PAURA NEL BOSCO FANTASMA– IV episodio

“-C’è sempre una via d’uscita. In tutti i libri che ho letto il protagonista riusciva sempre a tirarsi fuori dai guai. Insomma, non sappiamo nemmeno se quello che ci sta accadendo sia reale!

Inizio a pensare e a ripensare a tutto quello che mi è accaduto da quando è iniziata la mia avventura. Tutti i cambiamenti di luogo sono avvenuti in un modo quasi magico. Forse sta succedendo tutto dentro la mia testa, che trova sempre un modo di sfuggire alla morte. Oppure tutto ciò è reale, anche se è la spiegazione meno logica perché la magia non può esistere.

Quindi mi focalizzo sulla prima ipotesi. Decido di chiedere alcune informazioni alla ragazza. -Puoi raccontarmi la tua storia?

-Allora, prima la mia vita era normale, andavo a scuola, uscivo con i miei amici… un giorno poi, mia madre mi ha mandato dal dottore perché avevo un fortissimo raffreddore. Mi ha fatto una puntura. Stavo ritornando a casa, quando mi sono ritrovata in un bosco. I fantasmi mi volevano divorare. Sono finita in una situazione assurda, in cui ogni volta che rischiavo di morire mi trovavo in un altro luogo pericoloso, finché non mi sono ritrovata qui. Ormai è molto tempo che sto qui, tanto che l’umidità che entra nella caverna ha cambiato il mio aspetto. All’inizio ho sperato di poter uscire da qui come mi è successo per le altre volte, ma purtroppo non è stato così. Ormai le poche provviste che avevo sono terminate, e morirò.

Paragono quanto è successo a me con la sua storia e trovo molti elementi comuni. Anche io, prima di tutto questo, ho ricevuto un’iniezione da parte di mia madre.

E se questo c’entrasse qualcosa? Forse la puntura ha stimolato delle reazioni nel mio cervello e ha fatto sì che io mi trovassi in questa situazione assurda.

-Ho capito perché siamo qui e soprattutto ho trovato il modo di uscire! – esclamo, quando un’onda mi investe e mi fa sbattere la testa a terra. Sento l’acqua riversarsi su di me, non respiro più. Perdo i sensi…”

Continua…

Lucilla C.,

Secondaria, team del Giornalino

IL COCCODRILLO CAMPAGNOLO

In una calda giornata d’estate, alle sei del mattino, mi svegliò il campanello. Ancora del tutto assonnata, sono andata ad aprire la porta. Appena ho aperto la porta, mi sono trovata davanti una creatura verde, che sembrava un coccodrillo, ma non ne ero sicura, perché poteva essere il sonno che giocava un brutto scherzo. Allora mi sono strofinata gli occhi un paio di volte, e finalmente ho avuto la conferma che era un vero coccodrillo su due zampe con un cappello in paglia. L’ unica cosa che sono riuscita a dire era: “Posso aiutarla?”.

Il coccodrillo mi guardò per un istante e poi disse con una voce molto profonda: “Hai del rosmarino?” In quel momento mi veniva da ridere, perché, tra tutte le cose che mi poteva chiedere un coccodrillo, perché proprio il rosmarino? Doveva utilizzarlo per un contorno o per un primo piatto? Che cosa stramba!

Mentre ridacchiavo sotto i baffi, gli ho detto di no, perché non volevo sprecare un intero rametto di rosmarino per darlo al primo coccodrillo campagnolo che passa. Appena gli ho dato la mia risposta, lui se ne era andato, ma secondo me aveva in mente qualcosa.

Il giorno è passato velocemente, ma non la notte. Infatti quella sera sentivo continuamente dei rumori strani, così sono andata a controllare. Dopo venti minuti di rumore, ho realizzato che venivano dalla cucina. Dopo aver scoperto da dove provenivano questi suoni, mi sono diretta lì e sono rimasta scioccata.

Il coccodrillo campagnolo di quella mattina stava mangiando tutto il cibo al rosmarino che avevo, ecco cosa lo circondava: piatti rotti, bicchieri in pezzi, frigorifero aperto con dentro contenitori completamente vuoti e addirittura il coccodrillo aveva rotto il mio servizio da tè fatto in ceramica! Che disgrazia! Per chiudere in bellezza il campagnolo era sdraiato sul mio tavolo in vetro, ormai scheggiato, e russava a tutto volume.

