BRUCHI DA MUSEO

Ricercare, rielaborare, inventare, applicare, organizzare, osservare e sperimentare. Questi sono i principi cardine della didattica per competenze. Una didattica che vede lo studente protagonista del proprio processo di apprendimento, che utilizza le conoscenze come punto di partenza e non di arrivo, che valorizza il gruppo come luogo di produttiva collaborazione e che promuove l’esperienza sul campo attraverso i cosiddetti compiti di realtà. Espressione di tale didattica sono stati due progetti multidisciplinari e interdisciplinari che hanno coinvolto le classi prime del nostro istituto nella seconda parte dell’anno: il Museo Medievale e l’allevamento dei bachi da seta.

I ragazzi hanno dimostrato spirito di iniziativa e imprenditorialità e hanno messo in campo la loro fantasia e creatività, vestendo i panni di curatori e guide museali. Il risultato è stata l’esposizione del 22 maggio che, visti l’impegno profuso ed il successo riscontrato, è stata replicata per le famiglie il 7 giugno.

In quest’ultima occasione i visitatori hanno anche potuto visitare la “postazione Bombyx” ovvero una sala dedicata ai bachi da seta. Qui hanno trovato spazio i lavori (cartelloni esplicativi, presentazioni PowerPoint, filmati, racconti e poesie) realizzati dai nostri bachicoltori in erba, una capiente teca contenente bozzoli e falene e la pianta di gelso che sarebbe stata piantumata in giardino l’indomani.

Si è trattato di esperienze estremamente istruttive, coinvolgenti, stimolanti ed emozionanti non solo per gli studenti, ma anche per i docenti coinvolti. Personalmente sento che l’aver lavorato con questi ragazzi e con i colleghi mi abbia arricchito e di questo sono davvero grata.

Prof.ssa Monica Poggi

ADDIO, O SCUOLA MEDIA MONTALCINI!

Senza aspettar un minuto di più, suonò, per mano di Domenico, Lorena, Alma e Biagio, la campanella dell’ultimo giorno di terza media. I ragazzi si avviarono gioiosi verso l’uscita, poi voltarono la testa indietro, verso la scuola e il viale per tre anni percorso tutti i giorni. Si distinguevano le aule, la segreteria e la presidenza pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, vegliasse meditando un delitto.

Addio, classi piene di palline di carta, note a chi ha spesso dovuto saltare l’intervallo per pulirle! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!

Addio, mensa dove sedendo si imparò a distingure dal cibo mangiabile quello poco commestibile!

Addio, compagni di classe in grado di divertire anche gli studenti più seri!

Addio lavagna Lim spesso non funzionante!

Addio,  banchi pasticciati se non martoriati!

Addio, bigliettini appositamente creati per copiare!

Addio, professori senza più voce, che per tre anni spesero tutte le loro forze nel (non sempre vano) tentativo di educarci!

Alla fantasia dei ragazzi che partono volontariamente verso una nuova scuola, si disabbelliscono i sogni sul futuro; essi tornerebbero allora indietro, a quando ancora non erano che piccoli primini impauriti al loro primo giorno di scuola media che mai avrebbero immaginato di essere tanto tristi alla fine del loro viaggio. Addio, scuola, nella quale tre anni gioiosi qui spesi possono ora dirsi conclusi. Addio!

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri dei ragazzi, mentre le loro gambe gli andavano avvicinando al cancello e alla fine degli spensierati anni alle scuole medie.

Elisabetta M., Secondaria. Team del giornalino

RICORDI DI SCUOLA SECONDARIA

C’era una volta, in una scuola lontana lontana…

Okay no, in realtà questa scuola è a meno di un kilometro da casa mia, non ha niente di fiabesco e niente di magico, è solo una… scuola.

Però, in questa scuola ogni studente trova la sua passione, ci fa amare la cultura e ci fa venir voglia di dire la nostra.

Penso a questi tre anni che ho trascorso qui; penso e sorrido.

Mi dimentico di tutte le volte che ho avuto una discussione con un mio compagno, di tutte le volte che avrei voluto vedere la faccia di una prof esplodere, dei brutti voti che mi hanno fatta deludere di me stessa o che mi hanno fatta arrabbiare, fino a tornare a casa di brutto umore.

Mi dimentico di tutte queste cose, insomma, non contano più di tanto.

Però, a pensare “alla Montalcini”, a quel branco di pazzi che siamo tutti noi, ricordo gli standing ovation un po’ a caso che ci facciamo a vicenda, i prof. che provano a capire i nostri intrighi sentimentali, i cori da stadio all’intervallo, chi si insegue tra i banchi picchiandosi “per scherzare”, chi balla, chi urla nomi a caso fuori dalla finestra (…); ridere nel sentire le prof nella classe affianco urlare, chiacchierare con i prof che cercano di rimanere seri davanti alla nostra imbranataggine, lanciare fette di salame sul soffitto (c’è ancora il segno)…

Ecco tutto quello che ricordo.

Ricordo la bellezza di un semplice e banale momento, dove tutti siamo allegri, senza urlare o muoverci troppo, ridiamo, con le teste fra le nuvole, magari legati tutti da uno stesso pensiero.

Non ho un unico ricordo di questi tre anni che non dimenticherò mai, non lo ho perché quello che veramente non scorderò mai è questa scuola, questa compagnia, questa vivacità, questa spensieratezza e bellezza.

Okay, magari non sarà la perfezione, magari non si andrà sempre d’accordo, ma chiunque esca per l’ultima volta da quella porta un po’ rotta sa che alle spalle si sta lasciando dietro degli anni e degli amici fantastici, ma sa anche che quello non è un addio, ma un arrivederci, che dopo qualche mese sarà lì, a far vedere che si ricorda ancora, che “non ci si libera di lui facilmente”.

E tornerà con il sorriso sul volto, perché rientrare in questa scuola per quei miseri dieci minuti sarà come sfogliare un album dei ricordi, il miglior album dei ricordi.

Grazie Montalcini, per avermi fatta ridere ed appassionare,

grazie, perché mi hai fatto conoscere i miei amici,

grazie a voi, ragazzi, perché siete stati con me.

Non dimenticherò mai nessuno di voi, perché VOI siete il regalo più bello.

Vi voglio bene,

la vostra amica (spero),

Chiara T., Secondaria

UN LUOGO MAGICO

Per molti può essere una scocciatura, un obbligo… in realtà, la scuola è un luogo dove si possono fare nuove amicizie e possono nascere anche nuovi amori.

Il cambiamento dalla scuola primaria a quella secondaria è stato elettrizzante.

Sì, c’è più da studiare ma ci sono dei vantaggi rispetto alla scuola elementare: la scuola finisce alle 14.00 invece che alle 16.30; i lavori di gruppo si fanno molto più frequentemente, ci si può portare la merenda da casa, ogni ora cambia prof e a sua volta anche la materia.

Cambia anche ciò che si studia: gli argomenti delle lezioni sono più interessanti, le lezioni meno opprimenti (questo forse perché a noi sono capitati professori prevalentemente giovani e simpatici).

E ora vi racconteremo la nostra esperienza: durante il primo giorno di scuola abbiamo conosciuto le prime professoresse e a prima impressione ci sono sembrate abbastanza severe ma dopo un po’ di tempo abbiamo capito che erano simpatiche e gentili…

Le materie che si sono aggiunte sono epica, tecnica e spagnolo; e ci sono piaciute molto, ma in verità non abbiamo nient’altro da dirvi perché durante il primo giorno di scuola abbiamo solo osservato la scuola e conosciuto le professoresse…l’unica cosa che possiamo dirvi è che la scuola media è meravigliosa e gli amici che abbiamo conosciuto sono fantastici!!!

Matteo T. e Iris M., Secondaria, team del giornalino

RICORDI DI SCUOLA PRIMARIA

Siamo alla fine della classe quinta di questo lungo viaggio durato cinque anni e di esso ci sono ricordi a non finire.

Il primo giorno di scuola mi ricordo che avevo paura della scuola primaria,ma ero anche felice perché nella mia stessa classe ci sarebbe stata anche la mia migliore amica Beatrice; noi eravamo all’entrata della scuola con i nostri genitori e avevamo il timore delle maestre e di quello che dovevamo affrontare. Poi poco dopo siamo entrati a scuola con la maestra Ilda e i nostri genitori; quando abbiamo varcato la porta dell’aula ci sembrava un territorio sconosciuto.

I genitori sono andati via dopo qualche abbraccio e saluto; la maestra ci ha detto di fare un disegno sull’estate appena trascorsa ed io per fare il cielo ho consumato tutta la mia matita azzurra!

A mezzogiorno sono venuti i miei genitori con quelli dei miei nuovi compagni e siamo andati a casa.

Nella nostra classe ci sono stati dei momenti molto belli e divertenti; per esempio quando siamo andati al Museo Egizio e sul pullman ci siamo divertiti perché parlavamo ridevamo e stavamo insieme, oppure quando abbiamo fatto le recite a scuola.

Ci sono stati anche dei momenti un po’ più brutti come quando abbiamo cambiato tante maestre di matematica, finalmente quest’anno ne abbiamo avuta una che si chiama Marzia e che sarebbe stata anche l’ultima.

Adesso sto pensando alla nuova scuola secondaria e ho paura dei professori e di quello che dovrò affrontare, ma sono sicura che ce la farò!

Ecco, questo è quello che mi ricordo di questo viaggio stupendo con maestri e compagni magnifici.

Chiara M., classe quinta B, Scuola Primaria Monasterolo

Siamo alla fine e questi ultimi giorni voglio stare più vicino ai miei compagni.

Sembra ieri che eravamo in prima elementare e mi ricordo il primo giorno di scuola che mi sono alzato, ho fatto colazione e i miei genitori mi hanno accompagnato a scuola.

Più mi avvicinavo alla scuola più mi sentivo agitato; entrati a scuola, ci siamo diretti in classe con la maestra Ilda e tutti i genitori.

Io mi sono seduto vicino a Lorenzo Paladini e mi sono tranquillizzato, il papà ha fatto una foto a me e a tutti i miei compagni.

Andati via i genitori con la maestra abbiamo cominciato a conoscerci e una volta tornato a casa ho raccontato a mamma e papà quello che avevamo fatto.

Mi ricordo il primo spettacolo “Le quattro stagioni” in cui la maestra ci ha diviso in gruppi e ogni gruppo doveva rappresentare una stagione e i costumi li abbiamo realizzati noi con l’aiuto di Ilda.

In seconda elementare siamo andati in gita a vedere come venivano prodotti il vino, il formaggio e l’olio; mi sono divertito molto ad ascoltare la guida.

La gita che mi è piaciuta di più è stata quella della quinta elementare perché siamo stati a Milano a vedere le Chiese e in particolar modo mi ha colpito la Colonna del diavolo.

Mi ricordo di una volta che io e Lorenzo abbiamo litigato e per un paio di giorni non abbiamo giocato e questa cosa mi ha reso triste.

Oggi ci troviamo in quinta, gli anni sono passati velocemente e tra poco dovremo affrontare la prima media.

Sarà molto dura perché bisognerà studiare e impegnarsi di più per prendere bei voti.

Conosceremo le professoresse e i nuovi compagni di classe; ci saranno nuove materie da studiare e argomenti più difficili.

È stato bello trascorrere questi cinque anni con i miei compagni e le mie maestre e ringrazio Ilda e la maestra Francesca che mi hanno aiutato.

Arturo S., classe quinta B, Primaria Monasterolo

Siamo alla fine della scuola primaria e si avvicina l’inizio della scuola secondaria… sembra che sia passata solo una settimana!

Il primo giorno ricordo che ero emozionatissimo: il preside Vincenzo Paladino ci ha accolti subito benissimo con un caloroso benvenuto e ci siamo sentiti a nostro agio. Ero molto felice di essere in classe con alcuni dei miei compagni di squadra: Marco, Matteo, Lorenzo, Tommy…..

Questi anni sono volati, abbiamo fatto tantissime esperienze: gli spettacoli e le recite, in prima le quattro stagioni, in seconda lo spettacolo di Natale, in terza la recita su Marco Polo, in quarta il progetto con il flauto e in quinta un laboratorio di teatro.

La gita che ho preferito è stata quella all’Archeopark, in terza. Abbiamo imparato molte cose e vissuto esperienze da uomini primitivi.

Ho pochi ricordi tristi: qualche brutto voto o le note delle maestre, invece i litigi li ho cancellati dalla mente, perché con gli amici facciamo sempre subito pace.

Ora devo pensare alla scuola secondaria e non vedo l’ora di andare alle medie, però mi dispiace lasciare i compagni e le maestre.

La scuola primaria è stata un’avventura bellissima e non la scorderò mai.

Niccolò P., classe quinta B, Primaria Monasterolo

UNA GRANDE DONNA

Ancora oggi si pensa alla donna soprattutto come un’insegnante, una casalinga, una segretaria, una commessa…

Se pensiamo alle donne della prima metà del secolo scorso le immaginiamo casalinghe, intente a cucinare, a curare i figli e i mariti. Per fortuna, però, non tutte le donne erano così: alcune sono state davvero straordinarie, meglio di molti uomini di adesso e del passato. Pensiamo a una donna in particolare, una donna che ha fatto veramente molto per l’umanità intera, una donna a cui abbiamo intitolato la nostra scuola: Rita Levi Montalcini.

Rita Levi Montalcini ha avuto una grande passione, una grande vita. Ha fatto grandi scoperte. E per lei, che è stata una donna, una donna del Novecento, non è stato facile. La vita di una donna, a quei tempi, era già decisa: diventare una buona moglie e madre. Ma a Rita non interessava: lei voleva essere un medico.

A proposito della grande vita di Rita Levi Montalcini, noi ragazzi della classe III D abbiamo realizzato un video, per trasmettere a tutti, in un modo più semplice e interessante, il racconto della biografia di questa grande donna. Il lavoro non è stato semplice, ha richiesto molto impegno e molto lavoro, ma noi siamo soddisfatti del risultato. Ci teniamo a ringraziare di cuore le professoresse S. Biasiolo e M. Pannacci, che ci hanno sostenuto e aiutato nell’ideazione e nella realizzazione del video.

Vi lasciamo quindi al video e al messaggio di Rita: “Non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta e non temete niente!”.

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

A GIUSEPPE, PERCHÉ TU POSSA ESSERE PER SEMPRE UN BAMBINO

“Buon pomeriggio e ben venuti a tutti…” così è cominciato, il 23/05/2018, alle 17:30, nella sala consiliare del Comune di Peschiera Borromeo, l’incontro dedicato a Giuseppe Di Matteo, giovane vittima innocente di mafia, a cui gli studenti della Montalcini hanno scelto di dedicare un parco pubblico. Vi starete chiedendo chi è Giuseppe Di Matteo, Giuseppe ERA un bambino siciliano che AVEVA una grande passione per i cavalli … parlo al passato perché purtroppo Giuseppe non c’è più: suo nonno era un mafioso, il padre, Santino Di Matteo, un pentito, ma non uno qualunque, era colui che aveva premuto il pulsante dell’autobomba che ha ucciso Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta. Santino stava cominciando a fare i nomi dei mafiosi che avevano architettato con lui il piano per la strage di Capaci e così facendo veniva protetto dalla polizia.

E come provare a fermarlo? Giovanni Brusca (grande amico di Santino e collaboratore nella strage di Capaci) trovò un modo: rapire il figlio.  Ed ecco che il 23 novembre 1993 dopo la sua solita lezione di equitazione Giuseppe di Matteo (ragazzino di 11 anni), uscendo dal maneggio fu rapito da due uomini travestiti da poliziotti. La madre non denunciò subito la sua scomparsa, in quanto il nonno del bambino le aveva detto che ci avrebbe pensato lui a riprendersi il nipote. A Santino arrivarono varie lettere in cui gli veniva detto che se avesse smesso di parlare, il figlio sarebbe stato liberato, lui non tacque, continuò a parlare abituato che Cosa Nostra non faceva del male a donne e bambini … ma si sbagliava.

Dopo 779 giorni e notti di prigionia, di spostamenti continui da un bunker all’altro, dopo 779 giorni  e notti di tristezza, solitudine, fame e dolore, Giuseppe Di Matteo fu  soffocato con una piccola corda e il suo corpo fu brutalmente sciolto nell’acido.

Di questo abbiamo parlato il 23 maggio, data scelta in quanto anniversario della morte di Falcone, o meglio questo è stato il tema, in realtà nell’incontro noi ragazzi abbiamo presentato dei video e letto delle lettere dedicate proprio a Giuseppe. Da due anni infatti nella nostra scuola viene attuato un progetto dal titolo “Toponomastica della memoria”, proposto dall’associazione Libera e realizzato in collaborazione con l’amministrazione comunale di Peschiera Borromeo, che consiste nell’intitolare un luogo del nostro Comune ad una vittima innocente di mafia, scelta dagli alunni di seconda e terza media. Quest’ anno la scelta è ricaduta su un bambino, Giuseppe, al quale abbiamo intitolato un parco. Tutti abbiamo scelto Giuseppe probabilmente perché ci ha colpiti il livello che può raggiungere la crudeltà della mafia.

Nella mia classe, la II B, abbiamo realizzato un movie maker in cui abbiamo confrontato come sarebbe potuta essere la vita di Giuseppe se la mafia non l’avesse ucciso e cos’è realmente accaduto. La classe II C ha ricostruito in un video la storia di Giuseppe e del suo rapimento e ha letto delle lettere immaginarie di Giuseppe alla sua famiglia, la seconda D infine ha pensato ad uno “Storytelling” in cui Giuseppe stesso ha raccontato le sua storia, e ha raccolto delle considerazioni emerse dagli scritti di alcuni compagni. Per realizzare la presentazione, ci siamo divisi in gruppi e ogni gruppo ha avuto il suo compito. Ci siamo molto divertiti a realizzare questo lavoro, anche se sotto un certo punto di vista avrei preferito non dover realizzarlo (non vorrei che esistesse la mafia e che dei bambini venissero uccisi, soprattutto in modi così brutali).

Non possiamo ridare la vita a Giuseppe, ma gli doniamo un parco, perché possa essere per sempre il bambino che avrebbe avuto il diritto di essere.

Giorgia F., Secondaria, team del giornalino

I NOSTRI BOOK-TRAILER

Un book-trailer è un video che racconta e consiglia la lettura di un libro. Noi in classe, divisi in gruppi abbiamo fatto dei book-trailer e vorremmo presentarveli: il primo è quello del “Piccolo Principe” e il secondo è quello di “Wonder”.

E anche se non siete appassionati di lettura, anzi se volete cominciare ad esserlo, vi consigliamo di leggere tutti questi libri, che a noi sono piaciuti molto.

Buona visione e buona lettura!

La classe I D, Secondaria

 

PROBLEMI DI CYBERBULLISMO?

Il 26 febbraio 2018 alla quarta ora nella scuola Rita Levi Montalcini tutte le seconde si sono recate nell’aula magna della scuola per assistere ad una conferenza con l’avvocatessa Michela M. Terni che ci ha sensibilizzato sull’uso corretto del web, cioè ci ha spiegato come non commettere atti di cyberbullismo.

Il cyberbullismo è forma di aggressione, pressione e manipolazione dei dati personali sul web, un bullismo elettronico via internet, che esisteva anche molti anni fa e che con il perfezionarsi della tecnologia è aumentato.

L’obbiettivo della legge n. 71, entrata in vigore il 18 giugno 2017, è quello di contrastare e prevenire il cyberbullismo, funzione che nella scuola è svolta da una persona scelta dalla preside a cui ogni alunno si possa rivolgere in caso di problemi, nella nostra scuola la professoressa Biasiolo.

L’ammonizione del questore avviene quando a quest’ultimo viene segnalato l’atto di bullismo ed egli interviene facendo cambiare il carattere e le idee del bullo.

Abbiamo anche parlato di fenomeno in crescita, cioè del fatto che sono aumentate le denunce: nel 2016 le denunce erano 235, mentre nel 2017 sono aumentate e sono arrivate a 340.

È anche molto importante conoscere i comportamenti illeciti perché se no, non si conoscono le conseguenze.

Per uscire dal bullismo o dal cyberbullismo bisogna riconoscersi vittime e rompere il silenzio parlandone con un adulto. Il bullismo non è solo uno scherzo o un litigio ma è un insieme di litigi prepotenti.

Il bullo si sente forte prendendo in giro i più deboli, è il più popolare, si nasconde dietro allo schermo e può agire quando e dove vuole, poco a poco diventa sempre più invincibile e aggressivo.

La vittima, invece, si sente isolata e impotente, diventa sempre più debole e vulnerabile, ansiosa e si innervosisce spesso, si vergogna, cambia carattere e può correre anche dei rischi, come la depressione, il suicidio e avere problemi col sonno e con il cibo.

Per risolvere questi problemi possiamo parlarne con un adulto e se sei l’amico della vittima, puoi parlarne con i suoi genitori oppure lo supporti e lo aiuti. Se sei un minore ti puoi rivolgere al garante della privacy, che ha il compito di oscurare i messaggi offensivi.

La conferenza si è conclusa alle 11:00 e ci è servita per capire quanto sia serio questo argomento, che bisogna affrontarlo con coraggio e pazienza e ci ha indicato come possiamo aiutarci a vicenda.

Marta M., Secondaria, team del giornalino

CHE DIRE DELLA QUINTA?

Per me la classe quinta  è  una  classe  particolare  e   bellissima.

Si studiano argomenti importanti e ci si prepara per andare alle medie . Sei un po’ triste perché è l’ultimo anno che passerai con i compagni e le tue maestre. Cambierai scuola è sarà una nuova avventura e quando finirai la classe quinta, ti scenderà una lacrima amara, e sicuro le esperienze rimarranno nel tuo cuore.

Matteo D. P., classe quinta B Scuola Primaria di Monasterolo

Che dire della quinta? È una classe favolosa perché ti senti più grande degli altri. In mensa le quinte si siedono su un rialzo come se guardassero tutti dall’ alto.

È anche un po’ faticosa perché ci sono tanti compiti. In fin dei conti è corretto perché quando andremo alle medie ci daranno ancora più compiti da svolgere e, a volte, per il giorno dopo!

Io penso che la quinta è la classe dove ti devi impegnare di più, perché ci sono le Prove Invalsi che devi superare.

Per finire è anche un po’ triste perché alla fine dell’anno devi salutare le maestre e gli amici e alcuni non li puoi più rivedere.

Una cosa che mi rende felice è la festa di fine anno dove puoi giocare e divertirti insieme ai compagni prima di andare in vacanza.

Asia M., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

Tra poco finisce la mia avventura qua nella scuola primaria ed inizierò ad affrontare la scuola secondaria.

