione, saranno i miei amici o la prof Biasiolo, ma so che non sono mai uscita non felice da questa aula e penso che mi mancherà la certezza di avere un posto dove io possa stare così bene.

Qui al giornalino ho scoperto una parte di me, una mia passione che spero non mi abbandonerà mai, e ho passato momenti indimenticabili.

Parlando di momenti indimenticabili, mi piacerebbe dirti che mi ricordo la mia prima lezione di giornalino come se fosse ieri, ma il punto è che non me la ricordo.

Però mi ricordo di quella volta che la prof Biasiolo ci ha spiegato come scegliere un titolo, di quando ero in prima e dei ragazzi di terza mi hanno intervistata, di quando abbiamo scritto un articolo in quattro persone che poi è tra l’altro venuto cortissimo ma pieno di risate.

Oppure di quando, l’anno scorso, abbiamo messo per la prima volta un’immagine come sfondo del sito, di quando abbiamo cambiato il logo per la prima volta, del primo articolo che ho postato.

E che esperienza fantastica è stata il Convegno della Stampa Studentesca?

Non parliamo poi di tutte quelle volte che io e altri due o tre ci siamo fermati qui per mezz’ora dopo la fine del corso per postare qulache articolo, finirne alcuni, cambiare lo sfondo della pagina o semplicemente stare ancora un po’ con la prof Biasiolo finchè lei non ci ricordava che le sarebbe piaciuto tornare a casa sua.

Caro giornalino, quante volte mi hanno dato della pazza perché passavo più che volentieri dei pomeriggi qui? In effetti è difficile credere che un corso pomeridiano possa essere così speciale, solo che è la verità.

Non sai quanto mi faccia strano pensare che l’anno prossimo non sarò più qui un giovedì sì e uno no a scrivere per il giornalino, ma dovevo salutarti e non potevo non dirti quanto i pomeriggi passati qui, tra risate e rumore di dita che battono la tastiera, mi mancheranno.

Mi mancherà questo miscuglio di serenità, passione e divertimento.

E quindi ti saluto, non penso tornerò più in quest aula, ma mi auguro che altri ragazzi possano scoprirne la bellezza.

 

Elisabetta, Secondaria, team del giornalino

 

LA MIA PRIMA VOLTA ALLE MEDIE

Ormai per finire il mio primo anno delle medie manca davvero poco.

I miei compagni sono simpatici, qualcuno un po’ meno, ma non posso fare niente perché con loro dovrò viverci per tre anni, ci sono poche persone che conoscevo dalle elementari, alcune anche dall’asilo le conoscevo. Con tutte le persone che conoscevo alle elementari ho perso i rapporti ma per questo devo dire che non sono tanto triste, devo dire che mi sono più simpatici quelli di seconda, le prof sono simpaticissime alcune le conoscevo già perché avevano come alunno mio fratello.

Le classi sono suddivise dalla A fino alla E, ci sono due piani sotto ci sono tutte le seconde tranne una e una terza, invece al piano superiore ci sono tutte le prime, tre terze e una seconda.

In più al primo piano c’è l’aula dei prof, biblioteca la segreteria e la postazione dei bidelli, invece al piano di sopra c’è l’aula di musica la postazione per fare i colloqui, ovviamente i bagni e la postazione dei bidelli.

Rispetto agli intervalli delle elementari che erano tre, alle medie sono due che durano dieci minuti, in quei dieci minuti devi fare tutto perché se no durante l’ora di lezione non puoi andare in bagno, se non è davvero urgente.

Il più delle volte ti danno lavori pratici da fare, soprattutto in storia e geografia, i lavori di solito non sono difficili, ma dipende se ti metti a lavorare sembra che tu ci abbia messo un’ora, quando in verità ci sono volute due settimane, i lavori sono molto belli e creativi, come ad esempio hanno fatto con me quest’anno: ci hanno dato dei bachi da seta da curare.

I bachi da seta sono come dei vermi, si nutrono solo di gelso, per loro il gelso bianco o nero è uguale, gli piacciono tutte e due.

Dopo aver fatto il baco diventano falene che però non possono volare.

Insomma ci sono tante cose belle e divertenti da fare alle scuole medie come i corsi pomeridiani tipo giornalino, ballo, teatro e scenografia.

Le medie possono essere noiose, ma dipende, per me sono divertenti! Potrete avere anche die momenti di stanchezza, ma, fidatevi, stare a scuola può diventare divertente!

 

Anita C., Secondaria, team giornalino

SEMPLICEMENTE… VITA

Non so perché e tantomeno so se si tratta di una cosa buona o meno, ma spesso mi ritrovo a pensare sulla vita; non riesco a fare a meno di chiedermi perché esistiamo, cosa c’è prima della vita e dopo la morte, cosa dobbiamo fare per vivere felicemente e non sprecare la nostra esistenza. Queste e milioni di altre domande irrompono nella mia mente ogni giorno, eppure continuo a pensare che non saremo mai in grado di rispondere loro; perché queste sono cose che non ci appartengono, non siamo fatti per conoscere la risposta a queste domande, forse dobbiamo vivere senza avere queste conoscenze…

In passato non ero così pensierosa. Sono sempre stata, al contrario di quanto si crede, una persona molto sensibile e anche un po’ più matura rispetto alla maggior parte dei miei coetanei, ma quest’anno sono cambiata molto: non solo sono diventata più matura grazie alla scuola e alle mie esperienze personali ma, specialmente in seguito alla lettura di un libro, è cambiato il mio modo di pensare e il mio generale modo di vedere le cose.

Non si può certo dire che il mondo sia tutto rosa e fiori, come d’altronde non è nemmeno tutto buio e nero. Il mondo, e con questa parola mi riferisco alla vita, alla società, alle relazioni, alle persone, alla scuola, a tutto, è grigio e non possiamo negarlo. Un po’ perché noi umani abbiamo quasi distrutto l’ecosistema, un po’ perché certe volte nel corso della storia ci siamo messi gli uni contro gli altri facendo guerre così dimostrandoci razzisti od omofobi, un po’ perché non sempre si riceve quello che realmente ci si merita e si vedono crescere persone che hanno soltanto avuto fortuna e un grande appoggio alle spalle, e forse anche un po’ perché noi non siamo mai realmente amici e siamo esseri egoisti e pieni di odio, fatto sta che il mondo non è il Paradiso ma sicuramente non è nemmeno l’Inferno.

“Non siamo mai realmente amici” non è un’idea che penso senza motivo, è inutile negarlo che l’egoismo sta nella nostra natura. Io sono una persona gentile e mi fa piacere, o quantomeno mi farebbe piacere, aiutare gli altri; sono sempre disponibile per chiunque e spesso metto prima di me stessa gli altri, però io non ricevo lo stesso in cambio. Probabilmente mi hanno presa per ingenua, forse sono diventata quella che aiuta sempre e va quindi “sfruttata”, ma non importa perché so che un giorno il bene che ho fatto mi verrà ripagato. Ciò che voglio dire è che sono diventata, da grande ottimista che vedeva il lato positivo anche nel peggio, una persona profondamente realista. Mi è capitato, in seguito ad aver espresso le mie opinioni, di incontrare persone che mi hanno definita pessimista, ma questo solo perché ho detto le cose come realmente stavano e, come ho già detto, non sempre sono meravigliose. Un po’ come i Realisti, è così che mi sento, loro “fotografavano” la realtà così com’era veramente, senza mettere in evidenza solo le bellezze o le delusioni della vita, ma rappresentando oggettivamente quello che vedevano.

La scuola media e la terza in particolare, secondo me, è un periodo molto difficile per noi ragazzi e in alcuni casi anche per le rispettive famiglie e per i professori. Questo è l’inizio dell’adolescenza, periodo nel quale tutti facciamo le solite “ragazzate”, ma in realtà l’adolescenza non è quella che vediamo nei telefilm delle high school americane; certamente il divertimento e le stupidaggini non mancano, eppure non bisogna dimenticarsi che questa è una delle fasi più difficili e complicate della nostra vita. Quasi tutti i ragazzi, chi più chi meno, chi prima chi dopo, affronteranno i loro problemi adolescenziali e le loro crisi esistenziali, passeranno per momenti difficili e dolorosi, ameranno per la prima volta e scopriranno quanto questo faccia male.

Cosa c’è di più comune, per esempio, del non piacersi durante l’adolescenza? Spesso, specialmente noi ragazze, ci guardiamo allo specchio e non siamo pienamente soddisfatte di ciò che vediamo.

Alla base di questo pensiero ci possono essere le più diverse e svariate ragioni, ma una delle ragioni più evidenti è lo stereotipo che abbiamo di bellezza, il quale è del tutto sbagliato. Ci piacerebbe essere come le modelle, alte e magrissime, però ci siamo mai fermate a pensare che la maggior parte di quelle modelle non sono sane e sono anoressiche? Dovremmo capire che la bellezza non è “capelli lunghi e biondi, occhi azzurri, alta, magra”, ognuno è bellissimo a modo suo, nella sua unicità, nel suo non essere perfetto, con i suoi pregi e i suoi difetti. Inoltre non dobbiamo mai dimenticare che ciò che conta di più è quello che abbiamo dentro alla nostra anima, perché è lì che si trova la nostra vera ed infinita bellezza. Molto probabilmente queste cose le sappiamo già tutte a memoria, sappiamo che dovremmo amarci per quelle che siamo, sappiamo che non dovremmo disprezzarci, eppure qualche volta non ci piacciamo comunque. Non so ben spiegare il perché ma credo che, nonostante sia strano, sia abbastanza normale a quest’età, e tra qualche anno impareremo ad accettarci e soprattutto ad amarci per quelle che siamo.

Da grandi, ovviamente, ci renderemo conto che quelli che all’epoca consideravamo problemi ora non esistono più e ci verrà da ridere al pensiero di quanto potevamo essere ingenui talvolta. Ma that’s what it is, questa è la realtà, e tutti ci passiamo prima o poi.

Sinceramente non so perché io abbia scritto questo testo, sono partita dalle più profonde domande dell’umanità per poi arrivare a delle riflessioni sull’adolescenza… Le mani scrivevano da sole, i pensieri si trasformavano automaticamente in parole sul foglio, e io non ho potuto fare a meno di trascrivere questo flusso di coscienza.

Magari questo testo è una liberazione, una fine, un nuovo inizio, un insegnamento per gli altri, una confessione per me; non lo so ma ne avevo soltanto il bisogno. Non penso che in molti abbiano capito pienamente ciò che io avrei voluto trasmettere, alla base di tutto questo ci sono tantissimi pensieri che a loro volta hanno alla base delle esperienze (come ho già detto non sempre belle..), ma poco importa perché questo testo l’ho scritto per me e ora sto bene. Non so perché, ma veramente.

 

Alexia B., Secondaria,  team del giornalino

UNA GARA AL BUIO

Qualche giorno fa un mio amico mi disse un segreto che non riuscirò a mantenere a lungo. Mi ha raccontato una cosa che mi ha fatto dispiacere molto, ma, allo stesso tempo qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare.

Quel giorno, mentre andavo verso il bagno, lui mi chiamò e mi tenne da parte per dirmi qualcosa; iniziò dicendomi per prima cosa che non dovevo dire a nessuno ciò che mi stava per dire, per nessuna ragione al mondo, dovevo mantenere il segreto. Mi raccontò di essere scappato da casa una sera, mentre i suoi genitori dormivano, per andare fuori con altri suoi amici che fecero lo stesso per andare a una ditta abbandonata vicino al paese dove abitava.

Erano andati lì perché volevano fare una partitella tra amici a calcio; la sua squadra stava vincendo quando un suo amico tirò la palla così forte che ruppe un muro abbastanza fragile e sparì nel buio. Restarono fermi per un momento, poi obbligarono quello che aveva tirato il pallone ad andare a recuperare l’amico. Ci misero un po’ a convincerlo, ma, alla fine, riuscirono nell’impresa. Il ragazzo si chiamava Luca e non era un cuor di leone, e quindi, ci mise un po’ prima di riuscire ad arrivare alla breccia che lui stesso aveva aperto nel muro.

La luna piena rischiarava la ditta da buchi sul tetto malandato e un silenzio inquietante aleggiava nell’aria già terrorizzante per il buio intenso che il foro del buco emanava. Ancora dieci passi e avrebbero potuto continuare la partitella tra gli amici nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno … Luca allungò la mano per prendere il pallone e … un mostro dalle fattezze deformi sbucò con il pallone  tra le mani e fece un sorriso maligno; subito dietro di lui sbucarono altri sei mostri altrettanto deformi.

Una voce risuonò nella sala principale della ditta, dove giocavano. – Ahh, ragazzini, eh? Non smettono mai di stupirmi; anche noi avevamo, come voi, la nostra età d’oro, non pensate??? Anche se anche noi eravamo intraprendenti, coraggiosi e anche un po’ spericolati. Ma voi ci avete disturbato il sonno e per far in modo di lasciarvi liberi dovrete batterci in tre prove che sono 1. Astuzia;2. Resistenza;3. Sopravvivenza. Se non ce la farete … bè… ci penseremo dopo. Le prove si terranno in questo luogo, una prova alla volta a ogni luna piena, ma intanto ci terremo il vostro amichetto. Se volete salvarlo dovrete presentarvi  tutti e a tutte le prove, sennò farà una brutta fine, Insieme a voi. Se tentate di non venire alle prove, noi vi cercheremo e vi uccideremo.

Subito si levò un mormorio di assenso e tutti gli altri mostri risero di gusto e sparirono nel buio. Eravamo ancora spaventati e sorpresi allo stesso momento ma poi ci riprendemmo dallo sconforto, da quello che avevamo appena visto e sentito.  La luna successiva piena sarebbe stata di lì a due giorni, avevano pochissimo tempo per prepararsi alle prove.

Così il mio amico mi chiese se volevo aiutare lui e i suoi amici per la prima prova di astuzia, io all’inizio ero dubbioso e soprattutto pauroso, ma avevo paura di perdere il mio amico, così accettai e ci demmo accordo di trovarci la sera della prova sotto a casa sua con i suoi amici per prepararci e fare il punto della situazione. Dopo una lunga discussione approvammo che dovevamo andare e rischiare la nostra vita ma decidemmo che se avessimo perso avremmo preparato una via di fuga.

Allora andammo in quel luogo, quel luogo che non avevo ancor visto. Come descritto dai miei amici quel luogo era molto inquietante. Quindi urlammo: “Siamo quiiiiiiiii! Venite fuori codardi che non siete altro … ops!’’ dicemmo accorgendoci che i nostri amichetti erano dietro noi e ci guardavano annoiati e allo stesso tempo arrabbiati.

-Siete arrivati finalmente, vi aspettavamo da molto tempo e eravamo preoccupati che voi non veniste più. Cominciamo con le prove!!!

Le prove erano molto complicate e alla fine non riuscimmo a completarle: la prova di astuzia non era facile, perché l’astuzia non era tra i nostri pregi, così perdemmo la prima delle tre sfide; eravamo molto scoraggiati ma ci rialzammo il morale promettendo di fare di meglio nelle altre prove, che erano il nostro forte.

Per la prova di resistenza ci allenammo facendo di corsa il giro dell’isolato ogni pomeriggio. Il giorno della prova riuscimmo a vincerla alla grande arrivando tutti noi prima dei mostri. Eravamo in pareggio, per poter riavere il nostro amico salvo dovevamo vincere la prova di sopravvivenza, sennò saremmo sicuramente morti tutti.

Il problema infatti fu quella terza prova. In verità la prova di sopravvivenza era una farsa e loro volevano veramente ucciderci. Allora prendemmo Luca, corremmo e andammo dove avevamo preparato la via di fuga.

Quindi uscimmo dalla grata che avevamo aperto e poi la chiudemmo. Quindi i mostri non riuscirono a prenderci ma arrabbiati continuavano a urlare che se fossimo tornati in quel luogo ci avrebbero ucciso immediatamente e senza ripensarci un momento.

Quando tornammo a casa però loro erano riusciti a liberarsi ed erano già lì…

Gabriele C. e Riccardo P.,

 Secondaria, team del giornalino

ARIANA UNA MITICA CANTANTE

Tutti hanno una cantante preferita, la mia è Ariana Grande.                                     Ci sono persone che vanno pazze per Katy Perry, Tailor Swift, Bruno Mars, Riccardo Marcuzzo…

Invece io dico che la migliore è proprio lei: Ariana Grande.

Adoro le sue canzoni e per me canta benissimo anche se alcune mie amiche dicono il contrario, ma questo non cambia le cose per me sarà sempre mitica e bellissima.

Spero che prima o poi riuscirò ad andare a un suo concerto perché mi piacerebbe tantissimo e incontrarla per me sarebbe un sogno sarebbe una delle cose più belle che potrebbe succedere nella mia vita.

I love Ariana Grande.

Ludovica G., Secondaria, team del giornalino

COSA NE PENSATE DI SMS?

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Grazie dell’aiuto,

La redazione del giornalino

VOGLIO ESSERE SOLO ME STESSO

I personaggi che stimo, rispetto e apprezzo per le cose che hanno fatto sono tanti, ma io penso che vorrei essere solo me stesso perché sono soddisfatto di quello che sono e non vorrei cambiare: penso di avere delle potenzialità che con il passare del tempo potrei sviluppare e scoprirne di nuove.

Nella vita bisogna imparare a cavarsela con le proprie forze e crescere insieme alle nuove esperienze.

Io desidero essere me stesso, anche se molte persone vorrebbero essere tanti personaggi e prendere da ognuno il meglio; facendo così perdono di vista se stessi e così non potranno scoprire le loro capacità cercando di assumere quelle degli altri.

Rispetto le idee altrui e i sogni di essere qualcun altro, ma secondo me ognuno dovrebbe essere sempre sé stesso, perché abbiamo il privilegio di vivere e, a mio parere, una vita vissuta imitando gli altri è una vita spesa male.

Molte persone vorrebbero cambiare per il fatto che ci sono state delle sofferenze nella loro vita e si illudono di dimenticarle rifugiandosi nella vita e nei sogni di qualcun altro. Anche io ho avuto delle sofferenze nella mia vita ma desidero ancora, nonostante ciò, essere me stesso perché so che rifugiarsi in un’altra realtà non ti aiuta a dimenticare quello che è successo.

Le persone che fanno questo, dimostrano di non essere coraggiose perché coraggio significa affrontare quello che ti succede ad occhi aperti e le difficoltà ti renderanno più forte anche se sono difficili da superare.

Io continuerò ad essere di questa idea perché nella vita non si è mai soli, ogni volta che cadrai ci sarà sempre qualcuno ad aiutarti a rialzarti.

Essere soli significa aver perso di vista se stessi, cercando di imitare gli altri.

Filippo S., Secondaria

UNGARETTI E LA GUERRA

Succede, a volte, che durante una delle cose più brutte che l’umanità abbia creato, nasca una delle cose più belle che l’umanità abbia creato.

Succede, a volte, che nel bel mezzo di una guerra nascano delle poesie.

Succede che un uomo, disperato, logorato dal dolore e dalla fatica, arrivi a pensare che la morte sia un premio, perché dà finalmente pace e che la vita sia solo d’intralcio.

E poi succede che quell’uomo raccolga un pezzo di carta e, tra un tiro e l’altro, scriva “Sono una creatura” e succede che in quella poesia quell’uomo riversi tutto il suo dolore a la sua disperazione.

Sembra strano, ma può succedere. È successo.

Un uomo o un soldato o un poeta o Ungaretti, chiamatelo come volete, è riuscito durante una guerra a regalare all’umanità delle poesie. A  farci comprendere cosa sia una guerra, come sia sentire il proprio cuore desolato come “qualche brandello di muro”, cosa voglia dire “non essersi mai sentito così attaccato alla vita” come quando si vede un proprio compagno morire accanto a sé.