Avevo voglia di trasformarlo in una borsa, ma era tardi e la mattina dopo dovevo andare dovevo andare a lavoro, così mi sono inventata uno stratagemma per spedirlo letteralmente via dalla mia vita.

Così, il pomeriggio del giorno seguente, sono andata al supermercato a comprare tutti i deodoranti spray al rosmarino che avevano. Quando sono arrivata a casa, il coccodrillo campagnolo stava dormendo. Mentre dormiva ne ho approfittato per spruzzare i deodoranti dentro una cassa destinata a Miami.

Quando il coccodrillo si è “finalmente” svegliato, ha sentito subito l’odore di rosmarino, come pensavo, ed è entrato nella cassa. Io in fretta e furia l’ho chiusa con più scotch possibile e l’ho consegnata alle poste.

So di essere stata un po’ crudele con quel coccodrillo, ma ho dovuto farlo. Alla fine di tutta questa storia mi sono chiesta solo un’ultima cosa: “Ma cosa è successo?”

Alice Maio, I D Secondaria, team del giornalino

LA PASSIONE SEGRETA DI BEATRICE

Per Beatrice non è stato facile esercitarsi per l’audizione, ma finalmente era lì, sul palco, dinnanzi alla giovane signora Barletti.

-Clavi Beatrice. Tredici anni. Pianoforte. La melodia è “Für Elise” di Ludwing Van Beethoven, dovresti conoscerla… inizia quando ti senti pronta, buona fortuna!-

Beatrice guarda il pianoforte con gli occhi di chi lo conosce bene, sfiora i tasti dal più grave al più acuto e inizia a suonare la semplice melodia; era la sua preferita, l’aveva provata un sacco di volte.

All’audizione ha suonato come non aveva mai suonato prima, non solo il pianoforte era di gran lunga superiore alla sua tastiera ma la musica che aveva suonato quel giorno non l’aveva mai suonata e ancora è tra le più belle che abbia mai suonato.

Quel giorno Beatrice aveva toccato i tasti del pianoforte con delicatezza ed evidente amore e, una volta finita la sua breve esecuzione, la signora Barletti, commossa e lacrimante, non ha potuto fare a meno di applaudire la ragazza.

-Cara ragazza… è stato bellissimo! Dovresti assolutamente frequentare il corso di pianoforte che si svolge qui ogni sabato, il maestro è un professionista… chiamo immediatamente i tuoi genitori per far sapere loro la stupenda notizia!-

Beatrice era fiera di se stessa, ma sapeva cosa sarebbe successo se la signora Barletti avesse chiamato i suoi genitori e lei non voleva assolutamente smettere di suonare, perché la musica era la sua ragione di vita e non avrebbe potuto vivere senza poter suonare.

-Professoressa, mi dispiace, mi dispiace tanto ma non può chiamare i miei genitori. Loro non sanno che io ogni giorno quando esco non vado a fare potenziamento di matematica ma suono la mia tastiera… non sanno nemmeno che la suono e tantomeno che la so suonare o che mi passa per la testa l’idea di suonarla! Considerano la musica una cosa spregevole, senza valore, se scoprissero che io suono e che ho questa passione verso la musica mi sequestrerebbero la tastiera e non mi farebbero più suonare! Io ci verrò a questo corso volentieri, molto volentieri ma la prego… non dica niente ai miei genitori o … o io… non potrò più suonare.-

Beatrice ha detto tutto velocemente, quasi facendo perdere il filo alla signora Barletti e all’ultima parola stava quasi per scoppiare a piangere.

La signora Barletti ha capito perfettamente la situazione in cui si trovava la ragazza e infatti ha fatto partecipare Beatrice al corso senza informare i genitori.

Dopo qualche mese….

-Mamma, papà! Il 6 giugno c’è lo spettacolo di fine anno, vi va di venire?-

I due genitori hanno accettato subito, entusiasti del fatto che la loro figlia si esibirà su un vero palcoscenico. Eppure loro non sapevano che cosa avrebbe fatto la figlia, forse recitazione, danza, lettura o poesia, di sicuro non pensavano che avrebbe suonato il pianoforte!

Beatrice era emozionatissima il giorno dello spettacolo e la signora Barletti sapeva benissimo perché: quel giorno i suoi genitori avrebbero scoperto che lei suonava il pianoforte ed esibirsi dinnanzi a loro avrebbe potuto provocare una brutta lite ma Beatrice non si sentiva più di nasconderlo, di mentire ai suoi genitori e allora invece di dirglielo a parole, ha deciso di dirglielo attraverso la musica.