Ho passato cinque anni meravigliosi, insieme alle maestre e i miei compagni che l’anno prossimo probabilmente non saranno nella mia stessa classe.

Sono sicuro che l’anno prossimo dovrò impegnarmi il doppio rispetto alle elementari.

Nonostante non mi sia impegnato abbastanza ho imparato cose nuove che mi serviranno nella vita, spero di rivedere le mie maestre e spero di non avere difficoltà.

Lorenzo M., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

Che dire della classe quinta?

È una classe particolare perché il prossimo anno cambieremo i compagni e le maestre e questo mi fa essere triste.

Alcuni giorni sono divertenti perché impariamo nuove cose, altri sono noiosi perché si ripetono le stesse cose.

Inoltre si è più grandi e i più piccoli ti guardano con ammirazione.

La classe quinta è quella che mi è piaciuta di più della scuola primaria.

Arturo S., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

 

Che dire della classe quinta? È una bella classe perché io e i miei compagni ci conosciamo da cinque anni, abbiamo un buon rapporto e ci divertiamo, anche se qualche volta facciamo arrabbiare la maestra per la nostra vivacità.

La classe quinta è un po’ faticosa perché le maestre ci danno molti esercizi, pagine da studiare e tanti altri compiti per abituarci e prepararci alla scuola media.

Durante la quinta ci propongono diversi laboratori come il teatro, la madrelingua inglese, lo sport e alcune volte ci insegnano a suonare il flauto.

In quinta si ha modo di incontrare i bambini che il prossimo anno faranno la prima elementare e io mi sento di insegnare loro molte cose, mi sento grande e importante.

Alla fine dei cinque anni però abbandoni le maestre e gli amici che ti sono stati accanto dalla prima elementare; purtroppo nella classe quinta c’è anche tristezza, ma curiosità per la nuova avventura che ti aspetta.

Lorenzo V., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

LA RIVOLTA DELLE ANIME- EPISODIO 3

È notte. Stiamo camminando da ore in un bosco. Ho il sospetto che continueremo senza sosta. E sono indecisa. Perché prima avevo una vita normale, e poi, un giorno, all’improvviso, tutto è cambiato. Sono saltati fuori fantasmi, mostri e compagne di classe che fanno crescere l’edera. Penso che potrebbe essere tutto finto, degli effetti speciali per imbrogliarmi. Non so se fidarmi di una persona che fino a ieri mi sembrava una un po’ fuori di testa, e che adesso mi sembra una pazza psicopatica, oppure se devo scappare. Sono immersa in queste riflessioni quando Viola mi rivolge la parola dopo ore di silenzio.

-Fermiamoci qui.

Mi sembra una cosa assolutamente insensata, fermarci qui: siamo in un punto fittissimo del bosco, uguale a tutti gli altri posti in cui siamo passate.

-Perché? Abbiamo camminato tutta notte per raggiungere un posto del genere? Pensavo stessimo cercando una radura o un posto sicuro come una  baita per passare la notte!

-In un posto normale ci avrebbero trovato.

-E qui no? Che cos’ha di diverso questo posto? E se ci volessero trovare, ci troverebbero.

-Qui no. È l’unico posto della Terra in cui, per ora, siamo al sicuro. Tu qui ti potrai allenare con i tuoi poteri senza essere scoperta, ma per ora dormiamo.

Per la stanchezza, mi addormento subito. La mattina mi sveglia un dolore alla faccia: un rogo mi deve avere graffiata. Viola è già sveglia e mi porta qualche frutto qualche biscotto per colazione. Finito di mangiare, Viola mi annuncia che mi dovrà addestrare a combattere. Comincia la sfida per riuscire a farmi usare i miei poteri. Mi dice che posso controllare il potere delle foglie, questo significa che oltre ad avere dei poteri curativi e controllare in generale la natura, la mia arma più forte sono le foglie. Posso fare qualunque cosa con le foglie, da creare turbini a costruire muri solidi come i suoi di edera, fino a poter curare le mie ferite. Ma non so ancora fare tutti questo. Viola mi dice di chiudere gli occhi, di liberarmi dai pensieri, di sentire la natura intorno e dentro di me. Chiudo gli occhi. Mi concentro. Cerco di dimenticarmi tutto il resto. Ma non sento niente. E ho paura di dirlo a Viola. Ma lei lo sa già.

-Prova a sentire il vento che soffia, il Sole che picchia fuori da questo posto, il cinguettio di qualche uccello che porta da mangiare ai piccoli… non lo senti? Tutto Questo è dentro di te.

Riprovo. All’inizio è tutto come prima. Ma poi, comincio a sentire, in lontananza, lo scroscio di un ruscello. Il suono si fa sempre più forte. Vedo l’acqua che scorre, il Sole che si riflette sopra le acque cristalline e che illumina la mia pelle di un bagliore dorato. Vedo i fiori che sbocciano, vedo uccelli volare, e, infine, vedo una foglia che si posa sull’acqua. In quel momento sento che è successo qualcosa. Vedo le mie mani afferrare la foglia e mi sento investita di un potere enorme, qualcosa di più grande di me, ma che è dentro di me.

Provo ad aprire gli occhi. Viola mi sta guardando con una faccia stupita, come ipnotizzata. Sembra piccola. E bassa. Guardo un po’ più in basso e capisco perché mi sta guardando strano. Sto volando. Sono sospesa a mezz’aria, vestita di foglie di tutti i tipi che formano un abito davvero bellissimo. Per un attimo ritorna la visione di prima: vedo me stessa riflessa nell’acqua, ho anche una corona di foglie e i miei occhi nocciola sono diventati quasi verdi; dentro scorgo la forma di una foglia.

Sono stupita, quasi spaventata. La visione si interrompe e sento dolore sulla parte destra del corpo: sono caduta a terra da almeno tre metri!

-Hai un potere più grande di quello che avrei mai potuto credere. Devi tornare allo stato in cui eri prima, questo ti farà passare il dolore.

Appena provo riesco, e non sento più dolore. Questa volta riesco a scendere a terra senza inconvenienti.

-Perfetto, sei bravissima. Ora prova a buttare fuori verso quegli alberi l’energia che senti- dice Viola indicando un gruppetto più fitto di alberi.

Riesco subito.

Viola mi dice di pensare a quello che voglio fare con quegli alberi. Posso decidere di fare quello che voglio, devo solo pensarlo. Decido di costruire una casa di foglie. La casa sta prendendo forma quando sento un urlo, vedo una luce verde e perdo la concentrazione.

-È  successo quello che temevo. La tua magia ha rotto lo scudo che rendeva questo posto invisibile alle anime.

Quando finisce di pronunciare questa frase un esercito di mostri come quelli che mi hanno attaccato in precedenza.

Continua…

Lucilla C. Secondaria,

team del giornalino

IL CORAGGIO

La domanda che voglio porvi oggi è: cos’è il coraggio?

 

 

 

 

 

Secondo il dizionario il coraggio è “esortazione a non lasciarsi abbattere, audacia”. Secondo me è molto più di questo, il coraggio è fare ciò che vuoi, distinguersi dalla massa. Non vuol dire che chi sia coraggioso non abbia paura: una persona coraggiosa è spaventata, ma affronta la paura, gli fa vedere chi è il più forte, chi comanda.

Perché è così, siamo noi proprietari della nostra vita, però bisogna avere coraggio per dimostrarlo.

Tutti a volte abbiamo dei momenti tristi, dei momenti in cui ci sentiamo depressi, senza un perché, un significato, in quei momenti sentiamo un vuoto dentro, che ci risucchia in una spirale di ansia e dubbi.

O forse no, forse sono solo io che ho questi momenti di tristezza interiore, dove basta un nonnulla per farmi piangere come una fontana. Ed è in quei momenti che io trovo il coraggio, e mi dico: “Emma, forza! Sei sempre allegra ed entusiasta della vita, non puoi disperarti per questa cosa insignificante!”

Quelli sono i miei momenti coraggiosi, dove mi sento forte, libera e pura. È una sensazione indescrivibile, come se fossi al settimo cielo, se potessi volare e conquistare il mondo. Come se avessi appena combattuto contro un’orda di guerrieri e tigri assetate di sangue e avessi vinto, come se avessi appena scalato il monte Everest a mani nude.

È una sensazione che solo il coraggio può dare, e tutti dovrebbero capire quali sono i loro momenti idi coraggio.

C’è chi si sente libero suonando, chi cucendo, chi scalando, perché no.

Poi c’è chi trova il coraggio, la forza di andare avanti in una persona, un gesto, un sorriso. Una piccola cosa per una persona, può essere una cosa importante, forse la più importante, magari la ragione di vita per un’altra.

Lo scrivo a voi non perché io abbia molto coraggio, anzi probabilmente ne ho meno di tutti voi, ma ve lo dico perché non voglio che voi siate come me.

In conclusione, anche se avrei ancora molte cose da dire, per me il coraggio è quando ti riprendi da un momento triste, un brutto avvenimento e trovi il coraggio di andare avanti, nonostante tutto, nonostante tutti.

Emma C., Secondaria, team del giornalino

LIBERI DI RACCONTARE

UNA CADUTA DALLE SCALE

Un giorno d’estate, in montagna, ero in compagnia dei nonni, di Gioele, di Elio e della zia.

Io stavo giocando con il mio cuginetto Gioele lanciandogli aeroplanini di carta giù per una collinetta, non poco ripida, e c’erano anche le scale di cui mio cugino non era un professionista. Gioele è paffutello con due belle guanciotte☺, ma è un vero terremoto e certe volte mi piace di più chiamarlo uragano. Ha gli occhi azzurri e i capelli biondi e riccioluti.

Mentre giocavo ho tirato un aeroplanino giù per la collinetta e lui voleva andarlo a prendere, quindi ha cercato di recuperarlo.

Io avevo paura che cadesse giù dalle scale e perciò gli ho dato la mano, ma lui ha tentato di svincolarsi e ci è riuscito alla grande, soltanto che nell’ attimo in cui mi è sfuggito è caduto giù dalle scale e ha iniziato a piangere e strillare.

In quel momento è arrivata la zia: una donna con i capelli quasi rossi, credo che sia una tintura, è molto gentile con me e pensa sempre positivo; ha preso Gioele e l’ha allattato, immediatamente così il suo broncio si è trasformato in una risata piena di felicità.

Per questa vicenda il mio senso di colpa è salito alle stelle★ perché mi sa proprio che non si sarebbe fatto nemmeno un graffio e non gli sarebbe scesa una sola lacrima dagli occhi se, non avessi interferito con la sua discesa dalle scale.

Jacopo F., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

UN POMERIGGIO DA INFARTO

Io ho una sorella molto vivace, si chiama Alice ha i capelli ricci e marroni, è un po’ grassottella, è molto affettuosa e furba, ha gli occhi marroni e vispi e porta gli occhiali che le danno un’area da perfettina. Era un pomeriggio come altri, all’improvviso ci mettemmo a litigare per un gioco, io entrai in cucina e chiusi la porta a vetri. Lei non la vide e con le mani in avanti per acciuffarmi, andò a sbattere contro la porta e la sfondò, tagliandosi il braccio sinistro. Alice si spaventò e si agitò, allora chiamammo mio nonno che venne in casa e le fasciò il braccio. Io per poco non svenni, invece mia nonna stette per avere un infarto. Subito mio nonno la portò all’ospedale dove poi lo raggiunsero i miei genitori.

Immediatamente mia sorella venne operata d’ urgenza e mia mamma dovette tenerla ferma perché Alice si muoveva cercando di liberarsi. Dopo averle cucito la ferita le misero delle fasce. Molto spaventati, mia sorella, mio padre, mia mamma e mio nonno tornarono a casa a mezzanotte e io corsi incontro a tutti e li abbracciai.

Lorenzo P., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

 

L’INTERROGAZIONE

 Sono a scuola e dal mattino so che devo essere interrogata, seduta al banco con la mia compagna Giulia ripasso la lezione di Storia: i Greci.

La maestra seduta alla cattedra fa i bigliettini e per fortuna non esce il mio nome, esce quello di Beatrice.

Io il giorno prima ho studiato tantissimo, quindi, il ripasso è stato facilissimo.

Finita l’interrogazione di Beatrice la maestra pesca di nuovo, Ilda con gran voce pronuncia “Ludovica!”. Sono  agitata, mi alzo e vado, ma nel frattempo tutto quello che sapevo si richiude dentro uno scrigno.

Per fortuna a poco a poco mi ricordo tutto.

Torno al posto felice e contenta. A casa la mamma mi avvolge come una biscia in un abbraccio di felicità e mi dice: “Fai sempre così!”.

Io mi sento superfelicissima e per questo continuerò  a studiare così perché lo studio è importante!!

Ludovica R., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

 

UN VECCHIETTO “ANTICO”

Era l’otto gennaio e a scuola Nadia, la mia migliore amica, mi raccontò di Natale e di suo nonno.

Appena arrivata con la mamma Luisa, magra, occhi azzurri, alta come una vedetta, il nonno stava lì ad osservare Nadia, suo padre Francesco che, salutata zia Rossella, subito si fiondò sul buffet.

Poi salutò Giorgia e Chiara le sue cugine e infine, Andrea il suo migliore amico e vicino di casa. Ora c’ erano tutti!

Mentre i grandi parlavano, Nadia, Giorgia e Andrea, corsero in giardino ,dove Chiara giocava con le bambole. Si arrampicarono sulla casetta che si trovava su un ciliegio forte, robusto e possente.

Lì giocarono a < POLIZIOTTO E LADRO >: Nadia e Chiara, dovevano scappare dai poliziotti Giorgia e Andrea. Si divertivano un mondo!

Era arrivata l’ora di mangiare: c’ erano spaghetti con le vongole, patatine al  forno con il cotechino. Era squisito☺.Finalmente arrivò il momento che Nadia aspettava ansiosamente. I Regali!!!

A Nadia regalarono una cover nuova con i diamanti a forma di orsetto, a Giorgia regalarono dei trucchi, A Chiara una bambola che parlava e ad Andrea un lego nuovo.

Alla sua mamma un calendario con sopra il suo viso, al suo papà una bottiglia di vino, a sua nonna uno scialle e al nonno un telefono nuovo .

Il giorno dopo, il nonno, provò ad accendere il cellulare:

–       Nadia! – urlò – Non riesco ad accendere questa pila … anzi mi sembra più un telecomando che una pila!.- Nadia andandogli incontro ridendo, gli spiegò che si trattava di un apparecchio per telefonare, ma cinque minuti dopo  il nonno la richiamò, allora Nadia decise di aiutarlo.

Non passava giorno che suo nonno le chiedesse aiuto.

Il nonno era un arzillo vecchietto ottantenne, sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e che per mantenere i suoi dodici figli lavorava anche di notte. Il suo hobby, nel pochissimo tempo libero, era leggere libri di botanica; per lui le piante erano la benzina del motore terrestre .

Era un curvo e tarchiato nonnino un po’ cicciottello, che non staccava mai la pipa dalla bocca.

Non aveva mai visto un computer o un tablet, figuriamoci un cellulare!

Il fatto più divertente è stato quando suo nonno la chiamò mentre era in bagno: doveva per forza andare da lui perché sul display erano comparsi strane immagini.

Nadia lo aiutò. E da quel giorno il nonno diventò un vero professionista, infatti per il suo compleanno Nadia chiese il Nintendo Swich e il nonno si prenotò per giocarci.

Per me due generazioni come la nostra e come quella dei nonni, potrebbero incontrarsi facendo così: noi insegniamo agli anziani ad usare le cose tecnologiche, e loro ci insegnano tutto quello che sanno, per esempio i nonni potrebbero insegnare ai maschi il giardinaggio, le nonne , invece , ci potrebbero insegnare a cucire.

Beatrice S. classe quinta B Scuola Primaria di Monasterolo

 

MAI LA GUERRA

Un giorno Federica decide di andare a ritrovare la nonna per farsi raccontare come ha vissuto la guerra.

All’inizio la nonna non vuole raccontare, ma ad un certo punto decide di farlo perché vede che Federica è molto interessata.

-Per fortuna la guerra non c’è più, ma quando c’era, era bruttissima e quando mio padre partì, ero molto in ansia per lui e visto che non sapevo cosa fare, allevavo i miei maiali e le galline.

La cosa che mi spaventava tanto erano i rastrellamenti dei soldati nemici che arrivavano dopo circa dieci minuti dal bombardamento e una volta, all’ora di pranzo, mentre mangiavo da sola nella mia casa, mi hanno rubato le galline e i maiali.

Alcune volte i soldati tedeschi mi rubavano anche il cibo, ma stavo zitta facendo finta che non fosse accaduto niente.

Tante volte, quando restavo senza mangiare, andavo di notte a prendere nella spazzatura le bucce di ortaggi.

C’erano diffuse tante malattie e non c’erano medicine come oggi e tanti morivano anche per la fame.

Era una sera il 4 giugno del 1944, alla porta bussarono due signori armati, ma mi dissero ” venga con noi, esca dalla casa “. Erano gli Alleati americani che ci salvarono, cosi ci sentivamo finalmente liberi, ero tanto contenta e due spararono in alto e in seguito invece delle pallottole misero dei fiori profumati in segno di libertà.

Quando seppi della morte di mio padre mi sentivo triste, non riuscivo a parlare come se il mio cuore…si fosse…spezzato.

Non sai cosa provai quel giorno – continua a raccontare- la guerra è una cosa bruttissima, spero che non accada mai più.

Tornando a casa Federica quel giorno ebbe una grande idea e scrisse una lettera alla nonna.

” Cara nonna mi dispiace che tuo padre sia morto, quello che mi hai raccontato mi ha colpito molto e adesso nel profondo del mio cuore c’è un gran dolore per tutti quelli morti in guerra e io credo che la guerra non si deve fare e c’è dell’altro: ci siamo tu e io in un forte abbraccio.

Un caloroso bacio dalla tua nipotina Federica. “.

Tommaso L., classe quinta B Scuola Primaria di Monasterolo

 

UN CANE E …

Era l’estate dell’anno scorso ed io mi trovavo al secondo piano del mio condominio con mia mamma e mia sorella. Eravamo a casa di due persone che conoscevamo da molto tempo. Loro ci avevano invitato perché volevano una manicure e un pedicure ciascuna da mia mamma che fa l’estetista. Io ero felicissima perché loro hanno un cagnolino di nome Lucky di piccole dimensioni, tutto nero con macchie bianche sulle zampette e occhi vispi e marroni. Io non riuscivo a smettere di accarezzarlo!! Poi Lucky si sdraiò nel suo cuscinetto e chiuse gli occhi, io lo accarezzai, lui aprì gli occhi di scatto e mi morse sull’avambraccio sinistro!! I suoi padroni si arrabbiarono molto e lo misero in castigo. Mi fecero sedere sul divano, dove se schiacciavi un pulsante le gambe si alzavano, se lo schiacciavi di nuovo si abbassavano. Subito dopo mi portarono del ghiaccio mentre Lucky continuava ad abbaiare forte. Dopo un po’ arrivò mio papà e mi portò in ospedale. Sono stata lì per ore e ore e mi annoiavo, poi tornai a casa di notte distrutta. Mia sorella dormiva come un angioletto, io non avevo fame e così mi sono buttata nel letto. Da quella sera ho dovuto mettere un cerotto gigante e ogni giorno dovevo cambiarlo. Ho tenuto il cerotto anche durante la vacanza in montagna con zio Alessandro, zia Sara e la nonna, infatti ho ancora qualche foto dove il cerotto è in bella mostra.

Quando ho tolto la benda, Lucky è venuto a casa mia con i suoi padroni per regalarmi un cane giocattolo.

Io voglio bene a Lucky e credo che sia stata colpa mia se mi ha morso perché aveva gli occhi chiusi, quindi stava riposando e io non lo sapevo. Alla fine anch’io gli ho fatto un regalo: un disegno.

Giorgia T., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

 OMICIDIO A SORPRESA

Una notte di luna piena un gruppo di visitatori si incamminò verso una casa abbandonata.

Dopo due ore i turisti arrivarono e si guardarono attorno, entrarono e ad accoglierli c’era un ragazzino che si chiamava Davide. Era alto, robusto, ma molto timido.

Il ragazzino fece vedere la casa ai visitatori, all’ improvviso uno di loro scomparve e  si sentì un urlo terrificante che proveniva dalla sala.

Davide andò subito a vedere cosa fosse successo.

Davanti ai suoi occhi una scena orribile: sul pavimento c’era il cadavere del signor Rossi, il capogruppo dei visitatori. Era accasciato sul pavimento con il braccio sanguinante: qualcuno gli aveva tagliato il polso.

Davide chiamò subito l’ispettore Jhonson che osservò la scena del crimine e vide una candela per terra e alcune gocce di cera sul pavimento.

L’ispettore fece chiudere tutte le porte e disse a Davide di tenere tutti i visitatori nello studio per l’interrogatorio.

Jhonson cominciò a fare le domande agli ospiti.

Chiese a tutti dove si trovavano al momento del delitto.

Tutti dissero che erano in cucina, solo due di loro erano usciti: uno era andato in giardino e l’altro era tornato in camera.

L’ ispettore osservandoli bene vide che uno aveva delle gocce di cera su una scarpa.

Jhonson subito lo ammanettò e lui confessò dicendo che aveva ucciso il signor Rossi perché, il giorno prima, lo aveva offeso davanti a tutto il gruppo.

Così il caso venne subito chiuso e ancora una volta l’ispettore Jhonson non aveva fallito.

Arturo S., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

UNA GIORNATA DA RICORDARE…

Lo zero-gravity è un posto davvero bello con tanti trampolini, tappeti elastici per saltare, giochi di forza nelle braccia e anche un’enorme piscina di cubi gommosi in cui ti puoi anche buttare dentro.

Io ci sono andata insieme alle mie amiche Ludovica e Marzia, è stato uno dei giorni più belli della mia vita!Abbiamo saltato su dei trampolini, siamo cadute in una vasca piena di cubi gommosi perché non riuscivamo a fare i giochi di forza e ci siamo buttate da almeno 3 metri d’altezza sempre nella vasca di cubi gommosi…Poi siamo andate anche al cinema a vedere un film divertente ma allo stesso tempo un po’ pauroso… Insomma è stata proprio una giornata da ricordare!

 

 

 

Chiara M., Secondaria, team del giornalino

I RAGAZZI E LA LEGALITÀ

Vi siete mai chiesti cosa pensino i ragazzi della legalità? Forse questa inchiesta potrebbe chiarirvi le idee…

A ogni ragazzo di terza della nostra scuola, è stato chiesto di compilare un formulario, ed ecco le informazioni che abbiamo ricavato dai questionari di una classe terza.

