UNA GARA AL BUIO

Qualche giorno fa un mio amico mi disse un segreto che non riuscirò a mantenere a lungo. Mi ha raccontato una cosa che mi ha fatto dispiacere molto, ma, allo stesso tempo qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare.

Quel giorno, mentre andavo verso il bagno, lui mi chiamò e mi tenne da parte per dirmi qualcosa; iniziò dicendomi per prima cosa che non dovevo dire a nessuno ciò che mi stava per dire, per nessuna ragione al mondo, dovevo mantenere il segreto. Mi raccontò di essere scappato da casa una sera, mentre i suoi genitori dormivano, per andare fuori con altri suoi amici che fecero lo stesso per andare a una ditta abbandonata vicino al paese dove abitava.

Erano andati lì perché volevano fare una partitella tra amici a calcio; la sua squadra stava vincendo quando un suo amico tirò la palla così forte che ruppe un muro abbastanza fragile e sparì nel buio. Restarono fermi per un momento, poi obbligarono quello che aveva tirato il pallone ad andare a recuperare l’amico. Ci misero un po’ a convincerlo, ma, alla fine, riuscirono nell’impresa. Il ragazzo si chiamava Luca e non era un cuor di leone, e quindi, ci mise un po’ prima di riuscire ad arrivare alla breccia che lui stesso aveva aperto nel muro.

La luna piena rischiarava la ditta da buchi sul tetto malandato e un silenzio inquietante aleggiava nell’aria già terrorizzante per il buio intenso che il foro del buco emanava. Ancora dieci passi e avrebbero potuto continuare la partitella tra gli amici nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno … Luca allungò la mano per prendere il pallone e … un mostro dalle fattezze deformi sbucò con il pallone  tra le mani e fece un sorriso maligno; subito dietro di lui sbucarono altri sei mostri altrettanto deformi.

Una voce risuonò nella sala principale della ditta, dove giocavano. – Ahh, ragazzini, eh? Non smettono mai di stupirmi; anche noi avevamo, come voi, la nostra età d’oro, non pensate??? Anche se anche noi eravamo intraprendenti, coraggiosi e anche un po’ spericolati. Ma voi ci avete disturbato il sonno e per far in modo di lasciarvi liberi dovrete batterci in tre prove che sono 1. Astuzia;2. Resistenza;3. Sopravvivenza. Se non ce la farete … bè… ci penseremo dopo. Le prove si terranno in questo luogo, una prova alla volta a ogni luna piena, ma intanto ci terremo il vostro amichetto. Se volete salvarlo dovrete presentarvi  tutti e a tutte le prove, sennò farà una brutta fine, Insieme a voi. Se tentate di non venire alle prove, noi vi cercheremo e vi uccideremo.

Subito si levò un mormorio di assenso e tutti gli altri mostri risero di gusto e sparirono nel buio. Eravamo ancora spaventati e sorpresi allo stesso momento ma poi ci riprendemmo dallo sconforto, da quello che avevamo appena visto e sentito.  La luna successiva piena sarebbe stata di lì a due giorni, avevano pochissimo tempo per prepararsi alle prove.

Così il mio amico mi chiese se volevo aiutare lui e i suoi amici per la prima prova di astuzia, io all’inizio ero dubbioso e soprattutto pauroso, ma avevo paura di perdere il mio amico, così accettai e ci demmo accordo di trovarci la sera della prova sotto a casa sua con i suoi amici per prepararci e fare il punto della situazione. Dopo una lunga discussione approvammo che dovevamo andare e rischiare la nostra vita ma decidemmo che se avessimo perso avremmo preparato una via di fuga.

Allora andammo in quel luogo, quel luogo che non avevo ancor visto. Come descritto dai miei amici quel luogo era molto inquietante. Quindi urlammo: “Siamo quiiiiiiiii! Venite fuori codardi che non siete altro … ops!’’ dicemmo accorgendoci che i nostri amichetti erano dietro noi e ci guardavano annoiati e allo stesso tempo arrabbiati.

-Siete arrivati finalmente, vi aspettavamo da molto tempo e eravamo preoccupati che voi non veniste più. Cominciamo con le prove!!!

Le prove erano molto complicate e alla fine non riuscimmo a completarle: la prova di astuzia non era facile, perché l’astuzia non era tra i nostri pregi, così perdemmo la prima delle tre sfide; eravamo molto scoraggiati ma ci rialzammo il morale promettendo di fare di meglio nelle altre prove, che erano il nostro forte.

Per la prova di resistenza ci allenammo facendo di corsa il giro dell’isolato ogni pomeriggio. Il giorno della prova riuscimmo a vincerla alla grande arrivando tutti noi prima dei mostri. Eravamo in pareggio, per poter riavere il nostro amico salvo dovevamo vincere la prova di sopravvivenza, sennò saremmo sicuramente morti tutti.

Il problema infatti fu quella terza prova. In verità la prova di sopravvivenza era una farsa e loro volevano veramente ucciderci. Allora prendemmo Luca, corremmo e andammo dove avevamo preparato la via di fuga.

Quindi uscimmo dalla grata che avevamo aperto e poi la chiudemmo. Quindi i mostri non riuscirono a prenderci ma arrabbiati continuavano a urlare che se fossimo tornati in quel luogo ci avrebbero ucciso immediatamente e senza ripensarci un momento.

Quando tornammo a casa però loro erano riusciti a liberarsi ed erano già lì…

Gabriele C. e Riccardo P.,

 Secondaria, team del giornalino

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IL FOLLE VOLO – II Episodio

I due uomini parlavano una lingua molto diversa dalla loro, Royan si chiese il perché: com’era possibile che in un’ora e mezza fossero finiti tanto lontano da casa, in un posto dove non parlavano nemmeno la loro lingua?

I due uomini si avvicinarono ai ragazzi e li sollevarono di peso, così com’erano: legati l’uno all’altro e se li trascinarono dietro nella fitta foresta.

Camminarono in mezzo ai rovi per circa una mezz’oretta, poi arrivarono ad un villaggio di case costruite in fango e paglia; gli uomini erano tutti armati fino ai denti e avevano lineamenti rozzi e le gambe storte, come aspetto le donne non cambiavano tanto, avevano gli zigomi molto pronunciati e il naso aquilino.

Royan  ebbe appena il tempo di guardarsi intorno che subito uno dei carcerieri le diede una bastonata sulla schiena costringendola a piegare la testa in una smorfia di dolore.

Alcuni degli abitanti del villaggio, al passaggio del gruppo, iniziarono a bersagliare i tre ragazzi di pietre. Una colpì Nefer in pieno volto, subito Royan si girò e inviperita iniziò ad urlare alla donna che aveva scagliato la pietra – Ehi, tu, come ti permetti, quello è mio fratello! – il carceriere le tirò subito un pugno sul naso che subito iniziò a sanguinare tingendole il volto di rosso. Nefer sputò in faccia all’uomo in difesa della sorella che gli sorrise attraverso la maschera di sangue.

Nessuno dopo l’ira di Royan aveva osato scagliare una sola pietra, la guardavano tutti con rispetto e timore, qualcuno addirittura le sorrideva.

Camminando attraverso il villaggio, arrivarono ad un edificio più imponente degli altri che puzzava di marciume e muffa.

Appena entrarono, capirono che si trattava di una prigione, le guardie si identificavano per un giglio impresso a fuoco sulla spalla sinistra.

Royan notò un ragazzo che aveva più o meno la sua età, non era come gli altri, aveva i lineamenti fini, le gambe dritte e la testa in perfetto equilibrio sul collo lungo. Il naso non era aquilino, ma dritto, aveva gli occhi verde smeraldo e stava cantando con la testa rovesciata all’indietro appoggiata contro una parete. Quando vide Royan smise di cantare e guardò i tre ragazzi entrare nella cella di canne di bamboo.

Anche se sottile, il bamboo era resistente, tanto che non tremò neppure davanti all’assalto di Royan, la quale scoraggiata si lasciò cadere contro un muro. Intanto il ragazzo aveva ricominciato a cantare, per Royan la voce di quel ragazzo era come caramello caldo e nonostante tutto la faceva stare bene. Si addormentò col sorriso sulle labbra.

Quando si svegliò, il ragazzo non era più con le altre guardie appoggiato contro il muro opposto, ora era con la spalla appoggiata contro la cella dei tre ragazzi e fissava Royan con quei suoi occhi di smeraldo. Quando la ragazza si svegliò e lo vide si sentì trapassata da parte a parte, il ragazzo le sussurrò qualcosa, ma lei non capì, allora il ragazzo le fece segno di avvicinarsi, Royan eseguì e lui le disse all’orecchio: -Ho deciso di aiutarvi – – Ma tu parli la mia lingua! – rispose lei – Sì, sì, ma abbassa la voce sennò qui ci ammazzano tutti e due!- – Okay, okay, ma come hai intenzione di fare? È impossibile, guarda –disse buttandosi contro le sbarre con tutto il suo peso-non tremano neppure!- – Le pareti sono fatte di fango fresco, dovrete razionarvi l’acqua e usare quella che rimane per sciogliere poco a poco il fango e fare un buco nella parete, così potrete scappare — Grazie, ma ti prego, continua a cantare!-

-Certamente!- E detto questo rovesciò la testa all’indietro e cominciò a cantare. Royan avvicinò l’orecchio alle sbarre per ascoltare la sua voce da vicino: era limpida, cristallina, come un torrente di montagna, non stonava mai, non c’era volta che la sua voce fosse fastidiosa da ascoltare, faceva sembrare tutto più bello.

Martina D., Secondaria, team del giornalino

UN DRAGO PER AMICO

Un giorno un ragazzino di nome David, mentre stava passeggiando, incontrò per caso un piccolo e tenero draghetto, con gli occhi dolci, rotondi come due biglie di colore azzurro intenso.

Il corpo era ricoperto da squame traslucide che riflettevano la luce del sole facendogli cambiare continuamente colore.

Aveva una codina con in punta un batuffolo che sembrava zucchero filato e un nasino a forma di pallina da ping-pong .

David pensò ‘se la mamma mi ha fatto portare a casa un gatto, perché non potrei fare lo stesso con un grazioso draghetto innocente?!’

Prese il draghetto tra le braccia e si avviò verso casa tutto felice.

Quando arrivò a casa e la mamma lo vide con quella strana bestiolina appesa al collo, disse: “Cos’è quella cosa?!”.

E David rispose: “Non si vede?! E’ un tenero draghetto! ”

Dopo quella sfacciataggine la mamma urlò: “NON MI INTERESSA CHE SIA TENERO E GRAZIOSO, IN QUESTA CASA NON CI ENTRA, QUESTIONE CHIUSA!”

Visto che David non voleva che il draghetto rimanesse per strada decise di fare un patto: se ne sarebbe preso cura lui.

La mamma acconsentì a dargli un’opportunità, ma al primo danno causato dal draghetto, lo avrebbe sbattuto fuori casa.

Appena preso, sembrava non desse nessun problema, ma quando iniziò a crescere la situazione divenne complicata, perché il draghetto mangiava di tutto e di più: a colazione una montagna di waffle al miele con dieci tazze da un litro di latte, a pranzo si nutriva di due cinghiali interi e gli rimaneva ancora spazio per il dessert, riempito minimo da otto cheesecake e a cena mangiava quintalate di ravioli ripieni.

Mangiando sempre di più, da cinque chili, divenne cinque tonnellate.  Questo era un gran problema, perché diventò troppo grande e impegnativo. Così David fu costretto ad abbandonarlo, però non dimenticò mai quanto si era divertito con il suo migliore amico: il suo amico drago.

Iris M., Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI

VII episodio

Ci risvegliamo in un ospedale, è il San Mungo… allora vuol dire che siamo tornate nel nostro mondo!

Siamo al settimo cielo, quando vediamo tre figure nell’ombra. Ci acquattiamo dietro a un mobile per non farci scoprire e vediamo le tre figure avvicinarsi. Quando vediamo il loro volto rimaniamo allibite: sono… Tris e Tobias preceduti, anzi, strattonati da Jeanine che si dirigono verso il reparto “Perdita Della Memoria”.

La cosa è assurda, ma il nostro istinto ci dice di seguirli. Jeanine entra nel reparto e lascia fuori, legati, gli altri due, poi si sistema i capelli ed entra con aria gentile nella stanza. Noi cogliamo l’occasione per andare a parlare con i nostri eroi.

-Cosa ci fate qui? Siete davvero Tris e Tobias?

-Ehm… voi chi sareste di preciso?- è Tris, nervosa come sempre.

-Tris…- Tobias cerca di calmarla.

-Ve lo diciamo dopo, abbiamo un problema. O meglio, VOI avete un problema.

-Questo lo sapevamo

-Beh potremmo aiutarvi, ma dovreste fidarvi di noi per farlo.

Tris e Tobias si fissano, non parlano, non ne hanno bisogno, si scambiano un cenno e poi annuiscono: -Sì.

Con un banale incantesimo, li sleghiamo (possibile che Jeanine sia così stupida?) e iniziamo a correre, ma è troppo semplice; infatti Jeanine sbuca subito dalla porta seguita da Allock e inizia ad inseguirci. Mentre corriamo, le nostre menti ragionano freneticamente: perché Jeanine dovrebbe avere bisogno di quell’idiota di Allock?

Sofia lancia uno schiantesimo che colpisce il muro, Tris la guarda esterrefatta e lei le risponde con uno sguardo di compassione.

Giorgia continua a ragionare.

-Ho trovato! Jeanine vuole cancellargli la memoria usando Allock, probabilmente pensa che il siero non funzionerebbe con loro e che quindi l’unica maniera possibile sia un incantesimo!

-È totalmente pazza…- mormora Tobias.

-Possiamo contrastarla usando il suo stesso metodo – gli occhi di Giorgia ora stanno brillando –  se le facciamo un incantesimo di memoria, lei non ricorderà più nulla e così non potrà più farvi del male!

-Perfetto!- ora è Sofia ad essere esaltata –così eviteremo anche che… si cioè eviteremo che vi cancelli la memoria.-

Possibile che abbiamo avuto entrambe la stessa idea? Ci guardiamo e capiamo: dobbiamo dirglielo. Dobbiamo dirgli che Tris morirà. Prima però dobbiamo scappare.

Lanciamo un incantesimo di memoria in direzione di Jeanine, ma non funziona. Per farlo abbiamo bisogno di tempo, sarà meglio che prima la facciamo svenire.

Lanciamo uno schiantesimo che la colpisce in pieno. Finalmente sviene e riusciamo a cancellarle la memoria. La lasceremo al San Mungo.

-Addio Jeanine. – Tris ha la faccia di chi non è ancora totalmente sicuro di non  essere in un sogno.

-E ora?-chiede Tobias.

-Vi rispediamo nel vostro mondo. Ma prima dobbiamo dirvi una cosa molto importante.

Ci sono alcuni secondi di silenzio imbarazzante, poi prendiamo coraggio:- Tris, nel nostro mondo la tua storia è molto famosa, noi la conosciamo a memoria, e noi in quella storia non esistiamo, il San Mungo non esiste e non sappiamo come mai invece sia successo tutto questo.

-Ma come…?- Tobias è allibito

Noi continuiamo: – Il fatto è che nella storia che conosciamo noi tu alla fine muori, Tris. Uscirete dalla recinzione e tu lì morirai. Entrerai in una stanza piena di siero della morte e morirai, resisterai al siero ma ti spareranno. Ci dispiace Tris, ma te lo stiamo dicendo per consigliarti di fare qualcosa quando sarà il momento… portati una pistola, ad esempio.

Tris sorride, riconoscente: -Non vi deluderò ragazze! E grazie per tutto l’aiuto fino ad ora.

Noi ricambiamo il sorriso e pronunciamo l’incantesimo che li rispedirà nei loro mondi. L’incantesimo funziona e li vediamo scomparire.

Ci guardiamo: -Dici che è finita?

Non facciamo in tempo a dirlo che ci ritroviamo ad Hogwarts, dove ci accoglie la McGonagall, stranamente sorridente: -Ah ragazze, sapevo che ce l’avreste fatta! Avete salvato Tris e Tobias!

-Come?

La McGonagall ci porge un libro, è Allegiant: -Io leggerei gli ultimi capitoli, ragazze… qualcosa mi dice che compariranno alcuni nuovi personaggi, forse di nome Giorgia e Sofia, e che forse ci sarà un nuovo finale per Tris.

Sorridiamo a nostra volta e iniziamo a leggere.

Lucilla C. & Elisabetta M., Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI

Episodio 6

“10… 9… 8… 7… 6…. 5…. 4… 3… 2… 1… che gli Hunger Games abbiano inizio!

Iniziamo a correre senza sapere dove stiamo andando evitando gli altri tributi. Saliamo su un albero e vediamo che l’arena è suddivisa in quattro parti: in una c’è un sentiero di lava solidificata sopra un lago di lava incandescente, in un’altra c’è un prato, nella terza c’è la sabbia, e nell’ultima ci sono dei fiori.

Prendiamo una mela a testa e iniziamo a mangiarla. Stiamo per scendere dall’albero quando vediamo un ragazzo dei Favoriti che mangia una mela e muore. Sentiamo il colpo di cannone. Uno in meno. Ma perché noi non siamo morte? Forse c’entra qualcosa la divergenza? Probabilmente sì.

Corriamo verso la parte con la lava perché è più vicina. Probabilmente qui siamo più al sicuro dagli attacchi degli altri tributi; possiamo anche buttarli nella lava.

Verso sera guardiamo il cielo e vediamo che restiamo solo in dieci: noi due più altri otto.

Il giorno dopo ci accorgiamo che dove siamo ora non c’è cibo, allora ci avventuriamo verso il prato.

Siamo quasi arrivate ad un albero quando Cufat, uno dei Favoriti, corre verso il prato per attaccarci. Appena mette piede nell’erba inizia ad urlare e dopo lo vediamo cadere a terra: morto? Un colpo di cannone. Morto. Corriamo verso di lui e gli rubiamo le armi prima che l’hovercraft lo porti via. Abbiamo una spada e una balestra.

Ci sistemiamo nel prato perché qui siamo al sicuro, a meno qualcuno non ci lanci una freccia.

Ci addormentiamo. Ci svegliamo di notte quando sentiamo dei rumori. Dei mostri stanno sbranando i Favoriti.  Vengono verso di noi. Sono simili agli squali, però hanno tre occhi e due bocche. Le sue zampe posteriori sono da struzzo e quelle anteriori sono come quelle di leone però sono ricoperte da artigli affilati. Dobbiamo scappare. Prendiamo le armi e vediamo un albero alto e robusto su cui un animale non si potrebbe arrampicare. Corriamo e ci saliamo sopra. Da lì con la balestra riusciamo a colpirne uno che cade addosso ad un altro. Restano solo quattro bestie. Facciamo altri tiri però non riusciamo a centrarli tutti con le frecce che abbiamo a disposizione, quindi lanciamo la spada e centriamo la testa del mostro rimanente. Siamo sopravvissute!

Dall’albero vediamo che nell’arena restiamo solo noi. All’improvviso compare un hovercraft con dei fucili pronti a far fuoco e capiamo che ci vogliono uccidere perché l’arena non aveva effetto su di noi.

Riflettiamo e ci rendiamo conto che abbiamo ancora le bacchette magiche, le potremmo usare per cercare di tornare a Hogwarts!

Pronunciamo l’incantesimo in fretta e poi vediamo solo il buio…”

Continua

Lucilla & Erica, Secondaria

PEDRO, IL MITICO CANTANTE

 

C’era una volta un giovane ragazzo di nome Pedro, che amava molto cantare anche se era stonato.

Un giorno si ritrovò con la sorella Laura a registrare il suo nuovo pezzo con la sua band. Laura non amava molto come cantava il fratello e lo disprezzava dicendo: “Allontanati subito nanerottolo! Non è posto per te! Va a pulire la stalla dei maiali!”. Loro vivevano in una fattoria e quello era il compito di Pedro.  Quindi il ragazzo se ne andava sempre via.

Un giorno si ritrovò in una stanza sconosciuta dove trovò un biglietto con scritto come riuscire a cantare bene. Improvvisamente Pedro si trovò davanti un coro di angeli che cantavano così bene che chiunque si fosse avvicinato, sarebbe rimasto incantato dal loro canto. Allora Pedro si avvicinò ad un angelo e gli chiese: “Puoi insegnarmi a cantare bene?”. L’angelo rispose: “Certo, ma perché vuoi imparare?”. Pedro allora gli disse che voleva battere sua sorella una volta per tutte in una grande gara di canto.

A quel punto l’angelo lo prese per mano e gli disse:  ”Vieni con me, ti insegnerò a cantare in un posto dove nessuno potrà sentirti”. Allora Pedro seguì l’angelo ed arrivò in uno strano posto in una foresta.