E, forse, quest’uomo è davvero riuscito a farci capire cosa si provi a “stare come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Elisabetta M.,

Secondaria, team del giornalino

LA DANZA DEI PINGUINI

In una mattina d’inverno, sorvolando l’altopiano di Truz, al Polo Sud, mentre il gelo regnava sovrano si poteva vedere una folla di pinguini. La stagione dell’accoppiamento era appena passata e nessuno si aspettava una nascita improvvisa, ma loro, loro non erano come gli altri… Tra la folla c’erano due pinguini unici al mondo! Nati da padre nero e madre bianca, i due piccoli di nome Pingo e Pongo erano grigi!

Oltre ad essere grigi e nati prima erano anche degli ottimi ballerini!

Ebbene si, nonostante i pinguini siano animali definiti buffi e goffi, sapevano ballare meglio di Roberto Bolle. Erano diventati famosi in tutto il Polo Sud.

Pingo era piccolo, dolce e molto ubbidiente, tutto il contrario di Pongo che era ribelle e spericolato; ma tutti e due oltre al compleanno condividevano la fame perenne e la passione per il ballo.

Erano talmente bravi e ammirati per i piccoli spettacoli che facevano davanti ad amici e conoscenti, che all’età di soli sei anni aprirono una scuola di ballo chiamata “la danza dei pinguini”.

Per loro non è stato semplice insegnare a ballare a tutti i pinguini iscritti perché erano negati!

Ma la passione di Pingo e Pongo per la danza era più forte dell’incapacità dei loro allievi.

Lavorandoci per mesi e mesi, otto ore al giorno, riuscirono finalmente a creare dei ballerini quasi perfetti.

Pingo e Pongo insieme ai loro allievi ballerini andarono in tour mondiale con il loro jet personalizzato con la scritta: “I pinguini ballerini” in oro su sfondo azzurro e bianco.

Così divennero famosi in tutto il mondo.

Iris M., Secondaria, team del giornalino

I NOSTRI SOCIAL FRATELLI

I social network ormai fanno parte della nostra vita quotidiana, per questo abbiamo scritto nel titolo: i nostri social “fratelli”.

Usare i social network, può essere divertente e utile, ma fino ad un certo punto.

Infatti certe volte possono essere molto pericolosi, ad esempio può succedere di essere bullizzati virtualmente. In particolar modo oggi, in cui anche i bambini possono utilizzare questi mezzi molto rischiosi.

I social network più utilizzati sono:

Facebook, Instagram, Musical.ly, WhatsApp, Snapchat e Twitter.

La maggior parte dei social appena elencati servono per intrattenimento. Puoi condividere foto e video con la gente, anche quella che non conosci, e tutto questo è molto rischioso.

In effetti però sono anche molto utili. Sono ottimi mezzi di comunicazione veloci e soprattutto sempre a tua disposizione.

Secondo noi dovrebbero essere utilizzati meno frequentemente e anche in modo corretto.

 

 

 

 

 

Ludovica G.e Valeria C.,

 Secondaria, team del giornalino

TERRORE AL CIRCO

“Grece oggi sarà il tuo ultimo giorno di lavoro” così mi disse Nando Orfei, la mattina del 1 ottobre 2014. Perché avrei dovuto smettere di lavorare? Amavo ciò che facevo e tutti in quel circo sapevano che mi facevo sempre in quattro fra allenamenti, prove…

E perché allora Nando aveva pronunciato quelle parole? Avevo forse udito male? Mentre mi ponevo queste domande, il mio capo proseguì con la spiegazione: penso che il mio viso esprimesse le mie perplessità al riguardo. “ieri si è presentata una ragazza… Asia penso si chiami, ma il nome dopo aver visto cosa sa fare su quel trapezio non conta molto”.

Sapevo cosa stava per dire, ma tante volte mi aveva detto che ero brava, la migliore, uno dei pilastri più importanti, quindi la paura svanì. Lo guardai in volto; i suoi occhi si fecero tristi, si asciugava le mani evidentemente sudate sui pantaloni… solo allora capii che tranquillizzarmi non era stata affatto una buona idea. “Cosa stai cercando di dirmi?” chiesi molto a disagio “Beh io non dico che tu non sia brava, hai talento da vendere, ma insomma… Asia ha caratteristiche differenti dalle tue, ma che sinceramente preferisco”. Ecco, l’aveva detto… non sapevo cosa rispondere: tenni solo il capo abbassato e cercai di trattenere le lacrime, che mi stavano riempiendo gli occhi.

“ Per quando dovrò svuotare la mia roulotte?” non volevo andarmene, ma a Nando, anche se teoricamente non era più il mio capo, dovevo comunque ubbidire.

“Per il 5 deve essere pronta per accogliere Asia”

Ovviamente io feci come lui aveva detto, non avevo la minima idea di come, ma sicuramente gliel’avrei fatta pagare. Non sapevo né cosa fare né dove andare … Lui mi aveva tolto tutto ciò che possedevo, mi rimanevano solo un po’ di soldi e la mia macchina; passarono un paio di giorni e neanche a farlo apposta Nando ebbe un infarto e morì. Nonostante fossi molto triste, la mia voglia di vendicarmi non passò; pensai e ripensai, ma poi mi vanne l’idea!… Nando era morto, ma i suoi tre figli no: Ambra, Gioia e Paride Orfei… ma quale dei tre scegliere? Proprio mentre mi ponevo questa domanda, passai davanti ad un grande tendone giallo e blu con sopra un’insegna. Non riuscivo a leggere le parole che vi erano scritte, cosi mi avvicinai con l’auto e lessi attentamente: “PICCOLO CIRCO DEI SOGNI DI PARIDE ORFEI” …non ci potevo credere… Paride aveva una scuola di circo proprio vicino ad una strada alquanto buia.

Bene! Pensai, ora so chi dei tre scegliere, cosa fa nella vita, ma devo ancora scoprire molto. Andai su internet, sui social e trovai molte informazioni: Paride aveva conosciuto Snejinka Nedeva intorno al 1994, della quale dopo aver lavorato in vari spettacoli, si innamora perdutamente e dalla quale nel 1997 nascerà Cristian Orfei.

Paride e Snejinka fecero molti spettacoli: in tv, al circo della zia, Liana Orfei… e cosa più importante: da diversi anni era il direttore della scuola di circo che avevo visto poco prima.

Viste le circostanze, decisi di architettare un piano, ma quale? Uccidere Cristian… no, troppo crudele; rubare qualcosa … o sarei entrata nelle roulotte o cosa avrei dovuto rubare, una Fanta  dal bar? Passai davanti a quel magnifico tendone un milione di volte e più lo guardavo più mi tornava alla memoria quel triste giorno e più la voglia di vendicarmi aumentava. Solo dopo molte ore capii che non dovevo pensare a chi viveva in quel circo, bensì alla struttura… mi tornò alla mente il sogno e decisi che avrei dato fuoco al tendone, ma non sapevo nemmeno da dove cominciare; così stabilii che avrei affidato il compito a qualcun’altro. Pensai che tanto chiunque per soldi avrebbe fatto una cosa simile e non mi sbagliavo, infatti, in poco tempo trovai Jon, un uomo magro e alto dai capelli scuri, molto corti; appena gli proposi l’affare accettò immediatamente o meglio prima volle sapere quanto l’avrei pagato e poi accettò! La notte seguente Jon andò al circo, faceva caldo e come ho già detto la via era alquanto buia, passavano poche macchine che molto velocemente illuminavano con i fari l’asfalto conferendogli un aspetto buio e tenebroso.

Io accostai dall’altra parta della strada e Jon si recò al tendone con dell’alcol e un accendino. Erano le 2:00 quando il circo intero stava bruciando tra le fiamme della mia vendetta. Jon salì in macchina ed insieme scappammo prima che qualcuno potesse vederci.

La mattina dopo appena mi svegliai mi precipitai a vedere com’era ridotto il circo e vi trovai delle ambulanze, i pompieri, la polizia … notai che c’erano anche molti giornalisti intenti a fare domande a Paride e sua moglie.

Intorno alle 14:30 andai a comprare il giornale e vi trovai in prima pagina  l’articolo: “Un circo in fiamme”. Stando a ciò che vi era scritto, un camionista vedendo le fiamme suonò il clacson e Paride e Snejinka riuscirono a chiamare i vigili del fuoco poco prima che la loro roulotte esplodesse. Non sapevo se essere felice per loro o arrabbiata, alla fine decisi semplicemente di sorridere del resto non volevo creare nessun morto!

“Beh e il resto signora poliziotta lo sa!”

“Così noi siamo venuti a cercarla e l’abbiamo trovata dormicchiare nella sua macchina”.

“Esatto”

“Grazie mille per aver confessato tutto”

“Ma come avete fatto a trovarmi?”

“C’era una telecamera di videosorveglianza e grazie alla targa della sua macchina siamo risaliti a lei e alcune persone ci avevano detto di averla vista qua, così…”

“Siete venuti a prendermi…”

“Portatemi pure in galera, ma per favore raccontate la mia storia”.

Questa fu la mia ultima frase prima di finire in quella buia, tenebrosa e spaventosa cella.

Seppi solo che quel circo dopo il mio atto di vandalismo, si rialzò grazie all’aiuto dei ragazzi che vi praticavano lo sport e nel mio cuore sperai che un giorno anche loro potessero realizzare i loro sogni nel mondo del circo senza commettere mai il mio stesso errore.

Giorgia F., Secondaria,

team del giornalino

 

INVIATI SPECIALI A PIOLTELLO PER UN GIORNO

Avete mai sentito parlare del CISS?

State tranquilli, neanche noi ne avevamo mai sentito parlare prima del 13 marzo, martedì scorso.Il CISS è il Convegno Interregionale della Stampa Studentesca e proprio martedì scorso la prof Biasiolo ha portato noi, Tommaso, Federico, Elisabetta, Alexia, Arianna e Lucilla, studenti di terza della redazione di SMS, a partecipare alla 25esima edizione di questo convegno.

Siamo arrivati a Pioltello, dove si è tenuto il convegno, tutti emozionati, non solo perché avremmo saltato sei ore di lezione, ma anche perché saremmo stati i più piccoli.

Già, i più piccoli… circondati da ragazzi delle superiori!

I ragazzi erano veramente tanti, a tal punto da riempire un’intera sala dell’UCI Cinemas di Pioltello, e venivano da ogni parte del nord Italia!

Fino alle 9.30 abbiamo ascoltato la musica della band del Machiavelli e poi è iniziato il vero e proprio convegno.

Dopo il benvenuto del sindaco e della preside, ci sono state varie presentazioni di altre redazioni giornalistiche e poi ci ha raccontato la sua storia il signor Marco de Poli.

Qualcuno di voi conosce il giornale “la Zanzara”? Marco de Poli ne era caporedattore e, nel 1966, aveva pubblicato un articolo riguardo i pensieri e i costumi delle giovani donne dell’epoca ed era stato addirittura processato, insieme a due suoi compagni, per la pubblicazione di quest’ultimo.

E poi è arrivato il bello: le commissioni.

TOMMASO RACCONTA:

“Mi sono diretto alla sala 8 dell’UCI Cinemas. Ho aspettato un po’ di tempo che arrivassero tutti e poi abbiamo cominciato.

Il capo della commissione e il suo segretario hanno chiamato davanti a tutti me e un altro ragazzo delle medie e ci ha chiesto se il nostro giornalino scolastico fosse un mattone o una piuma. Abbiamo cominciato così la discussione confrontandoci a vicenda e parlando di quello che secondo noi potrebbe essere il giornalino ideale. Abbiamo concluso dicendo che il giornalino ideale sarebbe un giornalino mattone ma anche piuma.”

ELISABETTA RACCONTA:

“La mia commissione aveva un titolo complicatissimo, che ho fatto fatica a capire, ma ciò che conta è che abbiamo parlato di un sacco di argomenti diversi che ci riguardavano personalmente: dall’essere se stessi alla libertà di stampa, a come i giornalini scolastici possano essere un modo per mostrare al mondo ciò che pensano i ragazzi d’oggi. All’inizio molti erano imbarazzati all’idea di parlare, io per prima, ma poi la tensione è sparita e abbiamo tutti parlato liberamente … è stata una cosa bellissima, specialmente perché era bello stare con ragazzi che condividevano la mia passione per la scrittura!”

FEDERICO RACCONTA:

“La mia commissione, riguardante la società moderna ed i suoi problemi, mi è particolarmente piaciuta sia per i temi di cui abbiamo parlato ma anche per il livello culturale che si distingueva nei ragazzi, soprattutto alcuni. Altro motivo per cui sono stato felice di essere presente in quella commissione e non in un’altra è stato che molte delle idee di quei ragazzi erano simili o addirittura uguali ai miei pensieri.

Abbiamo parlato molto di politica e società e dei loro problemi ed è stata un’esperienza davvero emozionante e sensazionale da provare.”

Poi è arrivato il momento del pranzo, che abbiamo passato insieme alla prof Biasiolo, raccontandoci a vicenda com’era andata la mattinata.

Dopo aver pranzato siamo tornati all’UCI Cinemas dove abbiamo assistito agli interventi di alcuni esperti di giornalismo e di cinema.

Hanno parlato due giornaliste, che ci hanno raccontato le loro esperienze lavorative, una delle due conduce addirittura un programma su Rai3!

E poi, ci sono stati gli interventi più divertenti: quello di un regista e di un attore. L’attore era un ragazzo dell’istituto Machiavelli, Enea Barozzi, il quale ci ha raccontato di quando ha recitato nel film “Il ragazzo invisibile” quattro anni fa, quando aveva la nostra età!

Poi è arrivato il momento di Giovanni Covini, regista e insegnante di cinema, che ha  pensato di mostrarci i primi minuti del film “Il diavolo veste Prada” commentandoli e facendoci capire quanto impegno e messaggi nascosti ci siano in un normale film.

Dopo il suo intervento, eravamo tutti d’accordo nel dire che lo avremmo ascoltato volentieri anche per un’altra ora.

Dopo i saluti e i ringraziamenti, la giornata poteva dichiararsi conclusa, e tutti noi eravamo felici della particolare esperienza passata, quindi … Grazie prof per averci invitato a partecipare a questa giornata!!

Tommaso R., Elisabetta M., Federico C.,

Secondaria, team del giornalino

UNA GIORNATA DIVERSA: L’OPEN DAY DELLA SCUOLA MEDIA

Un sabato mattina del 2017, quando ero ancora in quinta elementare, mi ritrovai per una “selva oscura”: i corridoi della scuola media.

Infatti mi trovavo all’”open day” della scuola “Rita Levi Montalcini” di Zeloforamagno, con mio padre.

Era una mattinata nuvolosa e, dopo aver fatto colazione, andai in macchina con lui per dirigermi a quella che sarebbe diventata la mia scuola.

Appena arrivati, dei ragazzini di terza media fecero entrare me e gli altri bambini di quinta elementare in tutte le aule, e in ognuna c’erano i professori pronti a fare lezione L: spagnolo, tecnica, antologia, storia..

All’inizio ho conosciuto il prof Boschetti che insegnava storia, ci ha spiegato che gli antichi, per fabbricare le monete, fondevano il ferro e lo mettevano in uno stampo.

Successivamente sono andata nella classe di storia dell’arte dove ho incontrato la prof Ducco, che ci ha fatto fare un disegno con le matite… ma per fortuna è subito suonata la campanella dell’intervallo.

Ho fatto merenda in dieci minuti e successivamente sono andata nella classe di mio fratello Nicolas che quel giorno non era venuto a scuola; nella sua classe si studiava scienze.

Gli alunni si erano divisi in gruppi e ogni gruppo spiegava un esperimento; alcuni ragazzi mettevano due sostanze liquide colorate in un bicchiere e, aggiungendo delle gocce, i due liquidi si separavano: un colore andava verso il basso, mentre l’altro andava verso l’alto.

Dopo mi sono recata nell’aula di spagnolo dove ho assistito ad uno spettacolino: c’erano due ragazze e due ragazzi (compagni di mio fratello) che discutevano su come sistemare la spesa … parlando solo in spagnolo: non ho capito NIENTE di quello che dicevano! Però mi è piaciuto molto e adesso, dopo un anno di studio dello spagnolo, potrei capire quello che i quattro studenti si sono detti.

Successivamente è suonata la seconda campanella: era arrivato il momento della merenda… FINALMENTE.

In seguito sono andata nell’aula di tecnica, una materia che avrei preferito non conoscere, perché purtroppo il disegno tecnico non è proprio il mio forte. Abbiamo colorato delle figure che avevano disegnato dei ragazzi di III C, fin lì mi sembrava tutto facile, ma poi, quando abbiamo iniziato a lavorare seriamente con squadre, righelli e matite HB, mi sono subito accorta delle mie difficoltà.

L’open day, a quel punto, era quasi finito: ho studiato inglese, guardando delle immagini e dei video. Durante quest’ora ho conosciuto la mitica Elena, che adesso è una mia compagna bravissima in inglese e in disegno.

Finalmente quella straziante giornata di scuola era finita: il suono della campanella ha salvato me e gli altri dall’ora di inglese… forse le prof Campeti e Ripamonti non sarebbero molto contente di leggere questo pezzo, ma per me quella giornata è stata molto impegnativa, anche perché il sabato era il mio giorno libero!

Questo open day è stato molto importante perché mi ha fatto prendere la decisione finale: frequentare la scuola media di Zelo… e fino ad oggi non mi sono pentita della mia scelta.

Angelica F., Secondaria

LA RIVOLTA DELLE ANIME-Episodio 2

-Non fare domande. Devi venire.

Mi alzo e pronuncio un “Ok” non molto deciso. Ma nonostante tutto Viola mi ha salvato la vita.

Dopo un cammino non tanto breve, arriviamo ad una catapecchia sgangherata. Sulla porta un cartello: “Vietato l’accesso, struttura pericolante”

Apre la porta con una chiave a forma di decagono. C’è un piccolo, ma lussuoso atrio e una scala porta ai piani di sotto.

Il piano più basso è il più spazioso di tutti. È un enorme stanza, piena di armi e di postazioni per allenarsi nel combattimento, del tiro con l’arco, nel lancio dei coltelli e in tantissime altre cose.

Viola comincia a parlare.

-Ora ti devo delle spiegazioni, Sofia. Mi dispiace di non averti detto niente prima, ma la situazione è davvero grave. Sei ricercata. – Trasalii. – No, non dalla polizia. Dagli spiriti.

-Cosa?

-Lo so che ti sembrerà strano, ma è così. Gli spiriti esistono. Ma solo quelli delle persone che hanno cercato di dominare il mondo in passato, che tornano per riprendersi la rivincita sull’umanità, e diventare finalmente i possessori e dominatori incontrastati della Terra.

-E io cosa c’entro?

-Tu sei speciale. Sei come me. Anzi, non esattamente ma quasi. Lascia che ti spieghi. Io vengo da un pianeta in una galassia lontana. Il mio pianeta si chiama Plastrum. O meglio, si chiamava Plastrum.

Su quel pianeta nascevamo tutti con poteri speciali in modo da combattere questi spiriti. Tutto andava bene ma, quando uno scienziato fece cadere a terra una fialetta, il nostro pianeta cominciò lentamente a disintegrarsi insieme ai suoi abitanti. Io venni messa su una navicella dai miei genitori. Ero con loro e con la mia migliore amica. Solo io salii su quella navicella. Un secondo dopo si polverizzarono. Avevo tre anni. E non vidi i miei genitori e la mia amica morire. Li vidi distruggersi. Ricordo ancora l’espressione di dolore, tristezza e sorpresa che avevano dipinta in faccia mentre ogni cellula del loro corpo si separava dalle altre, si induriva e poi si sbriciolava. Non ho nemmeno fatto in tempo a dirgli addio. La navicella è partita e nel giro di quattro giorni sono arrivata qui. Ma la navicella ha emesso un’onda che dà poteri come i miei a una persona. Quella volta quella persona sei stata tu.

Per due come me e te nessun posto in questa città è sicuro. Ci possono trovare. E se ci trovano e sono tanti, noi moriamo. E se noi moriamo gli spiriti distruggeranno la Terra. Capisci cosa significa la tua sopravvivenza?

No, non capisco. Per me Viola sta raccontando un mucchio di cavolate. Spiriti? Extraterrestri? Non me la bevo.