Tutti gli studenti copiano, inutile negarlo, eppure forse vi stupirà scoprire che qualcuno non ritiene ammissibile farlo.

Invece, è fortunatamente emerso che il novanta per cento degli intervistati ritiene ammissibile buttare per terra bottigliette di plastica.

Possiamo anche stare tranquilli in quanto alla legge, perché solo il 5% pensa che sia possibile trasgredirla.

Invece, possiamo con stupore notare che il numero di ragazzi che ha risposto che non si può attraversare con il semaforo rosso è quasi uguale a quelli che pensano si possa fare.

In quanto al biglietto del tram, le idee sono molto diverse, ma non sembra che ci sia qualcuno che non lo compri mai.

L’ultima domanda della nostra indagine è veramente molto interessante, alcuni ragazzi hanno segnato anche più di una risposta, ma quella più gettonata è stata che i ragazzi trasgrediscono le regole perché è divertente.

La nostra inchiesta si conclude qua, ciò che è emerso è di sicuro un senso della legalità non molto radicato nei ragazzi, ma tutti i punti deboli si possono migliorare!

Elisabetta M. & Lucilla C., Secondaria,

team del giornalino

 

UN AVVENTURA MAGICA- III PARTE

IO E TE

Per tutta la notte il mio pensiero si era fissato su un argomento solo, no, non il forziere, ma su un’altra cosa: Jim. Mi ero chiesta se anche lui in quel breve tempo passato insieme avesse provato le stesse cose che avevo provato io vedendolo per la prima volta.

Ero sdraiata sul letto, guardando il soffitto continuavo a vedere gli occhi di Jim che mi fissavano in maniera così dolce che mi sembrava di essere in un sogno, poi però ritornai nella realtà, mi alzai di scatto e mi diedi una botta sulla testa per il semplice fatto che non avevo chiesto il suo numero!!!

E ora come facevo a rintracciarlo?!?!?

Stavo per mettermi a piangere sul cuscino, quando mi venne un’idea, mi bastava andare in spiaggia l’indomani, alla stessa ora di ieri e vedere se c’era ancora, anche se le probabilità che fosse lì erano una su un miliardo, però valeva la pena tentare.

Avevo voglia di uscire per prendermi un buon gelato, così presi la mia borsa che era rimasta sul comodino dalla sera prima, cadde una mappa, la presi in mano e notai che era la stessa che avevo usato per trovare l’isola. Tutto ad un tratto passò per la mia mente un lampo che mi ricordò un argomento che avevo totalmente dimenticato: il forziere! Mi ero scordata, con tutto quello che era successo, di avvisare il museo della mia scoperta.

Ma non volevo abbandonare l’idea di prendermi un buon gelato, così decisi che avrei chiamato il museo la mattina successiva.

Mentre uscivo dall’hotel decisi di prendere la strada più lunga, giusto per farmi venire un po’ più di appetito.

Ok, la verità è che non volevo prendere la strada più lunga perché volevo che mi aumentasse l’appetito, ma per il semplice motivo che quella strada passava davanti alla spiaggia del giorno prima.

Jim non poteva essere lì, la probabilità era alquanto remota ma, dovevo almeno provarci.

Sì, era lì, come il giorno prima fissava l’oceano e le sue onde; appena mi vide mi fece un cenno di saluto io, mentre mi avvicinai, ricambiai.

Appena lo raggiunsi, mi disse: “Ciao Anna, sai ieri con te ho passato davvero uno stupendo pomeriggio e volevo chiederti se ti va adesso di venire in gelateria con me”

Non ci credo, mi stava chiedendo di uscire insieme!

Immediatamente gli risposi: ”Certo che mi va, avanti andiamo!”

Che meraviglia, avrei passato tutta la mattina insieme al ragazzo più bello che avessi mai visto, tutto il tempo parlammo della nostra vita, la nostra famiglia…

Eravamo tornati alla spiaggia, stavamo guardando per la milionesima volta l’oceano, ma stavolta in modo diverso: tenendoci la mano.

Stavo pensando se raccontargli tutta la verità sul forziere: d’altronde perché non mi sarei dovuta fidare??? Glielo stavo per dire quando mi accorsi che mi stava guardando, io mi girai verso di lui e mi disse: “Non so come dirtelo ma… MI PIACI!  Vuoi essere la mia fidanzata?”

Ero pietrificata, era la prima volta che mi capitava, e non sapevo come comportarmi quindi scelsi la risposta più banale che conoscevo: “SÌ”.

Lui mi abbracciò, io stavo vivendo il momento più bello e emozionante della mia vita, ma mancava ancora una cosa, quello che mi diede pochi secondi dopo: un bacio.

Il bacio sanciva che stavamo ufficialmente insieme: ora dovevo assolutamente raccontargli cosa avevo scoperto e quali erano le mie intenzioni a riguardo; allora subito gli dissi: “Posso dirti un segreto?” E lui dolcemente mi rispose: “Certo, avanti dimmi”.

Incominciai dal principio…

IL MUSEO

Pensai e ripensai mille volte alla mattinata di ieri e ogni volta che ci pensavo, mi sembrava sempre di più un sogno ma, per fortuna era la realtà.

Ora Jim sapeva tutto sul forziere così, si offrì di aiutarmi per portarlo sul motoscafo: prima però dovevo chiamare il museo.

Andai sul sito del museo per trovare il numero, appena lo vidi, presi il telefono e chiamai…

Fu un’attesa snervante, mentre, aspettando di ricevere una risposta, quella musichetta di attesa si ripeté più e più volte, ma finalmente, dopo mezz’ora, risposero…

“Buongiorno, sono la direttrice del museo, come posso aiutarla?”

“Salve, qualche mese fa ho visto sul sito del vostro museo un articolo che citava un forziere perso molto tempo fa…”

“Sì certo, il forziere della nave Fearless, ma cosa volevate sapere?”

“Quell’ articolo mi era piaciuto molto così, ho voluto fare qualche ricerca.”

“Scusi, ma non ho ancora capito cosa vuole”

“Quello che volevo dirle è che ho trovato il forziere.”

“Signorina, questo non è un gioco!”

“Ma non sto mentendo! L’ho trovato vicino a un’isoletta non molto conosciuta dell’America, sott’acqua ovviamente”.

“Mi fido di lei, signorina, manderò una squadra a riprenderlo”.

“Grazie, le mando un’e-mail con tutte le coordinate e, ovviamente anche il numero della cabina e il posto in cui cercare il forziere”

Ora ero veramente soddisfatta, finalmente avevo concluso la mia prima vera Avventura, ma c’era ancora un problema, ora che ero fidanzata con Jim non volevo tornare a casa perché questo comportava come conseguenza il fatto di doverci lasciare.

Comunque dovevo dirglielo prima o poi…

Gli scrissi di incontrarci in spiaggia, lui aveva detto che aveva un po’ di cose da sbrigare, che potevamo andarci domani, ma non potevo aspettare così tanto, per fortuna riuscì a convincerlo.

“Ciao Anna, come mai tanta fretta di incontrarci?”

“Ti devo dire una cosa, prima che te la dica però devi sapere che con te ho passato momenti che non avevo mai passato con nessun altro”

“Anna, mi stai spaventando, cosa mi devi dire?”

“Torno a casa, lì ho la mia famiglia, non posso scomparire così”

“…”

“Scusa”

“Sei sicura di non poter rimanere? Potresti trovare un lavoro e poi, scusa, ma il forziere?”

“Ho chiamato il museo stamattina e mi hanno detto che lo avrebbero recuperato loro”

“Allora questo è un addio?”

“No, è un arrivederci”

Gli diedi un bacio sulla guancia e me ne andai, quando mi girai, lo vidi ancora lì seduto sulla spiaggia a osservare il nulla, non sapevo se stavo commettendo il più grande errore della mia vita ma sapevo, che non lo avrei dimenticato mai.

RITORNO A CASA

Ormai era tutto pronto, avevo preparato le valige, messo a posto tutto quello che era rimasto in camera e preso i biglietti per l’aereo, avevo pagato l’hotel e ora ero fuori ad aspettare la navetta che mi avrebbe portato in aeroporto.

La avvistai in lontananza, quando arrivò anche se con un po’ di esitazione salii, per tutto il viaggio pensai alla mia scelta, ma c’era una cosa che mi dava sollievo, ieri avevo messo nello zaino di Jim l’indirizzo di casa mia e un biglietto aereo per andarci, chissà magari un giorno lo avrei rincontrato.

Tornata a casa, i miei genitori mi chiesero del viaggio, io risposi che era andato tutto bene, che mi ero rilassata e che non avevo fatto altro che stare in spiaggia tutto il tempo.

I loro sguardi però mi preoccuparono, non erano facce arrabbiate, erano facce del tipo: “Tranquilla, Anna, sappiamo tutto”.

Io, anche se con un po’ di paura, risposi: “Che c’è?”

Loro tirarono fuori un giornale, io lo presi in mano e, con enorme stupore, vidi il mio nome e la mia foto su tutte le pagine, e con titoli del tipo: “Giovane ragazza di 20 anni ha trovato il forziere della nave Fearless!”  Oppure: “Ragazza di 20 anni originaria dell’Italia trova il forziere della nave Fearless da tanto tempo cercato!”

Non ci credo ero diventata famosa, ogni giornale del mondo citava la mia scoperta, ero al settimo cielo, i miei genitori mi fecero molti complimenti, anche se un po’ arrabbiati che non gli avessi detto nulla della mia iniziativa.

Tuttavia mancava ancora una cosa: Jim. Mi mancava, nonostante il biglietto e l’indirizzo che gli avevo lasciato non era venuto, ma a un certo punto mi venne un’idea: sul giornale c’era scritto che per la mia scoperta avrei ricevuto molti soldi, che di sicuro mi bastavano per andare a vivere in America!

Ci volle un po’ per convincere i miei genitori, ma quando ci riuscii, chiamai immediatamente Jim per dirglielo, non ci voleva credere!

UNA NUOVA VITA

Dopo aver salutato i miei genitori e aver loro promesso che sarei tornata a trovarli, andai subito in aeroporto e partii.

Appena arrivata incontrai Jim all’uscita che mi aspettava, subito corsi verso di lui e lo abbracciai; gli chiesi anche perché non fosse venuto a trovarmi, e lui mi rispose che, se fosse venuto, di sicuro non sarebbe più andato via tanto era la gioia di ritornare con me, ma lui aveva un lavoro, un fratellino da curare, non poteva rimanere in Italia.

Io comunque non mi arrabbiai: ero presa così tanto dalla felicità che non mi importava del fatto che non fosse venuto, ora l’importante era che ero con lui, che avremmo condiviso dei momenti magici che non avremmo dimenticato mai, e che avremmo camminato sulla spiaggia tenendoci la mano durante il tramonto.

Insomma avevo vissuto la mia prima vera Avventura, ma questa non mi aveva regalato soltanto una nuova esperienza, ma anche un amore che mi ha cambiato la vita.

Arianna V., Secondaria, team del giornalino

VI PRESENTO LA MIA SCUOLA

Sono un alunno della Scuola Primaria “Don Lorenzo Milani” di Monasterolo dell’Istituto Rita Levi Montalcini e frequento la 5aB.

La scuola primaria è aperta a tutti ed è gratis.

Inizia a 6 anni e finisce a 10, quindi dura 5 anni. Le lezioni iniziano alle 8:30 e finiscono alle 16:30. Si va a scuola dal lunedì fino al venerdì e si riposa il sabato e la domenica.

Il primo intervallo è dalle 10:30 alle 10:45 dove si consuma la merenda consegnata dal personale della mensa. Io preferisco il pane e cioccolato, però raramente ce lo danno, invece quasi sempre ci danno frutta o yogurt. Il secondo intervallo invece è dalle 12:30 alle 14:30 dove si consuma il pranzo e si può giocare tranquilli.

La mensa a me non piace molto, infatti non mangio quasi niente.

Come materiale scolastico abbiamo: i quaderni e i libri, un grande astuccio con una gomma, un paio di forbici, un righello, 2 o 3 matite lapis, i colori e i pennarelli. Di solito abbiamo anche un altro astuccio con una colla, un temperino e 4 penne: rossa, blu, nera e verde.

I compiti a casa ce ne danno il giusto e li svolgo sempre da solo.

Ho 5 maestri:

Ilda, che è la mia maestra preferita, insegna italiano, arte e immagine, storia e geografia; Marzia, che insegna matematica, geometria, musica e scienze; Maria Pina inglese, Guglielmo religione, Carmelo che insegna tecnologia ed educazione fisica.

A me piace molto questa scuola e mi dispiace che sia l’ultimo anno, perché dovrò andare alle medie.

Marco B., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

 

Oggi al parchetto, ho conosciuto una bambina di nome Jennyfer che si è appena trasferita in Italia con la sua famiglia.

Mi ha chiesto di parlare della scuola in Italia, allora ho iniziato a raccontarle come funziona la scuola, è aperta a tutti e si paga solo il pranzo e il materiale scolastico.

Si inizia a 6 anni e si frequentano 5 anni di scuola primaria, 3 anni di scuola secondaria di primo grado e 5 anni di scuola secondaria di secondo grado.

Le lezioni iniziano alle 8:30 finiscono alle 16:30 e durano dal lunedì al venerdì invece il sabato e la domenica si sta a casa.

Durante la giornata abbiamo 2 intervalli: uno la mattina alle 10:30 e l’altro dopo aver pranzato in mensa è alle 14:00.

Sul banco abbiamo 2 astucci, un diario, un dizionario, un raccoglitore e dei libri.

Per scrivere usiamo due caratteri: corsivo e stampatello che ci insegnano dal primo giorno.

Ci sono tante materie da studiare ma le mie preferite sono: musica, arte ed educazione fisica.Per il fine settimana ci danno tanti compiti da svolgere a casa.

I nostri insegnanti sono tanti: Ilda, Guglielmo, Maria Pina, Marzia e Carmelo.

Le mie insegnanti preferite sono: Mariapina e Ilda.

Alla fine del mio racconto Jennyfer era entusiasta e non vedeva l’ora di iniziare la scuola.

A me la scuola piace particolarmente. Ogni anno sono contenta di ritrovare i miei amici e i miei maestri.Insomma questa scuola è fantastica!

Alessia C., classe quinta B, Scuola Primaria di Monasterolo

UNA MAGICA AVVENTURA- II PARTE

IL FORZIERE

Anche lì, niente squali e un sacco di pesci, ma la differenza sostanziale era che dopo circa una mezz’ora trovai la nave affondata, mi misi immediatamente a cercare il forziere, ci avrei messo sicuramente del tempo, ma ne sarebbe assolutamente valsa la pena!!!

La nave, anche se affondata, appariva immensa, c’erano un sacco di cabine e una di quella conteneva il forziere da me tanto cercato.

Incominciai a cercare, più o meno ci saranno state una quarantina di cabine, ma questo non mi demoralizzò per niente, anzi tutto il contrario.

Non avevo un orologio lì sotto, quindi non sapevo da quanto tempo fossi stata lì. Avevo controllato più della metà delle cabine, ero sfinita e d’aria nelle bombole ne rimaneva ben poca, ero molto in profondità e non potevo rischiare di rimanerne senza.

Risalii in superficie, mi tolsi le bombole, e con il motoscafo mi diressi velocemente verso il porto per poter così tornare in hotel. Durante quel breve tragitto riflettei molto; fino ad adesso non avevo trovato niente di interessante, però notai una cosa: tutte le cabine dove ero stata contenevano vestiti, documenti ormai illeggibili…

Ma tutto questo era dentro delle cabine che si aprivano molto facilmente, bastava una semplice girata della manopola: un forziere di sicuro poteva stare solo in una cabina molto ben sigillata e come minimo con una combinazione con cui accedervi.

Il mio ragionamento non faceva una piega, o passavo altre due ore abbondanti a cercare in altre venti cabine oppure mettevo in atto la mia idea: “Dovevo cercare l’unica cabina con un codice o un lucchetto”.

Appena scesi dal motoscafo lo restituii e mi diressi con un taxi in hotel, era sera, dopo poco senza accorgermene mi si chiudevano gli occhi dalla stanchezza, stare tutto quel tempo sott’acqua mi aveva fatto venire un gran mal di testa, era inutile continuare a pensare alla nave e al forziere, ora dovevo soltanto stendermi sul letto e riposarmi.

IN PROFONDITÀ…

Mi svegliai più in forma che mai nonostante la sera prima fossi andata a letto quasi a mezzanotte; ora però c’era un problema: non avevo più il motoscafo!

L’avevo noleggiato solo per un giorno con la speranza di trovare di già il forziere, ma purtroppo non è stato così.

Ancora una volta non mi demoralizzai, così più in fretta che potevo, chiesi a tutti i passanti se nelle vicinanze c’era un posto dove si poteva noleggiare sia l’attrezzatura da sub sia il motoscafo. Per fortuna incontrai un ragazzo, di età più o meno intorno ai vent’anni, molto simpatico e gentile che mi disse che ne avrei trovato uno al porto andando sempre avanti e poi girando a sinistra. Lo ringraziai, subito più forte che potevo corsi nella direzione indicata, presi tutto ciò che mi serviva, e già che c’ero presi anche un cavo di ferro molto resistente nel caso in cui avessi trovato il forziere, così avrei potuto portarlo in superficie molto velocemente e soprattutto senza fare troppi sforzi.

Accesi i motori e andai…

Mi immersi di nuovo e incominciai a cercare la cabina in cui molto probabilmente si trovava il forziere, esclusi diciotto cabine, ne rimanevano solo due, entrai nella prima, questa era chiusa da un lucchetto di quattro combinazioni che però per fortuna riuscii a togliere senza grandi problemi, cercai accuratamente, ma del forziere nessuna traccia…

Allora decisi di recarmi nella seconda cabina questa era chiusa da un lucchetto di nove combinazioni, ma come il primo si tolse molto facilmente essendo arrugginito e rovinato. Entrai, rispetto alle altre cabine questa non conteneva molto, però c’era una seconda porta, questa di dodici combinazioni: feci un po’ più di fatica a togliere il lucchetto, ma ci riuscii comunque. Nella seconda porta c’era un cofanetto che conteneva vari oggetti preziosi come bracciali o monete d’oro.

Del forziere non c’era traccia, stavo per andarmene, quando vidi un piccolo solco in mezzo al muro, tirai con tutta la forza che avevo e, dopo aver spostato il muro, trovai il forziere, era enorme e ovviamente aveva una serratura, ma c’era un piccolo problema, non avevo la chiave!

Mi misi a cercare, la trovai dentro un cassetto di una scrivania molto antica, non persi tempo, presi la chiave e aprii il forziere: era meraviglioso, pieno di diamanti.

Ma adesso avevo un insignificante problema:” Come potevo portare il forziere a riva senza attirare l’attenzione???”

In quel momento non potevo portarlo in superficie, non potevo di certo nasconderlo dentro l’hotel, così decisi di richiudere il forziere e di rimetterci su il pezzo di muro che avevo estratto, uscii dalla cabina e ritornai in superficie, salii in barca e ritornai in hotel. Questa volta ero stata più previdente, infatti decisi di prendere l’attrezzatura e il motoscafo per quattro giorni giusto per sicurezza.

Mi stesi sul letto, non passarono neanche cinque minuti che caddi in un sonno profondo, durante la notte feci un sogno, la mattina dopo però mi resi conto che quello che credevo di avere fatto non era un sogno, ma la pura verità: avevo trovato il forziere!

JIM

Ci riflettei a lungo, tutto ciò era un bel problema… Nel pomeriggio, ancora con le idee confuse uscii per andare in riva al mare: era una bellissima giornata e il vento fresco che volava tra i capelli era davvero piacevole. Arrivai in spiaggia, mi misi a guardare l’orizzonte e riflettei; all’improvviso sentii un pallone toccarmi il piede, mi guardai indietro e vidi un bambino di circa otto anni, di istinto presi il pallone e glielo riconsegnai; in quel momento sentii una mano poggiarsi sulla mia spalla, io mi girai di scatto spaventata, e, fu allora che il mio cuore si fermò per un instante: era bellissimo, un ragazzo apparentemente di due anni più grande di me, capelli biondi, occhi di un azzurro intenso come l’oceano…

“Scusa spero che mio fratello non ti abbia colpito con la palla”. Io, confusa, gli dissi un debole: “No, non preoccuparti”.

Senza accorgercene, ci mettemmo a parlare: era un surfista, mi parlò delle sue cavalcate sulle onde, di come, per poco, non rischiava di scivolare dalla tavola nel bel mezzo di un’onda… Era come me, con la stessa voglia di vivere delle avventure, mi rimisi a guardare le onde che si infrangevano sulle coste, erano davvero belle.

Vidi anche il tramonto che colorava il cielo di un arancione-rosso intenso, guardai l’orologio e con sorpresa scoprii che ero rimasta lì per ben due ore!!!

Dissi a quel ragazzo che dovevo andare perché si era fatto veramente tardi. Prima di andare però mi chiese di dirgli il mio nome, io questa volta risposi con un tono di voce un po’ più forte: “Anna”, lui rispose: “Jim”.

Ritornai all’hotel si era fatto veramente, ma veramente tardi, erano ormai quasi le nove di sera, mi sedetti nella poltrona della hall e, senza evidentemente rendermene conto mi addormentai, mi svegliò un cameriere chiedendomi se stavo bene io gli dissi di si e gli chiesi il perché di quella domanda. Lui disse che mi aveva fatto quella domanda perché diceva di avermi sentito dire più volte il nome Jim, io dissi che andava tutto bene; erano ormai le dieci passate, così andai in camera per dormire; per la prima volta nella mia vita mi ero innamorata!!!

Continua …

Arianna V.,  Secondaria, team del giornalino

FOTOGRAFIA…CHE PASSIONE!

Da un po’ mi sono appassionato di fotografia.

Un giorno mio papà mi ha regalato una macchina fotografica e poi mi ha spiegato tutto quello che c’è da sapere.

La prima cosa che mi ha spiegato sono stati i tipi di macchine fotografiche:

Le compatte

Le Bridge

Le Mirrorless

Le Reflex

Le compatte sono le macchine da principianti con l’obiettivo non intercambiabile. Sono piccole, leggere e di poca qualità; sono automatiche cioè non bisogna regolare niente. Vanno bene per quelli che hanno appena iniziato a studiare la fotografia, ma ovviamente non sono macchine per professionisti.

Le Bridge sono macchine che non hanno l’obiettivo intercambiabile, sono una via di mezzo fra le Reflex e le Mirrorless. Assomigliano alle Mirrorless, ma hanno due differenze:

-Non permettono di cambiare obiettivo

-Dispongono di un sensore derivato dalle compatte

Le Reflex sono diverse dalle Mirrorless, perché le Reflex hanno una specie di specchio (non è uno specchio) che rende la qualità della foto migliore (di poco).