Appena si avvicinò, gli alberi intorno iniziarono a cantare e a fare muovere le foglie, che facevano un bellissimo suono. A quel punto l’angelo, che si chiamava Erick, disse: “Canta!”. Pedro iniziò a cantare, e non aveva una voce stonata, ma sottile, candida e soffice.

Tornò sempre in quel posto ad esercitarsi.  Quando tornava a casa chiedeva sempre se la sorella si fosse esercitata, ma lei con tono strafottente rispondeva: “Secondo te, io mi devo allenare?! No! Io sono tanto brava e soprattutto ho talento al contrario di te!”.  Allora lui rispondeva: “Meglio per te!”.

Il giorno dopo Pedro si iscrisse al “Sing top show”. Era venerdì ed alla gara mancavano solo tre giorni, Pedro si esercitava con molto impegno.  Il giorno della gara Pedro salì sul palco e iniziò a cantare.

Laura si stupì a vedere Pedro sul palco e pensò che Pedro sarebbe andato malissimo e che a tutti sarebbe venuto il mal di testa, ma quando lo sentì rimase a bocca aperta!  Pedro cantava benissimo!

Invece quando la sorella salì sul palco ed iniziò a cantare, tutti si tapparono le orecchie: quanto era stonata e rauca!

Pensava di essere brava senza neanche doversi esercitare. Si era fatta battere da suo fratello! Pedro vinse la gara, perché al contrario di sua sorella si era impegnato tanto!

 Camilla S. e Sara D’O., Secondaria

TORNADO GIRLS

Due bambine di nome Blu e Pinky, un giorno mentre erano nel corridoio della scuola, vengono fermate da un loro amico di nome Sandro e si mettono a parlare.  Intanto, Nera, la bulla della scuola, inizia a prenderle in giro:

-Siete brutte! – Loro arrabbiate iniziano a girare su se stesse molto velocemente, fino a formare dei tornado colorati. Ma Nera non si arrende e continua a prenderle in giro.

Intanto, il loro amico Daniel non vedendo Pinky e Blu, preoccupato va a cercarle. Loro escono da una classe. Parlando con loro, però, non si accorge dell’esistenza di un muro proprio davanti a lui! Dopo essere andato in infermeria per farsi mettere un cerotto in testa, torna dalle sue amiche, Le Tornado Girls e tutti insieme si fanno una risata.

Elena R., Secondaria, team del giornalino

L’ARAZZO DELLA MORTE

Quell’ anno andai in vacanza in un posto in cui non ero mai stata prima, era un paese di montagna chiamato Moena. Io e la mia famiglia affittammo una villa, Villa Corona. Era un’accogliente villetta, belle stanze calde, e soprattutto un grande giardino innevato. Era tutto al suo posto, tranne un grande e lugubre arazzo. Rappresentava un mare in tempesta.

Non c’entrava assolutamente niente con la bella villa, e, per un motivo ignoto, quando arrivammo ci fu proibito assolutamente di avvicinarci. Continuai a chiedermi il motivo e così una notte durante la quale non riuscivo a dormire, uscii di nascosto dalla mia stanza e andai a osservare l’arazzo. Era veramente strano e ogni tanto sembrava animarsi all’improvviso: apparivano lampi veri e mi sembrava di sentire in lontananza dei tuoni. Non potevano venire dall’esterno, poiché il tempo, quella notte, era sereno.

Ero così incuriosita da quell’arazzo che lo toccai. A quel punto accadde una cosa talmente spaventosa che anche io, una ragazza impavida e coraggiosa, mi spaventai un po’. L’arazzo si staccò dal muro, si trasformò in un vortice che mi scaraventò dentro la parete a cui era attaccato. Non ebbi il tempo di tranquillizzarmi che un precipizio apparve davanti a me. E fu allora che lo vidi sul fondo del burrone: quello che prima mi sembrava fuoco era diventato un mostro alato infuocato enorme, che volava verso di me facendo schioccare la sua frusta di serpenti.

Cercai di scappare, ma notai tutt’a un tratto che ero circondata dal vuoto: ero su uno spuntone di roccia che emergeva dal fondo del burrone. Iniziai a darmi dei pizzicotti sperando di svegliarmi e scoprire che era solo un sogno, ma, ahimè, non era così. A quel punto mi spaventai davvero: la mia vita stava per finire, per una mia stupida curiosità. Mi accasciai a terra a cominciai a piangere, comportamento che non approvavo affatto, infatti, per me, il pianto era una cosa solo per bambini piccoli. Però ero davvero triste, non solo per me, ma anche per tutti i miei cari: non avrei mai più rivisto la mia famiglia. Non avrei più abbracciato la mia migliore amica, che apettava con ansia il mio ritorno dalle montagne. Non avrei mai finito il libro che stavo leggendo, che chiedeva solo di essere letto.

Mentre piangevo, sentii la voce del mostro, profonda e minacciosa, che diceva: – Se vuoi avere salva la vita, va’ nell’Hotel Corona proseguendo per il corridoio, e sconfiggi il fantasma entro stanotte. Se non ci riuscirai, morirai. Conta su quest’ultima opzione: tutti gli altri che ci hanno provato, hanno fallito.

A quel punto il mostro e il burrone scomparvero e mi ritrovai In un corridoio in salita, stretto, lungo, buio e minaccioso. L’unica luce proveniva da i fantasmi disegnati sui dipinti rappresentanti scene terrificanti avvenute per mano di uno spirito. Questo aveva trasformato un uomo nel mostro che mi ha affrontato, quello alato e infuocato. Continuando il cammino, le scene dipinte cambiarono: si vedeva una persona senza volto nelle stanze di quello che credo sia il minaccioso Hotel Corona. Un altro dipinto raffigurava l’uomo uccidere una persona. Nel terzo e ultimo dipinto, il più grande, lo stesso uomo degli altri due quadri, era circondato da mucchi di ossa e pezzi di un corpo umano. Il personaggio era diviso a metà: una parte di lui era viva e l’altra era morta.

Dopo quel disegno, il corridoio si interrompeva bruscamente con una parete che mi augurava la fortuna che pensavo non avrei mai avuto. Le incisioni irradiavano una strana luce bianca e minacciosa, feci un passo per toccarle ma caddi nel vuoto per circa dieci metri. Ebbi paura dell’atterraggio ma fu meglio di quanto immaginassi: finii su un materasso, che era sporco e logoro, ma almeno ammorbidì il mio impatto con il terreno. Davanti a me si vedeva la scritta “Hotel Corona”.

Ancora un passo in quella direzione e sarei stata nell’hotel che mi avrebbe uccisa. Quell’hotel stava per porre fine alla mia vita e forse anche ai miei ricordi. Ma dovevo anche considerare l’un per cento di possibilità che uscissi viva da quel posto tornando a casa mia a vivere come prima. A rivedere la mia famiglia. Ad abbracciare e ridere ancora molte volte con la mia migliore amica. A finire il mio libro. C’era ancora speranza.

Entrai nell’hotel. Era peggio di come me lo immaginassi: completamente abbandonato, aveva su ogni mobile rotto almeno cinque centimetri di polvere. Il soffitto, fatto di travi di legno ormai marcio, sembrava sul punto di cedere. Le pareti, che un tempo dovevano essere di colore giallo, erano piene di ranatele. Qua e là, sul pavimento, cresceva l’erba, e l’unica porta esistente oltre a quella da cui ero entrata, era quasi interamente coperta dall’edera. Capii che dovevo oltrepassare quella soglia. Lo feci. Lì trovai il fantasma che era comodamente seduto su una poltrona a leggere un manuale sui fantasmi. Nonostante non si fosse accorto di me, rimasi paralizzata dalla paura. Improvvisamente un bagliore mi scosse: era una spada molto affilata, che poteva essere la mia salvezza contro lo spirito. Senza fare il minimo rumore, andai a prendere la spada e mi posizionai dietro la poltrona del fantasma per assassinarlo. Forse, dopotutto, sarei riuscita ad ucciderlo e sarei stata salva. Ma sembrava tutto un po’ troppo facile rispetto a quello che mi immaginavo. Nonostante il presentimento, calai la lama sul fantasma, ma… la lama oltrepassò completamente lo spirito, ed ebbe il solo effetto di farmi attaccare dal “lettore fantasma”, che aveva fatto sparire il suo libro.

Avrei dovuto immaginarlo! Uno spirito non si può uccidere, nemmeno con una lama affilata, perché essa lo avrebbe oltrepassato sicuramente. Una fantasma è un fantasma, ci si può passare attraverso. Ma adesso dovevo scappare. Oltrepassai una porta, e mi ritrovai in una stanza identica alla prima, ma senza nessun fantasma. Oltrepassai decine e decine di porte, finché non mi ritrovai in una stanza in cui potei nascondermi. Il fantasma che mi inseguiva, passò alla camera successiva senza notarmi e, quando fu molto davanti a me, uscii dal mio nascondiglio e vidi il corpo di una persona senza vita. Mi sembrava di aver già visto la sua faccia, ma dove? Pensai e pensai, poi mi ricordai: era uno dei pezzi di carne umana dell’ultimo dipinto. A quel punto mi venne in mente un piano. Era ovvio. E mi era anche stato suggerito come fare.

Tagliai a pezzi quel corpo e presi le ossa. Formai un cerchio perfetto intorno a me e chiamai il fantasma. Lui ci mise un po` ad arrivare, e quando finalmente mi trovò, io iniziai a tirargli addosso le ossa e i pezzi del cadavere. Questi, come speravo, non oltrepassarono il fantasma, ma gli si appiccicarono addosso, formandogli il corpo. Quando ebbi esaurito le ossa e i brandelli del cadavere, avevo davanti a me una persona normale. Era viva, e potevo ucciderla. Con la spada che avevo tenuto in mano da quando l’avevo presa, iniziai una lotta con il fantasma-cadavere vivo, e lo uccisi, trapassandolo da parte a parte. Dal suo corpo non uscì un altro fantasma. Ora l’uomo era veramente morto. Improvvisamente apparve il mostro che mi aveva affidato la missione. Egli si congratulò con me e mi disse che ero riuscita dove altri cento avevano fallito. Ero riuscita a vendicarlo. Così mi rimandò nella villa, dove l’arazzo era misteriosamente sparito.

In seguito scoprii che i mei genitori non si ricordavano della sua esistenza. Ma io mi ricordavo ancora la mia avventura, che racconto solo a voi lettori. La mia vita era tornata alla normalità. L’arazzo non l’aveva cambiata come pensavo. E da quel giorno la mia vita fu normale, anche se da allora ho sempre sperato in altre avventure come questa. Chissà! Nella vita non si sa mai cosa possa accadere!

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

LA GIORNATA DI UN REGALO DI NATALE

Caro diario,

oggi è il venticinque (credo) dicembre, quello di cui sono sicuro è che è Natale: il giorno più bello dell’anno, il giorno dove tutti sono più buoni ma soprattutto il giorno in cui si ricevono tanti regali e io sono un regalo.

I genitori del mio futuro padroncino mi hanno comprato in un negozio e proprio ieri sera mi hanno messo in un pacchetto, ma mentre mi impacchettavano, è scivolata loro una pallina dentro al pacco io… ho provato a ridargliela ma loro l’hanno fatta ricadere dentro al pacco, quindi ho deciso che me la dovevo tenere io. Non ho nulla da rimproverare ai genitori del mio futuro padroncino tranne una cosa: non potevano mettermi in un pacco più grande?!

Mi sono svegliato di prima mattina e ho aspettato e aspettato e, finalmente, qualcuno ha aperto il mio pacco: era un ragazzino e sembrava essere felicissimo di vedermi; anche lui era sbadato quanto i genitori, io mi sono divertito tutta la mattina a riportargli la pallina: ma lui continuava a farla cadere!

Poco dopo è arrivata tantissima gente che mi accarezzava, che mi prendeva in braccio ma, soprattutto, faceva cadere in continuazione la pallina: a quanto pare è una cosa di famiglia! Poi tutti si sono seduti a mangiare, beh, a dire il vero anche io avevo fame quindi ho sfoggiato la mia arma segreta: sono andato vicino alle sedie, ho messo la zampa sulle loro gambe e ho fatto la faccina dolce … Nessuno ha saputo resistere! Dopo pranzo tutti siamo usciti e abbiamo giocato con una cosa bianca e fredda che chiamavano “neve”, abbiamo giocato e corso tutto il pomeriggio poi è calato il sole e tutti i parenti se ne sono andati ed è proprio in quel momento che mi hanno fatto una bellissima sorpresa: sotto l’albero c’era un pacchetto con il mio nome (ah, io mi chiamo Marley, dato che Bob non gli piaceva), me lo hanno aperto loro (dato che come sai io non ho i pollici opponibili) e dentro c’era il regalo che ogni cane vorrebbe: un osso, un osso così grande che non mi stava neanche in bocca! Verso la fine della sera tutti sono andati a dormire e anche io sono andato a dormire e ho concluso quella magnifica giornata.

Un caro saluto a tutti e … Buon anno!

Marley

Matteo F., Secondaria

IL NOSTRO AMICO BINNY

Il nostro amico Binny è un simpatico mostriciattolo del mondo incantato. Ha la carnagione azzurra, due corna di fuoco, un ciuffo color oro e le orecchie come quelle di un elfo. Inoltre ha tre occhi di cui uno può prevedere il futuro. Ha una maglietta strappata bianca e nera che rappresenta lo jing e lo jang, dei jeans tenuti in vita da una cintura con attaccato un sacchetto di cuoio contente polvere magica con cui aiuta i bisognosi. Indossa delle morbide pantofole rosa tenda. Porta sempre con sé uno scettro magico che crea oggetti e animali soprattutto PAPERE, ha anche due grandi ali con cui vola in giro in modo un po’ maldestro.

Abita in umile cassetta fuxia con un simpatico tetto di paglia, in giardino ha un piccolo tavolo dove lui si diverte a fare molti gustosi picnic insieme alla sua amica Dixy.

Dixy è la sua simpaticissima volpe domestica che vive con Binny da quando lui era piccolo; Binny l’aveva trovata quando anche lei era una cucciolotta: era affamata, aveva freddo ed era impaurita, Binny l’ha presa con sé e da quel giorno stanno sempre insieme.

Viaggia spesso, ha girato il mondo in cerca del paesaggio migliore dove vivere dopo qualche anno di viaggio insieme alla sua amica volpe l’ha trovato ma non ha smesso di viaggiare.

Il luogo in cui si è stabilito è formato da diversi paesaggi: ci sono le montagne, le colline, le pianure, un ruscello dove rinfrescarsi, farsi il bagno e prendere un po’ d’acqua, quel luogo è pieno di nascondigli per lui e Dixy per quando giocano a nascondino, a “ce l’hai” e a “mago ghiaccio”. Inoltre è comodo pe avvistare le altre fate, folletti, draghi e qualsiasi altro personaggio del mondo fatato o di qualsiasi altro mondo che stanno andando da quelle parti per vendere le loro merci, perché stanno facendo un viaggio, un party o che altro. Insomma quella zona è il luogo ideale per vivere.

Ed ecco finita la simpatica storia DEL NOSTRO AMICO BINNY.

 Margherita M., Secondaria, team del giornalino

WE WERE BORN TO DIE

Nascita, crescita, riproduzione e morte. È forse questa la vita?

Secondo il pensiero di un materialista probabilmente sì, ma per me no.

Non voglio parlare dell’esistenza di un aldilà dopo la morte, ma voglio parlare dello scopo della vita.

Che sia la fine di un lungo percorso lo scopo della vita? Sì, ma non solo.

Siamo nati per morire, e questo non si può mettere in dubbio, ma qual è il vero motivo della nostra esistenza? Perché ci troviamo qui? Cosa dobbiamo farne della nostra vita?

Secondo me ognuno è nato per realizzare i propri sogni e diventare “Qualcuno” nella propria vita.

Non importa quali siano le nostre aspirazioni, i nostri desideri o che cosa faremo, importa solo come decidiamo di vivere la nostra vita, cosa facciamo per realizzare i nostri sogni e soprattutto come ci comportiamo di fronte alle difficoltà che incontreremo lungo la strada.

La vita è diversa da persona a persona: c’è chi la vive come una sfida, chi come uno scherzo, chi con indifferenza ma siamo sempre noi a decidere come viverla. Lei ci offre sempre una possibilità con l’oggi, ce ne ha offerta una ieri e ce ne offrirà un’altra domani; abbiamo circa 27.000 possibilità nella vita perché lei ogni giorno ce ne offre una nuova, sempre diversa dalla precedente, ma pur sempre un’altra chance.

Sappiamo tutti che queste possibilità non sono infinite, sono tante ma non infinite, quindi perché sprecarle?

Quando ci dicono che siamo tutti uguali ci dicono una grande bugia. E non mi riferisco al colore della pelle, al sesso o alla nazionalità, ma mi riferisco al carattere, alla personalità, al proprio essere se stessi.

C’è chi è più dotato e chi meno, chi è più intelligente chi meno, chi è sensibile, chi è indifferente. C’è chi è stato fortunato infatti la natura gli ha regalato un talento o una dote e riesce a farsi valere e riesce a realizzare i propri sogni senza riscontrare grandi difficoltà, mentre c’è chi deve lottare per riuscire e nulla gli viene dato senza sacrificio.

Se guardiamo la natura da questo punto di vista possiamo notare quanto questa sia ingiusta, ma questo è un altro discorso.

Per la maggior parte di noi la vita non è uno scherzo, tantomeno un gioco. É una montagna da scalare, piena di ostacoli da superare, salite ripide e fosse molto profonde nelle quali cadiamo e dobbiamo trovare modo di uscirne.

Però, alla fine, una volta in cima a quella montagna, è tutto finito. La vista dalla cima di quella montagna è meravigliosa e crea in noi una sensazione di quiete e calma, ci fa rilassare immersi nei ricordi e cadere in un sonno profondo. Ma quanto tempo è passato da quando abbiamo iniziato a scalare quella montagna?

Dipende. Dipende da quanto essa fosse alta e dipende dal modo in cui l’abbiamo scalata ma è comunque passato tantissimo tempo e quelle che ci sembravano tante opportunità sono finite. Dopo tanto, tantissimo tempo, sono finite.

E a questo punto ripropongo questa domanda: qual è lo scopo della vita?

Sicuramente la vita è qualcosa di ben più profondo della scalata di una montagna, la vita è un cammino lungo diversamente da individuo a individuo e prevede la scoperta di se stessi e degli altri.

La vita è un viaggio, una sfida, la nostra più bella esperienza… 

“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai.”

~Jim Morrison  

 

Alexia B., Secondaria,

team del giornalino

LE AVVENTURE DI MAMMA E MAMMO DRAGO

 La mamma e il mammo drago sono due abitanti del mondo delle favole, hanno tre figli ma di questo parleremo dopo, ora direi di cominciare la storia.

La mamma e il mammo drago in realtà non si chiamano proprio “mamma e mammo drago” in realtà quelli sono solo i simpatici nomignoli che gli hanno dato i lori figli.

La mamma draga in realtà si chiama Cristal ed è un’elegantissima draga rosa con le squame e gli artigli fucsia, due ali e la coda dello stesso colore della pelle, inoltre ha due splendidi occhi color violetto e ha perfino una folta cresta.

La sua più grande passione è quella di volare in giro e aiutare le persone che sono in difficoltà, sin da piccola ha sempre avuto questo istinto altruista; mi raccomando però, state attenti a non farvi ingannare da questo suo aspetto buono e gentile perché se la fate arrabbiare, innervosire o fate qualcosa che in qualche modo le possa dar fastidio, potrebbe diventare il vostro peggior incubo: potrebbe diventare il pauroso orco del gatto con gli stivali che abita in un paesino lì a fianco, la strega con la sua mania di trasformare le persone (per esempio quel povero ragazzo che ha trasformato in un ferro da stiro), o addirittura rischiate che si trasformi in vostra zia Adele.

Ora però parliamo del mammo drago.

Il mammo drago invece si chiama in realtà Stronfolo lui ha la pelle, le ali e la coda blu e le squame e artigli azzurri inoltre ha anche due maestose corna anch’esse azzurre.

Lui da piccolo è sempre stato un po’ birbantello: insomma si divertiva a fare scherzetti di ogni tipo ai suoi amici, un giorno però fece uno scherzo alla persona sbagliata, ”Cristal”, stranamente però lei non si arrabbiò perché vide in lui del buono, lei se ne innamorò e in una maniera o nell’altra, con un po’ di pazienza lo aiutò a smettere di fare dispetti a tutti.

Ora Stronfolo non fa più dispetti e aiuta Cristal a aiutare chi è in difficoltà anche se a volte gli manca fare dispetti ma cerca di non pensarci.Con Stronfolo però potete stare tranquilli perché non si arrabbia quasi mai e se si arrabbia non diventa un mostro come sua moglie.