-E ora è il turno di Beatrice Clavi che farà commuovere anche i cuori di pietra!-

Era seduta sullo sgabello e dinnanzi a sé c’era il pianoforte su cui aveva suonato quando aveva fatto l’audizione. Nel giro di un secondo per la mente di Beatrice è passata tutta la sua vita musicale, tutte quelle volte in cui era triste perché una determinata melodia non le usciva bene ma anche tutte quelle volte in cui era stata felice per i piccoli successi ottenuti. In quel momento si trovava alla sua prima esibizione che avrebbe potuto anche essere l’ultima.

Dopo un sorriso al pubblico Beatrice ha iniziato a suonare una delle più belle melodie che conosceva, L’Estate di Antonio Vivaldi.

L’aveva provata talmente tante volte nell’ultima settimana che lo spartito non le serviva più, la sapeva ormai a memoria. Si sentiva felice e il cuore non aveva mai battuto più velocemente, le sembrava che da un momento all’altro sarebbe uscito fuori dalla camicia.

Una volta finito di suonare, si è alzata in piedi e ha fatto un timido inchino al pubblico, tutti avevano un fazzoletto in mano e applaudivano come se avesse vinto l’oro alle Olimpiadi. Il suo sguardo era però rivolto ai genitori e quando ha visto che anche loro applaudivano con il sorriso stampato in faccia si è finalmente rilassata e sentita in pace dopo tanto tempo.

Beatrice ha poi fatto il conservatorio e ora è una delle migliori pianiste del mondo e i suoi genitori hanno capito che la musica è una cosa importante che suscita sentimenti ed emozioni in chi l’ascolta.

Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

IL PAESE SENZA DIFFICOLTÀ

C’ era una volta, tanto tempo fa, un piccolo paese dove non esistevano le difficoltà.

Questo paesino era amato dai suoi abitanti, perché non dovevano preoccuparsi mai di niente, non dovevano avere paura di compiere dei rischi, non dovevano mai riflettere prima di agire e soprattutto potevano fare quello che volevano, perché tanto non c’erano difficoltà!

Per esempio, i cittadini potevano scalare le montagne più alte che avevano, perché non c’era alcuna difficoltà, o gli studenti potevano non studiare ma prendere sempre un dieci, perché le verifiche non erano difficili e così via…  Che dire? Un paese magnifico!

Un giorno, il piccolo principe, figlio del grande re di questo paese, essendo un bambino molto intelligente, decise di fare uno scherzo agli abitanti del paese e a suo padre. Il ragazzino decise di far finta di aver superato una difficoltà, perché lui era stufo di vivere sempre in pace, era noioso!

Così quel pomeriggio pieno di sole, chiese al padre se poteva riunire tutti gli abitanti perché doveva fare un annuncio importante. Il re rimase un po’ in indeciso all’inizio, ma poi accettò. A quel punto mandò i messaggeri a far riunire tutti gli abitanti nella piazza e dopo cinque minuti arrivò il principe che, appena tutti lo osservarono, urlò:

“Ho superato una difficoltà! Sono diventato Grande!”.

A sentire quelle parole i paesani, compreso il re, si scandalizzarono. Non riuscivano a crederci. Nel loro paese una difficoltà, cosa?

Ma non finì qui, il principe continuò: “In questo paese le persone crescono fuori, non dentro. Senza le difficoltà, non si affronta la vita vera, non si cresce, non si diventa veri adulti.”

Quando il giovane finì di parlare, scattò un grande applauso che convinse il ragazzo di avere ragione, e questo lo rendeva felice.

Da quel giorno il paese cambiò nome, aspetto e abitanti: era finalmente diventato un paese come tutti gli altri, con le difficoltà, ma i suoi cittadini si resero conto che le difficoltà non erano poi così male!

Alice Maio, I D Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- III episodio

Abbiamo appena finito il viaggio in treno, dopo una scorpacciata di caramelle Tuttigusti +1 alle caccole e ai calzini sporchi, una vera delizia per il nostro stomaco, e se avete letto l’episodio precedente saprete già ciò che abbiamo combinato…

Ci siamo guardate un po’ intorno e finalmente lo vediamo: un castello enorme, magnifico e illuminato da tantissime luci.

Veniamo guidati da un mezzogigante di nome Hagrid alle barche che useremo per arrivare al castello.