Compatte

Bridge

Mirrorles


 

 

 

 


 

Daniele C., Secondaria, team del giornalino

MIREGA, LA DIVINITÀ DEL VUOTO

Un giorno al centro del universo 14, qualcosa, qualcosa che poteva essere la fine di tutto il conosciuto si svegliò.

Nessuno si sarebbe aspettato un evento così, a chi mi riferisco?

A Mirega, un individuo che dire divinità era poco, perché il suo potere era infinito il suo unico obbiettivo era distruggere qualunque cosa per diventare il re del nulla, il multiverso governato da un vuoto, non abitato, una distesa di nero con lui al comando.

Sembrava tutto perso, finché nell’universo 6, in un angolo remoto un individuo sconosciuto creò me, un androide di nome Genocide e il mio unico scopo era ucciderlo e cercai, cercai ma non lo trovavo.

Un giorno però mi si presentò davanti e il suo aspetto me lo ricordo perfettamente: aveva una felpa con cappuccio rosso, dei pantaloni corti blu e delle scarpe da allenamento nere.

Come aspetto fisico aveva degli occhi marroni e dei capelli neri mediamente  lunghi ed un fisico normale non sicuramente un fisico degno di un dio.

Il suo carattere era spavaldo, sicuro di sé, nel nostro combattimento sembrava che si credesse così forte da potermi prendere in giro.

Al suo confronto sembravo una piccola formica in  balia della tempesta.

Era così sicuro della sua vittoria che quasi non si impegnava, purtroppo però quando sono riuscito a fargli perdere sangue con una mia mossa più potente delle sue, lui mi cancellò seduta stante.

Da quel giorno non so più niente di lui , molti dicono che è morto altri che vaga nello spazio, secondo me ha capito il suo sbaglio e si è rincarnato in una persona migliore ma il mistero rimane, questa è la mia storia e la storia di Mirega, una storia di cui fine è incerta

 

                                         Matteo V.,  Secondaria, team del giornalino

UN PAESE PER TUTTI

In un paese lontano tutto era rotondo: rotonde le case, le porte, le finestre, gli alberi e gli abitanti.
La gente rotolava allegramente: c’erano cerchi grandi, piccoli, rossi, azzurri, un po’ storti, con qualche ammaccatura.

Un giorno in questo paese arrivò un viaggiatore. Era già capitato e non vi era niente di strano, se non, e non era poco, che questo viaggiatore era QUADRATO e assomigliava ad un fazzoletto.
Al signor Quadrato quel paese senza spigoli sembrò strano ma gli piacque e decise di fermarsi. Quadrato cercò subito di fare amicizia con il signor CERCHIO ed i suoi fratelli e offrì a tutti tè e cioccolata.
I rotondi ridevano di lui perché lo trovavano assai buffo, ma giocando insieme a palla e a biglie scoprirono che il signor Quadrato era un gran simpaticone.
Dopo un po’ di tempo nel paese arrivò il signor TRIANGOLO e, quando lo videro, gli abitanti cominciarono a ridere perché aveva tre punte ed era un po’ spigoloso, ma non era affatto pericoloso.
Quando si misero a giocare con lui scoprirono, invece, che era gentile, divertente e che aveva i loro stessi gusti.
Passò altro tempo e arrivò anche il signor RETTANGOLO e la signorina OVALE ELLISSE.
I cerchi, nel vederli, si misero a ridere anche di loro, di lui perché era molto alto e magro e di lei perché era lunga e cicciottella.

Ma il signor Rettangolo, che non era permaloso ma un tipo allegro e geniale, fece una proposta: “Perché non proviamo a fare qualcosa insieme per conoscerci meglio?”
E così andarono a fare un bel pic-nic in un verde praticello.
Ognuno preparò dei buonissimi panini e gustosi tramezzini; erano di tutte le forme e di tutti i colori: rotondi, quadrati, triangolari, ovali, rettangolari, che vennero molto apprezzati.

Da quel giorno gli abitanti del paese dei Rotondi ed i quattro viaggiatori diventarono amici per sempre e insieme costruirono un piccolo paese:

Classi I A e I B,
Scuola primaria di Mezzate

UN’AVVENTURA MAGICA- I PARTE

LA MIA PRIMA, VERA AVVENTURA

Avete mai sognato di vivere un’avventura? Ma un’avventura vera, di quelle che si leggono nei libri?

Be’ è da un po’ che ho iniziato il libro:” Il Conte di Montecristo” quando ho incominciato a leggerlo non sono più riuscita a smettere, coinvolgente, pieno di suspense, ma soprattutto avventuroso: il protagonista affronta un sacco di pericoli.

Mi piacerebbe vivere in prima persona un’avventura, ma una di quelle che ti cambiano per sempre la vita, ormai sono grande, motivata e pronta per poter vivere un’Avventura con la A maiuscola: devo solo trovarla.

Mi stravacco sul divano di sala: su internet non c’è niente di interessante, nulla che stimoli la mia curiosità. Così prendo la prima rivista che vedo sul tavolo, la prima pagina che sfoglio parla di commercio, incomincio a leggere, leggere, leggere… Ma niente, nulla che mi interessi, allora incomincio a sfogliare le altre pagine, niente… Però, nelle ultime pagine noto un articolo davvero interessante, parla della nave Fearless affondata molti anni fa a causa di una tempesta; in quella nave vi era nascosto un forziere: si dice che all’interno ci fossero dei diamanti…

La nave era diretta verso un museo di Parigi per potervi esporre il forziere, e si dice che oggi sia ancora lì, sul fondo dell’oceano.

Rimango sbigottita: era quello che cercavo, sarebbe fantastico trovare quel forziere e consegnarlo poi al museo così, non perdo tempo, accendo subito il mio computer e mi metto a cercare informazioni sulla nave Fearless e su dove affondò in modo da sapere dove immergermi per cercarla, visitai anche il sito del museo dove doveva essere portato il forziere, subito dopo vedo anche un articolo dove c’era scritto che i ricercatori non lo avevano ancora trovato: quello era il mio momento!!!

Sul sito c’era scritto che la nave era naufragata vicino a una isoletta del Pacifico ancora oggi non identificata sulle mappe, l’unico indizio che avevo era che questa isoletta si trovava più o meno vicino alle coste dell’America, questo infondeva in me ancora più curiosità, non vedevo l’ora di partire; sapevo che questo avrebbe occupato molto del mio tempo e dovevo dire qualcosa ai miei amici e genitori. Alla fine decido che era meglio non entrare nei dettagli, così, dico a tutti che sono in partenza per una vacanza in America per rilassarmi un po’.

Acquisto i biglietti, prenoto un albergo, preparo valigie e borse, passaporto, vestiti, mappe ecc.…

Saluto amici e genitori dicendo che sarei tornata presto, salgo sull’aereo e parto, vedo la mia città dall’alto, la stavo lasciando per vivere la mia prima Avventura.

FINALMENTE ARRIVATA

Il viaggio sembrò infinito, ma finalmente, dopo dodici lunghe ore, arrivai: ero eccitata e non vedevo l’ora di iniziare a cercare il forziere, ero decisa e determinata; con un taxi arrivai in circa mezz’ora all’hotel, presi le chiavi della mia camera e mi sistemai.

Quando arrivai in hotel era già tardo pomeriggio quindi decisi che era meglio iniziare le mie ricerche il giorno dopo.

Dormii come un ghiro, il viaggio del giorno prima mi aveva stancata molto.

Dopo un abbondante colazione, ritornai in stanza, mi sedetti sulla sedia, aprii la mappa e incominciai a cercare; l’isoletta come ho già detto non era ancora identificata sulle mappe e questo mi creò un bel po’ di problemi, così decisi di andare per esclusione e usare un po’ di intuito per fortuna la mappa che avevo era molto dettagliata. C’era scritto il nome di ogni singola isola, tranne in una: era quella, non c’erano dubbi.

Questo mi riempì di felicità: avevo iniziato solo da un giorno le ricerche, ma le cose promettevano già molto bene.

Quella piccola isola era sulla mappa come un puntino verde in mezzo a un oceano di azzurro; comunque non avevo ancora abbastanza informazioni e poi dovevo prenotare un motoscafo, prendere l’attrezzatura da sub per immergermi e, cosa più importante, dovevo sapere se in quelle acque c’erano molti squali o altri animali acquatici potenzialmente pericolosi; insomma volevo vivere un’avventura, ma dovevo anche pensare alla mia sicurezza, non potevo rischiare di essere sbranata da uno squalo o chissà che cosa.

Quindi decisi di andare su internet per cercare delle informazioni.

Non trovai molto, ma mi bastò sapere che intorno a quelle acque non si trovavano molti squali; questo mi rasserenò, perciò decisi di scendere nella hall e chiedere dove potevo noleggiare il motoscafo e l’attrezzatura da sub.

Poco dopo andai al porto, presi il motoscafo, ringraziai il signore che me l’aveva prestato, indossai la muta, presi le bombole, accesi il motore e partii; l’isola non si trovava molto distante dalla costa quindi non mi dovetti spingere molto al largo per raggiungerla, spensi il motoscafo dove credevo si trovasse la barca affondata: molto probabilmente lì sotto si trovava il forziere, ora dovevo solo tuffarmi e immergermi per cercarlo. Mi sistemai le bombole e mi tuffai.

Rimasi incantata dalla quantità di pesci che c’erano: erano di tutti i tipi e colori, però dovevo restare concentrata, di sicuro la nave, dopo essere naufragata, era scesa molto in profondità, così, pronta come non mai, incominciai a nuotare verso il fondale marino.

 

ALLA RICERCA DEL FORZIERE

Scesi molto in profondità, ma non trovai granché, solo qualche pezzo della nave arrugginito, ormai avevo capito che il forziere non era lì, quei pezzi probabilmente erano stati portati dalla corrente, altrimenti se il forziere fosse stato lì, ci sarebbe stata l’intera nave. Un po’ amareggiata decisi di tornare in superficie, risalii sul motoscafo e ritornai all’albergo: “In che cosa avevo sbagliato???”

Non mi persi d’animo, per fortuna avevo iniziato abbastanza presto la ricerca e prima che facesse buio avevo ancora un bel po’ di tempo, ricontrollai la cartina decine di volte, ma non trovai niente, così decisi di farmi quattro passi per schiarirmi un po’ le idee. Durante la mia passeggiata incontrai un simpatico signore con il quale parlai per un quarto d’ora circa. Iniziammo a parlare delle isole che circondavano la costa; questo signore mi parlò anche di due isole non molto conosciute, la prima era quella che avevo usato come punto di riferimento per la mia ricerca, e una seconda tanto piccola che non era neanche disegnata sulle mappe. Mi feci spiegare dove fosse e dopo aver ringraziato il signore andai verso l’albergo per segnarmi la posizione della seconda isola sulla mappa.

Ero ancora più eccitata di prima, così decisi di rimettermi la muta, ripresi il motoscafo che per fortuna avevo noleggiato per tutto il giorno, e, una volta in acqua, lo accesi per raggiungere la seconda isola; rispetto alla prima si trovava un po’ più a largo, ma questo non mi creava particolari problemi: arrivata, fermai anche lì il motoscafo dove pensavo che fosse la nave e senza esitazione mi tuffai.

Continua…

Arianna V. secondaria, team del giornalino

FNAF (dall’ 1 al 5)

FNAF

Il gioco, di cui la prima versione uscì l’8 agosto del 2014, è uno dei giochi più apprezzati e giocati dal mondo, per la sua difficolta e per la sua trama.

Il gioco è ambientato nel ristorante Freddy Fazbear’s Pizza: il locale è famoso, oltre che per la buona pizza e l’allegra atmosfera, per i suoi spettacoli di pupazzi animatronici tra cui le mascotte Freddy Fazbear, Bonnie, Chica e Foxy. Di giorno sono immobili nelle loro postazioni e muovono solamente gli arti superiori ed il busto quando ballano, mentre di notte sono liberi di vagare per la pizzeria in quanto se fossero lasciati spenti per troppo tempo, i loro servomotori si danneggerebbero, per questo il titolare vuole che ci sia una guardia, per fare in modo che gli animatronix non danneggino la pizzeria.

Una delle registrazioni della segreteria telefonica lasciata dalla guardia precedente spiega che i robot non possono vagare liberi durante il giorno a causa di un incidente in cui un animatronico guasto morse qualcuno strappandogli il lobo frontale. Viene spiegato poi che gli animatronici non vedono la guardia come un essere umano, bensì come il meccanismo interno di un animatronico senza costume e, poiché ciò va contro le regole della pizzeria, qualora la dovessero vedere, cercherebbero di infilarla a forza in un costume di Freddy Fazbear, uccidendola nel processo (a causa di apparecchi e spunzoni meccanici situati su tutto il corpo ma principalmente sul capo).

Dalla registrazione della quarta notte sembra che l’uomo al telefono sia stato ucciso dagli animatronici; inoltre nella registrazione della quinta notte si sentiranno solo strani suoni confusi e incomprensibili.

Dopo la settima notte la guardia, di nome Mike Schmid, verrà licenziata perché accusata di aver danneggiato gli animatronix.

 

FNAF 2

Il gioco è ambientato nel  1987. Dopo la chiusura di una precedente pizzeria, il locale, acquistato da una nuova compagnia di ristorazione, riapre nuovamente sotto il nome di “Freddy Fazbear’s Pizza”. Con il cambio di gestione gli animatronici della precedente pizzeria eccetto Marionette\Puppet, ormai rovinati e malfunzionanti, vengono portati in riparazione e dimenticati, per mancanza di fondi vengono definitivamente disattivati, ma vengono rimpiazzati da nuovi animatronici, i Toy (letteralmente: Giocattoli), mentre i vecchi vengono conservati per pezzi di ricambio. Il protagonista è una guardia di sicurezza diversa da quella presentata nel precedente capitolo: Jeremy Fitzgerald. Il “phone guy” (l’uomo del telefono) dice a Jeremy che i Toy animatronici hanno un sistema di riconoscimento facciale che usano per seguire e proteggere i bambini dai possibili pericoli e per intrattenerli, ma che non sono programmati per una modalità notturna. Essi si dirigono autonomamente verso l’ufficio della guardia in quanto, sentendo dei rumori, pensano che vi sia qualcuno da dover intrattenere. Come nel primo gioco, il programma degli animatronici dice che non dovrebbero esserci persone adulte nella pizzeria dopo la sua chiusura; in tal caso, verrebbero considerate come endoscheletri da dover infilare in un costume animatronico di riserva, portandoli infine alla morte come nel primo capitolo. Nella registrazione viene riportato inoltre che il ristorante ha un illimitato consumo di energia ma tranne per la torcia del corridoio centrale e che non ci sono porte per bloccare l’accesso all’ufficio, perciò la suddetta guardia deve indossare una maschera di Freddy per far sì che gli animatronici lo riconoscano come uno di loro e non lo attacchino. Dopo poco gli viene rivelato che lui è la seconda guardia notturna della pizzeria in quanto la precedente ha dato le dimissioni per un motivo che non rivela.

Nella quarta notte, il phone guy dice al protagonista che durante la giornata sta succedendo qualcosa al locale, in quanto ha sentito che si sta svolgendo un’indagine di polizia attorno alla pizzeria forse per i 5 bambini ma nessuno sa esattamente cosa stia accadendo, ma afferma che qualcuno è entrato nel ristorante e ha usato uno dei costumi degli animatronici per motivi sconosciuti. Nella quinta notte, Jeremy viene informato che il ristorante resterà chiuso per un po’ per una motivazione sconosciuta, oltre a sapere che si è liberato un posto come guardia diurna, che lui può essere promosso ad essa e che il titolare del vecchio ristorante “Fredbear Family Diner” sarà contattato per dare delle informazioni sugli animatronici. Nella sesta notte, l’uomo del telefono informa Jeremy che il ristorante è rimasto chiuso quel giorno, sempre per un motivo non specificato, e menziona il fatto che qualcuno indossava un costume giallo di ricambio per gli animatronici e che ora essi non funzionano più bene. Oltre alle varie brutte notizie, Jeremy scopre che il giorno dopo sarà promosso a guardiano diurno. Avanzando nella storia, il giorno dopo, l’ex guardiano notturno verrà spostato al turno di giorno per tenere sotto controllo una festa di compleanno in modo che gli animatronici, apparentemente impazziti, non facciano male a nessuno ma da ciò che l’uomo al telefono dice nel primo capitolo: “è incredibile come una persona possa sopravvivere senza lobo frontale!” facendo intendere che forse sia successo qualcosa.

Quando la sesta notte viene completata apparirà come immagine finale un giornale in cui vi è scritto che il ristorante chiuderà definitivamente e che i Toy Animatronici saranno demoliti, mentre i vecchi saranno riutilizzati per un’altra pizzeria. Dopo la settima notte, Friz Smith (che ha sostituito Jeremy) verrà licenziato perché accusato di aver manomesso gli animatronici.

 

FNAF 3

Il gioco è ambientato 30 anni dopo la chiusura del Freddy Fazbear’s Pizza. Dopo la chiusura definitiva della pizzeria non si è più saputo niente degli animatronico, finché 30 anni dopo viene costruito il Fazbear’s Fright, un parco divertimenti a tema horror progettato per capitalizzare i disastrosi eventi passati del Freddy Fazbear’s Pizza. Il giocatore impersona una guardia notturna come nelle versioni precedenti, solo che in questo caso non si sa chi sia in quanto non è stato pagato alla fine del gioco, e non c’è nessun documento che lo identifichi. All’interno dell’attrazione vi sono i vari pezzi degli animatronici appesi alle pareti oppure usati come manichini. Durante la prima notte tutto è tranquillo, (tranne per il fatto che le telecamere e i sistemi audio e ventilazione dell’ufficio devono essere resettati periodicamente), e la guardia porta a termine il suo lavoro facilmente. Ma dopo il secondo giorno i dipendenti trovano una tuta d’animatronico con “Serrature a scatto” (Springlocks in lingua originale) marcita a forma di coniglio soprannominato Springtrap e la riattivano. Le tute con serratura a scatto erano progettate per essere indossate sia da un umano che da un endoscheletro, furono usate al Fredbear’s Family Diner ma a causa di un malfunzionamento erano state disattivate. Springtrap era una di queste (oltre a l’orso Fredbear). Inoltre dopo gli eventi del primo gioco il Purple Guy vi morì all’interno per sfuggire alle anime dei bambini e ora la sua anima possiede l’animatronico. Dalla seconda notte il lavoro della guardia diventerà più complicato dato che Springtrap proverà più volte a entrare nel suo ufficio e come se non bastasse il protagonista ha continue misteriose e non ben definite apparizioni di vecchi animatronix.

Dopo la quinta notte possono avvenire due finali: il “Bad Ending”(Finale Cattivo) dove le anime dei bambini rimangono intrappolate nei robot e il “The End” (La Fine) dove le anime dei bambini hanno trovato finalmente pace.

Alla fine della sesta notte si può leggere sul giornale che il Fazbear’s Fright è bruciato per via di un incidente di cui non ci è dato sapere di più. Osservando attentamente l’immagine sul giornale si potrà vedere la faccia di Springtrap, dimostrando che è sopravvissuto all’incendio.

 

FNAF 4

Il giocatore si ritrova nei panni di un bambino che viene costantemente maltrattato dal fratello maggiore mascherato da Foxy, il quale si diverte a fargli dispetti e a prendersi gioco di lui. Il bambino festeggia con gli amici il proprio compleanno ad una pizzeria della catena Freddy’s ma durante la festa accade una tragedia: il fratello insieme a dei bulli suoi amici, infila il bambino nella bocca dell’animatronico Fredbear, inconsapevoli però del fatto che all’interno del costume ci fosse un endoscheletro; il bambino viene quindi morso al capo dall’endoscheletro ed entra in coma. Durante il coma ha incubi nei quali spaventosi animatronici tentano di ucciderlo. Alla fine della sesta notte nell’incubo il bambino si troverà in una dimensione onirica insieme ai suoi peluche raffiguranti alcuni personaggi del franchise della pizzeria. Fredbear, in particolare, lo rassicurerà, dicendogli che lui e gli altri suoi “amici” non lo abbandoneranno mai, dopodiché si potrà sentire il suono di un elettrocardiogramma che segnalerà la morte del bambino.

Nella Halloween Edition la storia è identica con l’eccezione di essere ambientata nel periodo di Halloween; inoltre alcuni personaggi vengono sostituiti dalle loro controparti in stile Halloween o da altri personaggi in versione Nightmare.

 

FNAF 5

(SISTER LOCATION)

Il gioco è ambientato nel Circus Baby’s Entertainement and Rental, un magazzino sotterraneo dove vengono tenuti gli animatronici del Circus Baby Pizza World, ristorante chiuso per perdite di gas che aveva come attrazione principale gli animatroni costruiti da William Afton, simili a quelli della catena Fazbear’s Entertainment. Tale magazzino è anche la sede dove gli animatronici sono sottoposti a manutenzione per essere pronti durante il giorno, in modo da poter essere affittati per feste di compleanno o party privati. Il protagonista viene dunque assunto come tecnico per monitorare i robot, motivarli (con delle scariche elettriche) e ripararli, in modo tale che vengano preparati entro il giorno successivo per svolgere tutte le attività per cui sono programmati; inoltre, dovrà occuparsi della manutenzione ed a provvedere al corretto funzionamento delle varie apparecchiature elettroniche del luogo. A guidarlo durante le sue mansioni notturne e incarichi da portare a termine vi è HandUnit, un’intelligenza artificiale tuttofare dei branchi di robotica e del sistema di riparazione dell’edificio

Durante la seconda notte, svolgendo il proprio incarico di controllo dell’attività degli animatronici, a causa di un malfunzionamento dell’energia, il protagonista finisce intrappolato nel Baby Circus Control dopo aver tentato di “motivare” con una scossa elettrica il pupazzo. Dopo che HandUnit si disattiva, cercando di riavviare il sistema, il protagonista viene raggiunto da Baby, la quale lo porta in salvo consigliandogli di nascondersi in un rifugio improvvisato sotto la scrivania, trincerandosi con una porta metallica dall’attacco dei Bidybab. Dopo essersi difeso da essi, Baby avverte il giocatore che HandUnit non riuscirà a riavviare il sistema ma gli chiederà di riavviarlo manualmente passando dalla galleria di Ballora. Baby gli darà istruzioni di procedere lentamente per la stanza e di fermarsi quando sente il suono di un carillon e di ignorare le istruzioni di HandUnit che ordinerà di procedere velocemente correndo. Successivamente, quando HandUnit, riattivandosi, rivela al giocatore che ha fallito il processo di riavvio, gli comunica che avrebbe dovuto raggiungere il pannello di controllo per far ripartire la corrente manualmente. Il protagonista è dunque costretto dapprima ad attraversare la “Galleria di Ballora”, seguendo le istruzioni di Baby per non essere attaccato dall’animatronico, e poi riattivare il sistema restando cauto per la presenza di Funtime Freddy nella stanza.