Ora però parliamo della loro storia:

come sapete Stronfolo e Cristal si sono conosciuti a causa di un simpatico scherzo che da ragazzino Stronfolo aveva fatto a Cristal, voi vi chiederete cosa aveva fatto Stonfolo. Beh, dovete sapere che Stronfolo erano mesi che progettava lo scherzo migliore che avesse mai fatt, “lo sgambetto” così, scelse l’unica persona a cui non aveva ancora  mai fatto nessuno scherzo: Cristal.

Cristal come ogni giorno stava andando in giro a cercare le persone più in difficoltà, Stronfolo la seguiva di nascosto mentre girava per il bosco, a un certo punto Stronfolo pensò: “Ora è il momento giuso” allungò la gamba (forse anche fin troppo) e fece volare Cristal per terra. “Cosa stai facendo?!” esclamò Cristal col ginocchio che le sanguinava e il fumo che le usciva dalle orecchie. “Scusa non volevo farti male era solo uno scherzo” affermò Stonfolo allungandole un fazzoletto con le guance rosse dall’imbarazzo e un espressione triste di scuse, in quello sguardo Cristal vide che a Stronfolo dispiaceva, smise di urlare e il fumo che le usciva dalle orecchie scomparve, nei suoi occhi si intravide un’espressione interrogativa, Cristal guardava Stronfolo che per il troppo imbarazzo scappò via.

Il giorno dopo Stonfolo si mise a cercare Cristal in giro per il bosco quando la trovò le chiese se era ancora arrabbiata con lui, lei rispose di no e gli disse : “Stai tranquillo ormai è acqua passata” a quelle parole Stronfolo si mise a urlare e a volare in giro col cuore colmo di felicità, quando si calmò chiese a Cristal se volesse un gelato, lei rispose di sì e da quel giorno divennero migliori amici, si divertivano a giocare sempre insieme e vissero per sempre felici e contenti.

No, scherzo, la storia non finì così, anzi ora è meglio continuarla.

Cristal e Stronfolo s’innamorarono l’uno dell’altra si sposarono e fecero tre uova da cui nacquero tre adorabili draghetti: Stella, la più grande, una draghetta un po’  vanitosa con la pelle di color rosso e con una folta criniera, forse la più bella dell’intero mondo incantato. Non sopporta le persone o le altre creature incantate che non sono oneste con lei, ma una cosa che odia di più è farsi vedere in giro con la criniera spettinata.

Il secondo si chiama Cancia, è un draghetto un po’ stupido ma con una gran voglia di fare sempre nuove amicizie anche di persone più grandi e più piccole di lui, ha la pelle verde e due corna di cui una gli si è rotta quando aveva poco più di un mese (forse per questo non è proprio un genio). A volte è un po’ fifone ma sa che può sempre chiedere aiuto alle sue sorelle o ai suoi amici e subito gli verrà dato.

L’ultima è Mollica una simpatica draghetta con la pelle gialla, una corta criniera e due piccole corna, Mollica ha un carattere molto avventuroso e come la madre anche molto altruista, non ha molti amici ma quelli che ha sono sinceri.

Stella, Cancia e Mollica litigano quasi sempre ma sanno che ognuno ci sarà sempre quando l’altro avrà bisogno.

Potrei continuarvi la storia degli altri personaggi che possiamo incontrare nel mondo incantato come ad esempio: Binny e la sua simpaticissima amica Dixy; Toffee, quella dolcissima ragazza fatta di caramelle che abita in un paesino poco lontano da dove abitano la mamma, il mammo drago e la loro famiglia; Lostris, quella bella fanciulla con un grande spirito guerriero e una gran passione per l’oceano e per l’avventura e che tra tutti è quella che abita più lontano in un mare pieno di avventure e di nuovi posti da esplorare (insomma il posto più adatto per una come lei); e infine il dio degli elementi così chiamato da tutti, è lo stregone più potente del mondo incantato, è perfino più potente di Merlino, ma è anche il più temuto da tutti, a causa del suo potere che è capace di mandare chiunque nel regno degli inferi.

Ma credo che per oggi siate stanchi delle mie storie quindi ora possiamo dire che la mamma, il mammo drago e tutta la loro famiglia vissero felici e contenti (per ora).

Margherita M., Secondaria, team del giornalino

SUPERMIND GIRL

Un giorno, mentre me ne stavo a casa mia, per i fatti miei, qualcuno bussò alla porta. “Chi è?” chiesi, nessuna risposta. “Chi è?” spazientita aprii la porta: per poco non mi venne un colpo! Fuori dalla porta vidi un uomo con un camice bianco, delle scarpe nere enormi, aveva dei capelli lunghi grigi e neri e dei buffi occhiali tondi che lo facevano sembrare una mosca.

Mi disse che era il nuovo vicino e voleva invitarmi per un thè, all’inizio rifiutai, poi però accettai la proposta di quello che mi sembrava un brav’uomo, solo un po’ bizzarro nell’abbigliamento.

Quando entrai in salotto, fui catapultata in un laboratorio che sembrava uscito da un film di fantascienza. Affascinata cominciai a camminare tra le macchine, sembravano molto strane e ce n’erano alcune piene di liquidi colorati, altre contenevano piccoli animali, che a prima vista mi apparirono mutanti.

Il professor Ka, così mi aveva detto di chiamarsi, mi spiegò che lui era un grande scienziato ma nessuno l’aveva preso sul serio nel suo paese: l’Ungheria. Allora lui aveva pensato che cambiando paese, forse qualcuno l’avrebbe considerato.

Mentre bevevo il thè che mi aveva offerto mi sentivo strana, cominciò a girarmi la testa e chiesi di andare a casa.

Mi sdraiai sul mio letto e mi addormentai.

Il giorno dopo mi alzai solo quando mi sentii la sveglia, o forse no?

Quando mi allungai per spegnerla mi accorsi che non ero nel mio letto ma stavo fluttuando nel vuoto! Caddi per lo spavento; continuai a ripetermi che era un sogno e tornavo a letto ma quando provavo ad aprire gli occhi mi ritrovavo in aria e la scena si ripeteva. Dopo una mezz’oretta di questo decisi che era reale: io volavo davvero!

Per poco non svenni, volare? È meraviglioso!

Capii subito che il professor Ka non era una persona qualunque.

Mi precipitai subito fuori ancora in pigiama. Il professore non sembrava sorpreso di vedermi. “Che cosa mi hai fatto?” urlai. Cominciò a raccontarmi la seconda parte della sua storia, disse che aveva scoperto un liquido in grado di dare dei super-poteri, ma dopo un piccolo incidente con un esperimento e un uomo-cane, nessuno volle fargli più da cavia e quando mi presentai pensò che fossi la candidata ideale. In effetti ho sempre voluto volare.

Il professor Ka volle che io diventassi il difensore della mia città, accettai però il nome lo sceglievo io.

Con una tuta azzurra e bianca, una corona oro e un paio di stivali sarei diventata “Supermind girl” che significa “ragazza super-cervello”.

Ancora oggi vado a lezioni di volo dal professore ma, grazie ai cinque mesi e le centinaia di cadute, oggi riesco a fluttuare come un uccellino.

E questa è la storia del perché mi ritrovo a salvare il mondo con una tutina e uno scienziato pazzo che mi fulmina ogni giorno “per sbaglio”.

Spero che non arrivino altri poteri!

Illustrazione: Elena R., Secondaria, team del giornalino

Testo: Emma C., Secondaria, team del giornalino

RABBIA, PAURA E SOLITUDINE DIVENTANO POESIA

LA MALEDIZIONE DELLA LUNA

In questi giorni  sono spesso arrabbiata,

a volte per una persona mancata,

altre per una brutta giornata.

Quando riesco a divertirmi in giardino,

risalendo in casa inciampo in un gradino;

più che rabbia sembra sfortuna,

ma credo che sia la maledizione della Luna.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Sara  Z., Secondaria

LA RABBIA

Tutto e tutti ti guardano,  ti scrutano

Vedono come sei nel tuo lato peggiore,

è come un rumore immenso di automobili impazzite,

provi una sensazione che parte da dentro, la “ rabbia”.

Proprio così, la rabbia

Quando il mondo si rivolge tutto contro di te

E tu sei da solo a combattere,

e nessuno ti aiuta

come una gazzella circondata da leoni affamati,

ma se provi paura sei morto.

                                                                                                                                          Tommaso F., Secondaria

LA MIA PAURA

Ogni volta che ho paura

La giornata diventa scura.

Quando ho paura,

penso solo a quella

come se fosse nel cielo

l’unica stella.

In quel momento

Per me

È l’ unica cosa presente

Ed è strano

Perché nessuno oltre a me

La sente

 

   Alice M., Secondaria

 

ERA LUI …

Era lui, quello solo,

quello che non aveva amici,

Era lui, quello che diceva di essere felice,

non lo era.

Pensava solo a loro,

a quelli felici e a tutti coloro che urlavano, strillavano

di felicità.

Quel sentimento, che non aveva mai condiviso con nessuno,

perché era solo e basta.

Sofia M., Secondaria

LA SOLITUDINE

Parlo tra me e me

E mi ritrovo a considerare

Che la solitudine non è mai assente,

è lì dietro l’angolo

come una tigre

pronta a scattare affamata di allegria.

E finché fai del bene non rischi mai

Ma quando il male fai

Infelice ti sorprenderà

Matteo  M., Secondaria

 

SOLO MI SENTO SOLO

Solo mi sento solo

La casa vuota deserta

Nicolò P., Secondaria

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- V Episodio

“-Non è possibile, ci dev’essere stato un errore!- Urliamo mentre le guardie ci spingono sul treno.

-Ora non si torna più indietro, i tributi sono quelli estratti, e non si cambia, a meno che non ci siano volontari.

-Ma noi siamo due ragazze!

-Se una di voi si è registrata insieme ai ragazzi sono affari suoi!

Non c’è niente da fare, qui la gente è molto testarda. E mentre siamo sul treno, guardiamo sospirando il paesaggio che almeno una di noi non vedrà mai più…

I nostri pensieri sono interrotti da una voce fastidiosa che ci chiama: -Ragazze, siete in ritardo per il pranzo!

La voce appartiene all’odiata Effie Trinket, quella che estrae i bigliettini e che, venendo da Capitol City, è fissata con la puntualità e le buone maniere.

Andiamo a pranzo e mandiamo giù qualcosa, solo per tapparci un buco nello stomaco. Ce ne andiamo non appena abbiamo finito di mangiare (cosa di cui Effie ci ha rimproverato tanto, ma noi non ce ne siamo curate). Abbiamo passato tutto il resto del nostro tempo nella nostra cabina, poi ci hanno fatto scendere dal treno e ci  hanno portato da uno stilista che ci ha preparate per la parata dei tributi. Anche quella, come tutte le altre cose che abbiamo fatto dopo l’estrazione, è stata solo un’immagine confusa che è scorsa sotto i nostri occhi.

Tutto quello che ci ricordiamo della parata dei tributi è che c’era una grande folla che ci guardava passare su un carro.

Adesso siamo all’ottavo piano del centro di addestramento, e ci stiamo preparando per andare ad addestrarci. Quando arriviamo giù siamo le ultime, ed iniziamo tre giorni di fatica per prepararci ad affrontare gli Hunger Games. ”

Erica C. & Lucilla C., team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- IV episodio

“Abbiamo iniziato a fare amicizia con gli altri ragazzi: a parte i due carini del treno (che sono stati smistati in Serpeverde), abbiamo conosciuto una ragazza della nostra casa che si chiama Emma, è simpatica ma è secchiona, abbiamo conosciuto anche due fratelli-gemelli che sono divertentissimi, si chiamano Fred e George <3.

Adesso è notte e stiamo provando un incantesimo per Trasfigurazione. Decidiamo di farlo insieme. Pronunciamo l’incantesimo e vediamo una luce abbagliante che ci obbliga a chiudere gli occhi. Quando li riapriamo non siamo più nel nostro dormitorio, ci troviamo in un posto che non abbiamo mai visto. Ci sembra un’industria tessile.  Ci appisoliamo su un mucchio di vestiti. Ci svegliamo perché sentiamo un annuncio che dice a tutti di andare in piazza per la Mietitura.

Che cos’è la Mietitura? Pensiamo a tutto quello che conosciamo e ci viene in mente un libro che abbiamo letto: “Hunger Games”. Ora tutto è chiaro: siamo nel Distretto 8, che è specializzato nella produzione di tessuti. Ci sale subito l’ansia, pensiamo che potremmo benissimo essere estratte per gli Hunger Games e se estraggono una di noi…

Corriamo in piazza appena in tempo per registrarci e andiamo ciascuna in due file diverse.

Iniziano le estrazioni: per le ragazze il nome è…

Sofia Cnamoneri.

Chiamano subito anche i ragazzi: il nome è…

Giorgia Cnamoneri.

Ci guardiamo con uno sguardo di panico, ci sentiamo sprofondare sempre più giù, senza accorgerci che i dev’essere stato un errore. Camminiamo sconvolte verso il palco delle estrazioni, con il terrore dipinto negli occhi…”

Continua…

Lucilla C. e  Erica C.,  team del giornalino

PAURA NEL BOSCO FANTASMA– V episodio

“Mi risveglio, sono in un tunnel, ma ora so che tutto quello che sta accadendo non è reale. Credo che sia una specie di allucinazione provocata dall’iniezione di mia madre.

La ragazza che ho conosciuto nella grotta è sparita. Sarà finita da un’altra parte. Ora non posso più fare niente per lei.

So che per uscire da questo incubo non devo far altro che pensare. Mi trovo quasi sempre nel luogo adatto al mio stato d’animo. E ora mi sento oppressa da queste allucinazioni. Niente di meglio che un tunnel, soprattutto per una che soffre un po’ di claustrofobia.

Penso a casa, a mia madre, ai miei amici. Non mi importa più di dove sono, voglio solo tornare a casa. Mi concentro su quel luogo con tutta la mia anima. Non succede niente, perciò mi incammino lungo il tunnel, sempre concentrata. La strada è molto lungo, ma finalmente vedo una luce. Quando sbuco dalla galleria, sono di nuovo nel punto in cui sono stata aggredita dai fantasmi. Il tunnel dietro le mie spalle è sparito, come se non fosse successo niente. Appoggiato su un masso c’è il mio zaino con l’acqua e le ciliegie. Lo apro. Dentro l’acqua è ancora fresca e le ciliegie sono ancora perfette come quando le ho prese. Mi incammino per il sentiero e sbuco subito nel villaggio in cui abito. Quando entro in casa controllo l’orario. Mezzogiorno e mezza, l’ora in cui torno sempre a casa. Sembra proprio che non sia successo nulla nel bosco. Tutte allucinazioni. Meglio non dire niente a nessuno.

-Brava, vedo che hai superato la prova. – è la voce di mia madre. Allora lei lo sa. Allora mi ha fatto quella puntura non per il mal di schiena ma per farmi fare questa “prova” come la chiama lei.

-Mamma. Perché?  Perché mi hai fatto fare questo incubo?

-Perché dovevo. È la prova per entrare nella nostra comunità. In realtà nel nostro villaggio non siamo solo persone normali. Facciamo parte di un gruppo di persone che protegge il mondo dall’autodistruzione. E tu ora sei una di noi.”

Fine

Lucilla C., team del giornalino

PAURA NEL BOSCO FANTASMA– IV episodio

“-C’è sempre una via d’uscita. In tutti i libri che ho letto il protagonista riusciva sempre a tirarsi fuori dai guai. Insomma, non sappiamo nemmeno se quello che ci sta accadendo sia reale!

Inizio a pensare e a ripensare a tutto quello che mi è accaduto da quando è iniziata la mia avventura. Tutti i cambiamenti di luogo sono avvenuti in un modo quasi magico. Forse sta succedendo tutto dentro la mia testa, che trova sempre un modo di sfuggire alla morte. Oppure tutto ciò è reale, anche se è la spiegazione meno logica perché la magia non può esistere.

Quindi mi focalizzo sulla prima ipotesi. Decido di chiedere alcune informazioni alla ragazza. -Puoi raccontarmi la tua storia?

-Allora, prima la mia vita era normale, andavo a scuola, uscivo con i miei amici… un giorno poi, mia madre mi ha mandato dal dottore perché avevo un fortissimo raffreddore. Mi ha fatto una puntura. Stavo ritornando a casa, quando mi sono ritrovata in un bosco. I fantasmi mi volevano divorare. Sono finita in una situazione assurda, in cui ogni volta che rischiavo di morire mi trovavo in un altro luogo pericoloso, finché non mi sono ritrovata qui. Ormai è molto tempo che sto qui, tanto che l’umidità che entra nella caverna ha cambiato il mio aspetto. All’inizio ho sperato di poter uscire da qui come mi è successo per le altre volte, ma purtroppo non è stato così. Ormai le poche provviste che avevo sono terminate, e morirò.

Paragono quanto è successo a me con la sua storia e trovo molti elementi comuni. Anche io, prima di tutto questo, ho ricevuto un’iniezione da parte di mia madre.

E se questo c’entrasse qualcosa? Forse la puntura ha stimolato delle reazioni nel mio cervello e ha fatto sì che io mi trovassi in questa situazione assurda.

-Ho capito perché siamo qui e soprattutto ho trovato il modo di uscire! – esclamo, quando un’onda mi investe e mi fa sbattere la testa a terra. Sento l’acqua riversarsi su di me, non respiro più. Perdo i sensi…”

Continua…

Lucilla C., team del Giornalino

IL COCCODRILLO CAMPAGNOLO

In una calda giornata d’estate, alle sei del mattino, mi svegliò il campanello. Ancora del tutto assonnata, sono andata ad aprire la porta. Appena ho aperto la porta, mi sono trovata davanti una creatura verde, che sembrava un coccodrillo, ma non ne ero sicura, perché poteva essere il sonno che giocava un brutto scherzo. Allora mi sono strofinata gli occhi un paio di volte, e finalmente ho avuto la conferma che era un vero coccodrillo su due zampe con un cappello in paglia. L’ unica cosa che sono riuscita a dire era: “Posso aiutarla?”.

Il coccodrillo mi guardò per un istante e poi disse con una voce molto profonda: “Hai del rosmarino?” In quel momento mi veniva da ridere, perché, tra tutte le cose che mi poteva chiedere un coccodrillo, perché proprio il rosmarino? Doveva utilizzarlo per un contorno o per un primo piatto? Che cosa stramba!

Mentre ridacchiavo sotto i baffi, gli ho detto di no, perché non volevo sprecare un intero rametto di rosmarino per darlo al primo coccodrillo campagnolo che passa. Appena gli ho dato la mia risposta, lui se ne era andato, ma secondo me aveva in mente qualcosa.

Il giorno è passato velocemente, ma non la notte. Infatti quella sera sentivo continuamente dei rumori strani, così sono andata a controllare. Dopo venti minuti di rumore, ho realizzato che venivano dalla cucina. Dopo aver scoperto da dove provenivano questi suoni, mi sono diretta lì e sono rimasta scioccata.

Il coccodrillo campagnolo di quella mattina stava mangiando tutto il cibo al rosmarino che avevo, ecco cosa lo circondava: piatti rotti, bicchieri in pezzi, frigorifero aperto con dentro contenitori completamente vuoti e addirittura il coccodrillo aveva rotto il mio servizio da tè fatto in ceramica! Che disgrazia! Per chiudere in bellezza il campagnolo era sdraiato sul mio tavolo in vetro, ormai scheggiato, e russava a tutto volume.

Avevo voglia di trasformarlo in una borsa, ma era tardi e la mattina dopo dovevo andare dovevo andare a lavoro, così mi sono inventata uno stratagemma per spedirlo letteralmente via dalla mia vita.

Così, il pomeriggio del giorno seguente, sono andata al supermercato a comprare tutti i deodoranti spray al rosmarino che avevano. Quando sono arrivata a casa, il coccodrillo campagnolo stava dormendo. Mentre dormiva ne ho approfittato per spruzzare i deodoranti dentro una cassa destinata a Miami.

Quando il coccodrillo si è “finalmente” svegliato, ha sentito subito l’odore di rosmarino, come pensavo, ed è entrato nella cassa. Io in fretta e furia l’ho chiusa con più scotch possibile e l’ho consegnata alle poste.

So di essere stata un po’ crudele con quel coccodrillo, ma ho dovuto farlo. Alla fine di tutta questa storia mi sono chiesta solo un’ultima cosa: “Ma cosa è successo?”

Alice Maio, I D Secondaria, team del giornalino

LA PASSIONE SEGRETA DI BEATRICE

Per Beatrice non è stato facile esercitarsi per l’audizione, ma finalmente era lì, sul palco, dinnanzi alla giovane signora Barletti.

-Clavi Beatrice. Tredici anni. Pianoforte. La melodia è “Für Elise” di Ludwing Van Beethoven, dovresti conoscerla… inizia quando ti senti pronta, buona fortuna!-

Beatrice guarda il pianoforte con gli occhi di chi lo conosce bene, sfiora i tasti dal più grave al più acuto e inizia a suonare la semplice melodia; era la sua preferita, l’aveva provata un sacco di volte.