-Lo so che vuoi, ma non puoi andartene. Non puoi tornare a casa. Dobbiamo andarcene di qui.

-Vengo via con te solo se viene con noi anche Tina. È la mia migliore amica.

-Se venisse con noi anche Tina, faremmo prima a non andarcene.

-Non capisco?

-Tina è uno di loro, è travestita per sembrare umana: indossa una maschera in viso e sempre maniche e pantaloni lunghi per coprirsi. Finora non aveva ancora scoperto che eri tu, la persona di cui era diventata amica senza volerlo, che lei stava cercando.

Non so cosa dire. Sono sbalordita.

Viola prepara due zaini, con vestiti, borracce, cibo, armi e tutto l’equipaggiamento necessario per sopravvivere. Usciamo di casa.

-Giusto un’informazione. Dove andiamo? – chiedo io.

-A casa di Annalisa.

-Perché? Cosa c’entra Annalisa? È speciale anche lei?

-Sì. Ma non come noi. È speciale perché è mia amica. E devo salutarla perché non posso lasciare senza dirle niente l’unica amica che abbia mai avuto da quando sono scappata da Plastrum.

Continua…

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

 

A CHE COSA SERVONO LE NOTE PER DIMENTICANZA?

Se c’è una domanda che mi ha sempre perseguitata da quando frequento la scuola, questa è sicuramente “A cosa servono le note per aver dimenticato il materiale o per non aver fatto i compiti?”

Ai professori sicuramente non servono i libri degli studenti e se non abbiamo fatto i compiti… problemi nostri, no? Se non abbiamo fatto i compiti e non ci siamo esercitati gli unici a rimetterci siamo noi. E allora, se già che non abbiamo fatto i compiti e siamo svantaggiati rispetto agli altri, perché farci subire ancora di più? Perché magari non è la nota che ci spaventa, ma la reazione dei nostri genitori quando la vedono.

Per questi motivi non ho mai capito a cosa servano le note per dimenticanza del materiale o dei compiti. I professori dicono che non ci vogliono mettere in difficoltà, ma darci le note sicuramente è un modo per farlo, soprattutto ci mettono in difficoltà con i nostri genitori. Ovviamente non sto criticando le note disciplinari, perché quelle servono per segnalare ai genitori il comportamento del figlio e per rimetterlo sulla giusta via. Però, se uno studente per sbaglio quando ha preparato lo zaino, ha dimenticato di metterci dentro anche il libro o il quaderno, che senso ha punirlo per un semplice caso, per qualcosa che non ha nemmeno fatto apposta? Perché già che non ha il libro o il quaderno e non potrà seguire la lezione come tutti gli altri, bisogna anche demoralizzarlo, fargli prendere una nota, magari metterlo nei guai con i suoi genitori? È questo che non riesco a capire.

Con i compiti la situazione è diversa. Ma mettere una nota per non aver fatto i compiti è svantaggiare ancora di più il ragazzo che non è allo stesso livello degli altri perché non ha fatto i compiti e non si è esercitato?

Continuando a pormi queste domande, ho deciso di intervistare alcuni professori della mia scuola per trovare una risposta. Ne è emerso che:

  • Bisogna rispettare le consegne;
  • Dobbiamo imparare a rispettare le regole per progredire come studente;
  • Non si possono fare distinzioni fra chi ha dimenticato il libro o il quaderno per caso da chi l’ha fatto apposta per perdere tempo;
  • I compiti sono un’esercitazione che serve fare;
  • Il materiale serve per scrivere;
  • Allenarsi ad avere sempre il materiale serve a responsabilizzarsi per il mondo del lavoro.

Tutte le motivazioni dei professori sono valide e do loro ragione, quello che ancora non comprendo è cosa c’entrino le note in tutto questo. Che dobbiamo rispettare le consegne e le regole, che i compiti e il materiale ci servano sia ora a scuola che nella vita noi studenti lo sappiamo già.

Mi sembra anche molto strano il fatto che qualcuno faccia apposta a “dimenticare” il libro per perdere tempo: la lezione la dovrebbe seguire a maggior ragione e con più attenzione proprio perché non ha il libro per non indisporre ulteriormente i professori!

In conclusione, ancora io non sono convinta dell’utilità delle note per dimenticanza, penso che servano a svantaggiarci ancora di più essendo già più indietro per non esserci esercitati o per non avere il libro o il quaderno.

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

LA RIVOLTA DELLE ANIME – Episodio 1

“Non so cosa sia successo nella mia vita. Un giorno, all’improvviso, tutto è cambiato. E niente è più stato come prima. Le esperienze che ho vissuto, mi hanno cambiata per sempre. E anche se ora tutto è tornato alla normalità, niente lo è più. Non so quale sia stato il momento di svolta, cosa esattamente abbia scatenato tutto questo, cosa abbia stravolto la mia vita. Ma una cosa so. Che la mia vita non è più la stessa. Che io non sono più la stessa.”

Famiglia normale, vita normale. La mia vita è indubbiamente molto noiosa. Ogni mattina mi alzo alle 7 della mattina, mi vesto, faccio colazione e vado a scuola. Ogni pomeriggio alle due esco da scuola, prendo il pullman per casa mia, mangio, faccio i compiti. Alle quattro arrivano a casa mia mamma e i miei due fratelli.

Oggi sono contenta. Finalmente è successo qualcosa di interessante nella mia vita: ho perso il pullman per tornare a casa. Dovrò camminare fino a là. È un evento straordinario nella mia vita normale. Altre cose straordinarie che sono successe nella mia vita? La mia nuova vicina di banco. Assolutamente strana, per niente normale. Di sicuro lei ha una vita totalmente diversa dalla mia. Ma non serve conoscere le sue abitudini per sapere che tipo è. Basta guardarla negli occhi. Sono verdi, come non ne ho mai visti in tutta la mia vita. Non il solito verde degli occhi delle persone, opaco, un po’ tendente al grigio. I suoi occhi sono di un verde brillante, come quello di una fogliolina che a primavera, timidamente esce dalla sua casa, protetta e calda, e si espone al Sole, al vento, alla vita.

Strano vero? Non riuscirei mai a chiamarla Viola. Viola. Per me lei si chiama Verde.

Verde è intelligente e in tutte le materie ha sempre il massimo dei voti. Non essendo molto socievole, sarebbe presa in giro da tutti se non fosse che è bravissima anche in ginnastica e che quando la scuola ci ha portati a fare una lezione di tiro con l’arco, lei ha centrato sempre il bersaglio. Da allora tutti hanno paura di lei e sono circolate leggende metropolitane in cui si dice che lei sia una strega, che porta un arco invisibile sempre con lei e che se qualcuno la disturbasse lei gli tirerebbe una freccia contro.

Ovviamente io non credo a queste leggende, per me lei è verde, strana, può sembrare pericolosa ma è innocua. Nessuno le parla. Tranne una persona. Una mia amica che piace a tutti e che è simpatica con chiunque. Un’altra cosa strana nella mia vita. Ne stanno accadendo fin troppe ultimamente. Ma la mia vita resta sempre banale e… per un istante vengo accecata dalla luce del Sole, sento le gambe non reggermi più, vedo tutto girare e mi ritrovo per terra. Poi una voce mi sussurra: “Non tornare a casa” …

Mi ritrovo per terra, in una posizione innaturale, lo zaino un metro più avanti. Mi alzo. Non capisco cosa sia successo. Ripenso a quello che mi è accaduto. E all’improvviso mi viene in mente una cosa. Oggi non c’è il Sole. Non posso aver preso un colpo di sole. Questo è molto strano. Penso che sia meglio tornare a casa.

Cammino ancora un po’ traballante. Penso che tutto quello che mi è successo sia solo dovuto alla fame. Non appena arriverò a casa, mi mangerò un bel piatto di pasta. Mi farà bene.

Vedo il portone di casa, prendo le chiavi e apro la porta. Dentro casa c’è un odore strano, come di marcio. Mi toccherà scovare ciò che emana questa puzza prima di mangiare. Non riesco a mangiare con questo odore. Mi avvicino all’armadio dei panni per prendere qualcosa per pulire non appena troverò “la cosa puzzolente”. Apro l’armadio. Qui l’odore è più forte. Sono stata fortunata. Non ho dovuto cercare molto. Mi chino per trovare il punto. All’improvviso sento qualcosa di viscido sfiorarmi. Che sia un topo morto? Mi ritraggo disgustata. Appena alzo lo sguardo, vedo una creatura viscida, con dieci occhi, un’ala tutta bucata e spaventosi artigli. Si dirige verso di me. Non so cosa sia, ma penso che voglia uccidermi. Ho paura. Addio a tutti. Chiudo gli occhi, aspettando la fine. Ma non arriva. Apro gli occhi. La foresta ha invaso la stanza. Vedo tralci d’edera volare per la stanza imprigionare il mostro. Alla fine di lui resta solo una pozzanghera di un liquido schifoso.

Ma c’è un’altra persona nella stanza. La persona che mi ha salvata. Vestita di foglie e con gli occhi coperti da un paio di occhiali da sole. Mentre si avvicina l’abito comincia a diventare di tessuto, le scarpe di foglie diventando stivali e l’edera che aveva evocato torna nelle sue mani. Quando ormai è vicina a me, nonostante gli occhiali da sole la riconosco: Viola.

Mi prende la mano e mi aiuta ad alzarmi.

Mi dice una cosa: “Vieni con me. Ti hanno trovata”.

Continua

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

 

Tebe e l’ uomo che uccise la sfinge

“Sediamoci all’ ombra di questo ulivo ragazzo, fa troppo caldo per continuare.” Detto questo, il vecchio cantore si sedette e svitò il tappo della borraccia che teneva al collo. L’acqua gli scivolò lungo la gola rinfrescandola. Quando ebbe finito di bere passò la borraccia al ragazzo cieco che sedeva accanto a lui.                     “Ragazzo, quella città laggiù è Tebe, Tebe dalle sette porte, è la città protagonista di un episodio del Racconto Infinito, ma di questo te ne parlerò dopo, ora sono troppo stanco, devo riposare, dovrai avere pazienza …”. E così dicendo, si stese all’ombra dell’ulivo.

Il ragazzo si rodeva dalla curiosità, non sapeva se svegliare il vecchio o lasciarlo dormire. Alla fine, decise di svegliarlo: dopo tutto doveva diventare un aedo, e gli aedi devono conoscere tutti i racconti del Racconto Infinito, tutti! Così colse una spiga di grano ed iniziò a solleticare il naso del vecchio: “ Maestro -sussurrò-MAESTRO!” “Che vuoi?!” chiese quello svegliandosi di soprassalto. “ Be’… ecco … io …” farfugliò il ragazzo imbarazzato. “ Ho capito: vuoi ascoltare il racconto. Seguimi, ti porto a Tebe”. Senza avere il tempo di rispondere, il ragazzo seguì il vecchio lungo il sentiero ripido e tortuoso che portava a Tebe.                                   Giunti davanti ai bastioni della grande città, il cantore vide spiccare tra il marmo bianco una lastra di bronzo. Allungò il passo trascinandosi dietro il ragazzo che non capiva. “ Maestro, ma dove stiamo andando?” chiese il ragazzo senza ottenere risposta.

Ad un certo punto il vecchio si fermò, sfiorando con la mano i segni lasciati da uno scalpello nel bronzo lucente. La malinconia lo attraversò pensando alla storia che il metallo raccontava.  “Ragazzo! Vieni qui, presto!” “ Maestro, io sono già qui!” “Più vicino ragazzo, più vicino!”. Il ragazzo si avvicinò, obbediente. “Dammi la mano ragazzo” il vecchio gli afferrò il polso, guidandolo in modo tale che le dita sfiorassero le parole scolpite nel metallo freddo.  “Questa, ragazzo, è la storia di Edipo, è bellissima, ma molto triste, ora io te la leggerò, tu stampala nella memoria e non scordarla mai”.

Viaggiatore che vai a Tebe dalle sette porte, ascolta la tragedia di Edipo. Ricorda: al destino non puoi scappare, è già stato tracciato per te dagli dei!                                   Viveva in Tebe Laio, saggio re. Un giorno ricevette un ordine dal dio Apollo: non dare vita ad un figlio maschio! “Impossibile!”  disse Laio, che aveva perso tutta la sua saggezza. “Io devo offrire un erede al mio trono.”

 Le misteriose voci degli oracoli portarono a Laio un altro messaggio di Apollo: “Questo figlio maschio assassinerà suo padre e sposerà sua madre. E’ il suo destino”. Laio ora comprendeva l’antico divieto. Ebbe terrore del figlio e decise di  sopprimerlo. Ma non poteva macchiarsi le mani del sangue di suo figlio, così fece chiamare un servo “Tu” disse “sai mantenere un segreto? Ne va della tua vita”.                                                                                                                                                       “Non temere padrone, eseguirò ogni tuo comando” “ Porta il bambino sulla montagna e lascialo in pasto a lupi e avvoltoi. Non deve diventare un uomo adulto!” “Sarà fatto” disse il servo che intanto rabbrividiva per l’ orrore.  “Non basta! – disse Laio – gli spezzerò le caviglie con dei chiodi, così il suo spettro zoppo non potrà tornare dal regno dei morti per tormentarmi col rimorso…”                        Così fece, diede il corpicino sanguinante al servo, e gli intimò il silenzio.              Quel servo aveva cuore, e così affidò il bambino ad un pastore di Corinto che incontrò per la strada. Quel pastore a sua volta portò il bambino al suo re e alla sua regina: Pòlibo e Peribea.                                                                                        

Così Edipo crebbe nella reggia di Corinto convinto di essere figlio del re e della regina e principe ereditario al trono. Ma circolava voce che lui non fosse il figlio vero. Le chiacchiere giunsero all’ orecchio di Edipo che cercò conferma nella voce dell’ oracolo di Delphi che si rivolse direttamente ad Apollo, che però non sciolse il dubbio di Edipo. Sembrò che l’oracolo volesse rispondere ad un’ altra domanda.       Tremenda risposta! “Edipo, tu assassinerai tuo padre e sposerai tua madre! E’ il tuo destino!”.                                                                    

Così l’ oracolo non aveva voluto rivelare ad Edipo se Pòlibo fosse o non fosse il suo vero padre. Ma ricorda viaggiatore: la volontà degli dèi è oscura, inconcepibile per il pensiero umano! Edipo  era disperato “Non posso tornare a Corinto: potrei uccidere mio padre per incidente, senza volere. Metterò fra lui e me la montagna chiamata Citerone, quella che separa Corinto da Tebe. Sì, andrò a stabilirmi a Tebe.”                                

Ma Edipo non sapeva che a Tebe dominavano il dolore e la disperazione. Il dio Apollo era adirato con Laio e insieme a lui aveva castigato tutta la città. Aveva scatenato il flagello di Tebe! Un mostro, la Sfinge:viso di donna, corpo di leone e ali di rapace. Se ne stava appollaiata sulle rocce e a tutti i viandanti che passavano per quella strada, poneva l’ atroce indovinello. Non risponderle o sbagliare la risposta, significava morte certa: il mostro balzava sulla vittima e la divorava. La strada biancheggiava di ossa.                                                                                            

Laio volle andare a Delphi. Là c’ era un antico santuario del dio Apollo. Avrebbe chiesto al dio come rimediare alle sue colpe. La Sfinge lo lasciò passare, perché era scritto che in quel modo si sarebbe compiuto il suo destino.                                  Dunque Laio, sopra un carro, viaggiava verso Delphi. A mezza strada, ad un trivio, incontrò un viaggiatore armato di bastone.                                                                                                                                       “Non sarà un bandito, che assale i viandanti?” pensò fra sé il vecchio re. “Ehi, tu, togliti di mezzo, ingombri la mia strada!” “ Dimmi solo un motivo per il quale io dovrei spostarmi!”  “ Perché io sono un re!”. Anche Edipo era di sangue reale, era superbo. “ Re o non re, tu sei un insolente, vecchio!” disse il giovane avvicinandosi al carro. Laio, temendo un’ aggressione fece schioccare la frusta ed il sangue stillò sulla guancia di Edipo. Egli rispose con il suo bastone ferrato, che si abbattè sul vecchio. Laio rotolò lungo la scarpata,l’ oracolo non aveva mentito! Ma Edipo, ancora, non sapeva l’ enormità del delitto che aveva commesso. S’ incamminò verso Tebe. E giunse in questo punto della strada, dove sei tu adesso viaggiatore che leggi queste righe!

Maestro e allievo sentirono il sangue gelare nelle vene. Il vecchio Femio alzò gli occhi cercando di scorgere la sagoma del mostro. Non vedendola, continuò a leggere, ora più tranquillo.

“Fermo viaggiatore!” stridette la Sfinge a Edipo. “Devi risolvere il mio indovinello prima di passare.” “Sono pronto!” rispose audacemente il ragazzo . “Qual è l’ animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e la sera su tre?”  Edipo rifletté. Poi disse “Non è difficile: la risposta è l’uomo”. La Sfinge cacciò un urlo rauco “Non basta, devi dirmi il perché della tua risposta: potresti aver risposto così, a caso”. “T’ accontento:al mattino della vita l’ uomo cammina a carponi; nel mezzogiorno, cammina su due gambe; e la sera, al tramonto della vita, l’uomo è vecchio e deve appoggiarsi al bastone, così cammina su tre gambe.” “Aaah” l’ululato della Sfinge sconfitta che precipitava nel burrone riecheggiò in tutta la pianura.                                                                                                    

Edipo giunse a Tebe. La gente lo accolse festeggiandolo per le strade. Intanto, in città era giunta la notizia che Laio giaceva sulla strada per Delphi con la testa fracassata. C’ era bisogno di un nuovo sovrano, e chi meglio del distruttore della Sfinge avrebbe potuto governare.   

 Così Edipo divenne re. Ebbe in sposa la vedova di Laio… sua madre! Inorridisci viaggiatore, ma sappi che in tutto questo c’è il segno degli dei.                                  Quella regina era Giocasta . Non poteva sospettare la vera identità dell’ uomo che ora sedeva insieme a lei sul trono.   La vita però a Tebe non era tornata, anzi, sembrava spirare poco a poco da quella terra.     

  Alla fine, Edipo decise di andare a parlare ad Apollo per mettere fine a quel tormento. Apollo gli rispose che ber far finire quelle sventure avrebbe dovuto vendicare Laio.                                                                                                                                            Edipo non sapeva che quel ricercato fosse proprio lui! Quando tornò a casa chiese a Giocasta “Che aspetto aveva Laio?” “ Era alto come te, e ti assomigliava molto” “Laio era partito solo per Delphi?” “No, c’era un servitore con lui” “convocatelo!”. Il servitore aveva riconosciuto Edipo, ma non poteva dire la verità al re! Alla fine fu costretto a confessare tutto. Le sue parole squarciarono la mente di Edipo e di Giocasta. La regina uscì in silenzio dalla sala del trono. Poco dopo la trovarono impiccata nella sua stanza Edipo, vedendola e vergognandosi a morte afferrò la spilla dal vestito di Giocasta e si squarciò gli occhi.

Il volto del ragazzo era solcato da lacrime, e anche il maestro si mordeva un labbro per non cedere alla tristezza. “E’ ora di andare ragazzo” sussurrò Femio. L’ allievo lo seguì ancora piangendo e con lo stomaco che si torceva per la malinconia.

Martina D., Secondaria,  team del giornalino  

IL FOLLE VOLO – II Episodio

I due uomini parlavano una lingua molto diversa dalla loro, Royan si chiese il perché: com’era possibile che in un’ora e mezza fossero finiti tanto lontano da casa, in un posto dove non parlavano nemmeno la loro lingua?

I due uomini si avvicinarono ai ragazzi e li sollevarono di peso, così com’erano: legati l’uno all’altro e se li trascinarono dietro nella fitta foresta.

Camminarono in mezzo ai rovi per circa una mezz’oretta, poi arrivarono ad un villaggio di case costruite in fango e paglia; gli uomini erano tutti armati fino ai denti e avevano lineamenti rozzi e le gambe storte, come aspetto le donne non cambiavano tanto, avevano gli zigomi molto pronunciati e il naso aquilino.