Al termine della terza notte, dopo che il protagonista ha riparato Funtime Freddy, viene aggredito nel “Funtime Auditorio” da Funtime Foxy. L’uomo, svenuto, si risveglia, la notte successiva all’interno di un costume. Baby gli rivela di averlo “rapito” e nascosto dalle telecamere e dagli altri animatroni, mettendolo, appunto, all’interno di uno dei costumi nella “Scooping Room”, una stanza dove è presente lo “scooper”, un macchinario usato per rimuovere l’endoscheletro di un animatronico. Dopo che questo viene usato ai danni di Ballora, il protagonista per il resto della notte deve proteggersi dall’attacco di alcuni piccole marionette chiamate Minireena avvitando in continuazione le molle del costume che tenderanno ad allentarsi.

Una volta essersi salvato, il protagonista torna la quinta ed ultima notte, durante la quale viene incaricato da HandUnit di riparare Circus Baby. Prima di muoversi per svolger l’incarico, scopre i cadaveri impiccati di due altri tecnici sul palco di Ballora e su quello di Funtime Foxy (gli stessi tecnici che, nella quarta notte, portano Ballora alla “Scooping Room” e che il protagonista sente da dentro il pupazzo). In seguito Baby, tagliando le comunicazioni tra HandUnit ed il protagonista, guida quest’ultimo nel processo di recupero di un chip nel suo endoscheletro, per salvare, come afferma, ciò che di buono è rimasto di lei. Dopo aver recuperato il chip, Baby chiede al protagonista di spedirla nella “Scooping Room” affinché quel che resta del suo corpo, venga distrutto. Così, mentre viene portata via con un nastro trasportatore, Baby, tramite il chip contenente la sua personalità che il protagonista pone nel dispositivo che usa per ascoltare HandUnit, lo guida per il “Funtime Auditorio” per sfuggire agli attacchi di ciò che Baby chiama “Ballora” fino ad arrivare nella “Scooping Room”.

  • Finale vero: (True Ending in lingua originale) Arrivato nella stanza, seguendo le istruzioni di Baby, il protagonista scopre che questa l’ha condotto lì con l’inganno. Scopre infatti che tutti gli animatroni “sono stati già lì oggi” (infatti i loro corpi, fatti a pezzi, sono sparsi per il pavimento) e che i loro endoscheletri si sono fusi assieme per formare un unico animatrone, Ennard. Quest’ultimo, dall’altra parte della vetrata, nella sala comandi, sempre con la voce di Baby, gli dice che con il loro aspetto non sarebbero riusciti mai a scappare da lì, ma con il suo corpo avrebbero potuto finalmente avere l’occasione per farlo. Il protagonista viene, dunque, sventrato dallo “scooper”. Nella scena finale, nella penombra di quello che pare un normale bagno di una normale casa, la telecamera si sposta fino allo specchio, dal quale si vede il riflesso della sagoma di un uomo, probabilmente il protagonista, il quale, spalancando le palpebre, rivela dei risplendenti e robotici occhi viola. Dunque, Ennard si è impossessato del suo corpo. Dopo i titoli di coda appare “The End” (La Fine) in rosso.
  • Finale falso: (Fake Ending in lingua originale) Si ottiene ignorando le istruzioni di Baby e andando nella parte opposta alla “Scooping Room”, nella “Stanza Privata” (sbloccabile una volta completato il Circus Baby Minigioco). Il protagonista si ritrova in una stanza con una serie di televisori, uno schermo per monitorare la visione delle telecamere sparse per l’edificio, e viene raggiunto dalla voce di HandUnit che afferma che nella mattinata sarebbero arrivati soccorsi che lo avrebbero fatto uscire, per poi essere prontamente licenziato. Dopo dunque essere sopravvissuto per tutta la notte ai tentativi di Ennard di irrompere nella stanza ed ucciderlo, tornato a casa assiste alla serie televisiva The Immortal and the Restless(posto nella parte conclusiva anche delle altre notti, come scene di intermezzo tra una notte ed un’altra). Subito dopo appare Ennard, che procede per la stanza fino a porsi dinnanzi al giocatore continuando a fissarlo fino alla schermata nera conclusiva. Dopo i titoli di coda appare “The End” (La Fine) in blu.

-Giordano P.J.O., Secondaria, team del giornalino

UNA SUPER AMICA SEMPRE AL TUO FIANCO

Avere una sorella o un fratello per me è bellissimo. Io ho una sorella, più piccola di me e noi abbiamo due anni di differenza. Noi condividiamo ogni cosa: i nostri segreti, le nostre paure, le cose che proprio non ci piacciono e poi ci confrontiamo per chiedere consiglio. Lei è la mia migliore amica ed io sono la sua; poi la cosa più bella è che so che su di lei potrò contare sempre. Anche se qualche volta noi litighiamo so che faremo sempre pace perché fra me e lei c’è tanto amore. La maggior parte dei motivi per cui litighiamo è perché io e lei siamo il giorno e la notte. Lei è impulsiva è non si sofferma mai a pensare alle sue azioni. Mentre io preferisco pensare molto, prima di agire o di dire una cosa. Un’altra differenza che ci divide è che lei parla sempre e in ogni momento sente il bisogno di muoversi, ed è quindi molto ma molto agitata. Io invece sono tutto il contrario. Non sono per niente una chiacchierona, sono il contrario di una persona impulsiva e se rimango ferma non mi annoio. Il suo carattere è molto bello: è solare (tranne una volta al mese in cui è meglio non farla arrabbiare) ed è molto simpatica e dolce. Pure io penso di avere un buon carattere come il suo, penso di essere abbastanza simpatica, educata, solare e carina con gli altri. L’unica cosa che ho notato avendo una sorella è che, ad esempio, se vai in vacanza in un posto dove non conosci nessuno se hai una sorella o un fratello raramente ti serve fare delle nuove amicizie per avere qualcuno con cui giocare, visto che hai sempre con te la tua migliore amica o il tuo migliore amico del cuore che è la tua sorella o il tuo fratello.

Io e lei siamo molto legate e io non vorrei mai essere una figlia unica. Mi ricordo ancora che una volta in cui il nostro legame si rafforzò, in seguito ad un episodio in cui eravamo insieme, un’emozione enorme di paura e panico. Io e lei eravamo nello spogliatoio di una piscina ed eravamo in ritardo per la lezione di nuoto, le dissi di fare in fretta o avremmo fatto arrabbiare la mamma se avesse saputo del ritardo. Le dissi di andare ma non la vidi più, pensai che fosse già andata verso la piscina, ma lì non la vidi. In quel momento provai tanta ma tanta paura, tanto terrore, tanto spavento e del panico: non sapevo cosa fare!!! Ma cercai di non perdere la calma ed entrai in piscina, magari poteva essere già in acqua. Cercai di vedere se fosse in acqua a nuotare, ma non la vidi. Dopo due o tre minuti la vidi entrare in piscina che si guardava in giro. Io le corsi incontro scusandomi per non averla aspettata. Le diedi un forte abbraccio e fui felicissima di averla vista. Lei pur essendo più piccola di me non si era lasciata prendere dal panico o dalla paura di perdersi e di non trovarmi più ma era rimasta calma e aveva gestito la situazione al meglio. Da quell’episodio capii quanta forza avesse e il nostro legame si unì ancora di più.

Sofia R., Secondaria, team del giornalino

 

I PERCHÉ DELLA SCIENZA

La scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l’arte è un’interpretazione di quel miracolo.

Ray Bradbury

La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero; sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza.

Albert Einstein

La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede.

Margherita Hack

Se qualcosa non può essere espresso in numeri non è scienza: è opinione.

Robert Anson Heinlein

In questioni di scienza, l’autorità di un migliaio di persone non vale tanto quanto l’umile ragionamento di un singolo individuo.

Galileo Galilei

Milioni di persone hanno visto la caduta della mela, ma Newton è stato colui che ha chiesto “perché”.

 

Bernard M. Baruch

È possibile che tutto possa essere descritto scientificamente, ma non avrebbe senso, sarebbe come se descrivessimo una sinfonia di Beethoven come una variazione nelle pressioni di onde.

Albert Einstein

La scienza senza religione è zoppa. La religione senza la scienza è cieca.

 

Albert Einstein

La scienza è conoscenza organizzata. La saggezza è vita organizzata.

Immanuel Kant

La scienza è una cosa meravigliosa per chi non deve guadagnarsi da vivere con essa.

 

Albert Einstein

Il nostro potere scientifico ha sorpassato il nostro potere spirituale. Abbiamo missili guidati e uomini senza guida.

Martin Luther King

Parrebbe che lo stato delle scienze dovesse esser più costante che della letteratura, e la fama degli scienziati più durevole dei letterati. Pure accade tutto l’opposto. Un secolo distrugge la scienza del secolo passato: la letteratura resta immobile, o se si muta, si riconosce ben tosto per corrotta, e si torna indietro.

Giacomo Leopardi

Cosa ha veramente fatto la scienza per noi? Siamo davvero più felici? Non parlo soltanto di ricevitori olografici e di uva senza vinaccioli. Siamo fondamentalmente più felici? O gli scienziati ci corrompono con inezie, con gingilli tecnologici, mentre indeboliscono la nostra fede?

Carl Sagan

L’aspetto più triste della vita in questo momento è che la scienza raccoglie conoscenza più velocemente di quanto la società raccolga saggezza.

Isaac Asimov

Finché l’uomo non sarà in grado di riprodurre un solo filo d’erba, la natura potrà ridere della sua cosiddetta conoscenza scientifica.

Thomas Alva Edison

 

Riccardo P., Secondaria, team del giornalino

CARO GIORNALINO

Peschiera Borromeo, 24.05.2018

Caro giornalino,

ciò che voglio dirti è una cosa molto semplice: mi mancherai.

Tanto.

Come potresti non mancarmi?

Ho passato tante di quelle ore in questa aula computer.

E sarà il clima che c’è, sarà che scrivere è la mia passione, saranno i miei amici o la prof Biasiolo, ma so che non sono mai uscita non felice da questa aula e penso che mi mancherà la certezza di avere un posto dove io possa stare così bene.

Qui al giornalino ho scoperto una parte di me, una mia passione che spero non mi abbandonerà mai, e ho passato momenti indimenticabili.

Parlando di momenti indimenticabili, mi piacerebbe dirti che mi ricordo la mia prima lezione di giornalino come se fosse ieri, ma il punto è che non me la ricordo.

Però mi ricordo di quella volta che la prof Biasiolo ci ha spiegato come scegliere un titolo, di quando ero in prima e dei ragazzi di terza mi hanno intervistata, di quando abbiamo scritto un articolo in quattro persone che poi è tra l’altro venuto cortissimo ma pieno di risate.

Oppure di quando, l’anno scorso, abbiamo messo per la prima volta un’immagine come sfondo del sito, di quando abbiamo cambiato il logo per la prima volta, del primo articolo che ho postato.

E che esperienza fantastica è stata il Convegno della Stampa Studentesca?

Non parliamo poi di tutte quelle volte che io e altri due o tre ci siamo fermati qui per mezz’ora dopo la fine del corso per postare qulache articolo, finirne alcuni, cambiare lo sfondo della pagina o semplicemente stare ancora un po’ con la prof Biasiolo finchè lei non ci ricordava che le sarebbe piaciuto tornare a casa sua.

Caro giornalino, quante volte mi hanno dato della pazza perché passavo più che volentieri dei pomeriggi qui? In effetti è difficile credere che un corso pomeridiano possa essere così speciale, solo che è la verità.

Non sai quanto mi faccia strano pensare che l’anno prossimo non sarò più qui un giovedì sì e uno no a scrivere per il giornalino, ma dovevo salutarti e non potevo non dirti quanto i pomeriggi passati qui, tra risate e rumore di dita che battono la tastiera, mi mancheranno.

Mi mancherà questo miscuglio di serenità, passione e divertimento.

E quindi ti saluto, non penso tornerò più in quest aula, ma mi auguro che altri ragazzi possano scoprirne la bellezza.

 

Elisabetta, Secondaria, team del giornalino

 

LA MIA PRIMA VOLTA ALLE MEDIE

Ormai per finire il mio primo anno delle medie manca davvero poco.

I miei compagni sono simpatici, qualcuno un po’ meno, ma non posso fare niente perché con loro dovrò viverci per tre anni, ci sono poche persone che conoscevo dalle elementari, alcune anche dall’asilo le conoscevo. Con tutte le persone che conoscevo alle elementari ho perso i rapporti ma per questo devo dire che non sono tanto triste, devo dire che mi sono più simpatici quelli di seconda, le prof sono simpaticissime alcune le conoscevo già perché avevano come alunno mio fratello.

Le classi sono suddivise dalla A fino alla E, ci sono due piani sotto ci sono tutte le seconde tranne una e una terza, invece al piano superiore ci sono tutte le prime, tre terze e una seconda.

In più al primo piano c’è l’aula dei prof, biblioteca la segreteria e la postazione dei bidelli, invece al piano di sopra c’è l’aula di musica la postazione per fare i colloqui, ovviamente i bagni e la postazione dei bidelli.

Rispetto agli intervalli delle elementari che erano tre, alle medie sono due che durano dieci minuti, in quei dieci minuti devi fare tutto perché se no durante l’ora di lezione non puoi andare in bagno, se non è davvero urgente.

Il più delle volte ti danno lavori pratici da fare, soprattutto in storia e geografia, i lavori di solito non sono difficili, ma dipende se ti metti a lavorare sembra che tu ci abbia messo un’ora, quando in verità ci sono volute due settimane, i lavori sono molto belli e creativi, come ad esempio hanno fatto con me quest’anno: ci hanno dato dei bachi da seta da curare.

I bachi da seta sono come dei vermi, si nutrono solo di gelso, per loro il gelso bianco o nero è uguale, gli piacciono tutte e due.

Dopo aver fatto il baco diventano falene che però non possono volare.

Insomma ci sono tante cose belle e divertenti da fare alle scuole medie come i corsi pomeridiani tipo giornalino, ballo, teatro e scenografia.

Le medie possono essere noiose, ma dipende, per me sono divertenti! Potrete avere anche die momenti di stanchezza, ma, fidatevi, stare a scuola può diventare divertente!

 

Anita C., Secondaria, team giornalino

SEMPLICEMENTE… VITA

Non so perché e tantomeno so se si tratta di una cosa buona o meno, ma spesso mi ritrovo a pensare sulla vita; non riesco a fare a meno di chiedermi perché esistiamo, cosa c’è prima della vita e dopo la morte, cosa dobbiamo fare per vivere felicemente e non sprecare la nostra esistenza. Queste e milioni di altre domande irrompono nella mia mente ogni giorno, eppure continuo a pensare che non saremo mai in grado di rispondere loro; perché queste sono cose che non ci appartengono, non siamo fatti per conoscere la risposta a queste domande, forse dobbiamo vivere senza avere queste conoscenze…

In passato non ero così pensierosa. Sono sempre stata, al contrario di quanto si crede, una persona molto sensibile e anche un po’ più matura rispetto alla maggior parte dei miei coetanei, ma quest’anno sono cambiata molto: non solo sono diventata più matura grazie alla scuola e alle mie esperienze personali ma, specialmente in seguito alla lettura di un libro, è cambiato il mio modo di pensare e il mio generale modo di vedere le cose.

Non si può certo dire che il mondo sia tutto rosa e fiori, come d’altronde non è nemmeno tutto buio e nero. Il mondo, e con questa parola mi riferisco alla vita, alla società, alle relazioni, alle persone, alla scuola, a tutto, è grigio e non possiamo negarlo. Un po’ perché noi umani abbiamo quasi distrutto l’ecosistema, un po’ perché certe volte nel corso della storia ci siamo messi gli uni contro gli altri facendo guerre così dimostrandoci razzisti od omofobi, un po’ perché non sempre si riceve quello che realmente ci si merita e si vedono crescere persone che hanno soltanto avuto fortuna e un grande appoggio alle spalle, e forse anche un po’ perché noi non siamo mai realmente amici e siamo esseri egoisti e pieni di odio, fatto sta che il mondo non è il Paradiso ma sicuramente non è nemmeno l’Inferno.

“Non siamo mai realmente amici” non è un’idea che penso senza motivo, è inutile negarlo che l’egoismo sta nella nostra natura. Io sono una persona gentile e mi fa piacere, o quantomeno mi farebbe piacere, aiutare gli altri; sono sempre disponibile per chiunque e spesso metto prima di me stessa gli altri, però io non ricevo lo stesso in cambio. Probabilmente mi hanno presa per ingenua, forse sono diventata quella che aiuta sempre e va quindi “sfruttata”, ma non importa perché so che un giorno il bene che ho fatto mi verrà ripagato. Ciò che voglio dire è che sono diventata, da grande ottimista che vedeva il lato positivo anche nel peggio, una persona profondamente realista. Mi è capitato, in seguito ad aver espresso le mie opinioni, di incontrare persone che mi hanno definita pessimista, ma questo solo perché ho detto le cose come realmente stavano e, come ho già detto, non sempre sono meravigliose. Un po’ come i Realisti, è così che mi sento, loro “fotografavano” la realtà così com’era veramente, senza mettere in evidenza solo le bellezze o le delusioni della vita, ma rappresentando oggettivamente quello che vedevano.

La scuola media e la terza in particolare, secondo me, è un periodo molto difficile per noi ragazzi e in alcuni casi anche per le rispettive famiglie e per i professori. Questo è l’inizio dell’adolescenza, periodo nel quale tutti facciamo le solite “ragazzate”, ma in realtà l’adolescenza non è quella che vediamo nei telefilm delle high school americane; certamente il divertimento e le stupidaggini non mancano, eppure non bisogna dimenticarsi che questa è una delle fasi più difficili e complicate della nostra vita. Quasi tutti i ragazzi, chi più chi meno, chi prima chi dopo, affronteranno i loro problemi adolescenziali e le loro crisi esistenziali, passeranno per momenti difficili e dolorosi, ameranno per la prima volta e scopriranno quanto questo faccia male.

Cosa c’è di più comune, per esempio, del non piacersi durante l’adolescenza? Spesso, specialmente noi ragazze, ci guardiamo allo specchio e non siamo pienamente soddisfatte di ciò che vediamo.

Alla base di questo pensiero ci possono essere le più diverse e svariate ragioni, ma una delle ragioni più evidenti è lo stereotipo che abbiamo di bellezza, il quale è del tutto sbagliato. Ci piacerebbe essere come le modelle, alte e magrissime, però ci siamo mai fermate a pensare che la maggior parte di quelle modelle non sono sane e sono anoressiche? Dovremmo capire che la bellezza non è “capelli lunghi e biondi, occhi azzurri, alta, magra”, ognuno è bellissimo a modo suo, nella sua unicità, nel suo non essere perfetto, con i suoi pregi e i suoi difetti. Inoltre non dobbiamo mai dimenticare che ciò che conta di più è quello che abbiamo dentro alla nostra anima, perché è lì che si trova la nostra vera ed infinita bellezza. Molto probabilmente queste cose le sappiamo già tutte a memoria, sappiamo che dovremmo amarci per quelle che siamo, sappiamo che non dovremmo disprezzarci, eppure qualche volta non ci piacciamo comunque. Non so ben spiegare il perché ma credo che, nonostante sia strano, sia abbastanza normale a quest’età, e tra qualche anno impareremo ad accettarci e soprattutto ad amarci per quelle che siamo.

Da grandi, ovviamente, ci renderemo conto che quelli che all’epoca consideravamo problemi ora non esistono più e ci verrà da ridere al pensiero di quanto potevamo essere ingenui talvolta. Ma that’s what it is, questa è la realtà, e tutti ci passiamo prima o poi.

Sinceramente non so perché io abbia scritto questo testo, sono partita dalle più profonde domande dell’umanità per poi arrivare a delle riflessioni sull’adolescenza… Le mani scrivevano da sole, i pensieri si trasformavano automaticamente in parole sul foglio, e io non ho potuto fare a meno di trascrivere questo flusso di coscienza.

Magari questo testo è una liberazione, una fine, un nuovo inizio, un insegnamento per gli altri, una confessione per me; non lo so ma ne avevo soltanto il bisogno. Non penso che in molti abbiano capito pienamente ciò che io avrei voluto trasmettere, alla base di tutto questo ci sono tantissimi pensieri che a loro volta hanno alla base delle esperienze (come ho già detto non sempre belle..), ma poco importa perché questo testo l’ho scritto per me e ora sto bene. Non so perché, ma veramente.

 

Alexia B., Secondaria,  team del giornalino

UNA GARA AL BUIO

Qualche giorno fa un mio amico mi disse un segreto che non riuscirò a mantenere a lungo. Mi ha raccontato una cosa che mi ha fatto dispiacere molto, ma, allo stesso tempo qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare.

Quel giorno, mentre andavo verso il bagno, lui mi chiamò e mi tenne da parte per dirmi qualcosa; iniziò dicendomi per prima cosa che non dovevo dire a nessuno ciò che mi stava per dire, per nessuna ragione al mondo, dovevo mantenere il segreto. Mi raccontò di essere scappato da casa una sera, mentre i suoi genitori dormivano, per andare fuori con altri suoi amici che fecero lo stesso per andare a una ditta abbandonata vicino al paese dove abitava.

Erano andati lì perché volevano fare una partitella tra amici a calcio; la sua squadra stava vincendo quando un suo amico tirò la palla così forte che ruppe un muro abbastanza fragile e sparì nel buio. Restarono fermi per un momento, poi obbligarono quello che aveva tirato il pallone ad andare a recuperare l’amico. Ci misero un po’ a convincerlo, ma, alla fine, riuscirono nell’impresa. Il ragazzo si chiamava Luca e non era un cuor di leone, e quindi, ci mise un po’ prima di riuscire ad arrivare alla breccia che lui stesso aveva aperto nel muro.

La luna piena rischiarava la ditta da buchi sul tetto malandato e un silenzio inquietante aleggiava nell’aria già terrorizzante per il buio intenso che il foro del buco emanava. Ancora dieci passi e avrebbero potuto continuare la partitella tra gli amici nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno … Luca allungò la mano per prendere il pallone e … un mostro dalle fattezze deformi sbucò con il pallone  tra le mani e fece un sorriso maligno; subito dietro di lui sbucarono altri sei mostri altrettanto deformi.