All’audizione ha suonato come non aveva mai suonato prima, non solo il pianoforte era di gran lunga superiore alla sua tastiera ma la musica che aveva suonato quel giorno non l’aveva mai suonata e ancora è tra le più belle che abbia mai suonato.

Quel giorno Beatrice aveva toccato i tasti del pianoforte con delicatezza ed evidente amore e, una volta finita la sua breve esecuzione, la signora Barletti, commossa e lacrimante, non ha potuto fare a meno di applaudire la ragazza.

-Cara ragazza… è stato bellissimo! Dovresti assolutamente frequentare il corso di pianoforte che si svolge qui ogni sabato, il maestro è un professionista… chiamo immediatamente i tuoi genitori per far sapere loro la stupenda notizia!-

Beatrice era fiera di se stessa, ma sapeva cosa sarebbe successo se la signora Barletti avesse chiamato i suoi genitori e lei non voleva assolutamente smettere di suonare, perché la musica era la sua ragione di vita e non avrebbe potuto vivere senza poter suonare.

-Professoressa, mi dispiace, mi dispiace tanto ma non può chiamare i miei genitori. Loro non sanno che io ogni giorno quando esco non vado a fare potenziamento di matematica ma suono la mia tastiera… non sanno nemmeno che la suono e tantomeno che la so suonare o che mi passa per la testa l’idea di suonarla! Considerano la musica una cosa spregevole, senza valore, se scoprissero che io suono e che ho questa passione verso la musica mi sequestrerebbero la tastiera e non mi farebbero più suonare! Io ci verrò a questo corso volentieri, molto volentieri ma la prego… non dica niente ai miei genitori o … o io… non potrò più suonare.-

Beatrice ha detto tutto velocemente, quasi facendo perdere il filo alla signora Barletti e all’ultima parola stava quasi per scoppiare a piangere.

La signora Barletti ha capito perfettamente la situazione in cui si trovava la ragazza e infatti ha fatto partecipare Beatrice al corso senza informare i genitori.

Dopo qualche mese….

-Mamma, papà! Il 6 giugno c’è lo spettacolo di fine anno, vi va di venire?-

I due genitori hanno accettato subito, entusiasti del fatto che la loro figlia si esibirà su un vero palcoscenico. Eppure loro non sapevano che cosa avrebbe fatto la figlia, forse recitazione, danza, lettura o poesia, di sicuro non pensavano che avrebbe suonato il pianoforte!

Beatrice era emozionatissima il giorno dello spettacolo e la signora Barletti sapeva benissimo perché: quel giorno i suoi genitori avrebbero scoperto che lei suonava il pianoforte ed esibirsi dinnanzi a loro avrebbe potuto provocare una brutta lite ma Beatrice non si sentiva più di nasconderlo, di mentire ai suoi genitori e allora invece di dirglielo a parole, ha deciso di dirglielo attraverso la musica.

-E ora è il turno di Beatrice Clavi che farà commuovere anche i cuori di pietra!-

Era seduta sullo sgabello e dinnanzi a sé c’era il pianoforte su cui aveva suonato quando aveva fatto l’audizione. Nel giro di un secondo per la mente di Beatrice è passata tutta la sua vita musicale, tutte quelle volte in cui era triste perché una determinata melodia non le usciva bene ma anche tutte quelle volte in cui era stata felice per i piccoli successi ottenuti. In quel momento si trovava alla sua prima esibizione che avrebbe potuto anche essere l’ultima.

Dopo un sorriso al pubblico Beatrice ha iniziato a suonare una delle più belle melodie che conosceva, L’Estate di Antonio Vivaldi.

L’aveva provata talmente tante volte nell’ultima settimana che lo spartito non le serviva più, la sapeva ormai a memoria. Si sentiva felice e il cuore non aveva mai battuto più velocemente, le sembrava che da un momento all’altro sarebbe uscito fuori dalla camicia.

Una volta finito di suonare, si è alzata in piedi e ha fatto un timido inchino al pubblico, tutti avevano un fazzoletto in mano e applaudivano come se avesse vinto l’oro alle Olimpiadi. Il suo sguardo era però rivolto ai genitori e quando ha visto che anche loro applaudivano con il sorriso stampato in faccia si è finalmente rilassata e sentita in pace dopo tanto tempo.

Beatrice ha poi fatto il conservatorio e ora è una delle migliori pianiste del mondo e i suoi genitori hanno capito che la musica è una cosa importante che suscita sentimenti ed emozioni in chi l’ascolta.

Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

IL PAESE SENZA DIFFICOLTÀ

C’ era una volta, tanto tempo fa, un piccolo paese dove non esistevano le difficoltà.

Questo paesino era amato dai suoi abitanti, perché non dovevano preoccuparsi mai di niente, non dovevano avere paura di compiere dei rischi, non dovevano mai riflettere prima di agire e soprattutto potevano fare quello che volevano, perché tanto non c’erano difficoltà!

Per esempio, i cittadini potevano scalare le montagne più alte che avevano, perché non c’era alcuna difficoltà, o gli studenti potevano non studiare ma prendere sempre un dieci, perché le verifiche non erano difficili e così via…  Che dire? Un paese magnifico!

Un giorno, il piccolo principe, figlio del grande re di questo paese, essendo un bambino molto intelligente, decise di fare uno scherzo agli abitanti del paese e a suo padre. Il ragazzino decise di far finta di aver superato una difficoltà, perché lui era stufo di vivere sempre in pace, era noioso!

Così quel pomeriggio pieno di sole, chiese al padre se poteva riunire tutti gli abitanti perché doveva fare un annuncio importante. Il re rimase un po’ in indeciso all’inizio, ma poi accettò. A quel punto mandò i messaggeri a far riunire tutti gli abitanti nella piazza e dopo cinque minuti arrivò il principe che, appena tutti lo osservarono, urlò:

“Ho superato una difficoltà! Sono diventato Grande!”.

A sentire quelle parole i paesani, compreso il re, si scandalizzarono. Non riuscivano a crederci. Nel loro paese una difficoltà, cosa?

Ma non finì qui, il principe continuò: “In questo paese le persone crescono fuori, non dentro. Senza le difficoltà, non si affronta la vita vera, non si cresce, non si diventa veri adulti.”

Quando il giovane finì di parlare, scattò un grande applauso che convinse il ragazzo di avere ragione, e questo lo rendeva felice.

Da quel giorno il paese cambiò nome, aspetto e abitanti: era finalmente diventato un paese come tutti gli altri, con le difficoltà, ma i suoi cittadini si resero conto che le difficoltà non erano poi così male!

Alice Maio, I D Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- III episodio

Abbiamo appena finito il viaggio in treno, dopo una scorpacciata di caramelle Tuttigusti +1 alle caccole e ai calzini sporchi, una vera delizia per il nostro stomaco, e se avete letto l’episodio precedente saprete già ciò che abbiamo combinato…

Ci siamo guardate un po’ intorno e finalmente lo vediamo: un castello enorme, magnifico e illuminato da tantissime luci.

Veniamo guidati da un mezzogigante di nome Hagrid alle barche che useremo per arrivare al castello.

Quando arriviamo veniamo guidati in una sala enorme in cui tantissimi maghi e streghe sono seduti ai tavoli. Una professoressa ci dice che due cappelli parlanti (diventati due per ottimizzare il tempo) ci smisteranno nelle nostre Case, in cui staremo tutto l’anno. Iniziano a chiamare: “Sofia e Giorgia Cnamoneri”.

Andiamo a sederci sulla sedia del Cappello Parlante e lui inizia a frugarci nella mente: ad un certo punto sentiamo la sua voce nella nostra testa che ci dice che siamo divergenti e che andiamo bene per tutte le case, ma che non dobbiamo dirlo a nessuno perché è pericoloso. Lui ci assegna a Grifondoro.

Ci andiamo a sedere al tavolo di Grifondoro confuse per quello che ci ha detto il Cappello Parlante…”

Continua…

Lucilla Cnapich e Erica Calamoneri, II D Secondaria, team del giornalino

IL MIO VIAGGIO- I Episodio

Tra venticinque nomi doveva scegliere proprio il mio! È ufficialmente iniziata la mia giornata, con un’interrogazione di storia, qualcosa di più invitante per iniziare una giornata non c’è?!

Comunque mi sono dimenticata di presentarmi, mi chiamo Eva, Eva Collins e vivo in Nord Dakota, Stati Uniti, evito di dirvi il nome del piccolissimo villaggio in cui abito, perché se non siete degli amanti di praterie in cui impera la natura selvaggia e rigogliosa, non lo conoscerete.

Ho diciassette anni, capelli castani lunghi, occhi azzurri, statura media e una gran voglia di scoprire il mondo. Ma adesso l’unica cosa che mi preoccupa è di avere almeno una sufficienza.

Dopo una mezz’ora di tortura la prof se ne esce con un annoiato e stanco: “Bene abbiamo finito … finalmente … portami il diario!”. Vado al banco e intanto la sento bisbigliare qualcosa di incomprensibile, le porgo il diario e lei con una penna rossa segna ufficialmente la mia fine, un bel tre era quello che ci voleva per dimostrare a mia madre di essere degna di fare l’esame per la patente.

Esco da scuola. Prendo il pullmino. Arrivo a casa. Mi cucino qualcosa. Mi butto sul divano. Accendo la televisione. Guardo una puntata di Friends . Faccio i compiti e finalmente ESCO, ora inizia ufficialmente la giornata!

Mi reco al solito bar in cui incontrerò il solito ritardatario Jhonatan , con cui farò la mia solita passeggiata al dirupo. Dopo una bellissima mezz’oretta trascorsa a mangiare il ghiaccio del mio cocktail, arriva Jhonatan e partiamo con la sua macchina per andare al “nostro posto”. Io invidio segretamente il mio amico perché, pur essendo stato bocciato, i suoi gli hanno fatto fare la patente e gli hanno comprato anche la macchina.

Stiamo per arrivare al dirupo quando notiamo due Harley Davidson  parcheggiate in lontananza, io e Jhonatan ci guardiamo: siamo molto curiosi di scoprire chi sono gli sconosciuti.

Parcheggiamo anche noi. Arrivati, notiamo due ragazzi che stanno accendendo un fuoco. “Chi siete voi?” dice Jhonatan con fare duro, ma il suo obbiettivo di incutere timore ha miseramente fallito. I due ragazzi si guardano e uno di loro sghignazzando gli risponde: “Guarda Ray, ci sono due piccioncini che sono venuti al loro posticino speciale! Che teneri!”, tutti e due iniziano a ridere con fare minaccioso. Guardo Jhonatan e gli dico con un tono di voce abbastanza alto: “Andiamocene, non sapevo che oggi ci sarebbe stato un raduno di dementi”. Faccio per andarmene ma sento una presa forte prendermi il braccio, mi giro e vedo uno dei due ragazzi, quello che dovrebbe chiamarsi Ray, che mi dice: “Senti ragazzina, non ti permettere più se no il tuo fidanzatino finisce male!”. Basta, questo è fin troppo! Prendo Jhonatan per un braccio e lo porto alla macchina, gli dico che me ne voglio andare e mi vado a sedere sul sedile affianco al suo.

Mentre Jhonatan mette in moto la macchina guardo i due ragazzi, Ray mi sta guardando da quando me ne sono andata, sentivo il suo sguardo seguirmi. Ci osserviamo per due secondi e distolgo lo sguardo. Ho questa strana sensazione: che lo rivedrò ancora…

Valentina Favara, III B Secondaria,

team del giornalino

BENTORNATA PRIMAVERA!

Primavera

Il bel, tiepido mattino;

il sonoro richiamo dell’uccellino;

il venticello fresco che soffia fra i rami non più innevati

degli alberi ormai ripopolati.

 

Il prato è tinto di mille colori

emana un profumo che arriva dai fiori.

Loro son testimoni dell’arrivo della primavera

insieme alla lieve aria leggera.

 

Le coccinelle dal dorso puntinato,

volano in mezzo al paesaggio incantato,

finché i bambini, allegri, le prendon sulle dita;

addio inverno, ricomincia la vita!

Agnese Silvestri, IV A Primaria, Monasterolo

 

Sorriso

Sorriso splendente

come il sole,

sorriso dolente,

di chi troppo non ha e non vuole.

 

Sorriso dolce

di chi ti vuol bene,

che dona luce

a chi intorno viene.

 

Sorriso colorato

come un arcobaleno,

che splende sul tuo viso illuminato

e ti rende sereno.

Agnese Silvestri, IV A Primaria Monasterolo

 

La primavera

In primavera sbocciano fiori

che risplendono di mille colori.

Gli uccellini si mettono a cantare

e ai bambini viene voglia di giocare.

Ci vestiamo con abiti leggeri

e non abbiamo brutti pensieri.

Il sole risplende nel cielo

e non c’è più traccia di gelo.

Le giornate si riempiono di allegria

e nell’aria c’è tanta magia.

Leonora Cnapich, IV A Primaria, Monasterolo

L’Amicizia

L’amicizia non significa scegliere un amico

ma neanche fare ciò che ti dico.

 

L’amicizia è volersi bene,

e stare sempre insieme.

 

A volte capita di litigare

ma poi si ritorna l’amico ad abbracciare.

Sarah Jaghl, IV A Primaria, Monasterolo

 

La difficoltà

Ognuno di noi ha una propria difficoltà,

ma insieme la affrontiamo con tanta felicità.

 

Quando uno ha difficoltà

lo aiutiamo con tanta sensibilità.

Sarah Jaghl, IV A Primaria, Monasterolo

 

La Stella Cometa

Scende una scintilla

e pare un fuoco che cade

veloce cadendo brilla

e taglia il cielo come una lama che rade.

 

Un desiderio e un sogno avveri

Corri! Insegui le stelle bambino!

I desideri son dolci pensieri

e la tua vita sembra un sogno assai carino.

Ester Delfi, IV A Primaria, Monasterolo

 

Le foglie

Le foglie piccole danzatrici

ballano in cielo serene e felici.

Quando è autunno cadono in giardino

senza accorgersi che le raccoglie un bambino.

Tommaso Ferrari, IV A Primaria, Monasterolo

 

L’Arcobaleno

Quando spunta fra i cespugli,

fa svegliare tutti i conigli.

Li fa uscire dalle grotte

per far loro vedere i suoi colori a frotte.

 

In una brutta giornata di malinconia

se c’è lui, la tristezza può andare via

e con i suoi colori, tutto splendente,

rende luminoso il sorriso della gente.

 

Per iniziare c’è il rosso, che è

come il cielo che tramonta sul mare mosso.

Di seguito l’arancione

come l’orologio che fa tic tac all’inizio della lezione.

 

Poi c’è il giallo,

che quando mi alzo la mattina, fa cantare il gallo.

Dopo c’è il verde

e quando l’arcobaleno appare il tempo non si perde.

 

Infine c’è l’azzurro, il blu e il viola

e quando penso all’arcobaleno penso a una cosa sola:

la felicità, l’emozione e la compagnia, è l’arcobaleno

quando lo vedo e ho qualcuno accanto.

Lara Ruffini, IV A Primaria, Monasterolo

 

Primavera

Aspetto da tanto la primavera

con la luna che illumina ogni sera,

le foglie iniziano a brillare

e i fiori si preparano a sbocciare.

 

Voglio vedere le nuvole danzare

e la pioggia mai più tornare;

le giornate che si allungano portano sempre allegria

ti prego, primavera, non andare via!!!

Giada Guerini, IV A Primaria Monasterolo

 

La Felicità

La felicità

è come un dolce pieno di golosità

e quando la mangerà ogni bambino

si sentirà un biscottino.

 

La felicità

è come una luce nel cuore

che ti libera dal dolore.

La felicità è dolce come il tè

e come il latte nel caffè.

 

La felicità è un fuoco di stupore

che di luce si forma un bagliore

la felicità ti fa provocar meno danni

ed è come un amico fino a cento anni.

Daniel Antenucci, IV A Primaria, Monasterolo

 

Carnevale

Oggi mi vesto da fata turchina

e trasformo la sera in mattina.

Io scherzo e rido: sono un pagliaccio

ho un gran nasone e un cappellaccio!

Col mio mantello volo sui tetti

e a tutti i gattini faccio scherzetti!

Tanto si sa che a carnevale

ogni battuta e ogni scherzo vale!

Michelle Di Napoli, IV A Primaria, Monasterolo

 

Mi piace il vento

Mi piace il vento

perché vuole giocare,

mi piace il vento

perché ama scherzare,

mi piace il vento

perché fa volare,

mi piace il vento

perché senza di lui

in autunno le foglie mentre cadono

non possono danzare.

Tabatha Torri, IV A Primaria, Monasterolo

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- I episodio

Ci incamminiamo verso la stazione di King’s Cross, pensando a quello che ci avevano detto i nostri genitori qualche giorno fa.

Era successo tutto così in fretta: eravamo in una famiglia di maghi e dovevamo andare in una scuola apposta per imparare a usare la magia, non ce lo saremmo mai nemmeno sognate!

Arrivate alla stazione, i nostri genitori ci salutano perché hanno impegni al Ministero della Magia e ci lasciano i biglietti per il treno.

Cerchiamo il binario 9 ¾ e quando finalmente lo troviamo ci mettiamo a correre verso di esso come ci è stato detto dai nostri genitori.

Il binario è sempre più vicino, dovremmo avere paura, ma sappiamo che ci passeremo attraverso e quindi acceleriamo; purtroppo sbattiamo contro il muro come delle stupide. Nonostante i bernoccoli facciamo finta di niente, ci guardiamo intorno e vediamo un tizio sparire in un muro: eccolo! Gli corriamo contro e finalmente vediamo l’Hogwarts Express!

Prendiamo il treno e andiamo in uno dei tanti scompartimenti dove c’erano due ragazzini (abbastanza carini) che stavano giocherellando con una rana marrone. Ad un certo punto uno l’acciuffa e se la mangia. Ah, allora era una cioccorana! Entriamo e ci sediamo.

-Ciao, io sono Giorgia e lei è Sofia.

-Ciao, io sono Marco e lui è Andrea.

-Piacere, possiamo sederci qua?

-Certo, fate pure. Volete una cioccorana?

-Sì, grazie.

Ci danno una cioccorana a testa, le apriamo, ma scappano. Mentre i due ragazzi ci dicono – Dai, succede!!!- noi ci mettiamo ad inseguirle.

Correndo dietro le cioccorane ci troviamo in un altro scompartimento, dove ci sono due nostri amici che le prendono, ce le ridanno e ci offrono due caramelle Tuttigusti +1. Sfortunatamente per noi sono alle caccole e ai calzini sporchi e vomitiamo tutto addosso ai nostri amici, sporcando tutto lo scompartimento. Ci guardano male e noi scappiamo per non farci prendere mentre loro ci rincorrono.

Noi, però, siamo più veloci e ci rifugiamo in uno scompartimento vuoto a sistemarci. Indossiamo le divise e finalmente sentiamo il treno che si ferma.

Continua

Lucilla Cnapich e Erica Calamoneri, II D Secondaria, team del giornalino

AVVENTURA TRA LE ONDE

6 agosto 2016, Golfo Aranci, Olbia. Era una bellissima giornata di sole, l’ultima giornata delle nostre vacanze. Il mare era piatto, bello il silenzio della mattina sulla spiaggia vuota. Quel giorno avremmo fatto la nostra ultima gita in gommone.

Intorno alle 10,00 la partenza: costumi, asciugamani, maschere e pinne, crema solare, occhiali da sole, c’è tutto. Tra i ragazzi l’entusiasmo è alle stelle: Giulia e Chiara, splendenti nei loro tredici anni, si preparano a fare le sirene sulla prua e Federico e Nicola, complici e ilari come sempre, sono pronti per una nuova avventura.

Il nostro gommone si dirige verso l’isola di Tavolara, come abbiamo fatto milioni di altre volte, tutto è come sempre. Sembra di volare sulle onde, siamo circondati dal blu del mare e dall’azzurro del cielo, già si vede Tavolara, si avvicina, onda dopo onda.

È tardo pomeriggio, la giornata è stata piena. Faccio l’ultimo bagno lungo la riva, mentre il gruppo si avventura sulla terraferma per un sentiero a vedere il mare oltre le rocce. In lontananza creste bianche si vedono all’orizzonte. Lo zio Max, il nostro skipper, dice che non promettono nulla di buono, dice che al più presto dobbiamo tornare indietro perché il maestrale sta montando sempre più forte. Ancora allegri, tra una risata e l’altra, risaliamo sul gommone, costeggiamo Tavolara e siamo dall’altra parte dell’isola, puntiamo in direzione di Golfo Aranci.