Royan  ebbe appena il tempo di guardarsi intorno che subito uno dei carcerieri le diede una bastonata sulla schiena costringendola a piegare la testa in una smorfia di dolore.

Alcuni degli abitanti del villaggio, al passaggio del gruppo, iniziarono a bersagliare i tre ragazzi di pietre. Una colpì Nefer in pieno volto, subito Royan si girò e inviperita iniziò ad urlare alla donna che aveva scagliato la pietra – Ehi, tu, come ti permetti, quello è mio fratello! – il carceriere le tirò subito un pugno sul naso che subito iniziò a sanguinare tingendole il volto di rosso. Nefer sputò in faccia all’uomo in difesa della sorella che gli sorrise attraverso la maschera di sangue.

Nessuno dopo l’ira di Royan aveva osato scagliare una sola pietra, la guardavano tutti con rispetto e timore, qualcuno addirittura le sorrideva.

Camminando attraverso il villaggio, arrivarono ad un edificio più imponente degli altri che puzzava di marciume e muffa.

Appena entrarono, capirono che si trattava di una prigione, le guardie si identificavano per un giglio impresso a fuoco sulla spalla sinistra.

Royan notò un ragazzo che aveva più o meno la sua età, non era come gli altri, aveva i lineamenti fini, le gambe dritte e la testa in perfetto equilibrio sul collo lungo. Il naso non era aquilino, ma dritto, aveva gli occhi verde smeraldo e stava cantando con la testa rovesciata all’indietro appoggiata contro una parete. Quando vide Royan smise di cantare e guardò i tre ragazzi entrare nella cella di canne di bamboo.

Anche se sottile, il bamboo era resistente, tanto che non tremò neppure davanti all’assalto di Royan, la quale scoraggiata si lasciò cadere contro un muro. Intanto il ragazzo aveva ricominciato a cantare, per Royan la voce di quel ragazzo era come caramello caldo e nonostante tutto la faceva stare bene. Si addormentò col sorriso sulle labbra.

Quando si svegliò, il ragazzo non era più con le altre guardie appoggiato contro il muro opposto, ora era con la spalla appoggiata contro la cella dei tre ragazzi e fissava Royan con quei suoi occhi di smeraldo. Quando la ragazza si svegliò e lo vide si sentì trapassata da parte a parte, il ragazzo le sussurrò qualcosa, ma lei non capì, allora il ragazzo le fece segno di avvicinarsi, Royan eseguì e lui le disse all’orecchio: -Ho deciso di aiutarvi – – Ma tu parli la mia lingua! – rispose lei – Sì, sì, ma abbassa la voce sennò qui ci ammazzano tutti e due!- – Okay, okay, ma come hai intenzione di fare? È impossibile, guarda –disse buttandosi contro le sbarre con tutto il suo peso-non tremano neppure!- – Le pareti sono fatte di fango fresco, dovrete razionarvi l’acqua e usare quella che rimane per sciogliere poco a poco il fango e fare un buco nella parete, così potrete scappare — Grazie, ma ti prego, continua a cantare!-

-Certamente!- E detto questo rovesciò la testa all’indietro e cominciò a cantare. Royan avvicinò l’orecchio alle sbarre per ascoltare la sua voce da vicino: era limpida, cristallina, come un torrente di montagna, non stonava mai, non c’era volta che la sua voce fosse fastidiosa da ascoltare, faceva sembrare tutto più bello.

Martina D., Secondaria, team del giornalino

6 APRILE 2018

 

Si celebra il 6 aprile la “Giornata mondiale dello Sport”, indetta dalle Nazioni Unite per promuovere il valore dello sport nella coesione sociale e nello sviluppo. Essa viene celebrata ogni anno in tutto il mondo in memoria della data di inizio dei primi Giochi Olimpici dell’era moderna, esorditi appunto ad Atene il 6 aprile del 1896.

Scopo della celebrazione è contribuire ad accrescere la consapevolezza del ruolo storico svolto dallo sport, in tutte le società, nella trasmissione di valori positivi come la promozione di istruzione, salute, sviluppo, pace, parità di genere ed integrazione sociale.

È molto positivo, a mio avviso, che si celebri questa giornata e che si possa ricordare con attività sportive e manifestazioni i diversi valori che lo sport insegna.

Sin dall’inizio queste tematiche sono state materia d’insegnamento, pratico e teorico, di ogni mio personale studio sin dall’Università fino ai corsi di aggiornamento ed abilitazione nelle sedi delle Federazioni Sportive.

Mi ha sempre interessato e profondamente colpito, in questi ambienti, l’idea che lo SPORT di qualsiasi natura, collettivo e/o individuale aiuti ad assimilare regole, imparare a condividere momenti di sana convivenza civile. Questa visione dello SPORT, a mio parare, deve essere la base di partenza sia per chi svolge un’attività agonistica sia per chi svolge un’attività ricreativa o ludica e a maggior ragione per chi ha scelto lo sport come professione.

Purtroppo ascoltando ragazzi e ragazze delle scuole dove lavoro, essi mi confessano di incontrare nel loro percorso allenatori e/o genitori che inculcano solo il principio della vittoria sempre ed ad ogni costo, con frasi del tipo “I secondi non li ricorda nessuno” oppure “L’importante è vincere, non partecipare”.

E purtroppo tutto ciò è anche insegnato con tecniche e modalità totalmente scorrette, sia sul piano verbale e soprattutto fisico come se “il fine giustificasse i mezzi”!!!!!!!!!!

Il messaggio che trasmetto ai ragazzi a scuola, durante le ore di educazione fisica, ed ai bambini dai 6 ai 10 anni che ho allenato sino ad oggi, è quello di svolgere attività sportiva con impegno, concentrazione, usando le proprie capacità per dare il meglio di sé stessi, imparando a riconoscere ed essere consapevoli dei propri limiti e delle proprie risorse.

Concludo con lo stesso consiglio che trasmetto agli alunni delle classi III della scuola Secondaria di Primo grado e cioè di poter svolgere nella vita un’attività sportiva, ad intensità moderata e protratta nel tempo, che li faccia sentire in buona forma fisica, perché ciò li aiuterà ad accrescere la fiducia nei propri mezzi, la propria autostima e la disponibilità all’interazione con gli altri.

BUONO SPORT A TUTTI!

Prof. Davide Tienghi

L’ALBERO DEL GIORNO E DELLA NOTTE

Il tempo si fermò quando i due s’incontrarono e si guardarono per la prima volta, ma partiamo dall’ inizio…

Moon e Sun, portatori del giorno e della notte, abitavano in un grosso albero: l’Albero Del Tempo.

Come al solito, Moon, figlia del Sole, scattate le 24 ore, uscì dall’albero per lasciare il posto a Sun, figlio della Luna. Era pronta a correre nella vasta valle in cui si trovava l’albero, per incontrare la sua fidata amica Flora, come ogni mattina. Flora l’aspettava seduta su una vecchia panchina in legno circondata da meravigliosi fiori. –Ciao Moon!- gridò Flora vedendo l’amica arrivare in lontananza. -Ciao!- la salutò Moon; le due amiche pronte per andare a scuola presero lo zaino e s’incamminarono verso la fermata dell’autobus.

Appena arrivate, per completare la routine mattiniera, non poteva mancare la bulla di turno, Cloe, pronta ad insultare con stupide frasette, del tipo: -Comprate i vestiti nel negozio di vostra nonna?! Avete uno specchio a casa vostra?! A me non sembra.-

Ma Moon e Flora la evitarono tranquillamente, senza soffermarsi su quegli stupidi insulti.

La giornata passò rapidamente, purtroppo, però, le due si dovettero salutare presto perché Moon, al tramonto, doveva tornare nell’Albero Del Tempo, per terminare la giornata.

Si recò davanti all’albero, appoggiò sul grande tronco la sua mano sinistra e come per magia diventò parte di esso.

In quell’esatto istante uscì Sun, figlio della Luna, pronto per trascorrere una notte da urlo in compagnia del suo migliore amico Nefer! Quella notte sarebbero andati nel bosco di Mintaka per una fantastica festa intorno al fuoco.

Insieme, i due, si diressero verso il bosco, quando ad un certo punto Sun trovò tra l’erba un meraviglioso ciondolo oro a forma di sole; lo raccolse, si fermò per guardarlo, e notò che combaciava con il suo, che era d’argento e a forma di luna.

Sun senza farsi troppe domande, si mise il ciondolo intorno al collo e andò a festeggiare insieme a Nefer.

Durante la festa, il ragazzo, perse la cognizione del tempo e accorgendosene troppo tardi, corse all’albero, spaventato per quello che sarebbe potuto succedere.

Arrivò vicino all’albero, ma ormai era troppo tardi, Moon infatti stava già per uscire; Sun le gridò di fermarsi, lei si voltò e in quell’esatto istante, quando i due si guardarono per la prima volta, il tempo si fermò! Il cielo sembrava diviso a metà: da una parte c’era la notte, ricoperta da infinite stelle, e dall’altra il giorno, con tutte le sue magnifiche creature. Moon notò che al collo del ragazzo, c’era legato il suo ciondolo, così, gli chiese: -Chi sei tu?! E perché hai al collo la mia collana?!- Sun le rispose: -Io mi chiamo Sun, sono il portatore della notte, e questo ciondolo l’ho trovato tra l’erba, qui nelle vicinanze. E invece, tu chi sei?- le domandò il ragazzo; Moon non gli rispose, “meglio non fidarsi degli sconosciuti” pensò la ragazza, così, gli strappò la collana dal collo e se la mise in tasca…

Precisamente tre minuti dopo, la portatrice del giorno, decise di presentarsi: -Comunque, io sono Moon, figlia del Sole- ; i due continuarono ad osservarsi  fino a quando i loro ciondoli, contemporaneamente, iniziarono a brillare. Capirono solo allora, di avere qualcosa in comune … Entrambi avevano la testa piena di domande, ma non trovavano il coraggio di domandare l’uno all’altro tutto ciò che passava loro nella mente; così, senza che nessuno dicesse niente, si abbracciarono e decisero di fare un patto: incastrare i loro ciondoli nel tronco dell’albero, e giurare di vedersi sempre, ogni giorno, per scoprire nuove cose l’uno dell’altro. Questo spiega il motivo per cui durante l’inverno, il buio sembra quasi interminabile e durante l’estate la luce sembra quasi infinita: Sun, in inverno, arrivava sempre qualche minuto più tardi, mentre un Moon, lo stesso, ma di estate.

Dopo un po’ di tempo, nei cuori dei due ragazzi, iniziò a nascere un sentimento d’amore. I ragazzi si amavano alla follia, senza sapere, che in realtà, i due erano, sono e per sempre saranno fratelli…

Antea O. e Margherita M., Secondaria, team del giornalino

 

CARA AMICA, TI SCRIVO…

Cara amica, mi ricordo ancora quando, dove, e come ci siamo conosciute. Eravamo alla materna, quando avevamo pochi anni, e mia mamma mi disse: “Ecco, Valeria, questa è Marzia, una bambina della tua stessa età. Sono sicura che diventerete grandi amiche”. E aveva ragione! Infatti ancora oggi siamo migliori amiche e spero di non perderti mai. Ogni giorno passato con te è speciale perché tu mi accetti per quello che sono, cosa che poche persone sanno fare. Tante volte abbiamo litigato e ci siamo dette che non saremmo più state amiche, e invece la nostra amicizia è troppo forte per spezzarsi per un inutile litigio. Molte persone dicono che con il tempo cambia tutto, anche le amicizie. Ma io non ci credo. O meglio, con la nostra amicizia non accadrà. Ne sono sicura.

Ti voglio un mondo di bene, e spero che la nostra amicizia duri per sempre.

Da Valeria

Per Marzia, la migliore amica, la migliore che esiste.

Valeria C., Secondaria, team del giornalino

IL TELEFONO, UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

Il telefono è uno strumento molto divertente e in alcuni casi molto utile, ma se usato male ti può complicare la vita!!!

Il cellulare è uno strumento molto divertente perché puoi installare molti giochi/app divertenti, ma non bisogna abusarne perché può diventare uno strumento offensivo, infatti,  se per esempio sui social (facebook, instagram) insulti una persona, puoi essere denunciato o peggio ancora finire al carcere minorile (se hai dai quattordici anni in su); oppure se tagghi una persona senza il consenso di quella persona , puoi incorrere in grossi problemi.

Ora vi raccontiamo la storia di una ragazza che per un cyberbullo si è suicidata …

Aveva quindici anni Amanda T., una ragazzina canadese come tante, visetto carino, sguardo vispo, e una vita connessa in Rete come la maggior parte degli adolescenti di oggi. Una vita che Amanda ha deciso di interrompere suicidandosi, con un gesto su cui gli inquirenti stanno cercando di fare luce.

Amanda si è tolta la vita perché a differenza della gran parte degli altri ragazzi della sua età, non era spensierata. Da quando aveva conosciuto “lui” su Facebook, la sua vita era cambiata. Esponeva al mondo il suo corpo, ancora non da donna, in immagini scattate con la webcam. Lui era un cyber-bullo, ma Amanda non poteva saperlo. Da lì a poco, l’avrebbe minacciata di diffondere le immagini online, se lei non avesse acconsentito di “dare spettacolo” per lui. Lui ha finito poi per pubblicarle comunque. Tanto che Amanda ha ricevuto la notizia dall’agente di polizia arrivato a casa sua, che le ha detto poche parole: “Le tue foto le hanno viste tutti”.

Lo scorso 7 settembre, Amanda aveva deciso di raccontare la sua storia con un video, toccante, in cui fa scorrere una serie di cartelli che dipingono una discesa in un pozzo di incapacità. A quindici anni Amanda ha tentato di combattere contro il bullismo ai tempi di internet, e non ce l’ha fatta. La sua storia scorre su decine di biglietti sfogliati davanti alla telecamera, un sogno di ragazzina che diventa un inferno. A cui Amanda aveva provato a porre fine già altre due volte.

Dopo questa storia vogliamo ribadire l’utilità di questo strumento: il telefono è un ottimo mezzo di comunicazione perché, se sei fuori casa e hai bisogno di dire qualcosa a tua madre (ad esempio) puoi o chiamarla o scriverle un messaggio , così lei non starà in pensiero e anche tu sarai più tranquillo e ti divertirai di più!!!

Noi il telefono lo usiamo un po’ (un po’ troppo) e se ne fate a meno sarete più intelligenti (ci vuole poco ad essere meglio di noi) e dopo questo …. Speriamo di avervi fatto riflettere abbastanza da convincervi ad usare il telefono un po’ di meno e bene.

Francesco S. e Matteo T., Secondaria, team del giornalino

 

Inglese: i vantaggi di conoscere la lingua più parlata al mondo

 

Al giorno d’oggi credo sia evidente che l’inglese è la lingua più conosciuta, studiata e parlata al mondo. Di conseguenza questo nel tempo ha sempre più portato gli altri paesi ad adeguarsi, in primo piano facendo studiare l’inglese come seconda lingua in tutte le scuole.

Ora però vorrei focalizzarmi maggiormente sulla questione italiana: anche qui l’inglese viene insegnato fin dalle elementari, ma siamo sicuri che questo porti ai cittadini italiani la necessaria conoscenza dell’inglese? La risposta viene spontanea, ovvio che no. Personalmente penso che principalmente non sia un effettivo mal insegnamento la causa di questa poca conoscenza dell’inglese. Credo derivi proprio dai singoli individui a cui viene insegnata questa lingua. Parlando a livello italiano, penso che a molti italiani la conoscenza dell’inglese non importi molto. Me lo fa pensare il fatto che siano state molte le volte nelle quali abbia notato italiani che di inglese non ne sapevano quasi niente, nonostante l’avessero studiato a scuola.

Un banale esempio ne è la famosa vicenda di Renzi, deriso da molti per questo, che durante un discorso con altri leader stranieri non riesce quasi a formulare una frase.

La questione che però ritengo più “grave” di questo discorso è che in Europa solo noi italiani abbiamo un livello d’inglese così basso rispetto a paesi come Spagna, Francia, Svizzera e molti altri ancora.

Ma perché è così importante conoscere l’inglese?

Oltre che per arricchire la propria cultura personale, l’inglese, come d’altronde anche altre lingue, a parer mio è da sapere per girare il mondo, avere possibilità di fare viaggi e trovare lavoro anche in paesi esterni, sia per propria volontà che magari anche per necessità.

Io, per esempio, da grande vorrei fare il fotografo e lavorare visitando varie parti del mondo. In questo caso per me fare il fotografo non significherebbe solo lavorare, ma anche divertirmi a acculturarmi. Ovvio che per far sì che questo sogno si avveri non basta conoscere l’italiano, parlato solo in Italia. Per questo mi sto impegnando e mi impegnerò molto a studiare l’inglese.

Quindi, avete capito quali possano essere le ottime conseguenze del conoscere la lingua più parlata al mondo? Spero per voi di sì: se siete giovani, sapere l’inglese potrebbe cambiare le vostre vite.

Federico C., Secondaria,

team del giornalino

LA VITA È SOLTANTO UNA

21 luglio 2017

Ai posteri che leggeranno questa lettera,

la nave è affondata. Io sono riuscita a salvarmi anche se mi rendo conto che sarebbe stato meglio morire. Mi trovo su un’isoletta sperduta in mezzo al Pacifico. Non c’è niente da mangiare, niente da bere. Ci sono solo io ma, ben presto, scomparirò anch’io. Ho solo trent’anni e per me tutto è finito.

A voi, voglio lasciare un ricordo di me. Voglio salutarvi dandovi un’importante insegnamento tratto dalla mia sfortunatamente corta esperienza.

Avrò avuto circa quindici anni quando mi sono lasciata sopraffare dal pensiero degli altri. Ero sempre stata una ragazzina felice e spensierata, non avevo mai dato realmente importanza a quello che gli altri pensavano di me; e avevo fatto bene.

A quell’età tutti siamo molto interessati al pensiero che gli altri hanno di noi e tutto ciò che vogliamo è essere guardati con stupore e rispetto, ma io mi sono lasciata letteralmente condizionare dagli altri. Ho iniziato a vivere per gli altri, come volevano gli altri, come piaceva agli altri.

Odiavo sentire commenti negativi sul mio conto, ed è per questo che ho deciso di cambiare. Ho deciso di cambiare e all’inizio mi è sembrata la cosa giusta. Ma mi sbagliavo.

Ho cambiato il mio modo di vestire, ho iniziato ad ascoltare la musica che piaceva ai miei compagni “popolari”, ho smesso di studiare e ho iniziato a fumare. E tutto ciò per essere considerata popolare, bella, conosciuta.

Ora, che sono qui in punto di morte, mi rendo conto di aver fatto lo sbaglio più grande che abbia mai potuto fare.

Io non ho vissuto veramente, ho abbandonato la mia vita al pensiero altrui. E ora me ne pento, me ne pento tantissimo. Ma, ormai, che cosa posso fare? Ho passato metà della mia vita a preoccuparmi di quello che gli altri avrebbero pensato di me, senza mai fare ciò che realmente avrei voluto, dimenticandomi di vivere.

Avrei voluto studiare di più per ricevere una borsa di studio, ma non l’ho fatto perché sarei stata considerata una secchiona.

Avrei voluto non ubriacarmi quella sera che sono andata in discoteca, ma l’ho fatto perché tutti l’hanno fatto e se no sarei stata emarginata.

Avrei voluto essere me stessa, ma non lo sono stata semplicemente perché ho avuto paura di non essere abbastanza.

Sono stata codarda. Sono stata ingenua. Ho sprecato quella che avrebbe dovuto essere un’esperienza meravigliosa. Ho sprecato la mia vita.

Ora, finalmente, l’ho capito. Meglio tardi che mai, ma non posso più farci niente.

Credo che trascorrerò questi ultimi giorni di vita pensando a come sarebbe stata la vera me e spero che voi non facciate il mio stesso errore.

Ricordate che siete abbastanza e andate benissimo così come realmente siete; non c’è bisogno di fingere, di mascherarvi, siete perfetti. Non fatevi mettere i piedi in testa mai, da nessuno.