Una voce risuonò nella sala principale della ditta, dove giocavano. – Ahh, ragazzini, eh? Non smettono mai di stupirmi; anche noi avevamo, come voi, la nostra età d’oro, non pensate??? Anche se anche noi eravamo intraprendenti, coraggiosi e anche un po’ spericolati. Ma voi ci avete disturbato il sonno e per far in modo di lasciarvi liberi dovrete batterci in tre prove che sono 1. Astuzia;2. Resistenza;3. Sopravvivenza. Se non ce la farete … bè… ci penseremo dopo. Le prove si terranno in questo luogo, una prova alla volta a ogni luna piena, ma intanto ci terremo il vostro amichetto. Se volete salvarlo dovrete presentarvi  tutti e a tutte le prove, sennò farà una brutta fine, Insieme a voi. Se tentate di non venire alle prove, noi vi cercheremo e vi uccideremo.

Subito si levò un mormorio di assenso e tutti gli altri mostri risero di gusto e sparirono nel buio. Eravamo ancora spaventati e sorpresi allo stesso momento ma poi ci riprendemmo dallo sconforto, da quello che avevamo appena visto e sentito.  La luna successiva piena sarebbe stata di lì a due giorni, avevano pochissimo tempo per prepararsi alle prove.

Così il mio amico mi chiese se volevo aiutare lui e i suoi amici per la prima prova di astuzia, io all’inizio ero dubbioso e soprattutto pauroso, ma avevo paura di perdere il mio amico, così accettai e ci demmo accordo di trovarci la sera della prova sotto a casa sua con i suoi amici per prepararci e fare il punto della situazione. Dopo una lunga discussione approvammo che dovevamo andare e rischiare la nostra vita ma decidemmo che se avessimo perso avremmo preparato una via di fuga.

Allora andammo in quel luogo, quel luogo che non avevo ancor visto. Come descritto dai miei amici quel luogo era molto inquietante. Quindi urlammo: “Siamo quiiiiiiiii! Venite fuori codardi che non siete altro … ops!’’ dicemmo accorgendoci che i nostri amichetti erano dietro noi e ci guardavano annoiati e allo stesso tempo arrabbiati.

-Siete arrivati finalmente, vi aspettavamo da molto tempo e eravamo preoccupati che voi non veniste più. Cominciamo con le prove!!!

Le prove erano molto complicate e alla fine non riuscimmo a completarle: la prova di astuzia non era facile, perché l’astuzia non era tra i nostri pregi, così perdemmo la prima delle tre sfide; eravamo molto scoraggiati ma ci rialzammo il morale promettendo di fare di meglio nelle altre prove, che erano il nostro forte.

Per la prova di resistenza ci allenammo facendo di corsa il giro dell’isolato ogni pomeriggio. Il giorno della prova riuscimmo a vincerla alla grande arrivando tutti noi prima dei mostri. Eravamo in pareggio, per poter riavere il nostro amico salvo dovevamo vincere la prova di sopravvivenza, sennò saremmo sicuramente morti tutti.

Il problema infatti fu quella terza prova. In verità la prova di sopravvivenza era una farsa e loro volevano veramente ucciderci. Allora prendemmo Luca, corremmo e andammo dove avevamo preparato la via di fuga.

Quindi uscimmo dalla grata che avevamo aperto e poi la chiudemmo. Quindi i mostri non riuscirono a prenderci ma arrabbiati continuavano a urlare che se fossimo tornati in quel luogo ci avrebbero ucciso immediatamente e senza ripensarci un momento.

Quando tornammo a casa però loro erano riusciti a liberarsi ed erano già lì…

Gabriele C. e Riccardo P.,

 Secondaria, team del giornalino

ARIANA UNA MITICA CANTANTE

Tutti hanno una cantante preferita, la mia è Ariana Grande.                                     Ci sono persone che vanno pazze per Katy Perry, Tailor Swift, Bruno Mars, Riccardo Marcuzzo…

Invece io dico che la migliore è proprio lei: Ariana Grande.

Adoro le sue canzoni e per me canta benissimo anche se alcune mie amiche dicono il contrario, ma questo non cambia le cose per me sarà sempre mitica e bellissima.

Spero che prima o poi riuscirò ad andare a un suo concerto perché mi piacerebbe tantissimo e incontrarla per me sarebbe un sogno sarebbe una delle cose più belle che potrebbe succedere nella mia vita.

I love Ariana Grande.

Ludovica G., Secondaria, team del giornalino

COSA NE PENSATE DI SMS?

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Grazie dell’aiuto,

La redazione del giornalino

VOGLIO ESSERE SOLO ME STESSO

I personaggi che stimo, rispetto e apprezzo per le cose che hanno fatto sono tanti, ma io penso che vorrei essere solo me stesso perché sono soddisfatto di quello che sono e non vorrei cambiare: penso di avere delle potenzialità che con il passare del tempo potrei sviluppare e scoprirne di nuove.

Nella vita bisogna imparare a cavarsela con le proprie forze e crescere insieme alle nuove esperienze.

Io desidero essere me stesso, anche se molte persone vorrebbero essere tanti personaggi e prendere da ognuno il meglio; facendo così perdono di vista se stessi e così non potranno scoprire le loro capacità cercando di assumere quelle degli altri.

Rispetto le idee altrui e i sogni di essere qualcun altro, ma secondo me ognuno dovrebbe essere sempre sé stesso, perché abbiamo il privilegio di vivere e, a mio parere, una vita vissuta imitando gli altri è una vita spesa male.

Molte persone vorrebbero cambiare per il fatto che ci sono state delle sofferenze nella loro vita e si illudono di dimenticarle rifugiandosi nella vita e nei sogni di qualcun altro. Anche io ho avuto delle sofferenze nella mia vita ma desidero ancora, nonostante ciò, essere me stesso perché so che rifugiarsi in un’altra realtà non ti aiuta a dimenticare quello che è successo.

Le persone che fanno questo, dimostrano di non essere coraggiose perché coraggio significa affrontare quello che ti succede ad occhi aperti e le difficoltà ti renderanno più forte anche se sono difficili da superare.

Io continuerò ad essere di questa idea perché nella vita non si è mai soli, ogni volta che cadrai ci sarà sempre qualcuno ad aiutarti a rialzarti.

Essere soli significa aver perso di vista se stessi, cercando di imitare gli altri.

Filippo S., Secondaria

UNGARETTI E LA GUERRA

Succede, a volte, che durante una delle cose più brutte che l’umanità abbia creato, nasca una delle cose più belle che l’umanità abbia creato.

Succede, a volte, che nel bel mezzo di una guerra nascano delle poesie.

Succede che un uomo, disperato, logorato dal dolore e dalla fatica, arrivi a pensare che la morte sia un premio, perché dà finalmente pace e che la vita sia solo d’intralcio.

E poi succede che quell’uomo raccolga un pezzo di carta e, tra un tiro e l’altro, scriva “Sono una creatura” e succede che in quella poesia quell’uomo riversi tutto il suo dolore a la sua disperazione.

Sembra strano, ma può succedere. È successo.

Un uomo o un soldato o un poeta o Ungaretti, chiamatelo come volete, è riuscito durante una guerra a regalare all’umanità delle poesie. A  farci comprendere cosa sia una guerra, come sia sentire il proprio cuore desolato come “qualche brandello di muro”, cosa voglia dire “non essersi mai sentito così attaccato alla vita” come quando si vede un proprio compagno morire accanto a sé.

E, forse, quest’uomo è davvero riuscito a farci capire cosa si provi a “stare come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Elisabetta M.,

Secondaria, team del giornalino

LA DANZA DEI PINGUINI

In una mattina d’inverno, sorvolando l’altopiano di Truz, al Polo Sud, mentre il gelo regnava sovrano si poteva vedere una folla di pinguini. La stagione dell’accoppiamento era appena passata e nessuno si aspettava una nascita improvvisa, ma loro, loro non erano come gli altri… Tra la folla c’erano due pinguini unici al mondo! Nati da padre nero e madre bianca, i due piccoli di nome Pingo e Pongo erano grigi!

Oltre ad essere grigi e nati prima erano anche degli ottimi ballerini!

Ebbene si, nonostante i pinguini siano animali definiti buffi e goffi, sapevano ballare meglio di Roberto Bolle. Erano diventati famosi in tutto il Polo Sud.

Pingo era piccolo, dolce e molto ubbidiente, tutto il contrario di Pongo che era ribelle e spericolato; ma tutti e due oltre al compleanno condividevano la fame perenne e la passione per il ballo.

Erano talmente bravi e ammirati per i piccoli spettacoli che facevano davanti ad amici e conoscenti, che all’età di soli sei anni aprirono una scuola di ballo chiamata “la danza dei pinguini”.

Per loro non è stato semplice insegnare a ballare a tutti i pinguini iscritti perché erano negati!

Ma la passione di Pingo e Pongo per la danza era più forte dell’incapacità dei loro allievi.

Lavorandoci per mesi e mesi, otto ore al giorno, riuscirono finalmente a creare dei ballerini quasi perfetti.

Pingo e Pongo insieme ai loro allievi ballerini andarono in tour mondiale con il loro jet personalizzato con la scritta: “I pinguini ballerini” in oro su sfondo azzurro e bianco.

Così divennero famosi in tutto il mondo.

Iris M., Secondaria, team del giornalino

I NOSTRI SOCIAL FRATELLI

I social network ormai fanno parte della nostra vita quotidiana, per questo abbiamo scritto nel titolo: i nostri social “fratelli”.

Usare i social network, può essere divertente e utile, ma fino ad un certo punto.

Infatti certe volte possono essere molto pericolosi, ad esempio può succedere di essere bullizzati virtualmente. In particolar modo oggi, in cui anche i bambini possono utilizzare questi mezzi molto rischiosi.

I social network più utilizzati sono:

Facebook, Instagram, Musical.ly, WhatsApp, Snapchat e Twitter.

La maggior parte dei social appena elencati servono per intrattenimento. Puoi condividere foto e video con la gente, anche quella che non conosci, e tutto questo è molto rischioso.

In effetti però sono anche molto utili. Sono ottimi mezzi di comunicazione veloci e soprattutto sempre a tua disposizione.

Secondo noi dovrebbero essere utilizzati meno frequentemente e anche in modo corretto.

 

 

 

 

 

Ludovica G.e Valeria C.,

 Secondaria, team del giornalino

TERRORE AL CIRCO

“Grece oggi sarà il tuo ultimo giorno di lavoro” così mi disse Nando Orfei, la mattina del 1 ottobre 2014. Perché avrei dovuto smettere di lavorare? Amavo ciò che facevo e tutti in quel circo sapevano che mi facevo sempre in quattro fra allenamenti, prove…

E perché allora Nando aveva pronunciato quelle parole? Avevo forse udito male? Mentre mi ponevo queste domande, il mio capo proseguì con la spiegazione: penso che il mio viso esprimesse le mie perplessità al riguardo. “ieri si è presentata una ragazza… Asia penso si chiami, ma il nome dopo aver visto cosa sa fare su quel trapezio non conta molto”.

Sapevo cosa stava per dire, ma tante volte mi aveva detto che ero brava, la migliore, uno dei pilastri più importanti, quindi la paura svanì. Lo guardai in volto; i suoi occhi si fecero tristi, si asciugava le mani evidentemente sudate sui pantaloni… solo allora capii che tranquillizzarmi non era stata affatto una buona idea. “Cosa stai cercando di dirmi?” chiesi molto a disagio “Beh io non dico che tu non sia brava, hai talento da vendere, ma insomma… Asia ha caratteristiche differenti dalle tue, ma che sinceramente preferisco”. Ecco, l’aveva detto… non sapevo cosa rispondere: tenni solo il capo abbassato e cercai di trattenere le lacrime, che mi stavano riempiendo gli occhi.

“ Per quando dovrò svuotare la mia roulotte?” non volevo andarmene, ma a Nando, anche se teoricamente non era più il mio capo, dovevo comunque ubbidire.

“Per il 5 deve essere pronta per accogliere Asia”

Ovviamente io feci come lui aveva detto, non avevo la minima idea di come, ma sicuramente gliel’avrei fatta pagare. Non sapevo né cosa fare né dove andare … Lui mi aveva tolto tutto ciò che possedevo, mi rimanevano solo un po’ di soldi e la mia macchina; passarono un paio di giorni e neanche a farlo apposta Nando ebbe un infarto e morì. Nonostante fossi molto triste, la mia voglia di vendicarmi non passò; pensai e ripensai, ma poi mi vanne l’idea!… Nando era morto, ma i suoi tre figli no: Ambra, Gioia e Paride Orfei… ma quale dei tre scegliere? Proprio mentre mi ponevo questa domanda, passai davanti ad un grande tendone giallo e blu con sopra un’insegna. Non riuscivo a leggere le parole che vi erano scritte, cosi mi avvicinai con l’auto e lessi attentamente: “PICCOLO CIRCO DEI SOGNI DI PARIDE ORFEI” …non ci potevo credere… Paride aveva una scuola di circo proprio vicino ad una strada alquanto buia.

Bene! Pensai, ora so chi dei tre scegliere, cosa fa nella vita, ma devo ancora scoprire molto. Andai su internet, sui social e trovai molte informazioni: Paride aveva conosciuto Snejinka Nedeva intorno al 1994, della quale dopo aver lavorato in vari spettacoli, si innamora perdutamente e dalla quale nel 1997 nascerà Cristian Orfei.

Paride e Snejinka fecero molti spettacoli: in tv, al circo della zia, Liana Orfei… e cosa più importante: da diversi anni era il direttore della scuola di circo che avevo visto poco prima.

Viste le circostanze, decisi di architettare un piano, ma quale? Uccidere Cristian… no, troppo crudele; rubare qualcosa … o sarei entrata nelle roulotte o cosa avrei dovuto rubare, una Fanta  dal bar? Passai davanti a quel magnifico tendone un milione di volte e più lo guardavo più mi tornava alla memoria quel triste giorno e più la voglia di vendicarmi aumentava. Solo dopo molte ore capii che non dovevo pensare a chi viveva in quel circo, bensì alla struttura… mi tornò alla mente il sogno e decisi che avrei dato fuoco al tendone, ma non sapevo nemmeno da dove cominciare; così stabilii che avrei affidato il compito a qualcun’altro. Pensai che tanto chiunque per soldi avrebbe fatto una cosa simile e non mi sbagliavo, infatti, in poco tempo trovai Jon, un uomo magro e alto dai capelli scuri, molto corti; appena gli proposi l’affare accettò immediatamente o meglio prima volle sapere quanto l’avrei pagato e poi accettò! La notte seguente Jon andò al circo, faceva caldo e come ho già detto la via era alquanto buia, passavano poche macchine che molto velocemente illuminavano con i fari l’asfalto conferendogli un aspetto buio e tenebroso.

Io accostai dall’altra parta della strada e Jon si recò al tendone con dell’alcol e un accendino. Erano le 2:00 quando il circo intero stava bruciando tra le fiamme della mia vendetta. Jon salì in macchina ed insieme scappammo prima che qualcuno potesse vederci.

La mattina dopo appena mi svegliai mi precipitai a vedere com’era ridotto il circo e vi trovai delle ambulanze, i pompieri, la polizia … notai che c’erano anche molti giornalisti intenti a fare domande a Paride e sua moglie.

Intorno alle 14:30 andai a comprare il giornale e vi trovai in prima pagina  l’articolo: “Un circo in fiamme”. Stando a ciò che vi era scritto, un camionista vedendo le fiamme suonò il clacson e Paride e Snejinka riuscirono a chiamare i vigili del fuoco poco prima che la loro roulotte esplodesse. Non sapevo se essere felice per loro o arrabbiata, alla fine decisi semplicemente di sorridere del resto non volevo creare nessun morto!

“Beh e il resto signora poliziotta lo sa!”

“Così noi siamo venuti a cercarla e l’abbiamo trovata dormicchiare nella sua macchina”.

“Esatto”

“Grazie mille per aver confessato tutto”

“Ma come avete fatto a trovarmi?”

“C’era una telecamera di videosorveglianza e grazie alla targa della sua macchina siamo risaliti a lei e alcune persone ci avevano detto di averla vista qua, così…”

“Siete venuti a prendermi…”

“Portatemi pure in galera, ma per favore raccontate la mia storia”.

Questa fu la mia ultima frase prima di finire in quella buia, tenebrosa e spaventosa cella.

Seppi solo che quel circo dopo il mio atto di vandalismo, si rialzò grazie all’aiuto dei ragazzi che vi praticavano lo sport e nel mio cuore sperai che un giorno anche loro potessero realizzare i loro sogni nel mondo del circo senza commettere mai il mio stesso errore.

Giorgia F., Secondaria,

team del giornalino

 

INVIATI SPECIALI A PIOLTELLO PER UN GIORNO

Avete mai sentito parlare del CISS?

State tranquilli, neanche noi ne avevamo mai sentito parlare prima del 13 marzo, martedì scorso.Il CISS è il Convegno Interregionale della Stampa Studentesca e proprio martedì scorso la prof Biasiolo ha portato noi, Tommaso, Federico, Elisabetta, Alexia, Arianna e Lucilla, studenti di terza della redazione di SMS, a partecipare alla 25esima edizione di questo convegno.

Siamo arrivati a Pioltello, dove si è tenuto il convegno, tutti emozionati, non solo perché avremmo saltato sei ore di lezione, ma anche perché saremmo stati i più piccoli.

Già, i più piccoli… circondati da ragazzi delle superiori!

I ragazzi erano veramente tanti, a tal punto da riempire un’intera sala dell’UCI Cinemas di Pioltello, e venivano da ogni parte del nord Italia!

Fino alle 9.30 abbiamo ascoltato la musica della band del Machiavelli e poi è iniziato il vero e proprio convegno.

Dopo il benvenuto del sindaco e della preside, ci sono state varie presentazioni di altre redazioni giornalistiche e poi ci ha raccontato la sua storia il signor Marco de Poli.

Qualcuno di voi conosce il giornale “la Zanzara”? Marco de Poli ne era caporedattore e, nel 1966, aveva pubblicato un articolo riguardo i pensieri e i costumi delle giovani donne dell’epoca ed era stato addirittura processato, insieme a due suoi compagni, per la pubblicazione di quest’ultimo.

E poi è arrivato il bello: le commissioni.

TOMMASO RACCONTA:

“Mi sono diretto alla sala 8 dell’UCI Cinemas. Ho aspettato un po’ di tempo che arrivassero tutti e poi abbiamo cominciato.

Il capo della commissione e il suo segretario hanno chiamato davanti a tutti me e un altro ragazzo delle medie e ci ha chiesto se il nostro giornalino scolastico fosse un mattone o una piuma. Abbiamo cominciato così la discussione confrontandoci a vicenda e parlando di quello che secondo noi potrebbe essere il giornalino ideale. Abbiamo concluso dicendo che il giornalino ideale sarebbe un giornalino mattone ma anche piuma.”

ELISABETTA RACCONTA:

“La mia commissione aveva un titolo complicatissimo, che ho fatto fatica a capire, ma ciò che conta è che abbiamo parlato di un sacco di argomenti diversi che ci riguardavano personalmente: dall’essere se stessi alla libertà di stampa, a come i giornalini scolastici possano essere un modo per mostrare al mondo ciò che pensano i ragazzi d’oggi. All’inizio molti erano imbarazzati all’idea di parlare, io per prima, ma poi la tensione è sparita e abbiamo tutti parlato liberamente … è stata una cosa bellissima, specialmente perché era bello stare con ragazzi che condividevano la mia passione per la scrittura!”

FEDERICO RACCONTA:

“La mia commissione, riguardante la società moderna ed i suoi problemi, mi è particolarmente piaciuta sia per i temi di cui abbiamo parlato ma anche per il livello culturale che si distingueva nei ragazzi, soprattutto alcuni. Altro motivo per cui sono stato felice di essere presente in quella commissione e non in un’altra è stato che molte delle idee di quei ragazzi erano simili o addirittura uguali ai miei pensieri.

Abbiamo parlato molto di politica e società e dei loro problemi ed è stata un’esperienza davvero emozionante e sensazionale da provare.”

Poi è arrivato il momento del pranzo, che abbiamo passato insieme alla prof Biasiolo, raccontandoci a vicenda com’era andata la mattinata.

Dopo aver pranzato siamo tornati all’UCI Cinemas dove abbiamo assistito agli interventi di alcuni esperti di giornalismo e di cinema.

Hanno parlato due giornaliste, che ci hanno raccontato le loro esperienze lavorative, una delle due conduce addirittura un programma su Rai3!

E poi, ci sono stati gli interventi più divertenti: quello di un regista e di un attore. L’attore era un ragazzo dell’istituto Machiavelli, Enea Barozzi, il quale ci ha raccontato di quando ha recitato nel film “Il ragazzo invisibile” quattro anni fa, quando aveva la nostra età!

Poi è arrivato il momento di Giovanni Covini, regista e insegnante di cinema, che ha  pensato di mostrarci i primi minuti del film “Il diavolo veste Prada” commentandoli e facendoci capire quanto impegno e messaggi nascosti ci siano in un normale film.

Dopo il suo intervento, eravamo tutti d’accordo nel dire che lo avremmo ascoltato volentieri anche per un’altra ora.

Dopo i saluti e i ringraziamenti, la giornata poteva dichiararsi conclusa, e tutti noi eravamo felici della particolare esperienza passata, quindi … Grazie prof per averci invitato a partecipare a questa giornata!!

Tommaso R., Elisabetta M., Federico C.,

Secondaria, team del giornalino

UNA GIORNATA DIVERSA: L’OPEN DAY DELLA SCUOLA MEDIA

Un sabato mattina del 2017, quando ero ancora in quinta elementare, mi ritrovai per una “selva oscura”: i corridoi della scuola media.

Infatti mi trovavo all’”open day” della scuola “Rita Levi Montalcini” di Zeloforamagno, con mio padre.

Era una mattinata nuvolosa e, dopo aver fatto colazione, andai in macchina con lui per dirigermi a quella che sarebbe diventata la mia scuola.

Appena arrivati, dei ragazzini di terza media fecero entrare me e gli altri bambini di quinta elementare in tutte le aule, e in ognuna c’erano i professori pronti a fare lezione L: spagnolo, tecnica, antologia, storia..

All’inizio ho conosciuto il prof Boschetti che insegnava storia, ci ha spiegato che gli antichi, per fabbricare le monete, fondevano il ferro e lo mettevano in uno stampo.

Successivamente sono andata nella classe di storia dell’arte dove ho incontrato la prof Ducco, che ci ha fatto fare un disegno con le matite… ma per fortuna è subito suonata la campanella dell’intervallo.