Le piccole creste sulle onde in lontananza sono diventate muri altissimi. Il nostro gommone sembra una piuma che svolazza battuta dal vento, su e giù sulle onde. Spruzzi freddi e sgraditi ci arrivano sempre più forti addosso, siamo bagnati fradici. È difficile restare saldi sul gommone, ad ogni salto penso a cosa succederà al successivo, il mare è sempre più grosso e minaccioso, così il vento forte e ostile. Le risate dei bambini sono diventate pianto, i nostri visi abbronzati sono pallidi e contratti, il sole caldo e la serenità di quel giorno sono freddo e paura che ci fanno tremare. Penso che abbiamo fatto una stupidata ad affrontare il mare senza conoscere le condizioni meteorologiche, per la prima volta mi metto veramente nei panni degli immigrati che attraversano in barche sovraccariche il mare Mediterraneo, grande e aggressivo come non mi era mai sembrato… Sento quanto siamo fragili di fronte alla forza della Natura, penso che non può finire tutto così, ma è un attimo perché la paura non lascia molto spazio ai miei pensieri, saltiamo su onde sempre più alte.

Golfo Aranci alla fine è vicino. Dopo un tempo che mi è parso più lungo della giornata intera. E noi siamo salvi.

Funziona ancora il mio cellulare? Non lo so, non lo voglio sapere, con i piedi sulla terraferma sono contenta che siamo vivi!

Prof.ssa Sandra Biasiolo

UN INCONTRO SPECIALE

Stavo passeggiando per una via quando le mie orecchie sentirono dei versi provenienti dal fondo della strada. Mi sembrò il miagolio di un gatto dal timbro troppo acuto e così mi avviai verso la possibile fonte sonora.

Mi ritrovai davanti a un alto cancello e soltanto allora mi resi conto che non si trattava di un gatto, ma bensì di un bambino che si lamentava. Cercai di guardare attraverso le sbarre e, in fondo a quel cortile malandato, i miei occhi riuscirono a scorgere la fonte sonora: un bambino a terra, in lacrime, pieno di lividi e ferite sanguinanti. Era di una tale magrezza che avrebbe quasi potuto passare tra le sbarre ma probabilmente, pensai, non aveva neanche la forza per alzarsi.

Una lacrima muta scivolò lungo la mia guancia e solamente allora il bambino si accorse della mia presenza.

– Signorina, per favore… i miei genitori mi hanno abbandonato sin da neonato e non so chi sono o che fine hanno fatto, l’orfanotrofio di Nantes mi ha preso e mi ha cresciuto… un giorno un signore ricco chiese all’orfanotrofio di portarmi con sé e io, quando seppi che mi avrebbe portato a Parigi, avrebbe trovato un posto di lavoro per me e sarei riuscito a vivere bene, non ho potuto fare altro che accettare.  Avevo sette anni quando ho accettato quella proposta e sono passati altrettanti anni da quando il mio padrone, quello che si era dimostrato falsamente gentile, mi tratta peggio di un cane! Non riesco a reggermi sulle gambe per tutto quello che ho subito fino ad adesso… lui pretende da me tanto lavoro e non gli importa che sono malato, che ho freddo, fame e sete. Mi frusta dieci volte al giorno da ormai una settimana dicendomi che così mi riprenderò. Io sto sempre peggio a ogni parola che dico, a ogni movimento che faccio. Al padrone non importa che nel giro di pochi giorni morirò perché andrà ad un altro orfanotrofio e prenderà con sé un altro poveretto che farà la mia stessa fine! Non è di certo la prima che ascolta attentamente la mia storia per poi andarsene a passi pesanti ma io sono speranzoso e sono sicuro che qualcuno mi aiuterà e che forse sarà proprio lei! La prego, mi aiuti!-

Mi resi conto che colui che consideravo bambino era in verità un ragazzo addirittura più grande di me.

Il cuore mi chiese di aiutarlo, ma la mia mente chiedeva come, dove lo avrei portato e che cosa avremmo fatto. I miei genitori non avrebbero mai accetto di accogliere in casa una persona da loro chiamata “nessuno”. Io però volevo veramente aiutarlo, ad ogni costo, e il buon Dio mi diede un’idea.

Provai a dare una spinta al cancello e quest’ultimo si aprì al minimo contatto. Forse il padrone lo teneva sempre così poiché era a conoscenza della debolezza del ragazzo e della sua incapacità di scappare o forse confidava che mai nessuno avrebbe provato ad aiutare il poveretto. Fatto sta che questo mi rese le cose molto più semplici.

Una volta varcato il cancello mi ritrovai in un cortile rettangolare abbastanza grande da ospitare un campo da tennis, con un pozzo centrale e svariati edifici ai lati.

Nella mia famiglia l’igiene era la cosa più importante, immediatamente dopo il rispetto, e in quel cortile ebbi l’occasione di vedere tutt’altro: la sporcizia era indescrivibile, feci e urina di cane ad ogni passo, polvere, oggetti rotti lasciati a giacere lì per sempre. Quella vista mi stupì talmente tanto che dimenticai il motivo per cui mi trovavo lì.

-Signorina, guardi! Il padrone sta arrivando, ha ancora tempo per slegarmi da queste deboli corde a portarmi in un luogo sicuro. Credo che sia meglio uscire dal retro … il padrone è molto lontano ma potrebbe comunque vederci … la imploro…-

Guardai dalla strada da cui ero venuta e in mezzo alla fitta nebbia riuscii a scorgere un puntino che col passare dei secondi si faceva sempre e sempre più grande.

Senza pensarci su due volte, presi tra le braccia il ragazzo e mi affrettai a raggiungere la casa di Don Paolo.

-Io mi chiamo Renée, tu chi sei?-. Con un po’ di fatica il ragazzo riuscì a trovare le parole per formulare la frase. -Non so come mi avrebbero chiamato i miei genitori e non ha alcuna importanza. Qui mi chiamano Jean-Pierre de Giraud … La ringrazio con tutto il cuore per quello che sta facendo per me, le prometto che un giorno, sono molto dispiaciuto di non saperle dire quando, la ripagherò come si deve-

“Nonostante tutto ha ancora un cuore nobile, Jean” pensai. Bussai forte alla porta che mi fu aperta dopo una leggera esitazione. In effetti non è da tutti i giorni vedere una ragazza con in braccio un ragazzino sporco e puzzolente.

-Buon giorno padre! Lui è Jean-Pierre de Giraud, la prego di concedergli un bagno caldo, dei vestiti puliti e del cibo. –

Mentre Jean-Pierre si stava lavando, raccontai al prete la storia del poveretto e lo ringraziai per la sua ospitalità.

-Non ringraziarmi, hai fatto un atto nobile e apprezzabile, il buon Dio ne terrà conto. Mi prenderò io cura di Jean-Pierre e lo tratterò come se fosse mio figlio, lo manderò a scuola e, se vorrà, lo indirizzerò alla carriera ecclesiastica. Vivrà bene e farò il possibile per denunciare Lord Giraud, anche se penso che non sarà affatto semplice, dati tutti i sostenitori che ha dalla sua parte… ma tutto questo a una sola condizione-

Con il cuore in gola mi chiesi cosa mai avrebbe chiesto in cambio, dopotutto non potevo mica aspettarmi che fosse andato tutto per il verso giusto…

-Renée ogni giorno devi venire da me e passare un po’ di tempo con lui, anche solo salutarlo, basta che vieni e state insieme. Io mi fido di te, Renée me lo prometti?-. -Padre, io glielo giuro, grazie mille!-

Jean finì di lavarsi e uscì dal bagno vestito per bene, pulito e angelico. Quando lo avevo visto per la prima volta, sporco dalla testa ai piedi, non mi ero resa conto della sua straordinaria bellezza: i capelli rossi e leggermente ricci come quelli di un vichingo, gli occhi azzurri e sicuri come quelli di un priore romano, il naso liscio e la bocca carnosa come quelli di un dio Greco. La sua carnagione pallida mi fece pensare al freddo e mi resi conto di trovarmi davanti a un uomo forte che sarebbe stato in grado di superare la freddezza della vita, il corpo slanciato verso l’alto, un po’ troppo magro ma a casa del prete avrebbe raggiunto la forma perfetta. Già da allora, a soli tredici anni, mi resi conto di essermi innamorata.

Da allora ogni mattina mi recai a scuola con mezz’ora di anticipo per stare con Jean che evidentemente gradiva la mia compagnia.

Già dai primi giorni Jean mostrò interesse verso tutte le materie e catturò l’attenzione di tutti i professori mostrando un livello di conoscenza stupefacente; mi disse che Lord Giraud era un uomo molto colto e che esso gli aveva insegnato tutto quello che sapeva.

In quel freddo novembre 1841 io e Jean ci baciammo ed è e sarà per sempre la cosa che tutti e due ricorderemo meglio della nostra storia.

Oggi, tre novembre 1861, è esattamente il ventesimo anniversario di quel lontano giorno in cui ho avuto l’immensa fortuna di conoscere e poter salvare il mio eterno marito.

Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

 

L’ETERNA SFIDA

In un bel giorno d’autunno quando il Sol ormai tramontava, due ragazze si incontrarono. Si fissarono allungo contemplandosi l’un l’altra.

Una veniva dal Sud e l’altra dal Nord, una era snella e l’altra era goffa, una era alta e l’altra era bassa; eppure si assomigliavano parecchio. Soltanto guardandosi, tra loro si creò un legame molto potente ma per niente amichevole.

I loro nomi erano “Conoscenza” e “Sapienza”. Nonostante non si fossero mai incontrate prima d’allora, tutte e due sapevano che davanti ai propri occhi si trovava la loro più grande rivale.

Il grande Universo fece loro un numero assai alto di domande e una alla volta le due contendenti davano la propria risposta. Passarono le ore, poi i giorni a anche i mesi ma Conoscenza e Sapienza non avevano sbagliato la risposta di nessuna domanda.

Ormai anche Universo, il più saggio di tutti, si stupì che le due ragazze fossero in grado di rispondere correttamente a un tale numero di domande e quindi decise di chieder loro cose che mai aveva chiesto a nessuno.

Le sfidanti erano come due enciclopedie ma c’era una domanda a cui nessuna di loro, e neanche Universo, sarebbe stato in grado di rispondere: “É la Sapienza o la Conoscenza quella che dominerà?”.

Sono passati più di due secoli da quel quattordici settembre 1801, come sono passati più di due secoli da quando le due ragazze iniziarono la sfida credendo di essere ciascuna migliore dell’altra.

Ancora oggi la battaglia continua e questa guerra tra Sapienza e Conoscenza non cesserà mai di esistere.

                                                                                  Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

 

VITA NOVA

Quando ho aperto gli occhi il cielo era ancora scuro. Che fossero le quattro o le sei non aveva alcuna importanza, io non avevo più sonno e ho deciso di fare una passeggiata. Ho preso il cappotto e la sciarpa per essere sicura di non avere freddo e poi sono uscita con il mio solito zaino accompagnatore.

Non avevo mai visto Roma così vuota e silenziosa, non si udiva un minimo rumore nemmeno il “clic” di una foto o il rombo di una moto in partenza, soltanto il lieve fruscio delle foglie secche mosse dal vento e lo scorrere del Tevere un po’ agitato.

Mi sentivo libera in quel silenzio spezzato solo dalla Natura e ho iniziato a camminare senza meta, con mille domande e pensieri per la testa.

Camminando sono entrata nel centro storico della città finché non ho sbattuta contro qualcosa di duro. Si trattava di una colonna alta con delle incisioni raffiguranti la vita quotidiana di uomini e donne nell’antico Impero Romano. Solamente allora mi sono resa conto di essere entrata, senza accorgermene, nel Colosseo. Non capivo come fossi entrata, le porte erano chiuse, non c’era un minimo spazio per intrufolarsi eppure io mi trovavo lì senza sapere come ci fossi arrivata.

La colonna era divisa in più rettangoli e c’erano incise persone che mangiavano, che lavoravano e che lottavano, ma in ogni rettangolo c’era sempre l’imperatore che dava ordini; guardavo molto attentamente la colonna e ho visto, proprio nel punto più alto, alla fine di quelle incisioni, una scritta -VBI TV GAIVS, IBI EGO GAIA- “Ovunque tu sarai, io sarò”. Non avevo mai studiato latino ma io sapevo comunque il significato di quella frase, anche se non l’avevo mai incontrata prima d’allora, leggendola l’ho capita in automatico come se conoscessi già quella lingua.

Il Sole stava sorgendo e gli uccellini più mattutini già cinguettavano. Quando tempo era passato? Così ho lasciato alle spalle la colonna e il mondo antico e sono ritornata alla solita e noiosa realtà moderna. Feci un passo e il mio piede incontrò qualcosa di diverso dalla ghiaia, i sassi e la terra del Colosseo, al primo impatto sembrava legno.

In verità era una specie di tombino con la scritta “SENATVS POPOLVSQVE ROMANVS”- “Il senato e il popolo di Roma”, con una maniglia di ferro. Con un po’ di fatica ho alzato quel coperchio e, prendendo la torcia dal mio inseparabile zaino, mi sono calata giù.

Mi sono ritrovata in una galleria illuminata solamente dalla mia torcia, che puzzava come un cadavere marcio. Di tanto in tanto si udiva un ratto che scappava via spaventato dalla luce e un pipistrello che faceva altrettanto, ma per la maggior parte del tempo si potevano solo i miei passi che rimbombavano nel silenzio più assoluto.

Stavo sudando dalla paura ma ho proseguito lo stesso dritto per la galleria anche perché, con un po’ di fortuna, poteva essere più vicina l’uscita che l’entrata.

Quella volta la fortuna è stata dalla mia parte e ho visto, a meno di cento metri, una luce potente, sicuramente si doveva trattare dell’uscita.

Avvicinandomi ho sentito un odore finalmente diverso da quelle puzza ormai diventata nauseante e ho udito pure lo scorrere di un fiume.

Saliti dei gradini, ecco riapparire dinnanzi a me Roma, non la Roma che conoscevo io, piena di brutti grattacieli e macchine inquinanti ma l’antica Roma, quella originale, colorata, bella e scolpita.

Le persone entravano al Colosseo per assistere ai duelli dei gladiatori, andavano al Circo Massimo per assistere alle corse delle bighe e delle quadrighe. C’era gente che semplicemente camminava per le strade con la tunica bianca un po’ scolorita.

Sono rimasta su quella collina che mi permetteva di vedere tutta Roma forse per più di un’ora, e finalmente presi una decisione: in quella città io dovevo vivere, quella era la mia vera epoca. Quello che fino a qualche ora prima io chiamavo “passato” era diventato “presente” e quello che io chiamavo “presente” era diventata “un futuro molto lontano”.

Così ho disceso la collina e sono entrata nella Roma dell’origine, quella fondata da Romolo e Remo, la mia Roma.

Alexia Branzea, II C secondaria,

team del giornalino

DARTRED E LE QUATTRO PROVE

C’era una volta in un reame lontano, un vecchio re che da anni governava saggiamente insieme alla sua figliola, la principessa Diana. Un giorno però la bella principessina fu rapita dal grande orco che viveva nel castello sopra la collina.Da allora il re aveva chiamato in aiuto molti principi dei reami vicini, ma nessuno era mai riuscito a riportare indietro Diana. Finché un giorno bussò alla porta un giovane. Non era un principe e allora, quando fu entrato nella grande sala riscaldata da un camino, il re gli chiese: “Come ti chiami e cosa ci fai nel mio palazzo?”. “Mi chiamo Dartred e sono qui per salvare sua figlia” Il re rispose: ”Allora va e torna con la mia amata Diana, se ci riuscirai la avrai in sposa”. Allora Dartred partì. Ai piedi della collina si trovava un bosco e lì davanti c’era un pover uomo che chiedeva l’elemosina, con sé il ragazzo aveva solo una moneta d’oro, ma vedendo il poveretto si disse che sarebbe stato da egoisti non dargliela e quindi regalò la sua moneta al signore, il quale lo ringraziò molto. Subito dopo l’uomo era sparito e allora Dartred si incamminò nel bosco.

Dopo un po’ si trovò davanti ad un bivio: tutte e due le strade portavano al castello, ma una era sicura e molto lunga, l’altra era più breve però si doveva passare attraverso una grotta buia e inquietante. Senza pensarci due volte Dartred scelse quest’ ultima, sapeva che Diana era in pericolo e che quindi doveva metterci meno tempo possibile, anche se questo avrebbe potuto comportargli ferite, non aveva scelta. Attraversò allora la grotta e alla fine si ritrovò davanti ad una grande quercia” ti ho visto” disse l’albero. “Hai dimostrato di avere generosità e coraggio, ma per raggiungere il castello devi prima rispondere a questo indovinello:

Ci son tre fratelli a volte son brutti, mentre altre volte son belli. Il primo non c’è perché sta uscendo, il secondo non c’è perché sta venendo, c’è solo il terzo , che è il più piccolo dei tre, ma quando manca lui nessuno degli altri due c’è.

Dartred era bravo con gli indovinelli e ci mise poco ad indovinare” Il primo è il passato, il secondo il futuro e l’ultimo è il presente” la quercia parlante allora rispose: ”Bravo , hai dimostrato grande intelligenza, ora puoi andare, ma prima prendi questa” dal tronco estrasse una spada lucente che diede a Dartred. “ E’ una spada magica, ti aiuterà a sconfiggere l’orco”.

Il ragazzo ringraziò l’albero e partì per il castello, arrivato davanti all’ enorme portone bussò. Sentì i pesanti passi dell’orco avvicinarsi e poi la chiave girare nella serratura: davanti a lui apparve il malvagio rapitore, che quando lo vide si mise a ridere: ”Ah ,ah, ah, cosa ci fa un piccolo uomo qui, nel mio castello?” “Sono venuto per salvare la principessa Diana e per ucciderti” rispose sicuro Dartred. “Ah ,ah , ah, “ rise di nuovo l’orco, ma questa volta con una risata perfida, piena di odio. “Già altri sono venuti e tutti hanno fatto una brutta fine, quella che ora spetta a te se non te ne vai“. “Non ci penso proprio“ rispose e sfoderò la magica spada donatagli dall’ albero. L’ orco smise di ridere e si preparò anche lui a sconfiggere l’avversario. Iniziarono. Dartred era veloce e agile, al contrario dell’ orco che invece sferrava colpi a destra e a sinistra senza controllo. Il combattimento durò finche Darted  non ebbe la meglio, si scagliò contro l’avversario e lo uccise . Quindi felice della sua impresa, andò dalla principessa, la liberò e la portò a palazzo, da suo padre, che saltava dalla gioia di rivedere la sua figliola. Quello stesso giorno ci furono le nozze tra Diana e Dartred, che , per molti anni vissero felici e contenti.

Marta Paratore, I B Secondaria, team del giornalino

UNA MAGIA INASPETTATA

Prima della creazione della terra, l’universo era composto solo da un piccolo pianeta, di nome Mixin, popolato da minuscoli esserini che erano governati da un malvagio re, il cui figlio, Davide, era buono e adorava stare accanto al camino.

Una sera,Davide era seduto sulla poltrona accanto al maestoso fuoco del camino, quando vide che in mezzo alle fiamme ardeva un piccolo oggetto scintillante. In un primo momento pensò che i suoi occhi non vedessero bene, poi che c’era veramente qualcosa, così spense il fuoco e notò che si trattava di un oggetto oro; lo prese in mano e dopo averlo analizzato bene, arrivò alla conclusione che era una piccola monete d’oro che splendeva e luccicava come un diamante.

La mise in tasca e andò a cercare il suo perfido padre per avvisarlo che si sarebbe recato nella sua stanza da letto, ma nel percorso dalla sala del castello di Mixin, fino alla stanza reale, dove il re giocava e scherzava con altri nobili, sentì una vocina stridula e acuta. Molto dopo si accorse che la vocina proveniva dall’interno della tasca e che era la moneta che lo chiamava in modo persuasivo, la raccolse e tutto d’un fiato la moneta disse: “Ciao, sono Lelly, ti hanno detto che in un regno lontano vive una fanciulla la cui bellezza è indescrivibile?!”. Davide, un po’ incredulo che un oggetto potesse parlare, rispose che non ne aveva mai sentito parlare, ma che il giorno seguente avrebbe cominciato il cammino per trovarla; e così fece: il mattino dopo si alzò prima dell’alba e scappò con la moneta. Dopo ore e ore di cammino giunse in un villaggio, il cui nome era “Amicizia”; lì tutte le persone  andavano d’accordo; mentre, più avanti, c’era “Odio”, dove c’era litigio e scompiglio. In seguito ci furono “Noia”, “Passione e Generosità”, ma il luogo più pericoloso fu “Amore”.

Era sera e Lelly e Davide si fermarono in una piccola locanda dove spiegarono che tutti i paesi che i due amici avevano attraversato erano le conseguenze di Amore; perché gli uomini si fidanzavano con delle ragazze o donne, ma quando raggiungevano questo paese si innamoravano di un’altra (dato che in Amore le ragazze erano veramente belle, ma soprattutto simpatiche, che era la caratteristica che i ragazzi cercavano in una donna) e quindi si litigava e si finiva nei paesi come Odio dove non c’era la Pace. Non solo, ma spesso i ragazzi sposavano ragazze e dopo poco capivano di aver sbagliato e quindi si disperavano tanto da litigare e odiarsi e di conseguenza si finiva nei paesi tristi. Nelle ore in cui Lelly e Davide avevano sostato nella locanda, un piccolo ometto li aveva seguiti e osservati e vide che il principe aveva con sé qualche moneta d’oro che aveva preso prima di partire e con cui aveva pagato l’alloggio per la notte.