Vivete la vostra vita come desiderate e, per quanto sia difficile, cercate di non dare importanza alle cattiverie che gli altri dicono su di voi. La vita è soltanto una, non sprecatela.

Siate liberi, siate selvaggi, siate folli!

Buona fortuna,

Una persona che non è riuscita a realizzarsi

 

Alexia B., Secondaria,

team del giornalino

DI LÀ DALLA MORTE

Sera, 05 luglio 1958    

All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K..

Normalmente avrebbe incontrato lì la sua tanto amata Elizabeth ma questo non sarebbe più successo; Vincent proseguì comunque verso il ponte sperando che Lei fosse miracolosamente lì, sperando che non l’avesse abbandonato per sempre.

Il viso gli si riempì di lacrime quando si rese definitivamente conto che non l’avrebbe più rivista, perché Lei non c’era più. Non c’era più, e in parte era colpa sua. Se loro due non si fossero mai incontrati, se loro due non si fossero innamorati, Elizabeth sarebbe stata ancora viva e forse felice.

La malinconia che il ponte gli trasmetteva lo assalì e capì che non ce l’avrebbe fatta. Nulla avrebbe potuto acquietare il suo animo e di sicuro non avrebbe potuto dimenticare ciò che era accaduto.

Così si diresse verso quel sottile limite che separava la vita dalla morte e, convinto di quello che faceva, si lasciò la vita alle spalle.

     “Non ho potuto fare niente per salvarti,

      O mia cara Elizabeth.

      Se solo avessi saputo quello che ti avrebbe fatto

      non avrei lasciato che questo accadesse.

      Meritavi di vivere, dolce fiorellino,

      meritavi una vita felice.

      Senza di te, la mia esistenza non ha alcun senso

      e perciò ti raggiungo… lì, dove sei ora.”

     … QUATTRO MESI PRIMA

Il loro primo incontro bastò per farli innamorare.

In quel nuvoloso giorno di inizio marzo Elizabeth stava passeggiando assieme alla gemella Elaine per le romantiche vie di Parigi, quando destino volle che anche Vincent stesse camminando da quelle parti; entrambe si persero nel suo sguardo misterioso come l’oceano, e lui non poté fare a meno di osservare quelle giovani damigelle che facevano ondeggiare dolcemente la loro chioma ma, nonostante fossero identiche, solo una attirò veramente la sua attenzione. Da allora non fece altro che pensare a lei, a quanto fossero meravigliosi i suoi capelli che svolazzavano camminando, a quanto fosse affascinante e carnosa la sua bocca e a quanto lei fosse semplicemente magnifica.

Elaine capì che lo straniero aveva rivolto le sue attenzioni ad Elizabeth e questo causò in lei una profonda gelosia, ma volendo bene alla sorella non lo diede a vedere.

Elizabeth era sempre stata la preferita, sia a scuola che in famiglia. Veniva vista come la ragazza dal cuore d’oro, dolce e sensibile, sempre con il sorriso sulle labbra e pronta ad aiutare gli altri. Elaine non aveva mai capito il perché di quelle preferenze ma ormai le delusioni erano diventate un’abitudine per lei.

“Elizabeth ti vedo molto affascinata da quello straniero. Anche lui ci sta guardando e penso stia osservando proprio te!”

Incredula alle parole della sorella, Elizabeth arrossì timidamente: “Mi sono persa nei suoi occhi, il suo volto angelico mi ha incantata, Elaine mi sono perdutamente innamorata di uno sconosciuto…”

Ogni giorno i due aspettavano l’ora del loro incontro per osservare il tramonto insieme sul ponte K. E quell’attesa che sembrava interminabile rendeva i loro appuntamenti ancora più magici.

Elizabeth rappresentava tutto per Vincent e da romantico poeta qual era iniziò a scrivere bellissimi versi dedicati a lei e al loro eterno amore. Per loro non esistevano più problemi perché assieme sarebbero stati in grado di superare ogni difficoltà e avrebbero affrontato tutte le sfide della vita. Con l’amore più nulla era impossibile e ogni obiettivo sembrava a portata di mano.

“Ti amo come non ho amato mai nessuno e come mai amerò. Sei la mia unica ragione di vita, il mio unico pensiero. Non lascerò che ti accada qualcosa di male e ti prometto che non ti farò mai soffrire, cara mia Elizabeth. Quello che provo per te è indescrivibile a parole, perciò io non posso fare altro che dimostrarti il mio amore amandoti, amando solo ed esclusivamente te.”

“Prima di conoscerti non avrei mai pensato che una persona potesse rendere così magnifica la mia esistenza perché non conoscevo il potere dell’amore. Vincent, come potrei vivere senza di te? Voglio trascorrere tutti i miei momenti insieme a te e ho paura che qualcosa possa separaci… Nel mio Io sei presente anche Tu.”

Una sera, mentre si stavano scambiando dolci pensieri e lievi carezze al chiaro di luna, Vincent invitò Elizabeth a teatro per vedere “Romeo e Giulietta” e, senza darle nessun’altra spiegazione, si congedò. Il giorno seguente Elizabeth si recò insieme alla sorella a teatro come le aveva chiesto la sera prima Vincent, ma di lui non vide nemmeno l’ombra.

Si sedettero in prima fila e per qualche istante Elizabeth si chiese se l’avesse abbandonata; pensava di aver trovato il vero amore, pensava che Vincent l’avesse amata per davvero…

E mentre lei piangeva silenziosamente, lo spettacolo iniziò e finalmente quel qualcuno che lei tanto desiderava si fece vedere, salendo sul palco con gli altri attori.

Questa volta Elizabeth non riuscì a trattenere le lacrime e scoppiò in un pianto di gioia attirando su di sé lo sguardo di tutti, ma a lei non importava minimamente di quello che gli altri avrebbero pensato. Il suo Vincent si trovava su quel palco per lei, solo ed esclusivamente per lei. Come aveva potuto credere che l’avesse abbandonata?

Lo spettacolo si concluse con il tragico finale scritto qualche secolo prima dal grande Shakespeare e dopo interi minuti di applausi, Vincent, che era rimasto sul palco, prese la parola: “Oggi, tre luglio millenovecentocinquantotto, sono passati quattro mesi da quando ho scoperto cosa significa la parola Amore. Esattamente quattro mesi fa ho conosciuto una giovane damigella che oggi è seduta da qualche parte tra di voi, e non ho potuto fare a meno di innamorarmene. Ogni giorno, quando il Sole tramontava, noi ci incontravamo sul ponte K. e trascorrevamo insieme le ore più belle e magiche di tutta la giornata e poi ci salutavamo aspettando con impazienza il prossimo tramonto. Ma io voglio trascorrere ogni singolo istante della mia esistenza insieme a lei perciò, mia magnifica Elizabeth Lacroix, alla quale sarò sempre fedele e non permetterò che del male le venga inflitto finché la morte non ci separerà, mi vuoi sposare?”

Allora scese dal palco e, mettendole un bellissimo anello al dito tremante, le prese il viso fra le mani e la baciò. Un bacio candido e passionale, che racchiudeva tutto il sentimento e la magia di quel momento unico.

Elaine rimase pietrificata di fronte alla scena e non sapendo che cosa sarebbe stata in grado di fare uscì immediatamente dal teatro. Il suo amore era stato rifiutato quattro mesi prima e sapere che la sorella avrebbe vissuto il resto della sua vita insieme all’uomo che anche lei aveva amato sin dal primo incontro, la faceva sentire estremamente gelosa.

Avendo paura di fare del male ad Elizabeth, quella sera non tornò a casa e passò tutta la notte a piangere e a chiedersi perché Vincent non avesse scelto lei.

Talmente tanta era la gelosia che Elaine non riuscì più a contenersi. Iniziò a urlare e a strapparsi i capelli, odiava profondamente sua sorella ma allo stesso tempo era contenta per lei. Nella testa di Elaine odio e amore si scontrarono e capì cosa avrebbe dovuto fare. Al principio era un po’ titubante ma dopo tutto quella era l’alternativa che la faceva soffrire meno…

La mattina seguente tornò a casa e fortunatamente Elizabeth stava ancora dormendo. Vederla nel letto, così piccola e indifesa, fece sentire Elaine molto in colpa per quello che stava per fare ma ormai aveva già deciso.

“Buon mattino! Bellissima giornata ieri, vero? Ti ho preparato la colazione e per l’occasione la mangeremo a letto insieme! Sono molto contenta per te, chi non vorrebbe avere un marito come Vincent?”

Elizabeth accettò volentieri la colazione preparatale dalla sorella e, incosciente di quello che Elaine aveva messo dentro al suo pasto, mangiò.

Quel giorno Elizabeth avrebbe dovuto incontrare Vincent per scegliere dove sarebbero andati a vivere, ma sul ponte K. Vincent vide Elaine che stava piangendo. Non sapendo che cosa fosse successo andò da lei e la consolò amorevolmente, chiedendole il perché di quel pianto disperato.

“Oh, Vincent! Caro mio, io non so proprio come dirtelo… ieri notte non ho dormito a casa e quando sono ritornata Elizabeth stava ancora dormendo e… e… ho provato a svegliarla ma nulla, non si muoveva, non si svegliava… Sono andata nel panico, non sapevo che cosa fosse successo e mi sono disperata. Poi però ho visto un biglietto di fianco al letto e l’ho preso, Vincent… Elizabeth si è suicidata…!”

Elaine disse tutto molto velocemente singhiozzando e Vincent rimase senza parole. Perché Elizabeth avrebbe dovuto fare una cosa del genere? Che motivo aveva? Vincent si rifiutò di credere a ciò che aveva appena sentito, perciò andarono insieme a casa di Elaine.

Elizabeth era nel letto, ormai morta da più di mezza giornata e il biglietto era sul comodino: Elaine lo aveva scritto quella stessa mattina.

Si avvicinò lentamente al letto e baciò dolcemente la fronte di Elizabeth, le lacrime minacciavano di uscire. Tremando prese il biglietto e lo lesse.

“Questo biglietto non lo ha scritto Elizabeth.”

Elaine andò nel panico, cosa gli aveva fatto capire che quel biglietto era falso?

“Circa due mesi fa Elizabeth mi ha mostrato un piccolo quaderno, io conosco la sua grafia… questo non lo ha scritto lei.”

Vincent scoppiò a piangere e spinse Elaine facendola cadere.

“Ho visto la gelosia sul tuo volto ieri sera e la rabbia con cui sei uscita dal teatro ma non avrei mai pensato che avresti potuto farle questo! Appena qualche ora fa le ho detto che non avrei permesso a nessuno di farle del male e a causa tua ho infranto questa promessa! Era tua sorella, era felice con me, perché non l’hai accettato? …Ti odio!”

Il giorno dopo Vincent partecipò al funerale della sua amata ma i suoi pensieri erano altrove: perché continuare a vivere quando la sua unica ragione di vita era morta? Come avrebbe potuto vivere senza di lei?

Prima che Elizabeth fosse messa nella bara, le mise fra le mani un mazzo di fiori bianchi e la baciò per l’ultima volta. Era morta con il sorriso sulle labbra, con i capelli scuri che le accarezzavano le guance rosee e con indosso il vestito preferito di Vincent.

“Ti amo Elizabeth. Non posso vivere senza di te, ci vediamo presto…”

Alexia B., Secondaria, team del giornalino

LA TRAVOLGENTE STORIA D’AMORE TRA UNA RAGAZZA E UN VAMPIRO

E da qui inizia una lunga storia d’ amore.

The Twilight Saga è una serie cinematografica basata sui romanzi di Stephenie Meyer. La serie si compone di cinque film di grande successo.

Il primo film “Twilight” esce nel 2008, ed è subito “Twilight Mania”!

Per l’ultimo film: “Breaking Down – Parte 2” anticipato da “New Moon” “Eclipse” e “Breaking Dawn – Parte 1”  bisognerà attendere il 2012, solo allora l’amore tra Bella e Edward da sempre travagliato troverà la sua forma e pienezza definitiva.

Ma partiamo dall’inizio …

Il film è interpretato da Kristen Stewart nel ruolo di un’adolescente che si innamora “Bella” di un vampiro interpretato da Robert Pattinson “Edward”.

Bella, che viveva con sua mamma, si trasferisce a Forks per stare un po’ con suo papà che era divorziato da un bel po’ con sua madre. Arrivata lì inizia a frequentare la nuova scuola dove incontra ragazze e ragazzi che la accolgono con entusiasmo.

Durante il pranzo in mensa arrivarono i Cullen, un gruppo di fratelli e sorelle che siedono sempre in disparte e che attirano l’attenzione di tutti, essendo di bellissimo aspetto! Bella ne rimane incuriosita e chiede ai coetanei informazioni su di loro scoprendo che erano i figli di Carlisle e che erano stati tutti adottati.

Alle lezioni Bella capita seduta vicino ad Edward, lui si innamora subito di lei, un’umana alla quale non riesce a resistere perché è anche l’unica alla quale non riesce a leggere il pensiero anche se lei non lo sa … per Bella accade da subito lo stesso.

Bella nota che durante le rare giornate di sole i Cullen non si presentavano mai a scuola e questo la rattristava perché ciò le impediva di vedere Edward … Edward da parte sua, turbato per l’incapacità di leggerle il pensiero, cercava di evitarla anche se l’attrazione che provava per lei era sempre più forte e difficile da gestire. Anche quando Bella lo invita ad un raduno di ragazzi in spiaggia, lui rifiuta l’invito.

Bella era sempre più affascinata dai Cullen e da Edward tanto da iniziare a chiedere informazioni ai suoi amici su di loro e le loro abitudini, scoprendo che i Cullen non frequentavano mai quella spiaggia perché territorio di troppi “lupi” … ancor più confusa Bella chiede allora chiarimenti a Jacob, suo amico dall’infanzia, egli le spiega che era una leggenda raccontata per far addormentare i bambini ed era anche raccontata in un libro.

Bella trova una biblioteca dove poteva prendere in prestito il libro; questa biblioteca si trovava a Port Angeles, allora sentendo le sue amiche parlare di andare a fare shopping lì decide di andare con loro.

Quando esce dalla biblioteca però, Bella trova dei ragazzi che le volevano fare del male ma ad un ceto punto arriva Edward che la salva.

In quel periodo Edward aveva dato tante prove a Bella per fale scoprire chi era come: Forza, velocità, pelle pallida e fredda come il ghiaccio, occhi che cambiano colore, non mangiava né beveva niente.

Allora Bella capisce chi era. Il giorno dopo uscita da scuola Bella si incammina verso il cuore del bosco e dice ad Edward che sapeva chi era, un vampiro.

 

Edward allora voleva che bella avesse paura di lui e lei l’aveva.

Aveva paura di perderlo.

Un giorno Edward invita Bella a giocare con la sua famiglia a baseball ma ad un certo punto arrivano tre vampiri nomadi: Laurent, James e Victoria che hanno mantenuto la natura di cacciatori di esseri umani. In particolare James rimane ossessionato da Bella, tanto da pretendere di ucciderla a tutti i costi, scatenando la reazione dell’intera famiglia Cullen e soprattutto di Edward, che vede nella ragazza umana la propria anima gemella.

James inizia la sua caccia a Bella, mentre Edward per proteggerla l’allontana il più possibile da lui in modo tale che il suo odore non possa essere più seguito da James che per questo si infuria ancor di più.

Successivamente, nella vecchia scuola di danza dove Bella si era recata di corsa per salvare la madre che James le aveva fatto credere di aver rapito, James ha finalmente la possibilità di trovarsi da solo con lei … la aggredisce mordendola sul braccio, infettandola così con il suo   veleno.

Per fortuna Edward la raggiunge e combatte contro James. Poco dopo arrivano anche gli altri Cullen che lo uccidono nell’unico modo possibile, facendolo a pezzi e bruciandolo.

Carlisle chiede al figlio di succhiare via il veleno, ma Edward ha paura di perdere il controllo e di uccidere la ragazza. Nonostante i suoi timori, tenta l’impresa svolgendola con successo, così Bella non diventò un vampiro, anche se, il suo desiderio per poter restare sempre con Edward, era quello.

Ripresa dall’infortunio, Bella va con Edward al ballo di fine anno, dove lo implora di trasformarla in vampiro per vivere l’eternità insieme. Edward riesce a farle cambiare idea convincendola ad accontentarsi di una vita felice insieme.

Questo primo film termina con un romantico ballo dei due, sotto lo sguardo desideroso di vendetta di Victoria la vampira nomade fidanzata di James rimasta sola.

 

 Ludovica G., Secondaria, team del giornalino

IL FOLLE VOLO – I Episodio

In una città nei dintorni di York, poco conosciuta ma dove la pace regnava sovrana, c’era una sontuosa villa, che più che una villa era un grande parco con una casa ancor più grande al centro, infatti quella reggia si chiamava Quenton Park e prendeva il nome dallo scrittore che l’abitava, sir Nicholas, per gli amici Nick o Nicky Quenton – Harper. Questo scrittore aveva tre figli: Nefer, il più piccolo, Meren, il mezzano e Royan, la più grande, l’unica ragazza della sua famiglia, eccetto sua madre ovviamente. Questa però era morta un anno prima facendo un incidente sulla Brodway.

Tornando a noi, i tre ragazzi, sin da piccoli avevano sempre desiderato vedere Quenton Park dall’alto e così, a furia di insistere, sir Nick dovette cedere e i tre ragazzi noleggiarono un elicottero. Naturalmente Royan era ai comandi, Meren era seduto affianco a lei e guardava rapito il paesaggio con la fronte spiaccicata sul finestrino, mentre Nefer guardava Royan che smanettava coi comandi sul cruscotto.

Quenton Park vista dall’alto era ancora più bella che vista dalla finestra ma non ci volle molto, come si aspettavano, tant’è che Nefer sbottò – Uffa, ma dobbiamo già atterrare!? –

-Ma stai scherzando spero, certo che no! Approfittiamone per fare un giro: a parte mamma, nessuno si è mai mosso da Quenton Park – ribatté Royan e, detto questo, virò verso est. – Torneremo per cena, promesso – – E il pranzo scusa ?!- chiese Meren – Tranquillo maiale, ho portato un panino per te e due pacchetti di cracker , uno per me e uno per Nefer . Ah, sì, giusto e tre bottiglie d’ acqua!

Royan aveva pensato a tutto, meno che al carburante, infatti, dopo circa un’ora e mezzo la spia lampeggiante del carburante si accese e Nefer chiese – Cos’è quella roba là che luccica e lampeggia? – – Non so, ma non sembra nulla di buono … – disse Royan – È … finito il carbuante…- suggerì Meren mentre azzannava il suo panino – come hai fatto a capirlo??!!- chiesero all’ unisono Royan e Nefer – Dal semplice fatto che si sono fermate le pale e che sotto c’è scritta grande come una casa e a caratteri cubitali la parola C-A-R-B-U-R-A-N-T-E!  – rispose lui ingoiando un grosso pezzo di panino. Intanto Nefer borbottava – Le ragazze non servono a nulla, anzi, sì, a qualcosa servono… A FAR FINIRE LA TUA VITA PRIMA DEL TEMPO! Ecco a cosa! – Royan si girò e gli tirò un pugno sul naso il quale iniziò subito a schizzare sangue ovunque – Oh, santo cielo, Meren, va là dietro e sistemagli quel naso! – – Sissignora!- rispose Meren che saltò subito sul sedile posteriore afferrando il naso del fratello –Meren, se per migliorare la situazione intendi staccarmi il naso, stai facendo tutto correttamente! –Ah sì? Adesso ti faccio vedere io come ti stacco il naso!– No, no, Meren, fermati, io scherzavo ! –ADESSO BASTA RAGAZZI !!!, Noi stiamo precipitando e voi vi mettete a litigare?! – Aspetta, aspetta, stiamo… precipitando ?!!!—Nefer , si può sapere cos’hai in quel cervello?-Ah, non so, e tu ?! – Royan si girò, lo afferrò per la camicia e gli sibilò –Stai zitto o ti fracasso il cranio in così tante parti che… che … –Che cosa!?– Bèh…STAI ZITTO ! OKAY !!?-.