Ho fatto merenda in dieci minuti e successivamente sono andata nella classe di mio fratello Nicolas che quel giorno non era venuto a scuola; nella sua classe si studiava scienze.

Gli alunni si erano divisi in gruppi e ogni gruppo spiegava un esperimento; alcuni ragazzi mettevano due sostanze liquide colorate in un bicchiere e, aggiungendo delle gocce, i due liquidi si separavano: un colore andava verso il basso, mentre l’altro andava verso l’alto.

Dopo mi sono recata nell’aula di spagnolo dove ho assistito ad uno spettacolino: c’erano due ragazze e due ragazzi (compagni di mio fratello) che discutevano su come sistemare la spesa … parlando solo in spagnolo: non ho capito NIENTE di quello che dicevano! Però mi è piaciuto molto e adesso, dopo un anno di studio dello spagnolo, potrei capire quello che i quattro studenti si sono detti.

Successivamente è suonata la seconda campanella: era arrivato il momento della merenda… FINALMENTE.

In seguito sono andata nell’aula di tecnica, una materia che avrei preferito non conoscere, perché purtroppo il disegno tecnico non è proprio il mio forte. Abbiamo colorato delle figure che avevano disegnato dei ragazzi di III C, fin lì mi sembrava tutto facile, ma poi, quando abbiamo iniziato a lavorare seriamente con squadre, righelli e matite HB, mi sono subito accorta delle mie difficoltà.

L’open day, a quel punto, era quasi finito: ho studiato inglese, guardando delle immagini e dei video. Durante quest’ora ho conosciuto la mitica Elena, che adesso è una mia compagna bravissima in inglese e in disegno.

Finalmente quella straziante giornata di scuola era finita: il suono della campanella ha salvato me e gli altri dall’ora di inglese… forse le prof Campeti e Ripamonti non sarebbero molto contente di leggere questo pezzo, ma per me quella giornata è stata molto impegnativa, anche perché il sabato era il mio giorno libero!

Questo open day è stato molto importante perché mi ha fatto prendere la decisione finale: frequentare la scuola media di Zelo… e fino ad oggi non mi sono pentita della mia scelta.

Angelica F., Secondaria

LA RIVOLTA DELLE ANIME-Episodio 2

-Non fare domande. Devi venire.

Mi alzo e pronuncio un “Ok” non molto deciso. Ma nonostante tutto Viola mi ha salvato la vita.

Dopo un cammino non tanto breve, arriviamo ad una catapecchia sgangherata. Sulla porta un cartello: “Vietato l’accesso, struttura pericolante”

Apre la porta con una chiave a forma di decagono. C’è un piccolo, ma lussuoso atrio e una scala porta ai piani di sotto.

Il piano più basso è il più spazioso di tutti. È un enorme stanza, piena di armi e di postazioni per allenarsi nel combattimento, del tiro con l’arco, nel lancio dei coltelli e in tantissime altre cose.

Viola comincia a parlare.

-Ora ti devo delle spiegazioni, Sofia. Mi dispiace di non averti detto niente prima, ma la situazione è davvero grave. Sei ricercata. – Trasalii. – No, non dalla polizia. Dagli spiriti.

-Cosa?

-Lo so che ti sembrerà strano, ma è così. Gli spiriti esistono. Ma solo quelli delle persone che hanno cercato di dominare il mondo in passato, che tornano per riprendersi la rivincita sull’umanità, e diventare finalmente i possessori e dominatori incontrastati della Terra.

-E io cosa c’entro?

-Tu sei speciale. Sei come me. Anzi, non esattamente ma quasi. Lascia che ti spieghi. Io vengo da un pianeta in una galassia lontana. Il mio pianeta si chiama Plastrum. O meglio, si chiamava Plastrum.

Su quel pianeta nascevamo tutti con poteri speciali in modo da combattere questi spiriti. Tutto andava bene ma, quando uno scienziato fece cadere a terra una fialetta, il nostro pianeta cominciò lentamente a disintegrarsi insieme ai suoi abitanti. Io venni messa su una navicella dai miei genitori. Ero con loro e con la mia migliore amica. Solo io salii su quella navicella. Un secondo dopo si polverizzarono. Avevo tre anni. E non vidi i miei genitori e la mia amica morire. Li vidi distruggersi. Ricordo ancora l’espressione di dolore, tristezza e sorpresa che avevano dipinta in faccia mentre ogni cellula del loro corpo si separava dalle altre, si induriva e poi si sbriciolava. Non ho nemmeno fatto in tempo a dirgli addio. La navicella è partita e nel giro di quattro giorni sono arrivata qui. Ma la navicella ha emesso un’onda che dà poteri come i miei a una persona. Quella volta quella persona sei stata tu.

Per due come me e te nessun posto in questa città è sicuro. Ci possono trovare. E se ci trovano e sono tanti, noi moriamo. E se noi moriamo gli spiriti distruggeranno la Terra. Capisci cosa significa la tua sopravvivenza?

No, non capisco. Per me Viola sta raccontando un mucchio di cavolate. Spiriti? Extraterrestri? Non me la bevo.

-Lo so che vuoi, ma non puoi andartene. Non puoi tornare a casa. Dobbiamo andarcene di qui.

-Vengo via con te solo se viene con noi anche Tina. È la mia migliore amica.

-Se venisse con noi anche Tina, faremmo prima a non andarcene.

-Non capisco?

-Tina è uno di loro, è travestita per sembrare umana: indossa una maschera in viso e sempre maniche e pantaloni lunghi per coprirsi. Finora non aveva ancora scoperto che eri tu, la persona di cui era diventata amica senza volerlo, che lei stava cercando.

Non so cosa dire. Sono sbalordita.

Viola prepara due zaini, con vestiti, borracce, cibo, armi e tutto l’equipaggiamento necessario per sopravvivere. Usciamo di casa.

-Giusto un’informazione. Dove andiamo? – chiedo io.

-A casa di Annalisa.

-Perché? Cosa c’entra Annalisa? È speciale anche lei?

-Sì. Ma non come noi. È speciale perché è mia amica. E devo salutarla perché non posso lasciare senza dirle niente l’unica amica che abbia mai avuto da quando sono scappata da Plastrum.

Continua…

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

 

A CHE COSA SERVONO LE NOTE PER DIMENTICANZA?

Se c’è una domanda che mi ha sempre perseguitata da quando frequento la scuola, questa è sicuramente “A cosa servono le note per aver dimenticato il materiale o per non aver fatto i compiti?”

Ai professori sicuramente non servono i libri degli studenti e se non abbiamo fatto i compiti… problemi nostri, no? Se non abbiamo fatto i compiti e non ci siamo esercitati gli unici a rimetterci siamo noi. E allora, se già che non abbiamo fatto i compiti e siamo svantaggiati rispetto agli altri, perché farci subire ancora di più? Perché magari non è la nota che ci spaventa, ma la reazione dei nostri genitori quando la vedono.

Per questi motivi non ho mai capito a cosa servano le note per dimenticanza del materiale o dei compiti. I professori dicono che non ci vogliono mettere in difficoltà, ma darci le note sicuramente è un modo per farlo, soprattutto ci mettono in difficoltà con i nostri genitori. Ovviamente non sto criticando le note disciplinari, perché quelle servono per segnalare ai genitori il comportamento del figlio e per rimetterlo sulla giusta via. Però, se uno studente per sbaglio quando ha preparato lo zaino, ha dimenticato di metterci dentro anche il libro o il quaderno, che senso ha punirlo per un semplice caso, per qualcosa che non ha nemmeno fatto apposta? Perché già che non ha il libro o il quaderno e non potrà seguire la lezione come tutti gli altri, bisogna anche demoralizzarlo, fargli prendere una nota, magari metterlo nei guai con i suoi genitori? È questo che non riesco a capire.

Con i compiti la situazione è diversa. Ma mettere una nota per non aver fatto i compiti è svantaggiare ancora di più il ragazzo che non è allo stesso livello degli altri perché non ha fatto i compiti e non si è esercitato?

Continuando a pormi queste domande, ho deciso di intervistare alcuni professori della mia scuola per trovare una risposta. Ne è emerso che:

  • Bisogna rispettare le consegne;
  • Dobbiamo imparare a rispettare le regole per progredire come studente;
  • Non si possono fare distinzioni fra chi ha dimenticato il libro o il quaderno per caso da chi l’ha fatto apposta per perdere tempo;
  • I compiti sono un’esercitazione che serve fare;
  • Il materiale serve per scrivere;
  • Allenarsi ad avere sempre il materiale serve a responsabilizzarsi per il mondo del lavoro.

Tutte le motivazioni dei professori sono valide e do loro ragione, quello che ancora non comprendo è cosa c’entrino le note in tutto questo. Che dobbiamo rispettare le consegne e le regole, che i compiti e il materiale ci servano sia ora a scuola che nella vita noi studenti lo sappiamo già.

Mi sembra anche molto strano il fatto che qualcuno faccia apposta a “dimenticare” il libro per perdere tempo: la lezione la dovrebbe seguire a maggior ragione e con più attenzione proprio perché non ha il libro per non indisporre ulteriormente i professori!

In conclusione, ancora io non sono convinta dell’utilità delle note per dimenticanza, penso che servano a svantaggiarci ancora di più essendo già più indietro per non esserci esercitati o per non avere il libro o il quaderno.

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

LA RIVOLTA DELLE ANIME – Episodio 1

“Non so cosa sia successo nella mia vita. Un giorno, all’improvviso, tutto è cambiato. E niente è più stato come prima. Le esperienze che ho vissuto, mi hanno cambiata per sempre. E anche se ora tutto è tornato alla normalità, niente lo è più. Non so quale sia stato il momento di svolta, cosa esattamente abbia scatenato tutto questo, cosa abbia stravolto la mia vita. Ma una cosa so. Che la mia vita non è più la stessa. Che io non sono più la stessa.”

Famiglia normale, vita normale. La mia vita è indubbiamente molto noiosa. Ogni mattina mi alzo alle 7 della mattina, mi vesto, faccio colazione e vado a scuola. Ogni pomeriggio alle due esco da scuola, prendo il pullman per casa mia, mangio, faccio i compiti. Alle quattro arrivano a casa mia mamma e i miei due fratelli.

Oggi sono contenta. Finalmente è successo qualcosa di interessante nella mia vita: ho perso il pullman per tornare a casa. Dovrò camminare fino a là. È un evento straordinario nella mia vita normale. Altre cose straordinarie che sono successe nella mia vita? La mia nuova vicina di banco. Assolutamente strana, per niente normale. Di sicuro lei ha una vita totalmente diversa dalla mia. Ma non serve conoscere le sue abitudini per sapere che tipo è. Basta guardarla negli occhi. Sono verdi, come non ne ho mai visti in tutta la mia vita. Non il solito verde degli occhi delle persone, opaco, un po’ tendente al grigio. I suoi occhi sono di un verde brillante, come quello di una fogliolina che a primavera, timidamente esce dalla sua casa, protetta e calda, e si espone al Sole, al vento, alla vita.

Strano vero? Non riuscirei mai a chiamarla Viola. Viola. Per me lei si chiama Verde.

Verde è intelligente e in tutte le materie ha sempre il massimo dei voti. Non essendo molto socievole, sarebbe presa in giro da tutti se non fosse che è bravissima anche in ginnastica e che quando la scuola ci ha portati a fare una lezione di tiro con l’arco, lei ha centrato sempre il bersaglio. Da allora tutti hanno paura di lei e sono circolate leggende metropolitane in cui si dice che lei sia una strega, che porta un arco invisibile sempre con lei e che se qualcuno la disturbasse lei gli tirerebbe una freccia contro.

Ovviamente io non credo a queste leggende, per me lei è verde, strana, può sembrare pericolosa ma è innocua. Nessuno le parla. Tranne una persona. Una mia amica che piace a tutti e che è simpatica con chiunque. Un’altra cosa strana nella mia vita. Ne stanno accadendo fin troppe ultimamente. Ma la mia vita resta sempre banale e… per un istante vengo accecata dalla luce del Sole, sento le gambe non reggermi più, vedo tutto girare e mi ritrovo per terra. Poi una voce mi sussurra: “Non tornare a casa” …

Mi ritrovo per terra, in una posizione innaturale, lo zaino un metro più avanti. Mi alzo. Non capisco cosa sia successo. Ripenso a quello che mi è accaduto. E all’improvviso mi viene in mente una cosa. Oggi non c’è il Sole. Non posso aver preso un colpo di sole. Questo è molto strano. Penso che sia meglio tornare a casa.

Cammino ancora un po’ traballante. Penso che tutto quello che mi è successo sia solo dovuto alla fame. Non appena arriverò a casa, mi mangerò un bel piatto di pasta. Mi farà bene.

Vedo il portone di casa, prendo le chiavi e apro la porta. Dentro casa c’è un odore strano, come di marcio. Mi toccherà scovare ciò che emana questa puzza prima di mangiare. Non riesco a mangiare con questo odore. Mi avvicino all’armadio dei panni per prendere qualcosa per pulire non appena troverò “la cosa puzzolente”. Apro l’armadio. Qui l’odore è più forte. Sono stata fortunata. Non ho dovuto cercare molto. Mi chino per trovare il punto. All’improvviso sento qualcosa di viscido sfiorarmi. Che sia un topo morto? Mi ritraggo disgustata. Appena alzo lo sguardo, vedo una creatura viscida, con dieci occhi, un’ala tutta bucata e spaventosi artigli. Si dirige verso di me. Non so cosa sia, ma penso che voglia uccidermi. Ho paura. Addio a tutti. Chiudo gli occhi, aspettando la fine. Ma non arriva. Apro gli occhi. La foresta ha invaso la stanza. Vedo tralci d’edera volare per la stanza imprigionare il mostro. Alla fine di lui resta solo una pozzanghera di un liquido schifoso.

Ma c’è un’altra persona nella stanza. La persona che mi ha salvata. Vestita di foglie e con gli occhi coperti da un paio di occhiali da sole. Mentre si avvicina l’abito comincia a diventare di tessuto, le scarpe di foglie diventando stivali e l’edera che aveva evocato torna nelle sue mani. Quando ormai è vicina a me, nonostante gli occhiali da sole la riconosco: Viola.

Mi prende la mano e mi aiuta ad alzarmi.

Mi dice una cosa: “Vieni con me. Ti hanno trovata”.

Continua

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

 

Tebe e l’ uomo che uccise la sfinge

“Sediamoci all’ ombra di questo ulivo ragazzo, fa troppo caldo per continuare.” Detto questo, il vecchio cantore si sedette e svitò il tappo della borraccia che teneva al collo. L’acqua gli scivolò lungo la gola rinfrescandola. Quando ebbe finito di bere passò la borraccia al ragazzo cieco che sedeva accanto a lui.                     “Ragazzo, quella città laggiù è Tebe, Tebe dalle sette porte, è la città protagonista di un episodio del Racconto Infinito, ma di questo te ne parlerò dopo, ora sono troppo stanco, devo riposare, dovrai avere pazienza …”. E così dicendo, si stese all’ombra dell’ulivo.

Il ragazzo si rodeva dalla curiosità, non sapeva se svegliare il vecchio o lasciarlo dormire. Alla fine, decise di svegliarlo: dopo tutto doveva diventare un aedo, e gli aedi devono conoscere tutti i racconti del Racconto Infinito, tutti! Così colse una spiga di grano ed iniziò a solleticare il naso del vecchio: “ Maestro -sussurrò-MAESTRO!” “Che vuoi?!” chiese quello svegliandosi di soprassalto. “ Be’… ecco … io …” farfugliò il ragazzo imbarazzato. “ Ho capito: vuoi ascoltare il racconto. Seguimi, ti porto a Tebe”. Senza avere il tempo di rispondere, il ragazzo seguì il vecchio lungo il sentiero ripido e tortuoso che portava a Tebe.                                   Giunti davanti ai bastioni della grande città, il cantore vide spiccare tra il marmo bianco una lastra di bronzo. Allungò il passo trascinandosi dietro il ragazzo che non capiva. “ Maestro, ma dove stiamo andando?” chiese il ragazzo senza ottenere risposta.

Ad un certo punto il vecchio si fermò, sfiorando con la mano i segni lasciati da uno scalpello nel bronzo lucente. La malinconia lo attraversò pensando alla storia che il metallo raccontava.  “Ragazzo! Vieni qui, presto!” “ Maestro, io sono già qui!” “Più vicino ragazzo, più vicino!”. Il ragazzo si avvicinò, obbediente. “Dammi la mano ragazzo” il vecchio gli afferrò il polso, guidandolo in modo tale che le dita sfiorassero le parole scolpite nel metallo freddo.  “Questa, ragazzo, è la storia di Edipo, è bellissima, ma molto triste, ora io te la leggerò, tu stampala nella memoria e non scordarla mai”.

Viaggiatore che vai a Tebe dalle sette porte, ascolta la tragedia di Edipo. Ricorda: al destino non puoi scappare, è già stato tracciato per te dagli dei!                                   Viveva in Tebe Laio, saggio re. Un giorno ricevette un ordine dal dio Apollo: non dare vita ad un figlio maschio! “Impossibile!”  disse Laio, che aveva perso tutta la sua saggezza. “Io devo offrire un erede al mio trono.”

 Le misteriose voci degli oracoli portarono a Laio un altro messaggio di Apollo: “Questo figlio maschio assassinerà suo padre e sposerà sua madre. E’ il suo destino”. Laio ora comprendeva l’antico divieto. Ebbe terrore del figlio e decise di  sopprimerlo. Ma non poteva macchiarsi le mani del sangue di suo figlio, così fece chiamare un servo “Tu” disse “sai mantenere un segreto? Ne va della tua vita”.                                                                                                                                                       “Non temere padrone, eseguirò ogni tuo comando” “ Porta il bambino sulla montagna e lascialo in pasto a lupi e avvoltoi. Non deve diventare un uomo adulto!” “Sarà fatto” disse il servo che intanto rabbrividiva per l’ orrore.  “Non basta! – disse Laio – gli spezzerò le caviglie con dei chiodi, così il suo spettro zoppo non potrà tornare dal regno dei morti per tormentarmi col rimorso…”                        Così fece, diede il corpicino sanguinante al servo, e gli intimò il silenzio.              Quel servo aveva cuore, e così affidò il bambino ad un pastore di Corinto che incontrò per la strada. Quel pastore a sua volta portò il bambino al suo re e alla sua regina: Pòlibo e Peribea.                                                                                        

Così Edipo crebbe nella reggia di Corinto convinto di essere figlio del re e della regina e principe ereditario al trono. Ma circolava voce che lui non fosse il figlio vero. Le chiacchiere giunsero all’ orecchio di Edipo che cercò conferma nella voce dell’ oracolo di Delphi che si rivolse direttamente ad Apollo, che però non sciolse il dubbio di Edipo. Sembrò che l’oracolo volesse rispondere ad un’ altra domanda.       Tremenda risposta! “Edipo, tu assassinerai tuo padre e sposerai tua madre! E’ il tuo destino!”.                                                                    

Così l’ oracolo non aveva voluto rivelare ad Edipo se Pòlibo fosse o non fosse il suo vero padre. Ma ricorda viaggiatore: la volontà degli dèi è oscura, inconcepibile per il pensiero umano! Edipo  era disperato “Non posso tornare a Corinto: potrei uccidere mio padre per incidente, senza volere. Metterò fra lui e me la montagna chiamata Citerone, quella che separa Corinto da Tebe. Sì, andrò a stabilirmi a Tebe.”                                

Ma Edipo non sapeva che a Tebe dominavano il dolore e la disperazione. Il dio Apollo era adirato con Laio e insieme a lui aveva castigato tutta la città. Aveva scatenato il flagello di Tebe! Un mostro, la Sfinge:viso di donna, corpo di leone e ali di rapace. Se ne stava appollaiata sulle rocce e a tutti i viandanti che passavano per quella strada, poneva l’ atroce indovinello. Non risponderle o sbagliare la risposta, significava morte certa: il mostro balzava sulla vittima e la divorava. La strada biancheggiava di ossa.                                                                                            

Laio volle andare a Delphi. Là c’ era un antico santuario del dio Apollo. Avrebbe chiesto al dio come rimediare alle sue colpe. La Sfinge lo lasciò passare, perché era scritto che in quel modo si sarebbe compiuto il suo destino.                                  Dunque Laio, sopra un carro, viaggiava verso Delphi. A mezza strada, ad un trivio, incontrò un viaggiatore armato di bastone.                                                                                                                                       “Non sarà un bandito, che assale i viandanti?” pensò fra sé il vecchio re. “Ehi, tu, togliti di mezzo, ingombri la mia strada!” “ Dimmi solo un motivo per il quale io dovrei spostarmi!”  “ Perché io sono un re!”. Anche Edipo era di sangue reale, era superbo. “ Re o non re, tu sei un insolente, vecchio!” disse il giovane avvicinandosi al carro. Laio, temendo un’ aggressione fece schioccare la frusta ed il sangue stillò sulla guancia di Edipo. Egli rispose con il suo bastone ferrato, che si abbattè sul vecchio. Laio rotolò lungo la scarpata,l’ oracolo non aveva mentito! Ma Edipo, ancora, non sapeva l’ enormità del delitto che aveva commesso. S’ incamminò verso Tebe. E giunse in questo punto della strada, dove sei tu adesso viaggiatore che leggi queste righe!

Maestro e allievo sentirono il sangue gelare nelle vene. Il vecchio Femio alzò gli occhi cercando di scorgere la sagoma del mostro. Non vedendola, continuò a leggere, ora più tranquillo.

“Fermo viaggiatore!” stridette la Sfinge a Edipo. “Devi risolvere il mio indovinello prima di passare.” “Sono pronto!” rispose audacemente il ragazzo . “Qual è l’ animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e la sera su tre?”  Edipo rifletté. Poi disse “Non è difficile: la risposta è l’uomo”. La Sfinge cacciò un urlo rauco “Non basta, devi dirmi il perché della tua risposta: potresti aver risposto così, a caso”. “T’ accontento:al mattino della vita l’ uomo cammina a carponi; nel mezzogiorno, cammina su due gambe; e la sera, al tramonto della vita, l’uomo è vecchio e deve appoggiarsi al bastone, così cammina su tre gambe.” “Aaah” l’ululato della Sfinge sconfitta che precipitava nel burrone riecheggiò in tutta la pianura.                                                                                                    

Edipo giunse a Tebe. La gente lo accolse festeggiandolo per le strade. Intanto, in città era giunta la notizia che Laio giaceva sulla strada per Delphi con la testa fracassata. C’ era bisogno di un nuovo sovrano, e chi meglio del distruttore della Sfinge avrebbe potuto governare.   