La notte entrò nella stanza da letto dell’avventuriero, che dormiva pesantemente e afferrò le monete, ma appena toccò Lelly,l ei si svegliò e urlò a squarciagola, così il suo padrone si svegliò e legò il criminale, che nonostante ciò riuscì a scappare. Il mattino seguente Davide si alzò ed era confuso e stordito, ma poi ricordò l’accaduto e in seguito notò che l’ometto era scappato, ma aveva lasciato le monete sul pavimento, si tranquillizzò e si recò nella stanza sottostante per consumare una sostanziosa colazione e per prendere qualcosa da mangiare durante il cammino.

Dopo moltissime ore trascorse ad attraversare i paesini, il principe giunse davanti ad un bosco che lui non voleva attraversare perché sapeva che era pieno di banditi, ma fu convinto da Lelly, così i due inseparabili amici si inoltrarono nella fitta foresta. A metà del bosco, circondati solo da vegetazione, l’ ometto sbucò da dietro un albero e prese la piccola borsa con le monete a Davide, che fece un salto per lo spavento, ma che purtroppo non riuscì a trattenerlo a lungo e che quindi si fece rubare Lelly; tirò un calcio e un pugno al ragazzo, che cadde a terra e  così , il ladro, corse via. Non molto dopo Davide riprese i sensi si immobilizzò per ascoltare se sentiva i passi del rapinatore e poco dopo senti…”AHI!” e riconobbe la voce dell’ ometto che prima gli aveva ordinato di dargli i soldi. Così si mise a correre, prima seguendo la voce dell’”avversario”, poi della moneta magica, che finalmente libera potè chiamare il suo padrone. Quando il ragazzo arrivò, trovò le monete, ma non il ladro; si guardò intorno e ricominciò la sua avventura. Scese la sera, così si fermò, sotto una grande pietra e anche se non voleva, si addormentò.

Il giorno seguente ripartì all’alba e (seguendo le indicazioni di Lelly), poche ore dopo, si trovò davanti ad un muro, forato completamente da pietre, allora i due si disperarono e una lacrima finì su una foglia abbastanza grande e il muro scomparve. Dietro c’era un albero grosso, maestoso e antico che tutto d’un tratto aprì un occhio e disse: ”Gentile io sarò e una possibilità ti darò;  se l’indovinello risolverete, la fanciulla conoscerete. Davide si girò di scatto e rispose che era pronto. L’albero espose l’indovinello: “Quale frase è quella giusta? 1) 8+8 fa 15    2)8+8 fanno 15. Davide era stanco e ancora dolorante per le forti botte ricevute dall’ometto,  ma pronto e concentrato sulla domanda dell’albero. Dopo un paio di minuti rispose che nessuna delle due perché OTTO Più OTTO FA SEDICI. L’albero, stupito, che un ragazzo così giovane fosse riuscito a rispondere in modo correttosi spostò con calma e Davide si trovò davanti ad una cascata dall’acqua limpida, dei verdi monti e prati e poco più lontano da lui, una fanciulla dai capelli marroni, legati in una treccia nella quale erano infilati piccoli fiorellini colorati. Indossava un vestito azzurro chiaro, lungo fino alle ginocchia e con le maniche in pizzo e con una profonda scollatura. Il suo viso era di carnagione chiara e le labbra erano color lampone. I suoi occhi avevano una forma come quelli di un cerbiatto e che splendevano come i raggi del sole sul vetro. Appena la vide Davide rimase abbagliato dalla sua bellezza e le corse incontro e intanto frugava nella tasca per trovare Lelly, ma non la trovò e dopo capì che quella fanciulla era la sua amica moneta.

Quando la raggiunse le chiese il suo vero nome e lei rispose “Miele” e gli spiegò che era vittima di un maleficio e che solo l’uomo che sarebbe stato in grado di rispondere all’indovinello dell’ albero magico l’avrebbe potuta incontrare. Nessuno li vide più, ma girarono, per molti anni, voci che dicevano che Davide e Miele si fossero spposati e si fossero scambiati affetto e amore per tutta la vita. Il re morì e tutto il popolo festeggiò molto per questo motivo e anche perché sperava di rivedere il principe scomparso.

Giorgia Fossati, I B Secondaria, team del giornalino

DUE DRAGHI SPECIALI

Mamma-draga e Mammo-drago sono due draghi ricoperti di squame rosso mattone e sulle dita di mani e piedi gli spunta qualche ciuffetto di peli color rosso vivo.

Mammo-drago, rispetto a Mamma-draga, è più grande e robusto, mentre lei è meno robusta e più raffinata. Gli occhi di lui sono di un colore verde/ocra giallo e il suo sguardo è freddo e sicuro; lo sguardo di mamma-draga, invece, è più calmo e dolce, i suoi occhi sono grandi e teneri e di colore viola/lilla.

La bocca di entrambi è larga se aperta, i denti sono un po’ ingialliti, grossi ed aguzzi. Al contrario degli altri draghi, loro non sputano fuoco o cose varie, perché sono buoni.

La coda, dello stesso colore del resto del corpo, è lunga e sul lato superiore è ricoperta da una specie di cresta appuntita quasi color beige.

Il loro odore non si può definire né puzza né profumo, è una sensazione soggettiva!  La particolarità più rilevante del loro odore è che odorano di elementi naturali, ad esempio, uno degli odori che si sente di più è quello della quercia, molto probabilmente perché la notte hanno l’abitudine di dormire affianco agli alberi; questo odore si mischia ad un odore di frutto, non si distingue quale, probabilmente per il loro nutrimento.

Essendo buoni, ovviamente, non mangiano altri draghi, persone e cose del genere, ma frutta e verdura; come tutti, anche loro hanno gusti diversi: a Mammo-drago piacciono gli arbusti in generale e la frutta, principalmente quella esotica; a Mamma-draga, invece, piacciono le foglie degli alberi alti e principalmente la frutta estiva, specialmente le fragole rosse e succose.

Nel corso della giornata, non sono fatti per stare fermi, infatti fanno un sacco di cose, a partire da una bella nuotata d’ estate, una passeggiata in primavera o in autunno e giochi con la neve d’inverno; ovviamente non rinunciano mai ad almeno un pasto quotidiano, dopo di esso a volte dormono, altre volte basta loro solo la dormita notturna.

Mammo-drago, pur essendo più robusto e con uno sguardo pauroso, perde quest’ultimo quando vede la sua più grande paura, infatti in questo caso è più fifone di Mamma-draga; la loro maggiore paura sono gli umani. Sono gli umani perché hanno molta paura che essi possano ucciderli, o rapirli, per questo motivo stanno sempre molto attenti.

Questi due draghi potranno sembrare spaventosi o freddi, ma in realtà sono simpatici e giocherelloni, e basta non mostrargli paura e diffidenza per conquistare la loro fiducia e diventare loro amici.

 Beatrice Seganfreddo, ID Secondaria, team del giornalino

IL POVERO MA RICCO

In un paese lontano lontano viveva un povero con una moglie molto bella e il principe lo invidiava per questo. Allora il principe mandò via dal paese il povero per tenersi la moglie anche se contro la sua volontà.

Durante il suo viaggio il povero incontrò uno scoiattolo e capì subito che voleva aiutarlo. Decise quindi di seguire lo scoiattolo che lo condusse ad un passaggio segreto per entrare di nascosto nel paese.

 

 

 

 

Prima di ritornare in paese, attraverso il passaggio segreto, il povero accompagnato dallo scoiattolo, trovò un oggetto fatato: una macchina fotografica speciale che quando scattava una fotografia trasformava un qualsiasi animale in quello che si desiderava.

Al povero venne un’idea; decise di fotografare lo scoiattolo per trasformarlo in una bellissima donna e portarla poi dal Principe in cambio della moglie tanto amata.

Il povero pensò quindi di entrare in paese attraverso il passaggio segreto, una volta arrivato, si trovò davanti al Castello e bussò al portone con grande forza.

Il Principe per ringraziare il povero, per avergli portato la donna dei suoi sogni, decise di donargli un forziere pieno d’oro e organizzò una festa in suo onore.

Dopo qualche giorno il Principe sposò con sontuose nozze la sua innamorata e vissero tutti felici e contenti.

Miguel Mascheroni e Mattia Dianin, I D Secondaria

UNA TENEBROSA SERATA

Avevamo appena iniziato la camminata di ritorno da casa di Andrea, quando ci mettemmo a parlare tra noi. Eravamo felici della bella giornata passata insieme, tra amici. Per tornare a casa nostra si doveva passare per un piccolo boschetto abbastanza tetro e oscuro, ma eravamo talmente presi nel parlare che non ci accorgemmo che stavamo sbagliando sentiero.

“Scusa se t’interrompo, Matte.” dissi al mio amico, Matteo. “Abbiamo sbagliato strada o è una mia impressione?”. “Sì, in effetti anche a me sembra che questa non si la strada che abbiamo fatto all’andata.” rispose lui. “Beh, allora torniamo indietro e prendiamo la strada giusta.” Lo dissi con troppa superficialità, perché con il buio che arrivava e con la luce che svaniva ritrovare il giusto sentiero era diventato quasi impossibile. Cominciammo a spaventarci.

“Guarda dove siamo sul tuo cellulare, Fede.” mi disse lui. Purtroppo avevo il cellulare scarico e Matteo non lo aveva portato.

Così cercammo fino allo sfinimento il sentiero che, ormai, era bello che perso. Il cuore mi batteva forte. Sempre più forte, quasi a rompermi il petto, sempre di più: ormai avevamo completamente perso il sentiero, e la notte stava calando sulle nostre teste, confuse e impaurite.

Stavamo uniti per non perderci, e cominciammo a cercare di uscire da quel bosco così intricato che neanche quello in cui Biancaneve si perse era peggiore. A un certo punto vidi un piccolo riflesso cristallino provenire poco lontano da noi. Ci avvicinammo, curiosi. Scoprimmo che era solamente il riflesso della luce lunare su un piccolo laghetto naturale.

Eravamo stanchi, camminavamo senza sosta da quello che, per noi, sembrava un’infinità di tempo. Così decidemmo di accamparci lì quella notte, vicino al laghetto, in modo da poter bere se necessario. Eravamo sempre molto spaventati, ma per noi era meglio cercare di ritrovare il sentiero di mattina, alla luce del sole.

Trovammo un bel prato vicino al laghetto, morbido e tiepido. Usammo come cuscino i nostri zaini con dentro delle patatine rimaste a casa di Andrea. Avremmo così anche potuto avere una specie di colazione la mattina, se così si può chiamare. Non eravamo messi così male, alla fine. Solo un po’di fresco. Ci addormentammo quasi subito poiché da Andrea avevamo corso e girato per la casa tutto il tempo.

Dormimmo per una decina di minuti o poco più, quando quello che prima era solo un po’di fresco diventò molto fresco, freschissimo. Mi svegliai, ma Matteo ancora dormiva.

Cercai di riaddormentarmi, ma quel freddo non abbandonava più il mio corpo. Mi accovacciai e mi chiusi completamente il giubbotto. Quel freddo però aumentava e aumentava, all’infinito. Non capivo il perché anche per il fatto che ero davvero stanco. Cominciai a tremare e il vapore iniziò a uscire dalle mie narici bagnate e dalla mia bocca tremante.

Sentii dei rumori provenire dai cespugli vicini. Tremai ancor di più. Nessun segnale da Matteo. Cercai di svegliarlo in tutti i modi, lo scossi e continuai a ripetere “Matte. Matteo!!! Svegliati, dai!”. Finalmente si svegliò e gli dissi “C’è qualcosa che si muove nei cespugli!”. Subito anche lui si spaventò e tremavamo come delle foglie in autunno.

Improvvisamente dal cespuglio uscirono due strane creature, metà fantasmi e metà scheletri. Urlammo come delle bambinette, ma ne avevamo la ragione.

Le creature si avvicinarono lentamente, puntando quella loro testa puzzolente e nera contro la nostra. Ce li ritrovammo a mezzo metro di distanza, quando la creatura che puntava su Matteo cominciò a succhiargli via non so cosa, ma la aspirava con la sua bocca rotonda. Capivo che dovevo aiutarlo, ma non riuscivo sia perché la creatura che puntava su di me si stava avvicinando sia perché ero completamente paralizzato dalla paura. Sussurrai: “Matte, Matte, Matteee…” non ebbi più le forze, cominciavo a sentirmi svenire anch’io.

Paura, terrore, tenebre, morte, malvagità, ingiustizia. Queste le parole che mi vennero in mente mentre quella creatura stava succhiandomi via quella che, stavo capendo, era la mia anima con tutti i miei pensieri felici e allegri: le risate con mio fratello, i giochi con il mio cane, i miei amici, gli errori su cui risi su, la mia fantastica famiglia. Tutti bei pensieri che quella creatura stava spazzando via dalla mia mente, lasciando solo pensieri tristi e inquietanti.

Non riuscivo a fermarla, quell’orrida creatura. Quando ebbero finito con entrambi quelle bestie se ne andarono strisciando nell’oscurità di quel bosco.

L’indomani ci svegliammo e da allora non fummo più gli stessi: senza felicità, senza sorriso, senza un solo briciolo di allegria, solo infinita tristezza ed eterna rabbia.
Non si poteva più tornare indietro con i Dissennatori. Solo disperazione.

Federico Castellani, II D Secondaria, team del giornalino

UN’AVVENTURA STRAODINARIA- Episodio I

In un pomeriggio d’inverno come tutti gli altri, ero seduta vicino alla mia scrivania a fare i compiti.

Però ad un tratto tutto diventò buio, come se fosse saltata la corrente. E quando la luce ritornò, scoprii che non ero più nella mia stanza, ma in un luogo circondato da una nebbia fittissima che non mi faceva vedere più niente, ma  riuscivo a sentire  solo soffiare un vento freddo.

Allora la paura iniziò a prendere il sopravvento, però per fortuna la nebbia iniziò a svanire e pian piano riuscivo a vedere sempre meglio il luogo in cui mi trovavo. Vidi un ambiente formato da mattoni, terra battuta, sassi e legno; però non riuscivo ancora a capire il luogo  preciso in cui io fossi. Quando poi la nebbia sparì del tutto, riuscii a vedere che davanti a me c’era un lunghissimo percorso e che ero circondata dalla natura. Allora capii che ero sulla Grande muraglia cinese!

E cominciai a domandarmi, tra me e me, come una ragazza di dodici anni senza poteri, poteva essere su un monumento che si trovava dall’ altra parte del mondo, rispetto al posto in cui ero prima, e soprattutto mi chiedevo per quale motivo io fossi lì.

All’ inizio non riuscivo a trovare la risposta, a nessuna delle due domande, ma dopo mi ricordai che da piccola mia madre mi raccontava molte volte delle storie sulla Cina e soprattutto sulla grande muraglia cinese, così mi ero innamorata di quel bellissimo monumento di cui lei mi parlava sempre e avevo cominciato anche a sognare di andare a vederlo, quando sarei diventata grande, con i miei amici. Allora forse capii per quale motivo ero lì, ma non riuscivo ancora a capire come avevo fatto ad arrivarci.

Dopo pensai che forse potevo trovare la risposta se provavo ad andare avanti e così cominciai a percorrere il percorso che avevo di fronte, senza sapere quale sarebbe stata la sua destinazione.

Camminai, camminai … E dopo quasi un’ora di camminata riuscii a vedere davanti a me una torre e allora pensai che forse lì c’era qualcuno che mi avrebbe potuto aiutare a ritornare a casa. Ma quando fui davanti alla porta della torre, scoprii che non c’era nessuno, ma c’era solo una scritta sulla porta, che diceva: ”Brava! Sei riuscita a superare la prova! Adesso entra in questa torre che ti attende la prova successiva”.

Allora mi chiesi: “Ma che cosa stava succedendo? Quali prove dovevo affrontare e perché le dovevo superare?” e mi feci molte altre domande, ma alla fine mi dissi che non potevo fare niente se stavo lì ferma. Allora mi feci coraggio e aprii la porta e vidi …

continua …                  

Sabrina Zhang, IID Secondaria,

team del giornalino

PAURA NEL BOSCO FANTASMA – III episodio

“Sto piangendo, sono disperata, non so come uscire da questa situazione orribile. Vorrei arrendermi, ma ripenso a tutti quelli che mi vogliono bene, sono sicura che desiderano rivedermi sana e salva, e non in Paradiso! Decido di farmi coraggio, mi alzo in piedi decisa a trovare una soluzione, quando mi sento spingere giù dal burrone.

‘Di sicuro c’è qualcuno che mi vuole morta’, è il primo pensiero. Ora di sicuro riuscirà nel suo intento: se non sono riusciti ad uccidermi i fantasmi, ora lo farà l’impatto con l’acqua.

Chiudo gli occhi, preparandomi ad una triste fine, consapevole del fatto che le ultime cose che ricorderò della mia vita saranno il dolore e il gelo dell’impatto con l’acqua.

Se proprio devo, non è così che vorrei morire.

Sento un brivido e il rumore di un sassolino che cade in acqua. Cerco di assaporare i miei ultimi istanti di vita, prendo una profonda boccata d’aria… o almeno ci provo. La respirazione è molto difficile, come se fossi in un ambiente chiuso in cui sta finendo l’ossigeno a disposizione. Ma sto cadendo, di certo non sono in una stanza.

Mi accorgo solo ora che un caldo opprimente mi sta schiacciando.

Apro gli occhi e vedo che non sto affatto precipitando, sono sospesa, a mezz’aria in una caverna, di fronte a me una ragazza molto bizzarra, con i capelli verdi, gli occhi azzurri e la pelle sudata. Ha gli occhi chiusi, forse sta dormendo. Mi guardo intorno. Nella caverna c’è un armadietto, un piccolo frigorifero. Cerco l’uscita. È molto strana, come se fosse chiusa dall’acqua. Provo a volare verso di essa e la raggiungo metto una mano attraverso e sento una scarica attraversarmi. Istintivamente ritraggo la mano e la trovo grondante d’acqua. Non mi sbagliavo: oltre l’ingresso della caverna c’è il mare, peccato che la barriera non si possa attraversare.

-Arrenditi, non c’è modo di uscire da qui. L’aria sta finendo, così come l’acqua e il cibo…

È stata la ragazza con i capelli verdi a parlare. La sua voce aveva un tono sconsolato, come se ormai si fosse arresa alla morte. Io invece ancora no.

-Troveremo un modo di uscire- dico.

-Te l’ho già detto e ora te lo ripeto: NON C’È SPERANZA!!!– risponde lei, mentre le lacrime iniziano a rigarle il viso.”

Continua…

Lucilla Cnapich, II D Secondaria, team del giornalino

AFFETTO PERICOLOSO

Tornando a casa, Laura sente qualche rumore provenire dalla sua stanza. Entrando vede Daniela frugare nei cassetti della sua stanza.

“Ciao”. Lei sobbalza. “Non ti avevo sentita arrivare”.“Che fai nella mia stanza?”. “Cosa vuoi da mangiare?”

“Ti ho chiesto un’altra cosa” lo richiese con più insistenza. “Stavo solo cercando una penna”. “Nel cassetto delle magliette?”. A un tratto nota un angolino lilla spuntare da dietro la ragazza.

“Perché hai il mio diario?”. La giovane donna non risponde. “Perché hai il mio diario????!”

Il piccolo quadernino colpisce la tredicenne in testa.

“L’ho letto e ho trovato conferma dell’idea che sei una pazza psicopatica come pensavo”

La ragazzina non rimane troppo scossa dalla botta anche se la ferita del quadernino le aveva perforato la pelle, l’odore del sangue la rendeva solo più forte.

La giovane donna ora, invece dell’aria fiera che aveva inizialmente, sembra spaventata, la ragazzina le si lancia al collo e le tira un pugno sul naso che inizia a grondare sangue, la donna fa volare via la ragazzina che si rialza e prende delle forbici dalla scrivania. La donna corre giù per le scale, ma la porta è chiusa a chiave, in quel momento l’ombra di Laura si intravede nell’ingresso e la sua voce mielosa e allo stesso tempo fredda si fa sentire.

“Avevo già in programma di ammazzarti” una risata diabolica si sente dal piano di sopra.  “Da quando MIO FRATELLO passa più tempo con te che con me ho capito come sistemare la faccenda” ora la risata sembrava un urlo satanico.  La giovane donna corre a nascondersi dietro la libreria.