Sembrava guidasse elicotteri da quando era nata visto l’atterraggio di fortuna che seguì alla litigata col fratello.

-È già ora di cena e non siamo ancora tornati a casa !! – – ed è tutta colpa di Royan –Esatto – Avete smesso voi due di confabulare là dietro?! Se siete ancora vivi, è tutto merito mio! … a meno che … non abbiate cambiato idea!?!!- disse Royan girandosi di scatto e afferrando i due fratelli per il colletto delle camicie – No,no, Royan , non ci teniamo a finire in una tomba sfracellati da nostra sorella …. Che tra l’altro è una ragazza…–Cos’avete detto?!– Ah, no, niente, niente ..- .

Camminando in quello strano posto dov’erano finiti arrivarono ad una grotta. –Per stanotte, ci accamperemo qui – decise Royan. I due ragazzi erano talmente stanchi che non ebbero nemmeno la forza di ribattere, cosa alquanto strana, stavolta però, si avviarono docilmente nell’angolo che aveva indicato Royan  e si buttarono a terra addormentandosi subito. Royan rimase sorpresa da quanto si comportassero da bambini piccoli, nonostante l’età di quattordici e sedici anni, poi non ce la fece più e cedette anche lei al sonno.

Quando si svegliarono il giorno dopo erano legati l’uno all’altro e non potevano muoversi. Quando riuscirono a mettere a fuoco meglio, videro due uomini con strani tatuaggi sul volto e sulle braccia, Royan con la coda dell’occhio notò che le gambe erano state incise con dei pugnali, o comunque con qualcosa di molto affilato per creare strani ghirigori. Non sapeva chi fossero, ma di due cose era sicura, erano stati quei due a legarli, e non sembravano per nulla amichevoli.

Martina D., Secondaria, team del giornalino

MOSTRA “A HUMANE ADVENTURE”

Come mandare dei ragazzi nello spazio

Dei ragazzi sono mai stati nello spazio? Io a questa domanda risponderei che sì,  ci sono stati. Ma non nello spazio come si intende di solito con i pianeti, il sistema solare, le galassie … No, io intendo essere stati in un posto in cui capire come funziona lo spazio, ma dalla Terra. E dei ragazzi che sono stati in questo posto esistono: siamo io e i miei compagni.

Un’uscita didattica, per andare a vedere una mostra della NASA. Detta così sembra una cosa normalissima. Ma non lo era. Per un’ora, ventitré ragazzi sono stati nello spazio, sono stati con Neil Armstrong quando ha messo piede sulla Luna, hanno attraversato lo stesso ponte che tutti gli astronauti devono percorrere prima di andare in un razzo, hanno capito come fosse stare dentro una navicella e tanto altro ancora. Per un’ora, non si sono accorti del tempo che scorreva, della vita che c’era fuori da quell’edificio, perché per quell’ora, noi ragazzi siamo stati nello spazio.

Abbiamo visto le menti che hanno sognato di volare e di andare nello spazio, e poi, lo abbiamo sognato anche noi. Abbiamo sognato di mettere, un giorno, un piede su Marte, abbiamo sognato di conoscere un ragazzo proveniente da un altro pianeta, abbiamo sognato di essere noi sulla prima astronave ad arrivare sulla Luna, ci siamo immaginati dentro uno space shuttle e abbiamo immaginato la vita lì dentro.

Abbiamo capito cosa significasse affidare la propria esistenza a dei calcoli fatti a mano da un matematico, cosa significasse andare per primi in un posto in cui nessuno era mai stato prima, senza sapere se saremmo mai ritornati a casa.

Abbiamo fatto volare un razzo spaziale, abbiamo affidato la nostra vita ad un paracadute nel momento in cui l’astronave ha incontrato l’atmosfera terrestre, abbiamo indossato una tuta spaziale e per un’ora siamo stati nello spazio anche noi.

Siamo stati nello spazio, ma restando con i piedi per terra, sulla nostra Terra. E quando siamo usciti, ci siamo sentiti come degli astronauti che ritornano sulla Terra dopo una missione nello spazio: felici sì di ritornare alla vita reale, ma anche un po’ tristi di aver abbandonato la nostra astronave, che ci ha portati sulla Luna, ci ha fatto sognare.

Abbiamo capito come sia essere su un’astronave, soli in mezzo allo spazio, circondati da qualcosa che ancora non conoscevamo a fondo, ma che volevamo scoprire, conoscere, capire.

Allora, credete ancora che nessun ragazzo sia mai stato nello spazio?

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

UN DRAGO PER AMICO

Un giorno un ragazzino di nome David, mentre stava passeggiando, incontrò per caso un piccolo e tenero draghetto, con gli occhi dolci, rotondi come due biglie di colore azzurro intenso.

Il corpo era ricoperto da squame traslucide che riflettevano la luce del sole facendogli cambiare continuamente colore.

Aveva una codina con in punta un batuffolo che sembrava zucchero filato e un nasino a forma di pallina da ping-pong .

David pensò ‘se la mamma mi ha fatto portare a casa un gatto, perché non potrei fare lo stesso con un grazioso draghetto innocente?!’

Prese il draghetto tra le braccia e si avviò verso casa tutto felice.

Quando arrivò a casa e la mamma lo vide con quella strana bestiolina appesa al collo, disse: “Cos’è quella cosa?!”.

E David rispose: “Non si vede?! E’ un tenero draghetto! ”

Dopo quella sfacciataggine la mamma urlò: “NON MI INTERESSA CHE SIA TENERO E GRAZIOSO, IN QUESTA CASA NON CI ENTRA, QUESTIONE CHIUSA!”

Visto che David non voleva che il draghetto rimanesse per strada decise di fare un patto: se ne sarebbe preso cura lui.

La mamma acconsentì a dargli un’opportunità, ma al primo danno causato dal draghetto, lo avrebbe sbattuto fuori casa.

Appena preso, sembrava non desse nessun problema, ma quando iniziò a crescere la situazione divenne complicata, perché il draghetto mangiava di tutto e di più: a colazione una montagna di waffle al miele con dieci tazze da un litro di latte, a pranzo si nutriva di due cinghiali interi e gli rimaneva ancora spazio per il dessert, riempito minimo da otto cheesecake e a cena mangiava quintalate di ravioli ripieni.

Mangiando sempre di più, da cinque chili, divenne cinque tonnellate.  Questo era un gran problema, perché diventò troppo grande e impegnativo. Così David fu costretto ad abbandonarlo, però non dimenticò mai quanto si era divertito con il suo migliore amico: il suo amico drago.

Iris M., Secondaria, team del giornalino

DESCENDANTS 2

“Grande vita al male il ritorno”

Dopo Descendants abbiamo deciso di raccontarvi la nuova avventura in cui si precipiteranno i ragazzi dell’isola, Descendants 2.

L’arrivo di Uma (rivale di Mal) portò terribili conseguenze ai quattro ragazzi.

Mal andò sull’isola perché aveva litigato con Ben, quest’ ultimo andò a cercare Mal per riportarla ad Auradon.  Rapendo Ben, Uma disse a Mal che se voleva riavere Ben doveva portargli la bacchetta. Allora Mal portò una fotocopia della bacchetta facendo finta che fosse quella originale. Quando Uma la provò capì subito che era falsa e la ruppe, scatenando la guerra tra i buoni e i cattivi.

Quando scapparono dall’ isola per tornare ad Auradon, a Mal cadde il libro e lui lo dimenticò sull’ isola.  Uma lo trovò e fece un incantesimo per far innamorare Ben di lei.

L’incantesimo funzionò e durante il cotillon reale Ben ballò con Uma, Mal, offesa voleva andarsene ma quando scoprì che Ben era sotto incantesimo, decise di baciarlo visto che il bacio del vero amore funziona sempre e naturalmente funzionò.

Allora Uma arrabbiata si trasformò in una specie di polipo e si mise a combattere contro Mal che si arrabbiò e si trasformò in un drago sputafuoco.

Queste due, continuavano a litigare, finché Ben si tuffò in acqua a farsi ridare l’anello da Uma, che gli aveva dato in precedenza quando era sotto incantesimo.

Questo film finisce con un balletto … Ma la storia non finisce qui (vi racconteremo il seguito solo quando uscirà Descentants 3)

    Ludovica e Chiara, Secondaria, team del giornalino

LA VITA SU THE SIMS4

The Sims 4 è un gioco a pagamento per pc, tablet, play station e telefoni.

Esso è molto diffuso in America e consiste nel creare dei personaggi da poi portare avanti fino alla morte.

I personaggi si possono creare sotto forma di alieni, vampiri, persone o animali (solo cani e gatti). Ai Sim si possono modificare anche le parti del corpo, l’età (tra cui bebè, bambino, adolescente, giovane adulto, adulto e anziano) e gli outfit che si presentano sotto forma di: outfit quotidiani, formali, da festa, da notte e costume da bagno.

 

Inoltre, c’è la possibilità di comprare lotti abitativi o appartamenti che si possono anche costruire, dove poi, si svolgerà la vita del proprio Sim.

 

Si possono acquistare o costruire abitazioni in diversi posti: Winderburg, una piccola penisola in campagna, Willow Creek, città in pianura, Oasis Spring, città situata nel deserto e infine New Crest, città moderna.

 Ai personaggi si possono trovare anche dei lavori, come veterinario, cuoco, criminale ecc.

Essi compiono gli anni e festeggiano le loro feste passando di età.

Tra i personaggi, si possono svilluppare anche dei rapporti, i Sim possono socializzare e alla fine della loro vita moriranno, insomma, un po’ come nella vita reale!

Quando poi moriranno, i Sim si trasformeranno in cenere, poi verranno deposti nelle urne, da poi mettere nelle bare situate al cimitero.

Qui avrà fine la vita dei vostri Sim.

Ariel P. e Anita C., Secondaria, team del giornalino            

 

I TEMPI IN CUI ERAVAMO UN “NOI”

London, 21 giugno 2014

Caro James,

sono appena entrata nel bar, in quel bar. Ti sto scrivendo questa lettera, non so se tu la leggerai e nemmeno m’importa, perché ho soltanto bisogno di chiudere questo capitolo della mia vita.

Esattamente due anni fa ci siamo parlati per la prima volta qui, in questo piccolo caffè nel centro di Londra; erano giorni che mi osservavi quotidianamente facendo finta di leggere il giornale, ma hai avuto il coraggio di aprire bocca soltanto quel 21 giugno, il giorno del mio ventisettesimo compleanno. Ancora non so come tu abbia scoperto la mia data di nascita, il mio nome e il mio colore preferito, fatto sta che sei venuto verso di me con una rosa in mano e una scatola rossa sotto al braccio e le prime parole che mi hai rivolto sono state “Buon compleanno, Carmen!”.

Allora non ti conoscevo ma già sapevo che tu eri l’unico per me, lo sapevamo entrambi da subito. Ed in quel frangente io l’ho capito e ti ho amato.

All’inizio tutto era semplicemente perfetto, io ti amavo e tu mi amavi. Pensavo che il nostro amore sarebbe durato fino alla fine del tempo e oltre, pensavo che nulla potesse separarci. Tu eri la persona alla quale potevo confidare tutti i miei segreti senza venire giudicata ed eri l’unico che mi amava per quella che ero realmente e non per la maschera che portavo sul volto. Pensavo che tu fossi l’uomo della mia vita.

La nostra era una relazione come quelle che si vedono nei film, tutto andava per il meglio; peccato che quel film sarebbe diventato una tragedia.

Dopo qualche mese da quel giorno, infatti, qualcosa è cambiato. Tu hai iniziato a trattarmi diversamente: ti comportavi come se non ti fidassi più di me e ti arrabbiavi ogni qual volta ti chiedessi perché non rispondevi alle mie telefonate.

Mi fidavo talmente tanto di te che ho solo pensato che stessi passando un brutto momento del quale non volevi dirmi niente per non farmi preoccupare e io ho continuato ad amarti.

Poi però hai iniziato a diminuire sempre di più il numero degli appuntamenti, e infine non ti sei più fatto vedere.

Non sai quanto piangevo… io non riuscivo proprio a capire perché. Che cosa avevo sbagliato, perché mi avevi abbandonata in quel modo? Mi sentivo delusa e incompresa, tu mi hai fatta sentire così. E non puoi immaginarti quanto sia stato doloroso, quanto sia stato doloroso sentirmi abbandonata dalla persona che consideravo la mia ragione di vita.

Persa. È così che mi sentivo, sola e persa. Ed è così che mi sento ancora. Eppure non ho mai smesso di amarti.

Quando mi hai abbandonata non ho dubitato di te, ma ho continuato ad amarti.

Il giorno in cui ho scoperto che mi avevi lasciata per un’altra donna mi sono sentita morire dentro, ma ho continuato ad amarti.

Ho sempre continuato ad amarti, anche quando settimana scorsa ho visto vostra figlia nascere.

Non ho mai smesso di amarti e invece tu … tu non mi hai più rivolto la parola. Nemmeno uno “scusa”, o almeno un “ti odio”, niente. Non mi hai più detto niente.

James, tu non sai quanto male mi faccia amarti, ma non posso farne a meno. Ho bisogno di te. Tu sei l’unico per me, nonostante tutto, nessuno è come te.

Vorrei riaverti nella mia vita accanto a me, ma ho capito che non posso.

Ho prenotato un aereo per andare a New York, lontano da Londra, lontano da ogni luogo in cui sono stata con te, lontano da te. Allontanarmi da te, penso sia questo l’unico modo per porre fine alle sofferenze che tu mi stai causando e, magari, riuscirò a dimenticarti e a farmi una nuova vita.

Grazie per avermi amata, anche se per poco, e grazie per i bei momenti passati assieme.

Sarà difficile dimenticarti, addio

                                                                                        Carmen

Alexia B., Secondaria, team del giornalino

TRICERATOPO ADDIO

Questo dinosauro non sarebbe altro che la forma giovanile di un altro ceratopside, molto meno conosciuto: il torosauro.

Uno dei dinosauri che più accende la fantasia dei bambini, il triceratopo, non sarebbe mai esistito, almeno come specie a sé stante. Questo gigantesco animale non sarebbe infatti altro che la forma giovanile di un altro dinosauro ceratopside, molto meno conosciuto, il torosauro. È questa la conclusione a cui è giunta una ricerca condotta da John Scannella e Jack Horner, pubblicata sull’ultimo numero della rivista Journal of Vertebrate Paleontology.

Pur considerandoli entrambi appartenenti ai ceratopsidi, fin dalla loro scoperta i paleontologi hanno considerato i fossili di triceratopo e torosauro come relativi a due specie ben distinte. Mentre lo scudo osseo che protegge il collo del triceratopo è piuttosto corto e inclinato rispetto al corpo, quello del torosauro è molto più grande, aderente al corpo e dotato di due ampie cavità.

Per giungere alla loro conclusione, Scannella Hornere e Jack Horner hanno esaminato oltre 50 reperti di triceratopo misurando le dimensioni e lo spessore dei crani fossili, ed esaminandone la tessitura superficiale, la loro microstruttura e i cambiamenti del collare osseo che ne proteggeva il collo.

Questo equivoco, osservano i ricercatori, è facilmente comprensibile perché le forme giovanile non sembra affatto una versione più piccola di quella matura. D’altra parte studi condotti su altri dinosauri hanno già mostrato che, nel corso della maturazione, questi animali subivano spesso notevoli cambiamenti, soprattutto a carico del cranio, come è stato riscontrato nel caso dei pachicefalosauri e anche dei tirannosauri.

“Se il torosauro è effettivamente la forma matura del triceratopo, dobbiamo chiederci, perché i reperti di torosauro siano così più rari rispetto a quelli di triceratorpo. È possibile che la mortalità delle forme giovanili fosse molto elevata prima che esse giungessero alla morfologia della piena maturità”, osserva Scannella.

Giordano P., Secondaria, team del giornalino

 

FAIRY OAK

Oggi vogliamo consigliarvi un libro pieno di emozioni e di magia.

“Ogni notte al tramonto la città di Fairy Oak si accende di piccole e magiche luci. Queste luci sono delle adorabili fatine che ogni notte a mezzanotte in punto vanno a raccontare storie di bambini a streghe dagli occhi buoni.” Tutti sanno che alle streghe non piacciono i bambini e non vanno neanche d’accordo con le fate, ma questo non è un villaggio come gli altri; Fairy Oak è speciale… La storia è raccontata da una di queste fatine, il suo nome è Felì, che volò in questo magico villaggio il giorno in cui nacquero due bellissime bambine, ignara del fatto che non sarebbero state come le altre.                                                                                           Quando arrivò al villaggio era molto emozionata perché stavano per nascere le bambine di cui si sarebbe dovuta occupare, queste due piccole pesti erano le nipotine di, nientemeno che, Lalla Tomelilla, idolo di Felì. La prima a nascere fu Pervinca, che nacque a mezzanotte, esattamente dodici ore prima della sorella Vaniglia, nata a mezzogiorno.

Gli anni passavano Felì si sentiva sempre di più parte della famiglia.Il giorno del solstizio d’estate, mentre tutti festeggiavano il compleanno di Tomelilla, la situazione si complicò. Ad un tratto un vento terribile si scatenò sul villaggio, nel bel mezzo della festa dei rovi spinosi entrarono dalla finestra rapendo Pervinca. Tomelilla cercò in tutti i modi di salvarla, ma invano. Quando Felì si precipitò tra la nebbia e il vento, ecco che Pervinca si trasformò in un calabrone, e guidata dalla piccola fatina riuscì a salvarsi, svelando di essere una strega del buio e scoprendo che la sorella era anche lei una strega, ma della luce!                                                                                                                             Iniziarono subito le lezioni di magia con gli amici e la zia delle gemelle. Le due sorelle imparavano in fretta, ma quando Pervinca fece amicizia con Grisam, un simpatico maghetto del buio, Vaniglia cominciò ad essere gelosa. Proprio mentre stavano andando da Grisam, scoppiò una lite tra le gemelle, e mentre Pervinca si dirigeva a casa di Grisam, Vaniglia seguendola da lontano e poi vedendoli insieme, scoppiò in lacrime e scappò.

Vaniglia, arrivata in piazza, dove si trovava la quercia parlante del villaggio, cominciò a parlarle, scoprendo che il nemico rapiva tutte le streghe e i maghi del buio e li portava alla rocca di Arrochar per farli diventare suoi alleati.

Vaniglia, appresa la notizia, scappò e corse al faro, e lì incontrò Shirley, che la portò a Bosco Che Canta e poi ordinò al suo cane Barolo di accompagnare Vaniglia a casa.

Durante il ritorno Vaniglia venne attaccata dal nemico, e poi salvata da un salice che la avvolse tra i suoi rami, proteggendola dalla battaglia che Tomelilla e Felì stavano ingaggiando con il nemico…

Vi consigliamo di leggere il libro se volete sapere il finale e molti dettagli sulla trama.

A nostro parere è un libro molto bello e avventuroso, soprattutto perché ci si identifica sia nel carattere ribelle di Pervinca, sia nella dolce Vaniglia. Gli ambienti sono ben descritti e alcune parti del libro ti lasciano con il fiato sospeso.

Lo consigliamo caldamente se vi piace leggere, perché se non leggete molto potreste trovarlo molto lungo, nonostante il ritmo sia scorrevole, e incontrare parole difficili.

Cosa aspettate? Correte a comprare il libro e tuffatevi nel magico mondo di Vaniglia e Pervinca!

Emma C., Secondaria, team del giornalino

LE FOLLIE DELL’IMPERATORE

Uscito nell’anno 2000 negli Stati Uniti d’America, prodotto da Randy Fullmer e Don Hahn per la Disney, Le follie dell’imperatore è un film che narra le imprese di un imperatore egoista, di nome Kuzco, e del capo di un villaggio, di nome Pacha, con cui stringerà una forte amicizia.

Inizialmente Kuzco vuole costruire una grande città, Kuzcotopia, con una grossa piscina al posto del villaggio. La cosa non è, però, gradita a Pacha che tenta di fare cambiare idea al giovane, ingenuo imperatore.