Quando arriviamo veniamo guidati in una sala enorme in cui tantissimi maghi e streghe sono seduti ai tavoli. Una professoressa ci dice che due cappelli parlanti (diventati due per ottimizzare il tempo) ci smisteranno nelle nostre Case, in cui staremo tutto l’anno. Iniziano a chiamare: “Sofia e Giorgia Cnamoneri”.

Andiamo a sederci sulla sedia del Cappello Parlante e lui inizia a frugarci nella mente: ad un certo punto sentiamo la sua voce nella nostra testa che ci dice che siamo divergenti e che andiamo bene per tutte le case, ma che non dobbiamo dirlo a nessuno perché è pericoloso. Lui ci assegna a Grifondoro.

Ci andiamo a sedere al tavolo di Grifondoro confuse per quello che ci ha detto il Cappello Parlante…”

Continua…

Lucilla Cnapich e Erica Calamoneri, II D Secondaria, team del giornalino

IL MIO VIAGGIO- I Episodio

Tra venticinque nomi doveva scegliere proprio il mio! È ufficialmente iniziata la mia giornata, con un’interrogazione di storia, qualcosa di più invitante per iniziare una giornata non c’è?!

Comunque mi sono dimenticata di presentarmi, mi chiamo Eva, Eva Collins e vivo in Nord Dakota, Stati Uniti, evito di dirvi il nome del piccolissimo villaggio in cui abito, perché se non siete degli amanti di praterie in cui impera la natura selvaggia e rigogliosa, non lo conoscerete.

Ho diciassette anni, capelli castani lunghi, occhi azzurri, statura media e una gran voglia di scoprire il mondo. Ma adesso l’unica cosa che mi preoccupa è di avere almeno una sufficienza.

Dopo una mezz’ora di tortura la prof se ne esce con un annoiato e stanco: “Bene abbiamo finito … finalmente … portami il diario!”. Vado al banco e intanto la sento bisbigliare qualcosa di incomprensibile, le porgo il diario e lei con una penna rossa segna ufficialmente la mia fine, un bel tre era quello che ci voleva per dimostrare a mia madre di essere degna di fare l’esame per la patente.

Esco da scuola. Prendo il pullmino. Arrivo a casa. Mi cucino qualcosa. Mi butto sul divano. Accendo la televisione. Guardo una puntata di Friends . Faccio i compiti e finalmente ESCO, ora inizia ufficialmente la giornata!

Mi reco al solito bar in cui incontrerò il solito ritardatario Jhonatan , con cui farò la mia solita passeggiata al dirupo. Dopo una bellissima mezz’oretta trascorsa a mangiare il ghiaccio del mio cocktail, arriva Jhonatan e partiamo con la sua macchina per andare al “nostro posto”. Io invidio segretamente il mio amico perché, pur essendo stato bocciato, i suoi gli hanno fatto fare la patente e gli hanno comprato anche la macchina.

Stiamo per arrivare al dirupo quando notiamo due Harley Davidson  parcheggiate in lontananza, io e Jhonatan ci guardiamo: siamo molto curiosi di scoprire chi sono gli sconosciuti.

Parcheggiamo anche noi. Arrivati, notiamo due ragazzi che stanno accendendo un fuoco. “Chi siete voi?” dice Jhonatan con fare duro, ma il suo obbiettivo di incutere timore ha miseramente fallito. I due ragazzi si guardano e uno di loro sghignazzando gli risponde: “Guarda Ray, ci sono due piccioncini che sono venuti al loro posticino speciale! Che teneri!”, tutti e due iniziano a ridere con fare minaccioso. Guardo Jhonatan e gli dico con un tono di voce abbastanza alto: “Andiamocene, non sapevo che oggi ci sarebbe stato un raduno di dementi”. Faccio per andarmene ma sento una presa forte prendermi il braccio, mi giro e vedo uno dei due ragazzi, quello che dovrebbe chiamarsi Ray, che mi dice: “Senti ragazzina, non ti permettere più se no il tuo fidanzatino finisce male!”. Basta, questo è fin troppo! Prendo Jhonatan per un braccio e lo porto alla macchina, gli dico che me ne voglio andare e mi vado a sedere sul sedile affianco al suo.

Mentre Jhonatan mette in moto la macchina guardo i due ragazzi, Ray mi sta guardando da quando me ne sono andata, sentivo il suo sguardo seguirmi. Ci osserviamo per due secondi e distolgo lo sguardo. Ho questa strana sensazione: che lo rivedrò ancora…

Valentina Favara, III B Secondaria,

team del giornalino

BENTORNATA PRIMAVERA!