“Allora vogliamo giocare a nascondino, eh?”. “Daniela, dai, vieni fuori non ti faccio niente”

“Daniela? PRESA!” la sua voce gelida e sussurrante è vicino alla libreria e poi appare il viso del mostro.

La donna grida e corre via . “Non mi separerai mai da Ivan”

La ragazzina per tutta risposta le lancia un vaso in testa e la donna cade svenuta e Laura si ferisce il braccio. La ragazza sta per affondare le forbici nella carne della donna quando il campanello suona, con un salto acrobatico lei prende lo scotch, lega e tappa la bocca alla donna, poi la lancia giù per le scale del seminterrato e chiude a chiave, poi la nasconde e va ad aprire. Con un faccino angelico saluta:  “Ciao Ivan, mamma e papà”

In un secondo Ivan esclama: “Ma cosa hai fatto al braccio e alla testa e poi dov’è Dani?”. “Mi sono graffiata con un vaso e poi sono caduta di testa e, in quanto a Dani, è uscita per lavoro e mi ha detto che non tornerà presto.

Alice Chiello, III E Secondaria, team del giornalino

FUOCO E NEVE- Parte prima

Ansimavano chini lungo la salita che portava verso la cima scura di bosco della collina. Circondati dal buio della notte, tremolanti nel turbinio della tormenta affondavano gli scarponi consunti nella neve fresca imprecando per il freddo e i piedi già fradici.

“Ma dov’è che andiamo?” Fece Zecca con voce stanca e infantile. “A fare i conti di fine mese.” Gli fece Mondoboia senza voltarsi.

Erano già un paio d’ore che camminavano così, e almeno una che non ci si vedeva più niente o quasi. Delle pattuglie nemiche non se ne erano dati particolare cura confidando spavaldamente nelle avverse condizioni meteorologiche e nella scarsa attitudine alle marce notturne dei Fascisti.

Erano in quattro: in testa l’enorme stazza di Mondoboia ravvolta nel suo solito cappottone, con lo zaino di pelle consunto sulle spalle poderose, il cappello di lana calato sulla testa riccioluta e il fiato di lupo predatore che sbuffava di tra la barba ispida, lo Sten appena visibile tra le braccia. Seguiva Brina, ossuto e curvo sotto i suoi 45 anni da operaio, occhi chiari e dolci di chi ha visto troppo male per volerne ancora, la sua bocca sorrideva (o sembrava sorridere…) sempre su quel mento affilato digiuno di rasoio, senza zaino né tascapane e col solo moschetto appeso alla spalla; dietro di qualche metro Zecca e Valentino.

“Non potevamo venire qui in un altro momento?” Bofonchiava Zecca guardando il compagno e sperando in un qualche tipo di risposta che potesse dare un senso a quella scarpinata misteriosa.

Valentino non rispondeva, e non tanto perché non ne avesse voglia, ma perché non gli andava di parlare a un ragazzino quale era Zecca. Meridionale, per di più. Si vedeva che lui, lì, si trovava a disagio in mezzo a quelle montagne, a quei boschi e a quel freddo, lui che doveva essere abituato a scrutare il mare tra gli olivi, al dolce suono delle cicale. Forse il comandante avrebbe dovuto mandarlo via, o per lo meno avrebbe potuto dargli un incarico diverso, ma non ne aveva voluto sapere: servivano uomini, o, in mancanza di questi, ragazzi. Ragazzi da mandare a morire, se necessario. Stasera però non sarebbero morti, la bufera li avrebbe protetti con i suoi turbini e con il suo gelo.

“Perché veniamo quassù a quest’ora?” Ripeté. Valentino era stufo:”Perché certe cose è meglio farle di notte che di giorno, non trovi? Con la luce ci sono le pattuglie. Vuoi incontrare le pattuglie tu?” “No, no …”

Cercava di chiudere in fretta i tentativi di conversazione del ragazzo; non che gli dispiacesse o lo infastidisse in modo particolare, soltanto che quando si è partigiani e si è già sopravvissuti a tanti, giovani e meno giovani, un po’ si perde la voglia di far comunella.

Prima della guerra, anzi fino al ’42, non era così però, anzi gli piaceva stare in compagnia, far baldoria, bere il freisa in osteria e fare all’amore con la Gianna in certi fienili lontani da sguardi indiscreti. Gli piaceva indossare il vestito buono quando c’era la fiera e pedalare forte in piazza con l’aria che gli scompigliava il ciuffo. Ora però era diverso perché nel fienile ci dormiva solo, o al massimo con qualche compagno, con un occhio aperto e la mano poggiata sullo Sten, il freisa lo tracannava veloce da bicchieri sbeccati nei casolari dove si fermavano a chiedere da mangiare, le ragazze erano sfollate o chiuse nelle case e in piazza c’era la GNR.

Eppure sarebbe finito anche questo inverno e con esso se ne sarebbe pur dovuta andare anche la guerra, perché per l’estate sognava di ritornare quello di un tempo, di tornare a inforcare la bicicletta e a pedalare a perdifiato su e giù per le colline. Qualcuno, soprattutto fra i rossi, gli aveva detto che la Liberazione sarebbe stata solo l’inizio e che il vero lavoro c’era da farlo dopo, ma lui non ci pensava nemmeno, perché, ucciso l’ultimo fascista,  avrebbe dimenticato tutto all’istante. In fondo pensava che la guerra per lui fosse solo una parentesi, una penitenza inflitta da recitare macchinalmente, più o meno a cavallo tra la giovinezza e l’età adulta.

Ansimò un poco, rabbrividì per il freddo e gettò un’occhiata a Zecca: era visibilmente stanco ma si muoveva abbastanza veloce con l’energia di un giovane ingenuo; ogni tanto si fermava e controllava qualcosa sotto il giaccone, all’altezza della cintura; Valentino fu quasi tentato di chiedergli che cosa custodisse con tanta attenzione, ma l’idea di rischiare una pur breve conversazione lo spinse a tacere.

A un bel momento Brina si voltò e fece un segnale ai due, probabilmente Mondoboia aveva deciso di fermarsi. In effetti erano giunti a una specie di legnaia o capanno mezzo sepolto nella neve e nell’oscurità, Mondoboia era già dentro seduto su alcune pietre impilate.

“Allora, che si fa?” disse Zecca. Brina doveva già sapere perché lo guardò per qualche istante con disinteresse e poi si voltò silenzioso verso l’altro seduto. Valentino restò in piedi un po’ in disparte.

“Il fatto è -cominciò Mondoboia- che qui c’è da farla pagare a qualcuno, anzi a qualcuna…” Fucilare i Fascisti era una cosa, ma quando si parlava di punire una donna la faccenda non piaceva a nessuno. “Vi ricordate -riprese- di quei due che avevamo preso giovedì sulla provinciale?” “Il tenente e l’autista ?” Azzardò Valentino. “Sì, proprio quelli. Morti e sepolti, s’intende … bene, il tenentino ci aveva una di quelle cartelle di cuoio che usano quelli come te che hanno studiato.” disse additando Valentino. “Dentro c’erano tanti fogli importanti che poi li ha presi Perro, ma qualcosa l’ha tenuto e l’ha letto anche l’Annibale, e sapete che cosa ha scoperto?” Guardò Brina per esortarlo a continuare.

“C’è una signorina qua sopra che fa la spia per il nemico. E’ la Gisella, sicuro come il vino del sagrestano, abbiamo riconosciuto le sue iniziali sul documento. Fa il doppio gioco in cambio di razioni. Di quelle buone che hanno i Tedeschi.”

“Adesso avete capito perché si mangiava sempre così bene da quelle due arpie?” rincarò Mondoboia. Zecca si era fatto bianco.

“Piano, come fate a essere così sicuri? Le iniziali possono essere di chiunque.” Disse Valentino a Brina. “No, è lei, glielo abbiamo fatto confessare a uno dei due prigionieri.”

“Guarda che quelli prima di crepare le provano tutte, anche a dare la colpa al Papa.” “E’ lei!” Tagliò corto il più grosso. “Adesso andiamo là e le facciamo la festa.” “Guarda che bisogna prima farle il processo, non siamo mica assassini noialtri.” “E chi la uccide? Noi andiamo là, mangiamo, poi prendiamo lei e la vecchia, le facciamo parlare e poi vediamo se è il caso di portarle giù al comando o …”    “O?” “O non lo so!”

Mondoboia fece per alzarsi, poi si voltò verso Zecca:”Di’, tu: è vero che Lupo ti ha lasciato la pistola?”

Zecca non disse niente, ma annuì piano scostando il giaccone ed estraendo appena da un piccolo fodero marrone una pistola automatica.

“E’ fatta in Belgio quella lì – disse Brina- E’ una buona arma, tienila bene. Povero Lupo… Ti voleva bene, sai?” “Ci abbiamo sistemato un paio di militi con quella.” Indicò Mondoboia.

Restarono tutti fermi e in silenzio alcuni istanti.

“Eh, Lupo… Lupo! Lupo! Almeno non si è fatto prendere ed è spirato tra braccia amiche, a Miller e a Lampo è andata peggio: uno là per terra in una pozzanghera di sangue e fango e l’altro a morire contro un muro con tutto il viso pieno di cazzotti e gli occhi gonfi che non poteva neanche vedere il sole…”

Guardavano tutti Zecca. Quel mattino sventurato doveva accompagnare Lupo lungo il torrente fino all’altezza del ponticello della strada vecchia per controllare che le piogge e la piena non avessero guastato gli esplosivi collocati sotto  l’arcata, ma non c’era stato verso di farlo schiodare dal pagliericcio ché diceva di stare male e che forse era l’appendicite, che ogni tanto gli capitava che si infiammasse. Berto lo voleva tirare su di peso e lo prendeva a male parole, ma Lupo gli aveva detto di lasciarlo stare e che tanto si sarebbe tirato dietro Miller. Poi aveva sorriso a Zecca e gli aveva buttato una borraccia di Cognac. “Non sono mica un dottore io, ma questo cura quasi tutto!” Ed era partito con gli altri due.

Lo trovarono a metà argine vicino al castagno grande nella tarda mattina che si teneva le budella e ripeteva:”Ci hanno aspettati… ci hanno aspettati e ci han fatto la festa.”

L’avevano riportato al comando più morto che vivo che chiedeva un prete, poi aveva voluto consegnare qualcosa  a Perro da dare ai suoi ad Alessandria e aveva voluto dare la sua pistola a Zecca. “E’ belga, è una buona pistola, me la sono portata giù quando ho smesso di fare il minatore nel ’36, te la lascio che se no resti sempre senza. Quando vai giù in paese mica puoi portarti il moschetto, no?”

Spirò poco dopo, il prete arrivò il mattino successivo. “Andiamo, dài …” Riprese Brina con lo sguardo basso.

Salirono ancora nel buio, nella neve e nel silenzio, il casolare isolato si distingueva appena in quel paesaggio misterioso; si avvicinarono decisi.

Continua

Professor Luca Boschetti

LA SCONFITTA DEGLI ALIENI

C’era una volta una città invasa da alieni. Gli alieni erano pacifici ma occupavano ogni spazio possibile con le loro basi di atterraggio. Essi erano simpatici e ottimi cuochi di sushi. Ma agli abitanti non piaceva che sulle loro case atterrassero gli ufo e che usassero l’elettricità per ricaricarli perché la bolletta era aumentata drasticamente.

Il sindaco era disperato perché gli alieni erano troppi e occupavano tutto lo spazio. Un giorno un uomo apparentemente povero si presentò dal sindaco e disse: “Signor sindaco, io so come scacciare gli alieni”. Il sindaco rispose: “Tu che sei così povero, come farai?” E l’uomo rispose: “Se mi lasci provare in cambio voglio una cosa”.

Allora l’uomo allestì una finta festa a cui invitò tutti gli alieni. Essi ci andarono e caddero nella trappola. L’uomo li attirò tutti in una stanza dicendo loro che lì avrebbero trovato un grande buffet. Quando gli alieni furono tutti intorno alla tavola imbandita, l’uomo fece cadere sopra di loro delle grandi reti che li intrappolarono tutti.

In seguito l’uomo chiamò i rinforzi e tutti i cittadini presero gli alieni e li caricarono sulle loro navicelle. Fu allora che il gelataio della città chiese: “Cosa ne faremo di tutti gli alieni?”

E l’uomo rispose: “So che dentro queste navicelle c’è un dispositivo di autodistruzione che possiamo programmare col conto alla rovescia. Li rimanderemo nello spazio. Quando il conto alla rovescia finirà, essi saranno già lontani dalla terra e allora la navicella esploderà in mille pezzi e gli alieni moriranno.”

Tutti si trovarono d’accordo con l’idea e la realizzarono subito. Fu così che gli alieni furono rispediti nello spazio, mentre i cittadini osservavano la scena dal basso. E poco dopo che le navicelle furono sparite, essi festeggiarono cantando e mangiando il buffet che gli alieni non avevano fatto in tempo a mangiare.

Durante la festa il sindaco si avvicinò all’uomo che ormai era diventato l’eroe della città e gli disse: “Ora che ci hai liberato dagli alieni, che cosa vuoi in cambio?”

Ed egli rispose: “Dove prima c’erano le navicelle degli alieni, voglio che sia costruito un grandissimo e bellissimo parco giochi per bambini, con scivoli, altalene e dondoli per tutti. Poi dovrete costruire una statua con le mie sembianze in mezzo al parco e la dovrete dedicare a me, l’eroe di questa città”.

Il sindaco accettò e una settimana dopo fu posata nel parco ancora in costruzione la statua con una bella targa dedicata all’uomo con la scritta: L’EROE DELLA CITTA’. Il parco venne finito e tutti, i bambini e i loro genitori, vissero felici e contenti.

Mattia Abbagnato, Matteo Fontana, Nicolò Pristerà, Walid Tazi,

I D Secondaria

LA MIA TRISTEZZA, LA MIA MALATTIA

depression21/08/’16

Non so spiegare questa mia tristezza, mi stanca. La tristezza per me è una malattia, dalla quale non puoi essere guarito, che porta dolore, infelicità e amarezza.

Per altri più fortunati, la tristezza è semplicemente leggere un libro di Sepúlveda la domenica pomeriggio, è guardare il tramonto da soli, è accorgersi che con settembre l’estate se ne va, è ricordare i bei momenti trascorsi in compagnia di chi si ama, è rimanere delusi da qualcuno a cui si vuole bene, è guardare fuori dal finestrino viaggiando in autostrada, è trovarsi in stazione e sentire il rumore dei treni, è salutare la propria famiglia con il sorriso sulle labbra e le lacrime negli occhi, è mangiare un panino ai tavolini dell’autogrill, è guardare gli ombrelloni chiusi sulla spiaggia, è ascoltare le canzoni di Marco Masini mentre aspetti l’autobus, è sentire la pioggia battere sui vetri della tua stanza, è pareggiare al novantaduesimo nel derby, è perdere una partita ai videogiochi……

Insomma, la tristezza è un appetito che nessun dolore sazia. Secondo me il momento della tristezza rappresenta l’incontro tra il desiderio e i suoi limiti. La tristezza non viene dall’ esterno ma dall’ interno, infatti quando un desiderio non viene avverato nel mio cuore, si presenta uno stato di tristezza maggiore di quello naturale, quando sono semplicemente depresso. Eh sì, io sono proprio così: depresso ed è molto brutto esserlo.

Questa malattia può essere curata solo con molte risate, molto divertimento e tanto gioco. Ma io non rido, non mi diverto e non gioco, e come tutte le persone tristi passo tutto il giorno a pensare di non dover essere così, penso di dover far qualcosa per guarire, penso di dover uscire di casa e di dover fare come fanno tutti (o quasi) i miei coetanei.

Ma io non ci riesco e questa cosa mi rende ancora più triste! Non ricordo quando sono uscito l’ultima volta di casa o l’ultima volta che ho giocato e parlato con miei coetanei, non so neanche quando mi sono ammalato, ma so solo che questa malattia mi ha cambiato la vita.

Da quel giorno non sono più me stesso. A causa di questo mio stato non parlo neanche più con nessuno perché la gente preferisce parlare con persone felici e non con persone tristi. Ognuno ha la propria tristezza, ma nessuno deve essere una persona triste e depressa come me. La tristezza mi induce alla stanchezza, sono stanco di stare solo, di non giocare e di fare sempre le stesse cose: mangiare, bere, dormire, andare in bagno e intristirmi giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo. Facendo solo queste cose le persone tristi come me ingrassano, diventando ancora più tristi.

Infatti, secondo alcune ricerche chi non pratica nessuno sport e non gioca ha maggiori probabilità di ingrassare di una persona che pratica sport e che mangia il doppio del non-praticante.

In teoria non sono tanto grasso (49 kilogrammi per 1,67 metri ď altezza), forse non sono così grasso perché è da poco che ho questa forte e dolorosa sensazione, e ogni giorno che passa, ormai (forse) ne soffro ancora di più.

22/08/’16

 Ieri mia madre mi ha fatto vedere delle fotografie di quando ancora ero un ragazzino sano, e questo mi ha reso ancora più triste.

È molto triste, come tutte le cose che faccio, vedersi normale e non malato quando soffri della malattia più dolorosa. È brutto ricordarsi, a volte, di essere stato normale e di non esserlo più. Mi dice sempre un mio caro amico (l’unico che ho) “La vita è breve, non c’è tempo di essere tristi” oppure:” Ricordati sempre che non sei solo, e questo ti renderà un po’ più felice”.

23/08/’16

Sono andato da uno psicologo, per farmi diagnosticare il problema, mi ha detto che questa mia tristezza può derivare da:

1) perdita di persone care, ipotesi eliminata dato che non è mai morto nessuno che conosco;

2) traumi derivanti dal abbandono, non possibile visto che non sono mai stato abbandonato;

3) disagi familiari quali separazione, maltrattamenti, soprusi e uso di un vocabolario troppo volgare; anche questo non possibile dato che nella mia famiglia non diciamo parolacce e che i miei genitori si vogliono tanto bene e ne vogliono tanto anche a me.

24/08/’16

Sono andato da un altro psicologo che mi ha inviato questa lettera oggi stesso:

Caro Marco, penso di avere la diagnosi del tuo malessere:

Dopo averti interrogato e dopo essermi appuntato tutto sul mio quadernetto, non avevo capito subito il tuo problema, ma, rileggendo il tutto con molta calma, ho trovato la tua diagnosi: ti ricordi che ti eri arrabbiato molto dopo che il tuo allenatore ti aveva tenuto per sette partite di fila in panchina?

Ecco quello è il problema:

Rabbia + mancanza di gioco= tristezza

Tristezza + altra rabbia accumulata= depressione

Per guarire ti prescrivo 2 semplici rimedi:

Almeno 2 ore di gioco al dì e almeno 3 ore di divertimento con gli amici.

Se non guarirai entro un mese torna a trovarmi nel mio studio.

Cordiali saluti

Dottor Flavio Rossi.

Firma: Flaviorossi210977/ ¥/~○/

Buffa la firma, vero?

 

25/08/’16

La mamma mi ha iscritto in una squadra di basket, spera che mi passerà la malattia.

29/08/’16

Prima partita: sono un panchinaro.

Credo che rimarrò triste! Anche se spero proprio di guarire in fretta.

30/08/’16

Sono molto più triste di prima perché mi sono innamorato della ragazza del mio nuovo amico, che però non mi considera, anzi mi deride con le sue amiche perché mi considera “triste”.

Agli allenamenti il coach ha detto che forse prima della fine del anno metterò piede in campo…..

Sono diventato ancora più triste, ho deciso di non giocare più a basket e sono entrato in grande depressione.

24/09/’16

Sono tornato dal dottor Rossi. Mi ha detto che è una cosa normale essere tristi quando succedono queste cose e che devo giocare in oratorio con gli amici, in modo spensierato, senza troppi stress.

29/09/’16

Non ce la faccio più: sono triste da morire. Sono andato dal dottor Rossi. Dice che domani avrò il referto. Speriamo!

30/09/’16

È arrivato il referto del Dr. Rossi, che recita:

Caro Marco.

Ho riflettuto sul tuo problema e ho pensato e ripensato a te e al tuo stato d’animo.

Mi è venuto in mente che anche tutti i più famosi compositori e poeti hanno scritto le loro opere o poesie di maggior successo quando erano tristi.

Dovresti iniziare a scrivere anche tu, magari un diario di quello che hai passato durante il periodo della tua malattia.

Se non funziona neanche questa……

Mi licenzio!

 Distinti saluti, dottor Rossi.

Firma: Flaviorossi210977/ ¥/~○/

Buffa la firma, vero?

1/10/’16

Caro diario, pieno di pagine di tristezza e di malinconia, ecco come sei nato, avevo bisogno di trovare conforto e sfogarmi e tu sei sempre stato a sentirmi……

Adesso mi sento meglio perché non sono più triste e stanco e soprattutto ho trovato un amico.

Preso dall’emozione ho mandato questa lettera al Dr. Rossi:

Grazie dottore, sono guarito!!!!!!