In seguito la perfida Yzma, sua consigliera, prova più volte a rubare il trono a Kuzco. Stanco di tutto ciò, l’imperatore licenzia la vecchia signora, che, vendicativa, lo invita a cena per avvelenarlo. Il servo Kronk, però, confonde la fiala del veleno con un’altra che muta chi la beve in lama. L’imperatore ne prende un sorso e, una volta diventato lama, viene stordito da un colpo di padella. Non sapendo come sbarazzarsene, Kronk lo getta sul carro di Pacha, che aiuta l’imperatore-lama a tornare a palazzo.

Nel viaggio di ritorno, Kuzco compie insieme col suo generoso compagno grandi avventure, come fuggire dalle pantere e risalire da un dirupo scappando da alligatori affamati.

Al villaggio, intanto, si crede che l’imperatore sia morto. Così, Yzma si proclama imperatrice, ma poco dopo scopre che Kuzco è ancora vivo. Insieme con il proprio servo Kronk, si incammina, quindi, per trovarlo e ucciderlo, vendicandosi così definitivamente del licenziamento. Ma anche questa volta l’imperatore e il suo fido compagno ce la fanno …

Sono solo alcune delle tante peripezie capitate all’imperatore Kuzco e al capo villaggio Pacha.

Questo è un film di avventura, fantasia, animazione e … Adesso tocca a te trovare l’altro termine per descriverlo!

Ludovico S. ed Emanuele M., Secondaria

IL VIAGGIO DI FANNY

Il viaggio di Fanny è un film uscito ufficialmente in Francia nel 2016 e nelle sale italiane nel 2017.

La regista è Lola Doillon, prima di girare il film ha intervistato Fanny Ben Ami, la donna dalla cui esperienza di vita è tratta questa storia. Fanny ha 86 anni e attualmente vive a Tel-Aviv, in Israele.

Il film parla di una ragazzina di nome Fanny che insieme alle sue due sorelle (Georgia ed Erica), durante la seconda guerra mondiale, viene portata in un orfanotrofio perché ebrea. Questo orfanotrofio si chiamava OSE e si occupava di tenere al sicuro dai nazisti e di accudire i bambini che gli venivano portati nella speranza di salvarli dai campi di concentramento.

Quando un giorno il prete della parrocchia denuncia i bambini dell’orfanotrofio, loro sono costretti a scappare in un altro OSE. È l’estate del 1943, all’inasprirsi dei rastrellamenti dei Nazisti, i bambini cercano in tutti i modi di arrivare al confine della Svizzera per mettersi in salvo. All’improvviso la direttrice dell’orfanotrofio non si presenta all’appuntamento che si erano dati e, preoccupati, i bambini si ritrovano abbandonati a loro stessi e scelgono come capo Fanny, che si rivelerà in seguito molto responsabile e coraggiosa guidando un gruppo di undici bambini, tra cui alcuni molto piccoli, fino in Svizzera.

Durante il lungo e faticoso viaggio vengono catturati e liberati oltre a essere nascosti da contadini, allevatori e altre persone che rischiano la vita solo per salvare dei bambini.

Perché dovremmo vedere questo film? Innanzi tutto la storia è molto coinvolgente e allo stesso tempo toccante. Il film è avventuroso e ci si può addirittura immedesimare in Fanny, capire e sentire le sue emozioni. Aiuta a riflettere anche sull’effetto che l’olocausto ha avuto sui bambini, che un giorno giocavano spensierati e quello dopo si ritrovano a lottare per la propria vita senza nemmeno capire cosa stia succedendo.

È adatto anche a un pubblico di bambini, nonostante appartenga al genere drammatico. Non ci sono vere e proprie scene divertenti, poiché la storia non lo è, ma ci sono momenti di spensieratezza e di gioco che solo un bambino potrebbe vivere in una situazione del genere. Se dovessimo dare un voto a questo film daremmo 10! Sia per le riprese, sia per l’idea, per i costumi e la storia. Lo consigliamo caldamente come ricordo della giornata della memoria.

Emma C. e Francesca M.,

Secondaria, team del giornalino

DIVERTITI CON REYMAN LEGENDS

Questo è un gioco di combattimenti comici, i protagonisti, molto piccoli e buffi, combattono in diversi livelli sbloccando nuovi personaggi uno più divertente dell’altro, ma in fondo, bello più bello meno, fanno tutti le stesse cose. Combattono contro i ranocchi cattivi o contro i brutti troll, delle brutte palle di pelo aggressive, e i giganteschi draghi. Avrai consigli da un saggio vecchio guerriero, si sorvolano le piante spinose, si sconfiggono mostri, ma tutto in modo spiritoso, la qualità del gioco è ottima, non ci si può mettere in prima persona però. Si riceve l’aiuto di un ranocchio amichevole che aiuterà nello svolgimento dei livelli alzando botole, sollevando piattaforme o addirittura mangiando torte, solleticando i nemici oppure facendo fare loro un ruttino per planare su piattaforme o scoprendo stanze segrete in cui salvare i teen: creaturine magiche che ti danno più vita con un semplice bacetto per sopravvivere di più e avere più resistenza.

Questo gioco non costa neanche tanto e chiunque se lo può comprare, lo consiglio perché è un gioco molto bello facile da capire e facile da giocare, l’unico problema è abituarsi ai comandi. Quei cattivoni dei nemici a volte creano dei secondi livelli in un livello e tu devi salvare i teen dai cattivi prima che volino, sì, avete capito bene, volano via su dei razzi. Una dei personaggi che preferisco è la sorella di un personaggio con un’ascia molto grande. I personaggi possono caricare dei colpi critici che fanno danno ad area uccidendo i nemici istantaneamente.  

L’immagine rappresenta i personaggi più utilizzati dai giocatori, da ranocchi a fate da guerrieri a uomini pacifici. Il gioco è divertente e per ragazzi di ogni età, per divertirsi e giocare con gli amici in cui il divertimento non ha limiti

Se i tuoi genitori non vogliono giochi violenti, compra Reyman  Legends. Il gioco in cui combatti comicamente.

Alessio R., Secondaria, team del giornalino

ADULTA PER UN GIORNO

Il mondo degli adulti, rispetto a quello dei bambini, è molto diverso. I bambini hanno in mente il gioco, i loro sogni e i loro desideri, mentre gli adulti hanno in mente cose più importanti come il lavoro, gli impegni importanti e i soldi per vivere, naturalmente. Ma come sarebbe se, noi ragazzini e bambini, per un giorno fossimo come gli adulti? Questa è proprio la domanda che mi sono fatta e per questo voglio raccontarvi come sarebbe se per un giorno diventassi adulta.

Allora, immaginiamoci questo: “Ad un certo punto entro in una macchina del tempo e vado avanti di trent’anni. Sono da sola, non ho né un lavoro né una famiglia. Come prima cosa mi troverei un lavoro, poi penserei alla famiglia. Ma ora iniziamo con la mia giornata quotidiana da adulta. Sveglia alle 6:00, mi alzo e vado a fare colazione emozionatissima, è il mio primo giorno di lavoro! Allora mi vesto velocemente e corro in ufficio. Lì inizierò a scrivere un articolo, perché da adulta vorrei sicuramente fare la giornalista.

Alla pausa pranzo andrei a conoscere qualche collega e magari fare un po’ di conversazione. Poi le ore pomeridiane. Suonano le campane. Sono le 5:00. Finalmente si torna a casa! Ma la mia giornata non finisce qua. Ci sono i bambini da andare a prendere, la spesa da fare e la cena da cucinare. Finalmente sdraiata sul letto. Intanto che dormo, penso a quanto sia stato difficile gestire questa giornata”. Quando mi risveglio, per fortuna, un altro giorno normale: scuola, compiti, e basta! No, non prenderò più quella macchina del tempo. Ogni cosa si fa con calma, e sinceramente sono contenta di essere ancora ragazzina.

Valeria C., Secondaria, team del giornalino

ORIENTAMENTO IN USCITA

La nostra scuola offre agli studenti di terza, ma anche quelli del primo e del secondo anno, tante e utili attività per aiutarci con l’orientamento della scuola superiore.

Nel corso del triennio il ragazzo acquisisce competenze generali in tutti gli ambiti e si rende conto di che cosa gli piace fare e capisce per che cosa è più “tagliato” ma non solo. I professori, in particolare quelli di lettere, fanno fare ai propri studenti attività che li fanno riflettere su se stessi e in questo modo, e anche dialogando, li aiutano notevolmente a capire cosa vogliono e dovrebbero fare.

Agli studenti dell’ultimo anno, inoltre, viene proposta un’iniziativa a mio parere veramente molto utile: un esperto di orientamento si mette a loro disposizione per tre incontri da tre ore ciascuno e spiega loro le differenze tra i vari tipi di scuola superiore e fa fare loro attività di orientamento.

Insieme all’orientatrice, noi della III C abbiamo compilato dei moduli e fatto riflessioni su noi stessi; abbiamo scoperto tutte le differenze tra licei, istituti tecnici o professionali e IFP a ora sappiamo per che cosa e come ci preparano e che bocchi professionali ci offrono.

Stando alle opinioni di tutti, questi incontri di orientamento sono stati sostanzialmente utili perché, grazie a questi, alcuni di noi sono stati in grado di affrontare quasi spensieratamente la scelta (e speriamo sia quella giusta), anche se altri, nonostante ciò, sono rimasti indecisi. Secondo me la scelta della scuola superiore risulta difficile quando non si ha ancora capito quali siano le proprie passioni, i propri interessi e i propri talenti, perché sapendo in quale ambito si è bravi e cosa si vuole fare,  è quasi impossibile non sapere cosa scegliere!

In seguito ai tre incontri collettivi, l’esperto offre la sua disponibilità per chi è ancora indeciso e affronta il caso dello studente più specificamente, dandogli consigli personali basandosi sugli interessi e le abilità  del ragazzo.

Un consiglio per i futuri ragazzi di terza media: fate la vostra scelta con calma e prendetevi tutto il tempo che vi serve. Pensateci già da ora perché se no gli ultimi mesi saranno molto stressanti. Decidete con la vostra testa e assolutamente non scegliete una scuola solo perché ve l’hanno consigliata, date ascolto ai pensieri di genitori, professori e amici, ma ricordatevi che la scelta finale è solo ed esclusivamente la vostra. Pensate a cosa vi piace fare e in che cosa siete bravi, pensate che cosa vorreste fare da grandi o almeno in quale settore vi immaginate. Per finire, non scegliete una scuola perché ci vanno i vostri amici, anche se sarà difficile separarsi da loro, ricordatevi che ve ne farete di nuovi (probabilmente anche migliori) e affronterete i cinque anni più belli della vostra vita!

Alexia B., Secondaria,

team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI

VII episodio

Ci risvegliamo in un ospedale, è il San Mungo… allora vuol dire che siamo tornate nel nostro mondo!

Siamo al settimo cielo, quando vediamo tre figure nell’ombra. Ci acquattiamo dietro a un mobile per non farci scoprire e vediamo le tre figure avvicinarsi. Quando vediamo il loro volto rimaniamo allibite: sono… Tris e Tobias preceduti, anzi, strattonati da Jeanine che si dirigono verso il reparto “Perdita Della Memoria”.

La cosa è assurda, ma il nostro istinto ci dice di seguirli. Jeanine entra nel reparto e lascia fuori, legati, gli altri due, poi si sistema i capelli ed entra con aria gentile nella stanza. Noi cogliamo l’occasione per andare a parlare con i nostri eroi.

-Cosa ci fate qui? Siete davvero Tris e Tobias?

-Ehm… voi chi sareste di preciso?- è Tris, nervosa come sempre.

-Tris…- Tobias cerca di calmarla.

-Ve lo diciamo dopo, abbiamo un problema. O meglio, VOI avete un problema.

-Questo lo sapevamo

-Beh potremmo aiutarvi, ma dovreste fidarvi di noi per farlo.

Tris e Tobias si fissano, non parlano, non ne hanno bisogno, si scambiano un cenno e poi annuiscono: -Sì.

Con un banale incantesimo, li sleghiamo (possibile che Jeanine sia così stupida?) e iniziamo a correre, ma è troppo semplice; infatti Jeanine sbuca subito dalla porta seguita da Allock e inizia ad inseguirci. Mentre corriamo, le nostre menti ragionano freneticamente: perché Jeanine dovrebbe avere bisogno di quell’idiota di Allock?

Sofia lancia uno schiantesimo che colpisce il muro, Tris la guarda esterrefatta e lei le risponde con uno sguardo di compassione.

Giorgia continua a ragionare.

-Ho trovato! Jeanine vuole cancellargli la memoria usando Allock, probabilmente pensa che il siero non funzionerebbe con loro e che quindi l’unica maniera possibile sia un incantesimo!

-È totalmente pazza…- mormora Tobias.

-Possiamo contrastarla usando il suo stesso metodo – gli occhi di Giorgia ora stanno brillando –  se le facciamo un incantesimo di memoria, lei non ricorderà più nulla e così non potrà più farvi del male!

-Perfetto!- ora è Sofia ad essere esaltata –così eviteremo anche che… si cioè eviteremo che vi cancelli la memoria.-

Possibile che abbiamo avuto entrambe la stessa idea? Ci guardiamo e capiamo: dobbiamo dirglielo. Dobbiamo dirgli che Tris morirà. Prima però dobbiamo scappare.

Lanciamo un incantesimo di memoria in direzione di Jeanine, ma non funziona. Per farlo abbiamo bisogno di tempo, sarà meglio che prima la facciamo svenire.

Lanciamo uno schiantesimo che la colpisce in pieno. Finalmente sviene e riusciamo a cancellarle la memoria. La lasceremo al San Mungo.

-Addio Jeanine. – Tris ha la faccia di chi non è ancora totalmente sicuro di non  essere in un sogno.

-E ora?-chiede Tobias.

-Vi rispediamo nel vostro mondo. Ma prima dobbiamo dirvi una cosa molto importante.

Ci sono alcuni secondi di silenzio imbarazzante, poi prendiamo coraggio:- Tris, nel nostro mondo la tua storia è molto famosa, noi la conosciamo a memoria, e noi in quella storia non esistiamo, il San Mungo non esiste e non sappiamo come mai invece sia successo tutto questo.

-Ma come…?- Tobias è allibito

Noi continuiamo: – Il fatto è che nella storia che conosciamo noi tu alla fine muori, Tris. Uscirete dalla recinzione e tu lì morirai. Entrerai in una stanza piena di siero della morte e morirai, resisterai al siero ma ti spareranno. Ci dispiace Tris, ma te lo stiamo dicendo per consigliarti di fare qualcosa quando sarà il momento… portati una pistola, ad esempio.

Tris sorride, riconoscente: -Non vi deluderò ragazze! E grazie per tutto l’aiuto fino ad ora.

Noi ricambiamo il sorriso e pronunciamo l’incantesimo che li rispedirà nei loro mondi. L’incantesimo funziona e li vediamo scomparire.

Ci guardiamo: -Dici che è finita?

Non facciamo in tempo a dirlo che ci ritroviamo ad Hogwarts, dove ci accoglie la McGonagall, stranamente sorridente: -Ah ragazze, sapevo che ce l’avreste fatta! Avete salvato Tris e Tobias!

-Come?

La McGonagall ci porge un libro, è Allegiant: -Io leggerei gli ultimi capitoli, ragazze… qualcosa mi dice che compariranno alcuni nuovi personaggi, forse di nome Giorgia e Sofia, e che forse ci sarà un nuovo finale per Tris.

Sorridiamo a nostra volta e iniziamo a leggere.

Lucilla C. & Elisabetta M., Secondaria, team del giornalino

WEB RADIO: UN PROGETTO COINVOLGENTE

Nel Novembre del  2017 , tutti noi alunni di seconda media,  abbiamo cominciato un progetto con l’obiettivo di registrare una trasmissione in cui parlare del cyberbullismo. Infatti, quest’anno è stato proprio  questo il tema scelto da Stefania e Fabio,  gli educatori che in quelle settimane ci hanno guidati in questo percorso.

Io sono Matteo  e frequento la classe II D nella quale si è lavorato molto bene. Questo progetto mi ha ricordato l’esperienza vissuta da mio padre, il quale faceva lo speaker in radio e, come lui mi ha raccontato,  è  molto emozionante pensare che mentre stai parlando, tante persone ti ascoltano.  Il mio gruppo era formato da: Giulio, Sara, Matteo, Tommaso e ovviamente me, devo dire che abbiamo lavorato tutti senza avere problemi o discutere su qualcosa. Il tema che ci è stato assegnato era: internet e la pericolosità dei social; abbiamo parlato di quanto i social possano mettere in pericolo chi li usa e il fatto che internet è per sempre, quindi su internet niente si può cancellare. L’abbiamo scelto perché secondo noi era l’argomento che ritenevamo la base dell’attività e a nostro parere più interessante da descrivere e, devo dire, che non è stato solo interessante ma anche divertente ed emozionante.

Io sono Giorgia e frequento la classe II B, nella nostra classe tutti abbiamo preso molto seriamente questo lavoro, le chiacchiere non mancavano di certo, ma erano molto presenti anche il lavoro di gruppo, l’aiuto reciproco nonostante sapessimo bene che non tutti saremmo andati  in trasmissione … Tra di noi c’è sempre stato un forte legame e anche con questo progetto siamo riusciti a farlo emergere. Noi abbiamo scelto, con varie votazioni, che il tema più importante erano gli spettatori, infatti, tutti i nostri lavori si sono basati sull’importanza dello spettatore in un’azione di cyberbullismo. C’è chi ha fatto dialoghi ironici, chi ha fatto un’intervista alle prof… io ho fatto un finto dialogo insieme a quattro miei compagni, Federico, Andrea, Federico e Mattia. Per noi era fondamentale far capire che il bullo senza appunto gli spettatori, cioè coloro che vedono e spesso non intervengono, si stancherebbe e tali atti terminerebbero… Ci siamo divertiti, abbiamo cercato canzoni e soprattutto grazie a questo progetto abbiamo imparato ad ascoltare le canzoni non solo per il ritmo ma soprattutto per le parole che vengono dette perché è quello l’importante, il messaggio che le canzoni ci danno.

Entrambi i nostri gruppi sono stati scelti per registrare nel Municipio di Peschiera Borromeo. Siamo partiti dalla scuola la mattina presto e siamo tornati a scuola intorno alle due; in Municipio si sono alternati momenti di scherzo e gioco con altri di lavoro e serietà grazie ai quali abbiamo ottenuto ottimi risultati di cui anche i professori sono stati contenti. In conclusione ci ha fatto piacere far parte del progetto.

Per evitare atti di cyberbullismo, bisogna istruire, cosa che questo progetto ha fatto.

Matteo e Giorgia, Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI

Episodio 6

“10… 9… 8… 7… 6…. 5…. 4… 3… 2… 1… che gli Hunger Games abbiano inizio!

Iniziamo a correre senza sapere dove stiamo andando evitando gli altri tributi. Saliamo su un albero e vediamo che l’arena è suddivisa in quattro parti: in una c’è un sentiero di lava solidificata sopra un lago di lava incandescente, in un’altra c’è un prato, nella terza c’è la sabbia, e nell’ultima ci sono dei fiori.

Prendiamo una mela a testa e iniziamo a mangiarla. Stiamo per scendere dall’albero quando vediamo un ragazzo dei Favoriti che mangia una mela e muore. Sentiamo il colpo di cannone. Uno in meno. Ma perché noi non siamo morte? Forse c’entra qualcosa la divergenza? Probabilmente sì.

Corriamo verso la parte con la lava perché è più vicina. Probabilmente qui siamo più al sicuro dagli attacchi degli altri tributi; possiamo anche buttarli nella lava.

Verso sera guardiamo il cielo e vediamo che restiamo solo in dieci: noi due più altri otto.

Il giorno dopo ci accorgiamo che dove siamo ora non c’è cibo, allora ci avventuriamo verso il prato.