 Così Edipo divenne re. Ebbe in sposa la vedova di Laio… sua madre! Inorridisci viaggiatore, ma sappi che in tutto questo c’è il segno degli dei.                                  Quella regina era Giocasta . Non poteva sospettare la vera identità dell’ uomo che ora sedeva insieme a lei sul trono.   La vita però a Tebe non era tornata, anzi, sembrava spirare poco a poco da quella terra.     

  Alla fine, Edipo decise di andare a parlare ad Apollo per mettere fine a quel tormento. Apollo gli rispose che ber far finire quelle sventure avrebbe dovuto vendicare Laio.                                                                                                                                            Edipo non sapeva che quel ricercato fosse proprio lui! Quando tornò a casa chiese a Giocasta “Che aspetto aveva Laio?” “ Era alto come te, e ti assomigliava molto” “Laio era partito solo per Delphi?” “No, c’era un servitore con lui” “convocatelo!”. Il servitore aveva riconosciuto Edipo, ma non poteva dire la verità al re! Alla fine fu costretto a confessare tutto. Le sue parole squarciarono la mente di Edipo e di Giocasta. La regina uscì in silenzio dalla sala del trono. Poco dopo la trovarono impiccata nella sua stanza Edipo, vedendola e vergognandosi a morte afferrò la spilla dal vestito di Giocasta e si squarciò gli occhi.

Il volto del ragazzo era solcato da lacrime, e anche il maestro si mordeva un labbro per non cedere alla tristezza. “E’ ora di andare ragazzo” sussurrò Femio. L’ allievo lo seguì ancora piangendo e con lo stomaco che si torceva per la malinconia.

Martina D., Secondaria,  team del giornalino  

IL FOLLE VOLO – II Episodio

I due uomini parlavano una lingua molto diversa dalla loro, Royan si chiese il perché: com’era possibile che in un’ora e mezza fossero finiti tanto lontano da casa, in un posto dove non parlavano nemmeno la loro lingua?

I due uomini si avvicinarono ai ragazzi e li sollevarono di peso, così com’erano: legati l’uno all’altro e se li trascinarono dietro nella fitta foresta.

Camminarono in mezzo ai rovi per circa una mezz’oretta, poi arrivarono ad un villaggio di case costruite in fango e paglia; gli uomini erano tutti armati fino ai denti e avevano lineamenti rozzi e le gambe storte, come aspetto le donne non cambiavano tanto, avevano gli zigomi molto pronunciati e il naso aquilino.

Royan  ebbe appena il tempo di guardarsi intorno che subito uno dei carcerieri le diede una bastonata sulla schiena costringendola a piegare la testa in una smorfia di dolore.

Alcuni degli abitanti del villaggio, al passaggio del gruppo, iniziarono a bersagliare i tre ragazzi di pietre. Una colpì Nefer in pieno volto, subito Royan si girò e inviperita iniziò ad urlare alla donna che aveva scagliato la pietra – Ehi, tu, come ti permetti, quello è mio fratello! – il carceriere le tirò subito un pugno sul naso che subito iniziò a sanguinare tingendole il volto di rosso. Nefer sputò in faccia all’uomo in difesa della sorella che gli sorrise attraverso la maschera di sangue.

Nessuno dopo l’ira di Royan aveva osato scagliare una sola pietra, la guardavano tutti con rispetto e timore, qualcuno addirittura le sorrideva.

Camminando attraverso il villaggio, arrivarono ad un edificio più imponente degli altri che puzzava di marciume e muffa.

Appena entrarono, capirono che si trattava di una prigione, le guardie si identificavano per un giglio impresso a fuoco sulla spalla sinistra.

Royan notò un ragazzo che aveva più o meno la sua età, non era come gli altri, aveva i lineamenti fini, le gambe dritte e la testa in perfetto equilibrio sul collo lungo. Il naso non era aquilino, ma dritto, aveva gli occhi verde smeraldo e stava cantando con la testa rovesciata all’indietro appoggiata contro una parete. Quando vide Royan smise di cantare e guardò i tre ragazzi entrare nella cella di canne di bamboo.

Anche se sottile, il bamboo era resistente, tanto che non tremò neppure davanti all’assalto di Royan, la quale scoraggiata si lasciò cadere contro un muro. Intanto il ragazzo aveva ricominciato a cantare, per Royan la voce di quel ragazzo era come caramello caldo e nonostante tutto la faceva stare bene. Si addormentò col sorriso sulle labbra.

Quando si svegliò, il ragazzo non era più con le altre guardie appoggiato contro il muro opposto, ora era con la spalla appoggiata contro la cella dei tre ragazzi e fissava Royan con quei suoi occhi di smeraldo. Quando la ragazza si svegliò e lo vide si sentì trapassata da parte a parte, il ragazzo le sussurrò qualcosa, ma lei non capì, allora il ragazzo le fece segno di avvicinarsi, Royan eseguì e lui le disse all’orecchio: -Ho deciso di aiutarvi – – Ma tu parli la mia lingua! – rispose lei – Sì, sì, ma abbassa la voce sennò qui ci ammazzano tutti e due!- – Okay, okay, ma come hai intenzione di fare? È impossibile, guarda –disse buttandosi contro le sbarre con tutto il suo peso-non tremano neppure!- – Le pareti sono fatte di fango fresco, dovrete razionarvi l’acqua e usare quella che rimane per sciogliere poco a poco il fango e fare un buco nella parete, così potrete scappare — Grazie, ma ti prego, continua a cantare!-

-Certamente!- E detto questo rovesciò la testa all’indietro e cominciò a cantare. Royan avvicinò l’orecchio alle sbarre per ascoltare la sua voce da vicino: era limpida, cristallina, come un torrente di montagna, non stonava mai, non c’era volta che la sua voce fosse fastidiosa da ascoltare, faceva sembrare tutto più bello.

Martina D., Secondaria, team del giornalino

6 APRILE 2018

 

Si celebra il 6 aprile la “Giornata mondiale dello Sport”, indetta dalle Nazioni Unite per promuovere il valore dello sport nella coesione sociale e nello sviluppo. Essa viene celebrata ogni anno in tutto il mondo in memoria della data di inizio dei primi Giochi Olimpici dell’era moderna, esorditi appunto ad Atene il 6 aprile del 1896.

Scopo della celebrazione è contribuire ad accrescere la consapevolezza del ruolo storico svolto dallo sport, in tutte le società, nella trasmissione di valori positivi come la promozione di istruzione, salute, sviluppo, pace, parità di genere ed integrazione sociale.

È molto positivo, a mio avviso, che si celebri questa giornata e che si possa ricordare con attività sportive e manifestazioni i diversi valori che lo sport insegna.

Sin dall’inizio queste tematiche sono state materia d’insegnamento, pratico e teorico, di ogni mio personale studio sin dall’Università fino ai corsi di aggiornamento ed abilitazione nelle sedi delle Federazioni Sportive.

Mi ha sempre interessato e profondamente colpito, in questi ambienti, l’idea che lo SPORT di qualsiasi natura, collettivo e/o individuale aiuti ad assimilare regole, imparare a condividere momenti di sana convivenza civile. Questa visione dello SPORT, a mio parare, deve essere la base di partenza sia per chi svolge un’attività agonistica sia per chi svolge un’attività ricreativa o ludica e a maggior ragione per chi ha scelto lo sport come professione.

Purtroppo ascoltando ragazzi e ragazze delle scuole dove lavoro, essi mi confessano di incontrare nel loro percorso allenatori e/o genitori che inculcano solo il principio della vittoria sempre ed ad ogni costo, con frasi del tipo “I secondi non li ricorda nessuno” oppure “L’importante è vincere, non partecipare”.

E purtroppo tutto ciò è anche insegnato con tecniche e modalità totalmente scorrette, sia sul piano verbale e soprattutto fisico come se “il fine giustificasse i mezzi”!!!!!!!!!!

Il messaggio che trasmetto ai ragazzi a scuola, durante le ore di educazione fisica, ed ai bambini dai 6 ai 10 anni che ho allenato sino ad oggi, è quello di svolgere attività sportiva con impegno, concentrazione, usando le proprie capacità per dare il meglio di sé stessi, imparando a riconoscere ed essere consapevoli dei propri limiti e delle proprie risorse.

Concludo con lo stesso consiglio che trasmetto agli alunni delle classi III della scuola Secondaria di Primo grado e cioè di poter svolgere nella vita un’attività sportiva, ad intensità moderata e protratta nel tempo, che li faccia sentire in buona forma fisica, perché ciò li aiuterà ad accrescere la fiducia nei propri mezzi, la propria autostima e la disponibilità all’interazione con gli altri.

BUONO SPORT A TUTTI!

Prof. Davide Tienghi

L’ALBERO DEL GIORNO E DELLA NOTTE

Il tempo si fermò quando i due s’incontrarono e si guardarono per la prima volta, ma partiamo dall’ inizio…

Moon e Sun, portatori del giorno e della notte, abitavano in un grosso albero: l’Albero Del Tempo.

Come al solito, Moon, figlia del Sole, scattate le 24 ore, uscì dall’albero per lasciare il posto a Sun, figlio della Luna. Era pronta a correre nella vasta valle in cui si trovava l’albero, per incontrare la sua fidata amica Flora, come ogni mattina. Flora l’aspettava seduta su una vecchia panchina in legno circondata da meravigliosi fiori. –Ciao Moon!- gridò Flora vedendo l’amica arrivare in lontananza. -Ciao!- la salutò Moon; le due amiche pronte per andare a scuola presero lo zaino e s’incamminarono verso la fermata dell’autobus.

Appena arrivate, per completare la routine mattiniera, non poteva mancare la bulla di turno, Cloe, pronta ad insultare con stupide frasette, del tipo: -Comprate i vestiti nel negozio di vostra nonna?! Avete uno specchio a casa vostra?! A me non sembra.-

Ma Moon e Flora la evitarono tranquillamente, senza soffermarsi su quegli stupidi insulti.

La giornata passò rapidamente, purtroppo, però, le due si dovettero salutare presto perché Moon, al tramonto, doveva tornare nell’Albero Del Tempo, per terminare la giornata.

Si recò davanti all’albero, appoggiò sul grande tronco la sua mano sinistra e come per magia diventò parte di esso.

In quell’esatto istante uscì Sun, figlio della Luna, pronto per trascorrere una notte da urlo in compagnia del suo migliore amico Nefer! Quella notte sarebbero andati nel bosco di Mintaka per una fantastica festa intorno al fuoco.

Insieme, i due, si diressero verso il bosco, quando ad un certo punto Sun trovò tra l’erba un meraviglioso ciondolo oro a forma di sole; lo raccolse, si fermò per guardarlo, e notò che combaciava con il suo, che era d’argento e a forma di luna.

Sun senza farsi troppe domande, si mise il ciondolo intorno al collo e andò a festeggiare insieme a Nefer.

Durante la festa, il ragazzo, perse la cognizione del tempo e accorgendosene troppo tardi, corse all’albero, spaventato per quello che sarebbe potuto succedere.

Arrivò vicino all’albero, ma ormai era troppo tardi, Moon infatti stava già per uscire; Sun le gridò di fermarsi, lei si voltò e in quell’esatto istante, quando i due si guardarono per la prima volta, il tempo si fermò! Il cielo sembrava diviso a metà: da una parte c’era la notte, ricoperta da infinite stelle, e dall’altra il giorno, con tutte le sue magnifiche creature. Moon notò che al collo del ragazzo, c’era legato il suo ciondolo, così, gli chiese: -Chi sei tu?! E perché hai al collo la mia collana?!- Sun le rispose: -Io mi chiamo Sun, sono il portatore della notte, e questo ciondolo l’ho trovato tra l’erba, qui nelle vicinanze. E invece, tu chi sei?- le domandò il ragazzo; Moon non gli rispose, “meglio non fidarsi degli sconosciuti” pensò la ragazza, così, gli strappò la collana dal collo e se la mise in tasca…

Precisamente tre minuti dopo, la portatrice del giorno, decise di presentarsi: -Comunque, io sono Moon, figlia del Sole- ; i due continuarono ad osservarsi  fino a quando i loro ciondoli, contemporaneamente, iniziarono a brillare. Capirono solo allora, di avere qualcosa in comune … Entrambi avevano la testa piena di domande, ma non trovavano il coraggio di domandare l’uno all’altro tutto ciò che passava loro nella mente; così, senza che nessuno dicesse niente, si abbracciarono e decisero di fare un patto: incastrare i loro ciondoli nel tronco dell’albero, e giurare di vedersi sempre, ogni giorno, per scoprire nuove cose l’uno dell’altro. Questo spiega il motivo per cui durante l’inverno, il buio sembra quasi interminabile e durante l’estate la luce sembra quasi infinita: Sun, in inverno, arrivava sempre qualche minuto più tardi, mentre un Moon, lo stesso, ma di estate.

Dopo un po’ di tempo, nei cuori dei due ragazzi, iniziò a nascere un sentimento d’amore. I ragazzi si amavano alla follia, senza sapere, che in realtà, i due erano, sono e per sempre saranno fratelli…

Antea O. e Margherita M., Secondaria, team del giornalino

 

CARA AMICA, TI SCRIVO…

Cara amica, mi ricordo ancora quando, dove, e come ci siamo conosciute. Eravamo alla materna, quando avevamo pochi anni, e mia mamma mi disse: “Ecco, Valeria, questa è Marzia, una bambina della tua stessa età. Sono sicura che diventerete grandi amiche”. E aveva ragione! Infatti ancora oggi siamo migliori amiche e spero di non perderti mai. Ogni giorno passato con te è speciale perché tu mi accetti per quello che sono, cosa che poche persone sanno fare. Tante volte abbiamo litigato e ci siamo dette che non saremmo più state amiche, e invece la nostra amicizia è troppo forte per spezzarsi per un inutile litigio. Molte persone dicono che con il tempo cambia tutto, anche le amicizie. Ma io non ci credo. O meglio, con la nostra amicizia non accadrà. Ne sono sicura.

Ti voglio un mondo di bene, e spero che la nostra amicizia duri per sempre.

Da Valeria

Per Marzia, la migliore amica, la migliore che esiste.

Valeria C., Secondaria, team del giornalino

IL TELEFONO, UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

Il telefono è uno strumento molto divertente e in alcuni casi molto utile, ma se usato male ti può complicare la vita!!!

Il cellulare è uno strumento molto divertente perché puoi installare molti giochi/app divertenti, ma non bisogna abusarne perché può diventare uno strumento offensivo, infatti,  se per esempio sui social (facebook, instagram) insulti una persona, puoi essere denunciato o peggio ancora finire al carcere minorile (se hai dai quattordici anni in su); oppure se tagghi una persona senza il consenso di quella persona , puoi incorrere in grossi problemi.

Ora vi raccontiamo la storia di una ragazza che per un cyberbullo si è suicidata …

Aveva quindici anni Amanda T., una ragazzina canadese come tante, visetto carino, sguardo vispo, e una vita connessa in Rete come la maggior parte degli adolescenti di oggi. Una vita che Amanda ha deciso di interrompere suicidandosi, con un gesto su cui gli inquirenti stanno cercando di fare luce.

Amanda si è tolta la vita perché a differenza della gran parte degli altri ragazzi della sua età, non era spensierata. Da quando aveva conosciuto “lui” su Facebook, la sua vita era cambiata. Esponeva al mondo il suo corpo, ancora non da donna, in immagini scattate con la webcam. Lui era un cyber-bullo, ma Amanda non poteva saperlo. Da lì a poco, l’avrebbe minacciata di diffondere le immagini online, se lei non avesse acconsentito di “dare spettacolo” per lui. Lui ha finito poi per pubblicarle comunque. Tanto che Amanda ha ricevuto la notizia dall’agente di polizia arrivato a casa sua, che le ha detto poche parole: “Le tue foto le hanno viste tutti”.

Lo scorso 7 settembre, Amanda aveva deciso di raccontare la sua storia con un video, toccante, in cui fa scorrere una serie di cartelli che dipingono una discesa in un pozzo di incapacità. A quindici anni Amanda ha tentato di combattere contro il bullismo ai tempi di internet, e non ce l’ha fatta. La sua storia scorre su decine di biglietti sfogliati davanti alla telecamera, un sogno di ragazzina che diventa un inferno. A cui Amanda aveva provato a porre fine già altre due volte.

Dopo questa storia vogliamo ribadire l’utilità di questo strumento: il telefono è un ottimo mezzo di comunicazione perché, se sei fuori casa e hai bisogno di dire qualcosa a tua madre (ad esempio) puoi o chiamarla o scriverle un messaggio , così lei non starà in pensiero e anche tu sarai più tranquillo e ti divertirai di più!!!

Noi il telefono lo usiamo un po’ (un po’ troppo) e se ne fate a meno sarete più intelligenti (ci vuole poco ad essere meglio di noi) e dopo questo …. Speriamo di avervi fatto riflettere abbastanza da convincervi ad usare il telefono un po’ di meno e bene.

Francesco S. e Matteo T., Secondaria, team del giornalino

 

Inglese: i vantaggi di conoscere la lingua più parlata al mondo

 

Al giorno d’oggi credo sia evidente che l’inglese è la lingua più conosciuta, studiata e parlata al mondo. Di conseguenza questo nel tempo ha sempre più portato gli altri paesi ad adeguarsi, in primo piano facendo studiare l’inglese come seconda lingua in tutte le scuole.

Ora però vorrei focalizzarmi maggiormente sulla questione italiana: anche qui l’inglese viene insegnato fin dalle elementari, ma siamo sicuri che questo porti ai cittadini italiani la necessaria conoscenza dell’inglese? La risposta viene spontanea, ovvio che no. Personalmente penso che principalmente non sia un effettivo mal insegnamento la causa di questa poca conoscenza dell’inglese. Credo derivi proprio dai singoli individui a cui viene insegnata questa lingua. Parlando a livello italiano, penso che a molti italiani la conoscenza dell’inglese non importi molto. Me lo fa pensare il fatto che siano state molte le volte nelle quali abbia notato italiani che di inglese non ne sapevano quasi niente, nonostante l’avessero studiato a scuola.

Un banale esempio ne è la famosa vicenda di Renzi, deriso da molti per questo, che durante un discorso con altri leader stranieri non riesce quasi a formulare una frase.

La questione che però ritengo più “grave” di questo discorso è che in Europa solo noi italiani abbiamo un livello d’inglese così basso rispetto a paesi come Spagna, Francia, Svizzera e molti altri ancora.

Ma perché è così importante conoscere l’inglese?

Oltre che per arricchire la propria cultura personale, l’inglese, come d’altronde anche altre lingue, a parer mio è da sapere per girare il mondo, avere possibilità di fare viaggi e trovare lavoro anche in paesi esterni, sia per propria volontà che magari anche per necessità.

Io, per esempio, da grande vorrei fare il fotografo e lavorare visitando varie parti del mondo. In questo caso per me fare il fotografo non significherebbe solo lavorare, ma anche divertirmi a acculturarmi. Ovvio che per far sì che questo sogno si avveri non basta conoscere l’italiano, parlato solo in Italia. Per questo mi sto impegnando e mi impegnerò molto a studiare l’inglese.

Quindi, avete capito quali possano essere le ottime conseguenze del conoscere la lingua più parlata al mondo? Spero per voi di sì: se siete giovani, sapere l’inglese potrebbe cambiare le vostre vite.

Federico C., Secondaria,

team del giornalino

LA VITA È SOLTANTO UNA

21 luglio 2017

Ai posteri che leggeranno questa lettera,

la nave è affondata. Io sono riuscita a salvarmi anche se mi rendo conto che sarebbe stato meglio morire. Mi trovo su un’isoletta sperduta in mezzo al Pacifico. Non c’è niente da mangiare, niente da bere. Ci sono solo io ma, ben presto, scomparirò anch’io. Ho solo trent’anni e per me tutto è finito.

A voi, voglio lasciare un ricordo di me. Voglio salutarvi dandovi un’importante insegnamento tratto dalla mia sfortunatamente corta esperienza.

Avrò avuto circa quindici anni quando mi sono lasciata sopraffare dal pensiero degli altri. Ero sempre stata una ragazzina felice e spensierata, non avevo mai dato realmente importanza a quello che gli altri pensavano di me; e avevo fatto bene.

A quell’età tutti siamo molto interessati al pensiero che gli altri hanno di noi e tutto ciò che vogliamo è essere guardati con stupore e rispetto, ma io mi sono lasciata letteralmente condizionare dagli altri. Ho iniziato a vivere per gli altri, come volevano gli altri, come piaceva agli altri.

Odiavo sentire commenti negativi sul mio conto, ed è per questo che ho deciso di cambiare. Ho deciso di cambiare e all’inizio mi è sembrata la cosa giusta. Ma mi sbagliavo.

Ho cambiato il mio modo di vestire, ho iniziato ad ascoltare la musica che piaceva ai miei compagni “popolari”, ho smesso di studiare e ho iniziato a fumare. E tutto ciò per essere considerata popolare, bella, conosciuta.

Ora, che sono qui in punto di morte, mi rendo conto di aver fatto lo sbaglio più grande che abbia mai potuto fare.

Io non ho vissuto veramente, ho abbandonato la mia vita al pensiero altrui. E ora me ne pento, me ne pento tantissimo. Ma, ormai, che cosa posso fare? Ho passato metà della mia vita a preoccuparmi di quello che gli altri avrebbero pensato di me, senza mai fare ciò che realmente avrei voluto, dimenticandomi di vivere.

Avrei voluto studiare di più per ricevere una borsa di studio, ma non l’ho fatto perché sarei stata considerata una secchiona.

Avrei voluto non ubriacarmi quella sera che sono andata in discoteca, ma l’ho fatto perché tutti l’hanno fatto e se no sarei stata emarginata.

Avrei voluto essere me stessa, ma non lo sono stata semplicemente perché ho avuto paura di non essere abbastanza.

Sono stata codarda. Sono stata ingenua. Ho sprecato quella che avrebbe dovuto essere un’esperienza meravigliosa. Ho sprecato la mia vita.

Ora, finalmente, l’ho capito. Meglio tardi che mai, ma non posso più farci niente.

Credo che trascorrerò questi ultimi giorni di vita pensando a come sarebbe stata la vera me e spero che voi non facciate il mio stesso errore.

Ricordate che siete abbastanza e andate benissimo così come realmente siete; non c’è bisogno di fingere, di mascherarvi, siete perfetti. Non fatevi mettere i piedi in testa mai, da nessuno.

Vivete la vostra vita come desiderate e, per quanto sia difficile, cercate di non dare importanza alle cattiverie che gli altri dicono su di voi. La vita è soltanto una, non sprecatela.

Siate liberi, siate selvaggi, siate folli!

Buona fortuna,

Una persona che non è riuscita a realizzarsi

 

Alexia B., Secondaria,

team del giornalino