Il tuo caro Marco.

Firma: ma/ma21/09/04orafelice😄.

Buffa la firma vero?

Ora sono in grado di affrontare la vita in modo più sereno e posso concludere dicendo che avendo vissuto in prima persona questa sensazione, penso che la tristezza sia la peggiore malattia, ma che se riesci a combatterla e a superarla avrai poi nella vita maggiori opportunità di fare successo!

Marco Maestranzi, II C Secondaria

 

L’E-MAIL MISTERIOSA – II Episodio

emailLa mamma appena finì di leggere l’e-mail rimase anche lei senza parole e senza esitare un secondo scrisse: “Come hai fatto ad avere l’e-mail di mia figlia?!?!?!? “E lui scrisse: “Chi sei??? “

Lei subito di impulso scrisse: “Sono quella con cui non hai parlato per anni, esatto, sono io la mamma di Elena!!! “Tutto ad un tratto comparve che la persona online non era più connessa, si era scollegato!

La mamma chiuse violentemente il computer sgridando più e più volte Elena per non averle detto nulla e lei subì senza dire niente, sapeva che aveva sbagliato. La mamma alla fine fu comprensiva, pensando che da una parte era naturale che la figlia avesse una certa curiosità per quello che era successo.

Elena chiese alla mamma se poteva invitare lo zio a casa per sistemare le cose, ma lei disse di no, Elena insistette molto e alla fine, cedendo all’insistenza della figlia, la mamma accettò di invitarlo.

Elena si collegò subito al computer e vide che lui era collegato, subito scrisse: “Vieni a casa nostra e sistemeremo le cose”

“Se tua mamma è d’accordo…” – rispose lui.

“Vieni allora???” –  E lui rispose di sì.

Era mezzogiorno e suonò il campanello, Elena corse alla porta e vide suo zio, lo salutò invitandolo ad entrare gli accennò un sorriso, appena vide la mamma, la salutò, la mamma non gli disse una parola, ma poi scoppiò: “Come hai potuto farle questo?!?!?!?”

“Dall’inizio ci fu un malinteso, non lasciai mai Elena da sola abbandonata per strada, mi ero allontanato solo un attimo per comprare una cosa in un negozio e Elena si era allontanata per vedere un giocattolo in edicola e quanto tu sei passata davanti l’hai vista da sola, ma in realtà non era per niente così!”

Lei stupita non rispose…

E lui: “Te ne sei andata via insultandomi, senza che io ti potessi spiegarti come erano andate davvero le cose, dicendo che ero un irresponsabile e io me ne sono andato, tra l’altro, offeso per gli insulti. Oggi, dopo tutto questo tempo, volevo in qualche modo riavvicinarmi alla famiglia e per farlo dovevo chiedere aiuto ad Elena, Elena, scusa se all’inizio ti ho spaventata, ma se scrivevo con il mio indirizzo tu l’avresti detto subito a tua mamma, per questo ho dovuto usare una e-mail anonima, capisci???”

Io risposi affermativamente. E dissi: “Bene allora tutto risolto no???”

E sia la mamma che lo zio risero insieme, abbracciandosi.

Arianna Vaccari e Veronica Bianco, II D e II C Secondaria,

team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI – I episodio

libri“Siamo due gemelle, Sofia e Giorgia, e abitiamo in un piccolo paese che si chiama Quintin.

Stamattina nevica! È da tanto che qui non nevica, e nessuno si aspettava che nevicasse in autunno!

E se oggi fosse una giornata speciale? Proprio mentre ci poniamo questa domanda, vediamo un gufo posarsi su un albero vicino alla nostra casa. Un gufo di giorno con la neve? Che cosa strana!

Poi guardiamo sul davanzale della finestra trovando due lettere. Ovviamente la prima cosa che facciamo è aprirle, senza guardarne la provenienza. Le lettere sono uguali, su entrambe c’è scritto:

‘Care Sofia e Giorgia,

vi mandiamo questa lettera per informarvi che siete state ammesse alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts.

Sarà necessario acquistare una bacchetta magica, un calderone, i libri scolastici che troverete dietro la busta e la divisa scolastica.

Potrete portare un gufo, un gatto o un rospo.

Cordiali saluti,

Albus Percival Wulfric Brian Silente’

Ci scambiamo un’occhiata interrogativa e andiamo in salotto, dove ci sono i nostri genitori a cui chiedere spiegazioni.

-Mamma, papà, abbiamo trovato queste lettere, il mittente è un certo Albus Silente.

Loro si scambiano un’occhiata d’intesa e dicono: -È arrivato il momento di dirglielo…”

Continua…

Erica Calamoneri e Lucilla Cnapich,

II D Secondaria, team del giornalino

IN FUTURO C’È SPERANZA

futuroEra stata mia la scelta,

di allentar quella forte presa.

Ma tutto successe così alla svelta,

che mi ritrovai sola, e indifesa.

 

È incredibile… come ci si puo sentire soli,

in un mondo così grande!

Semplicemente deboli,

con milioni di domande.

 

Ormai senza speranza,

di dolor il cor compunto.

Mi lasciai dietro quella stanza,

con dentro un defunto.

 

Ma poi, vidi una stella che brillava,

in quel cielo infinito.

Un qualcosa che a tutti giovava,

ma a me, aveva affievolito.

 

Cercai la via diritta,

quella abissale.

Ove non c’è mai sconfitta,

e il bene… regna sul male.

 

                                                            Alexia Branzea, II C Secondaria,

                                                                     team del giornalino

L’E-MAIL MISTERIOSA- Episodio I

emailUn giorno nel computer di Elena entrò un virus, ad un tratto le arrivò una e-mail … Era anonima!

Non sapeva di chi fosse, le sue parole le sembravano molto simili al modo si esprimersi di qualcuno che conosceva… Ma chi?

Sua mamma e suo zio in passato avevano fatto un brutto litigio e nessuno aveva voluto sapere più nulla dell’altro… Non sapeva cosa fare, ma la tentazione era troppo forte così iniziò a leggere la e-mail:

“Ciao Elena, sono un tuo conoscente non so se ti ricordi di me, l’ultima volta che mi hai visto eri davvero troppo piccola. Lo so che in questo momento hai paura, però c’è una cosa che ti devo dire…”

Saltò la connessione, Elena ebbe paura, non sapeva cosa stava succedendo, lei pensò che in tutto questo c’entrasse suo zio, non ne era sicura e non sapeva il perché, ma se lo sentiva. Ritornò la connessione e lei continuò a leggere, era curiosa di sapere che cosa volevano dirgli e cosa c’era scritto alla fine della lettera.

“È successo tutto molto tempo fa, fui dispiaciuto, ma dovetti andarmene, era stato tutto un malinteso, ma non c’era modo di dirglielo”

Elena diventava sempre più ansiosa, preoccupata, ma allo stesso tempo curiosa, così decise di scrivergli…

” Avanti, non ho paura che cosa vuoi dirmi? ”

” Vedo che sei ansiosa, bene! Ti dirò la verità, io sono…”

Questa volta saltò la luce Elena, non ne poteva più di tutte quelle interruzioni e chiamò sua madre, nello stesso momento lei entrò e disse che per sbaglio aveva toccato qualche cavo, ma disse che tutto si sarebbe sistemato in un lampo. E così fu, appena dette quelle parole, ritornò la luce e Elena ringraziò la mamma vedendola uscire.

Riprese la lettera e scrisse: ” Chi sei tu, chi sei?!?!?!”

“Io sono… Tuo ZIO!!! ”

Elena rimase di stucco, sbalordita, non riusciva a credere che dopo tutto quel tempo stava lo zio scrivendo a lei, era felice di rincontrarlo, ma dall’altra parte era arrabbiata in un certo senso, lui l’aveva abbandonata, decise di fare quello che riteneva giusto fare dall’inizio, cioè dirlo a sua madre, così la portò in camera e le fece vedere l’e-mail…

Continua…

Arianna Vaccari e Veronica Bianco, II D e II C Secondaria,

team del giornalino

GRETA NEL REGNO DEI DOLCIUMI

mondo-dolciumiC’era una volta una ragazza povera di nome Greta, viveva in un villaggio altrettanto povero nel Sud della Grecia. Era una ragazza bruna con gli occhi celesti come l’oceano, aveva un nasino molto grazioso, delle labbra rosa carnose e dei denti a dir poco perfetti.

Un giorno Greta andò a fare una passeggiata nel parco, ad un certo punto si trovò davanti un albero maestoso dai frutti azzurri, le venne la tentazione di dare un morso a quel frutto strano…1,..2…,3…4  morsi e cominciò a girarle la testa, cadde a terra e svenne.

Al suo risveglio si trovò in un mondo di dolciumi e disse balbettando: “C-c-osa mi è suc-ces-so e dov-ve miiiii t-t-rovo!”. All’improvviso una crostata al cioccolato si trasformò in un bellissimo cagnolino che rispose: “Ti trovi nel Regno dei Dolciumi”. Greta si tranquillizzò e le venne voglia di esplorare quel magnifico luogo che pareva infinito. Dopo aver passato il pomeriggio a mangiare lecca-lecca, bastoncini di zucchero ed aver sorseggiato il cioccolato dai fiumi, si addormentò e sognò la sua famiglia, si svegliò improvvisamente nel bel mezzo della notte e si mise a piangere per la malinconia. Arrivò di corsa il cane per tranquillizzarla e le disse: “Che cosa succedde?”, Greta rispose: “Mi manca la mia famiglia, voglio tornare a casa!!!”, il cane ribatté: “Se vuoi tornare a casa dovrai rubare la collana con la chiave di marshmallow appesa al collo della Regina”. Allora Greta si mise in cammino alla ricerca del castello di dolciumi della Regina e dopo tre ore di cammino lo raggiunse. Sulla soglia vide due guardie di cioccolato e per sconfiggerle prese il bastoncino di uno dei lecca-lecca che aveva mangiato e fece in tanti piccoli pezzetti le guardie. Quando Greta riuscì ad entrare, corse incontro alla Regina che si trovava davanti a lei e le strappò rapidamente la collana, si nascose nella prima stanza che trovò aperta e quando si girò vide un portale di caramelle con una serratura, Greta capì subito che doveva inserire la chiave appena recuperata la fece girare e si buttò nel portale. Dopo un minuto si ritrovò nel suo letto, quando si svegliò capì che si trattava di un sogno.

Un gruppo di alunni della I C Secondaria

IL PRINCIPE SELVAGGIO

C’era una volta, in una terra lontana lontana un bambino speciale che non sapeva di esserlo. Lui era il figlio del potente re Gustavo I e della regina Sabina IV che nascondeva un lato malvagio. Quest’ultima, stanca di suo figlio corruppe delle guardie per portarlo il più lontano possibile dal regno. Le guardie decisero di abbandonarlo in un bosco senza fine, con un solo modo per uscirne. Però non si sapeva che quel bosco contenesse animali fantastici: minotauri, sfingi, grifoni, draghi…Questi allevarono il bambino educandolo alle leggi della natura e quando compì la maggior età, il più saggio dei più saggi dei draghi gli raccontò l’accaduto. Il drago, che era molto gentile, gli regalò un amuleto che aveva rubato due secoli prima ad un re. Il drago disse al ragazzo: “Custodiscilo bene, abbine cura, fidati ti servirà!” e volò via. Il ragazzo iniziò a camminare, camminare, camminare… La notte ci fu un temporale, così Leonardo si rifugiò in un castello. Scoprì che quel castello era abitato da un orco malvagio e prepotente.

orcoAll’alba, l’orco si accorse della presenza di qualcuno. Dopo qualche istante trovò Leonardo e gli disse: – “Che ci fai qui!?” – “Sossono vevevenuto  ppensando che non non ci fofosse nessuno perdonami!” – “Pensavi male! Questo castello è mio! Tu e nessun altro, può entrare nel mio castello senza la mia autorizzazione! Capito ??!” – disse l’orco facendo risuonare la sua voce per tutta la stanza. Così l’orco, pronunciò le parole magiche e Leonardo si ritrovò completamente paralizzato. In quel momento, l’orco era pronto per mangiarlo ma l’amuleto lo protesse con un bagliore che accecò l’orco. Così si aprì un portone di colore verde brillante. Leonardo entrò nel portone ritrovandosi davanti a re Gustavo, suo padre, che vedendo l’amuleto del suo trisnonno, ebbe una visione, e capì che era suo figlio.

Così il re fece decapitare sua moglie Sabina, la regina, per alto tradimento. Ordinò subito di preparare una grande tavolata imbandita di tutto e di più perché quel giorno era un gran giorno. Da li in poi vissero fino alla fine dei tempi felici e contenti.

Gaia Madonini, Marco Mattaboni, Giulia Attolini e Alessandro Anastasi,

I C Secondaria

 

UN RIFIUTO FORTUNATO

principiIn un lontano reame viveva, con la sua corte il re Giovanni. Fin dalla nascita, la sua primogenita, Ariana era stata promessa in sposa al il principe Emanuele, di un reame vicino.

Ariana crebbe felice e serena ed era sempre ubbidiente ma voleva essere libera di scegliere il suo futuro marito e si rifiutò di sposare il suo promesso sposo. Il principe Emanuele quando venne a sapere del rifiuto della principessa non si arrese, anzi, ideò un piano malefico.

Un giorno la principessa Ariana, mentre passeggiava negli splendidi giardini del suo castello, decise di riposarsi vicino al suo albero preferito, sotto al quale aveva trascorso tanti bei momenti, con la sua dama di compagnia. Ma all’improvviso, da un cespuglio, spuntò un uomo incappucciato ed Ariana svenne dallo spavento. Quando si risvegliò si ritrovò in una casa diroccata. Da un piccolo buco nel muro spuntò un topolino che in pochi secondi si trasformò in una fata, la quale spiegò ad Ariana che il principe aveva organizzato il rapimento.

La fata la rassicurò dicendo che sarebbe stata salvata. Al calar del sole, quando ormai ogni speranza era svanita, Ariana sentì una persona salire le scale e all’improvviso la porta si aprì ed entrò Artur, un umile servo. Appena i loro sguardi si incrociarono dento i loro cuori scoppiò una scintilla ed entrambi capirono di essere fatti l’uno per l’altra. Insieme, tornarono a palazzo e riferirono tutto al re che rinchiuse il principe Emanuele nelle segrete e diede in sposa sua figlia Ariana al giovane e insieme vissero sempre felici e contenti.

Francesca Traettino, Paolo Zucchelli, Sara Lorenzini, Christian Di Domizio,

I C Secondaria

SEBASTIAN E L’UNICORNO DORATO

unicornoC’era una volta in una povera casupola nel bosco, un bellissimo fanciullo di nome Sebastian e suo fratello Max, che era molto geloso della bellezza del fratello e più passavano i giorni e più questa gelosia aumentava. Avevano il padre molto malato e la madre fu condannata a morte, perché derubò la corte del Re.

L’indomani si celebrò il funerale della madre e Max attirò Sebastian nel bosco, con una scusa.  Arrivarono sotto una pianta di fichi d’india, Max raccolse un frutto con la sua mano che indossava un guanto e lo diede a Sebastian che lo prese e si punse. Sebastian sentì un dolore acuto, svenne e cadde a terra. Si risvegliò nel suo letto allo spuntar del giorno, andò in bagno per lavarsi la faccia e vide che non era più bello come prima, cominciò a disperarsi e decise di scoprire il  perché di questo cambiamento.

Decise di uscire per prendere un po’ d’aria e per calmarsi e vide Max con una strega e si nascose dietro un cespuglio per osservarli.  Capendo che nessuno dei due lo aveva visto, alzò lo sguardo e incredulo intravide tra le foglie della pianta la strega con un fico d’india in mano e a quel punto capì tutto. Scappò in casa spaventato, sbattendo di colpo la porta. Si rifugiò sotto al letto, pensando a un piano per vendicarsi di suo fratello. Dopo un po’ uscì portando con sé un sacco pieno di provviste per sopravvivere nel bosco.

Camminando per chilometri arrivò sotto un salice, si sdraiò all’ombra e si addormentò per la stanchezza. Si risvegliò di scatto perché sentì il rumore di un fucile e vide che un proiettile aveva colpito la zampa di un unicorno dorato che era lì. Si alzò e aiutò subito l’unicorno portandolo sulle spalle fino ad una cascata, lo appoggiò per terra perché era sfinito. Unì le mani a forma di conca, prese dell’acqua e la rovesciò sulla ferita dell’animale, perché un vecchio saggio gli aveva raccontato che avrebbe funzionato da medicinale. Sebastian disse: “Come sarebbe bello se tu parlassi!” e l’unicorno controbattè: “Hei, ma io so parlare!” Sebastian rimase meravigliato. Raccontò alla creatura fatata la sua storia, il suo cambiamento per colpa dell’invidia del fratello. L’unicorno riconoscente a Sebastian perché l’aveva salvato gli disse: ”Visto che mi hai sottratto alla morte, sacrificherò il mio corno per concederti il tuo più grande desiderio”. Sebastian sconcertato su cosa scegliere, decise di aiutare il padre invece di diventare bello come prima, Il fanciullo non riuscì più a vedere l’unicorno dorato a causa di una luce abbagliante. Appena svanì la luce, Sebastian si ritrovò in casa insieme al padre che era in ottima salute, grazie al corno dorato. Passarono gli anni e Max e la strega andarono in cella nel sotterraneo della corte del Re. L’unicorno diventò il migliore amico di Sebastian e venne ad abitare a casa sua insieme al padre. Furono per sempre felici e contenti.

 

Samantha Mercurio, Caterina Ferri, Tarek Zaouai e Alessandro Pantè,

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IL MAIALINO PICOTARO

maialinoC’era una volta, in una fattoria, un maialino che si chiamava Picotaro: era il maialino più piccolo e gracile della sua famiglia e i suoi fratelli non smettevano mai di prenderlo in giro.

Un brutto giorno nel villaggio dove si trovava la fattoria sopraggiunse un esercito barbaro, per depredare tutte le case e anche la famiglia del maialino morì nell’attacco.

Picotaro invece riuscì a scappare correndo a tentoni, mentre piangeva per la morte di tutti i suoi cari e la distruzione della fattoria e di tutto il villaggio.

Corse, corse, corse … a perdifiato e con tutte le sue piccole forze … finché non si lasciò il villaggio alle spalle. Piangendo sconsolato desiderò di essere forte e possente e di riuscire un giorno a vendicare la sua famiglia.

Si accorse di essere arrivato in un bosco fitto fitto e guardandosi intorno vide tra gli alberi un vecchio fagiano e gli chiese: “Chi sei? Mi puoi aiutare?”

fagianoIl fagiano rispose che avrebbe voluto qualcosa in cambio. “Che cosa?” domandò Picotaro. “Voglio che tu mi accompagni dal vecchio Mago della torre”.

Picotaro accettò e quella notte rimase nel bosco insieme al fagiano e gli raccontò quello che era successo, infine si addormentò un po’ più tranquillo perché aveva trovato un compagno.

Al risveglio i due, diventati amici, si misero in cammino e dopo un giorno di viaggio finalmente arrivarono alla torre. Il mago si trovava proprio davanti alla porta e li accolse chiedendo: “Perché siete qui?”

Picotaro e il vecchio fagiano risposero: “Vogliamo essere trasformati, diventare più grandi e forti per proteggerci e sopravvivere. Siamo uno troppo piccolo e l’altro troppo vecchio e malandato, se ci fai questo prodigio, saremo per sempre tuoi fedeli amici e servitori”.

Il mago, che si era commosso davanti a quei due esseri così deboli ma nello stesso tempo pieni di coraggio, disse loro: “Certo che lo farò, gli amici fedeli non sono mai troppi. Fatemi pensare….ecco ci sono! Trasformerò te caro fagiano in un possente elefante e te, piccolo Picotaro, in un grande  e robusto cinghiale con zanne appuntite.  Così più nessuno potrà farvi del male. “

E soffiando su di loro una polvere azzurrina accompagnata da una complicata formula incomprensibile, diede loro una nuova forma. Il fagiano e Picotaro non potevano credere ai loro occhi e non la finivano più di guardarsi e di ammirare il loro nuovo corpo grande, forte e possente.

Ringraziarono mille volte il mago e promisero che sarebbero tornati molto presto e l’avrebbero aiutato in ogni modo. Per il momento però dovevano inseguire i barbari. Li raggiunsero in breve tempo e li spaventarono così tanto che quelli fuggirono a gambe levate e non osarono mai più tornare. L’elefante li spaventava correndo e barrendo e muovendo la sua lunga proboscide di qua e di là, mentre Picotaro con le sue zanne li colpiva alle spalle con forza. Non avevano mai visto un elefante e credevano che fosse un mostro prodigioso!

Picotaro era molto felice: ora i suoi fratelli sarebbero stati orgogliosi di lui.

Alex Candura, Mattia Pavesi, Filippo Garlaschi, Nicola Sbrogiò,

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