Siamo quasi arrivate ad un albero quando Cufat, uno dei Favoriti, corre verso il prato per attaccarci. Appena mette piede nell’erba inizia ad urlare e dopo lo vediamo cadere a terra: morto? Un colpo di cannone. Morto. Corriamo verso di lui e gli rubiamo le armi prima che l’hovercraft lo porti via. Abbiamo una spada e una balestra.

Ci sistemiamo nel prato perché qui siamo al sicuro, a meno qualcuno non ci lanci una freccia.

Ci addormentiamo. Ci svegliamo di notte quando sentiamo dei rumori. Dei mostri stanno sbranando i Favoriti.  Vengono verso di noi. Sono simili agli squali, però hanno tre occhi e due bocche. Le sue zampe posteriori sono da struzzo e quelle anteriori sono come quelle di leone però sono ricoperte da artigli affilati. Dobbiamo scappare. Prendiamo le armi e vediamo un albero alto e robusto su cui un animale non si potrebbe arrampicare. Corriamo e ci saliamo sopra. Da lì con la balestra riusciamo a colpirne uno che cade addosso ad un altro. Restano solo quattro bestie. Facciamo altri tiri però non riusciamo a centrarli tutti con le frecce che abbiamo a disposizione, quindi lanciamo la spada e centriamo la testa del mostro rimanente. Siamo sopravvissute!

Dall’albero vediamo che nell’arena restiamo solo noi. All’improvviso compare un hovercraft con dei fucili pronti a far fuoco e capiamo che ci vogliono uccidere perché l’arena non aveva effetto su di noi.

Riflettiamo e ci rendiamo conto che abbiamo ancora le bacchette magiche, le potremmo usare per cercare di tornare a Hogwarts!

Pronunciamo l’incantesimo in fretta e poi vediamo solo il buio…”

Continua

Lucilla & Erica, Secondaria

ATTENZIONE ALLA NETIQUETTE!

La netiquette è un insieme di regole   informali che servono per  il buon comportamento di un utente su social o sul web. La Netiquette non è imposta da alcuna legge, è spesso richiamata nei contratti di fornitura di servizi di accesso da parte dei provider (fornitore di servizi Internet).

La netiquette è fissata in una forma definitiva dall’ottobre 1995 il documento RFC1855 che contiene tutte le regole ufficialmente e universalmente buon uso della rete.

Tuttavia, molte delle regole possono avere serie ripercussioni: l’ingiuria e la diffamazione, pur per via telematica, o lo spamming possono, ad esempio, costituire i reati di cui agli artt. 594 e 595 c.p. da un lato e 660 c.p. dall’altro. Ad ogni modo, pur mancando, nella maggior parte dei casi, un carattere giuridico, molti ambiti telematici prevedono un vero e proprio sistema sanzionatorio che può addirittura condurre all’esclusione da gruppi o liste. Malgrado le apparenze, non costituisce soltanto una forma di “buona educazione” adattata al mezzo, ma trova spesso fondamento nelle peculiarità proprie del mezzo stesso. In sostanza, dietro molte di queste regole si nascondono esigenze tecniche che impongono determinati comportamenti. La navigazione in senso stretto, vale a dire il semplice accesso a siti Internet, non necessita di queste norme essendo tale attività limitata, nella quasi totalità dei casi, all’informazione, al prelievo unilaterale di dati. La Netiquette ha quindi particolare rilevanza negli altri strumenti della Rete –che consentono di comunicare con altri soggetti: posta elettronica (cui sono assimilabili le mailing list), newsgroup e chat.

Le regole della netiquette chat.

  1. Quando si arriva in un nuovo newsgroup o in una nuova lista di distribuzione via posta elettronica, è bene leggere i messaggi che vi circolano per almeno due settimane prima di inviare i propri: in questo modo ci si rende conto dell’argomento e del metodo con il quale quest’ultimo viene trattato in tale comunità.
  2. Se si manda un messaggio, è bene che esso sia sintetico e descriva in modo chiaro e diretto il problema. Specificare sempre, in modo breve e significativo, l’oggetto del testo incluso nella mail.
  3. Non scrivere in maiuscolo o in grassetto un intero messaggio, poiché può venire inteso come urlare nei confronti dell’interlocutore; e cura lessico, grammatica, ortografia ed interpunzione per agevolare la comprensione altrui
  4. Non divagare rispetto all’argomento del newsgroup o della lista di distribuzione via posta elettronica.
  5. Evitare, quanto più possibile, broadcast del proprio messaggio verso molte mailing list (o newsgroup). Nella stragrande maggioranza dei casi esiste una e una sola mailing list che costituisce il destinatario corretto, e che include tutti e soli gli utenti che sono effettivamente interessati.
  6. Se si risponde a un messaggio (“quote”), evidenziare i passaggi rilevanti del messaggio originario in cima alla risposta, allo scopo di facilitare la comprensione da parte di coloro che non lo hanno letto, ma non riportare mai sistematicamente l’intero messaggio originale, se non quando necessario.
  7. Non condurre “guerre di opinione” sulla rete a colpi di messaggi e contromessaggi: se ci sono diatribe personali, è meglio risolverle via posta elettronica in corrispondenza privata tra gli interessati.
  8. Non pubblicare mai, senza l’esplicito permesso dell’autore, il contenuto di messaggi di posta elettronica.
  9. Non pubblicare messaggi stupidi o che semplicemente prendono le parti dell’uno o dell’altro fra i contendenti in una discussione.
  10. Non inviare tramite posta elettronica messaggi pubblicitari o comunicazioni che non siano state sollecitate in modo esplicito.
  11. Non essere intolleranti con chi commette errori sintattici o grammaticali. Se le circostanze lo consentono far notare gli errori, non con toni di rimprovero o di scherno ma con educazione al solo scopo di aiutare. Chi scrive è comunque tenuto a migliorare il proprio linguaggio in modo da risultare comprensibile alla collettività.

 

Nicolò P., Secondaria,

team del giornalino

DIVERSA DAGLI ALTRI

All’inizio dello scorso settembre stavo girando in bicicletta con le cuffie nelle orecchie per il mio quartiere. Stavo ascoltando le canzoni che Youtube mi faceva partire: Sign Of The Times, Faded, e poi partì una canzone che mi suonava conosciuta … L’avevo sentita alla radio raramente ma mi era rimasta impressa nella mente. L’ascoltai con stupore, il ritmo mi faceva sentire come se facessi parte della canzone, la voce della cantante era semplicemente stupenda e il testo musicale era indescrivibilmente bello. Una canzone lenta ma agitata, malinconica, commovente.

Cosa mi provocò quella canzone non lo so nemmeno io, so solo che mi piacque moltissimo: Summertime Sadness di Lana Del Rey.

Da quel banalissimo giro in bicicletta, qualcosa nella mia vita è cambiato. Ho iniziato ad ascoltare tutte le sue composizioni e non ho potuto fare altre che innamorarmene perdutamente. Lei è una di quei pochi cantanti che non fa musica per il successo e per il denaro; compone e canta perché, forse, è il suo modo di esprimersi, il suo modo di dire quello che realmente prova. Non esiste canzone sua nella quale non sia presente sentimento ed emozione, lei mette tutto il suo cuore quando compone.

Mi rendo perfettamente conto che non è una categoria di musica che può piacere a tutti. La maggior parte della gente la considera infatti una musica “depressiva” scritta e cantata da una persona depressa. Come si può pensare una cosa del genere? Certo, non nego che parte dei testi delle sue canzoni siano tristi e senza un lieto fine, ma è proprio questo a rendere la sua musica così commovente, così magnifica.

Forse sono io ad essere una persona fin troppo emotiva ma talvolta, quando ascolto le sue canzoni, mi vengono le lacrime agli occhi. E mi emoziono. Mi commuovo perché lei è diversa dagli altri cantanti, perché lei soltanto con la sua voce riesce a farmi provare emozioni uniche.

Quando sono triste una sua canzone mi fa stare meglio; non dico che mi rende felice ma lei, con i suoi testi che voi chiamate “depressivi”, riesce a farmi sentire compresa nei momenti più bui. Mentre quando sono arrabbiata riesce a calmarmi con le canzoni del suo ultimo album Lust For Life.

Probabilmente non avevate mai sentito parlare di questa cantante o magari fate parte della minoranza che la conoscono e l’ammirano ardentemente come me. Non importa di quale categoria facciate parte perché potete indifferentemente provare ad ascoltare alcune canzoni su Youtube o su Spotify! )

Vi consiglio di cuore  “Born To Die” – “Change” – “Groupie Love” – “Video Games” – “Love” – “Dark Paradise” – “Summertime Sadness” – “Cola”. Sono canzoni abbastanza diverse tra loro, alcune lente e malinconiche, altre più agitate e alcune strane e divertenti come “Cola” ma in ognuna di queste è impossibile sbagliare e non capire che si tratti di Lana!

Spero che le canzoni vi siano piaciute o, se no, godetevi la musica che preferite ascoltare!

“Heaven is a place on Earth with you.”

 

Alexia B., Secondaria,  

team del giornalino 

IN VIAGGIO CON LUDWIG

Vi faccio una domanda: esiste un modo per spiegare a dei tredicenni la musica?

Ma soprattutto: esiste qualche tredicenne che possa dire di aver mai provato la musica sulla propria pelle?

Dei ragazzi così esistono, datemi retta. E ve lo posso dire con assoluta certezza perché il 10 gennaio 2018, le nostre prof hanno avuto un’idea davvero splendida: portarci a vedere lo spettacolo “Io, Ludwig van Beethoven”

No, non sto esagerando: era davvero uno spettacolo che, oltre ad essere stupendo, ha fatto capire a molti di noi cosa fosse la musica.

E sapete come? Semplicemente raccontandocela.

Niente effetti speciali sofisticati, niente illuminazione pazzesca; solo un attore, Corrado d’Elia, che ci raccontava Beethoven recitando un monologo seduto su una sedia, con sette quadratini bianchi che gli fluttuavano di fianco per rappresentare le sette note musicali.

Eppure, grazie al quel monologo, per un’ora ragazzi e prof hanno smesso di essere al Teatro Litta; per un’ora abbiamo viaggiato attraverso l’Europa insieme a Beethoven e alla sua musica, siamo stati a Vienna, a Bonn, a Praga.

Ma il viaggio più bello non è stato questo, perché mentre giravamo per l’Europa abbiamo fatto anche un altro viaggio, ancora più emozionante: abbiamo viaggiato dentro alla mente di Beethoven, abbiamo scoperto quel che passava per la testa di quel genio, cosa pensava, cosa amava, abbiamo sofferto insieme a lui quando ha scoperto di essere sordo, abbiamo diretto insieme a lui l’orchestra che per la prima volta ha suonato la “nona sinfonia” e soprattutto abbiamo capito.

Abbiamo capito cosa significasse essere un genio della musica ed essere sordo, cosa volesse dire comporre della musica eccezionale senza neanche poterla ascoltare e, alla fine, abbiamo capito che la musica di Beethoven non era solo musica, ma un modo per parlare, per comunicare con un mondo che Beethoven non poteva più sentire.

Per questo penso che questo spettacolo non ci abbia spiegato solo Beethoven, la sua musica e la sua vita, ma la musica in generale, ci ha spiegato che per capire la musica bisogna entrare nel compositore, capire cosa provava, chiudere gli occhi e poi… lasciarsi stupire!

Elisabetta M., Secondaria, team del giornalino

I PASSI DELLA VENDETTA- PARTE I

Vincitori e vinti

Missouri, 1865

Un imprenditore nordista di nome Bill Douglas opprime una famiglia sudista per la cessione della loro tenuta per due dollari ad acro. Dopo varie minacce assolda un gruppo di cinque ex-soldati dell’unione per bruciare la casa, purtroppo l’incendio divampa uccidendo il padre, la madre e due bambini. Il figlio undicenne Mark James, però si salva e viene cresciuto dai coniugi Bradson. Quando, a vent’anni, scopre la storia della sua famiglia decide di vendicarsi uccidendo i cinque sicari e il ranchero.

“Mi diressi ad El Paso, poiché la signora Bradson diceva che lì si trovava Thomas Cobler, mio zio dalla parte di madre, che probabilmente aveva informazioni su Douglas e sulla sua attuale residenza. Entrai nella posada “cama negra”, dove questi riceveva vitto e alloggio in cambio di piccoli lavori. Lo ritrovai malridotto con una bottiglia di whisky appoggiata al pavimento, lo guardai, lui senza neanche aprire gli occhi, quasi avesse captato la mia presenza disse: “Orsù parla, nipote caro, cosa ti affligge in questo momento?”. Lo guardai ancora, esterrefatto per il fatto che avesse capito che ero lì e risposi: “Voglio vendicare la mia famiglia, dimmi quello che sai su  Douglas” d’un tratto aprì gli occhi e strinse i pugni e dopo aver ripetutamente insultato colui che gli uccise la sorella, mi disse: “Non so dove il tuo aguzzino si nasconda ora,  ma so dove uno dei cinque sicari vive, ormai si sono divisi ma sono comunque rimasti amici, quindi avendone uno, li troverai tutti e magari troverai anche Douglas; potrai trovare Ethan O’Neil  a Bozeman in Montana vive nel centro città ed è il direttore della banca cittadina; attento, è un ottimo spadaccino, l’apparentemente innocuo fioretto che porta sempre appresso ha fatto decine di vittime. Detto questo, fai come credi figliolo.” Così dicendo si coricò e cominciò a russare.

Uscii senza voltarmi e presi una diligenza per Houston. Il viaggio fu lungo e monotono, arrivato a Houston vidi una strana calca di gente attorno a un patibolo e chiesi a un passante cosa succedeva e lui mi rispose che impiccavano un pluriomicida, allora rimasi ad assistere. Pensai alle vite da lui stroncate, al lutto della famiglia e degli amici, alla morte della vittima, alle emozioni vissute dalla vittima tutte stroncate in un istante dove tutto si trasforma in dolore e sofferenza, mi chiesi se arrivato il momento in cui avrei dovuto sparare, ne avrei avuto il coraggio. Sentii le sue urla e rimasi molto colpito, persone che in vita hanno ucciso senza pietà, di fronte alla consapevolezza che moriranno, diventano bambini indifesi, perché alla fine tutti abbiamo paura della morte, perché è qualcosa che non capiamo fino in fondo, ma che alla fine arriva per tutti, nessuno escluso, e allora perché stavo facendo questo, perché stavo vendicando la mia famiglia? Semplice, la morte viene per tutti ma chi opprime la povera gente, chi si crede forte ammazzando senza motivo, non merita la vita.

Mi accorsi che dopo poco avrei dovuto prendere il treno per Cheyenne City, dove l’indomani avrei preso un altro treno per East Glacier per acquistare un cavallo con cui poi avrei proseguito fino a Bozeman. Arrivato alla fermata di Cheyenne, vidi subito la differenza tra vincitori e vinti: era una città nordista e molta gente era vestita bene e guardava sprezzante i veterani sudisti che, ridotti in povertà dalla guerra e alcuni rimasti mutilati di alcune parti del corpo, erano partiti per il nord a cercare lavoro. Passai accanto ad un uomo tutto benvestito con il pizzetto, il bastone da passeggio, che raccontava all’amico dei suoi anni da ufficiale. Ecco, anche se in una piccola cosa, la differenza: lui era ricco e benestante, mentre lì vicino c’era un uomo con indosso la divisa da colonnello dell’esercito sudista tutta sporca, mutilato del braccio e di un piede che chiedeva l’elemosina ai passanti. Diedi una moneta al militare e passai avanti, per raggiungere il mio albergo.

Fine prima parte

                                              Riccardo De A., Secondaria, team del giornalino

AFORISMI SULLO SPORT

 

 

Nello sport si vince senza uccidere, in guerra si uccide senza vincere.

Anonimo

 

Non abbiamo perso la partita; abbiamo solo esaurito il tempo.

Vince Lombardi

 

I campioni sono quelli che vogliono lasciare il loro sport in condizioni migliori rispetto a quando hanno iniziato a praticarlo.

Arthur Ashe

 

Fare sport è una fatica senza fatica.

Gabriele D’Annunzio

 

Lo sport non costruisce la personalità. La rivela.

Heywood Hale Brown

 

Sport: il reparto giocattoli della vita.

Jimmy Cannon

 

C’è un circolo virtuoso nello sport: più ti diverti più ti alleni; più ti alleni più migliori; più migliori più ti diverti.

Pancho Gonzales

 

Non è mai solo un gioco quando stai vincendo.

George Carlin

 

Quando un uomo vuole uccidere una tigre, lo chiama sport; quando una tigre vuole uccidere lui, la chiama ferocia.

George Bernard Shaw

 

Mi piace guardare lo sport in Tv. Contrariamente ai film non sai mai come va a finire.

Michel Douglas

 

Lo sport non fa vivere più a lungo, ma fa vivere più giovani.

Anonimo

Ci sono solo tre sport: il combattimento dei tori, le gare automobilistiche e l’alpinismo. Il resto sono semplici giochi.

Erners Hemingway

La mia vittoria all’Olimpiade di Londra del ’48: misi la testa fuori, vidi il punteggio e, per la seconda volta nella storia, un uomo camminò nell’acqua.

Sammy Lee

I record sono come le bolle. Scompaiono velocemente.

Ethelda Bleibtrey

a cura di Federico C. e Tommaso R., Secondaria, team del giornalino

PEDRO, IL MITICO CANTANTE

 

C’era una volta un giovane ragazzo di nome Pedro, che amava molto cantare anche se era stonato.

Un giorno si ritrovò con la sorella Laura a registrare il suo nuovo pezzo con la sua band. Laura non amava molto come cantava il fratello e lo disprezzava dicendo: “Allontanati subito nanerottolo! Non è posto per te! Va a pulire la stalla dei maiali!”. Loro vivevano in una fattoria e quello era il compito di Pedro.  Quindi il ragazzo se ne andava sempre via.

Un giorno si ritrovò in una stanza sconosciuta dove trovò un biglietto con scritto come riuscire a cantare bene. Improvvisamente Pedro si trovò davanti un coro di angeli che cantavano così bene che chiunque si fosse avvicinato, sarebbe rimasto incantato dal loro canto. Allora Pedro si avvicinò ad un angelo e gli chiese: “Puoi insegnarmi a cantare bene?”. L’angelo rispose: “Certo, ma perché vuoi imparare?”. Pedro allora gli disse che voleva battere sua sorella una volta per tutte in una grande gara di canto.

A quel punto l’angelo lo prese per mano e gli disse:  ”Vieni con me, ti insegnerò a cantare in un posto dove nessuno potrà sentirti”. Allora Pedro seguì l’angelo ed arrivò in uno strano posto in una foresta.

Appena si avvicinò, gli alberi intorno iniziarono a cantare e a fare muovere le foglie, che facevano un bellissimo suono. A quel punto l’angelo, che si chiamava Erick, disse: “Canta!”. Pedro iniziò a cantare, e non aveva una voce stonata, ma sottile, candida e soffice.

Tornò sempre in quel posto ad esercitarsi.  Quando tornava a casa chiedeva sempre se la sorella si fosse esercitata, ma lei con tono strafottente rispondeva: “Secondo te, io mi devo allenare?! No! Io sono tanto brava e soprattutto ho talento al contrario di te!”.  Allora lui rispondeva: “Meglio per te!”.

Il giorno dopo Pedro si iscrisse al “Sing top show”. Era venerdì ed alla gara mancavano solo tre giorni, Pedro si esercitava con molto impegno.  Il giorno della gara Pedro salì sul palco e iniziò a cantare.

Laura si stupì a vedere Pedro sul palco e pensò che Pedro sarebbe andato malissimo e che a tutti sarebbe venuto il mal di testa, ma quando lo sentì rimase a bocca aperta!  Pedro cantava benissimo!

Invece quando la sorella salì sul palco ed iniziò a cantare, tutti si tapparono le orecchie: quanto era stonata e rauca!

Pensava di essere brava senza neanche doversi esercitare. Si era fatta battere da suo fratello! Pedro vinse la gara, perché al contrario di sua sorella si era impegnato tanto!

 Camilla S. e Sara D’O., Secondaria