Primavera

Il bel, tiepido mattino;

il sonoro richiamo dell’uccellino;

il venticello fresco che soffia fra i rami non più innevati

degli alberi ormai ripopolati.

 

Il prato è tinto di mille colori

emana un profumo che arriva dai fiori.

Loro son testimoni dell’arrivo della primavera

insieme alla lieve aria leggera.

 

Le coccinelle dal dorso puntinato,

volano in mezzo al paesaggio incantato,

finché i bambini, allegri, le prendon sulle dita;

addio inverno, ricomincia la vita!

Agnese Silvestri, IV A Primaria, Monasterolo

 

Sorriso

Sorriso splendente

come il sole,

sorriso dolente,

di chi troppo non ha e non vuole.

 

Sorriso dolce

di chi ti vuol bene,

che dona luce

a chi intorno viene.

 

Sorriso colorato

come un arcobaleno,

che splende sul tuo viso illuminato

e ti rende sereno.

Agnese Silvestri, IV A Primaria Monasterolo

 

La primavera

In primavera sbocciano fiori

che risplendono di mille colori.

Gli uccellini si mettono a cantare

e ai bambini viene voglia di giocare.

Ci vestiamo con abiti leggeri

e non abbiamo brutti pensieri.

Il sole risplende nel cielo

e non c’è più traccia di gelo.

Le giornate si riempiono di allegria

e nell’aria c’è tanta magia.

Leonora Cnapich, IV A Primaria, Monasterolo

L’Amicizia

L’amicizia non significa scegliere un amico

ma neanche fare ciò che ti dico.

 

L’amicizia è volersi bene,

e stare sempre insieme.

 

A volte capita di litigare

ma poi si ritorna l’amico ad abbracciare.

Sarah Jaghl, IV A Primaria, Monasterolo

 

La difficoltà

Ognuno di noi ha una propria difficoltà,

ma insieme la affrontiamo con tanta felicità.

 

Quando uno ha difficoltà

lo aiutiamo con tanta sensibilità.

Sarah Jaghl, IV A Primaria, Monasterolo

 

La Stella Cometa

Scende una scintilla

e pare un fuoco che cade

veloce cadendo brilla

e taglia il cielo come una lama che rade.

 

Un desiderio e un sogno avveri

Corri! Insegui le stelle bambino!

I desideri son dolci pensieri

e la tua vita sembra un sogno assai carino.

Ester Delfi, IV A Primaria, Monasterolo

 

Le foglie

Le foglie piccole danzatrici

ballano in cielo serene e felici.

Quando è autunno cadono in giardino

senza accorgersi che le raccoglie un bambino.

Tommaso Ferrari, IV A Primaria, Monasterolo

 

L’Arcobaleno

Quando spunta fra i cespugli,

fa svegliare tutti i conigli.

Li fa uscire dalle grotte

per far loro vedere i suoi colori a frotte.

 

In una brutta giornata di malinconia

se c’è lui, la tristezza può andare via

e con i suoi colori, tutto splendente,

rende luminoso il sorriso della gente.

 

Per iniziare c’è il rosso, che è

come il cielo che tramonta sul mare mosso.

Di seguito l’arancione

come l’orologio che fa tic tac all’inizio della lezione.

 

Poi c’è il giallo,

che quando mi alzo la mattina, fa cantare il gallo.

Dopo c’è il verde

e quando l’arcobaleno appare il tempo non si perde.

 

Infine c’è l’azzurro, il blu e il viola

e quando penso all’arcobaleno penso a una cosa sola:

la felicità, l’emozione e la compagnia, è l’arcobaleno

quando lo vedo e ho qualcuno accanto.

Lara Ruffini, IV A Primaria, Monasterolo

 

Primavera

Aspetto da tanto la primavera

con la luna che illumina ogni sera,

le foglie iniziano a brillare

e i fiori si preparano a sbocciare.

 

Voglio vedere le nuvole danzare

e la pioggia mai più tornare;

le giornate che si allungano portano sempre allegria

ti prego, primavera, non andare via!!!

Giada Guerini, IV A Primaria Monasterolo

 

La Felicità

La felicità

è come un dolce pieno di golosità

e quando la mangerà ogni bambino

si sentirà un biscottino.

 

La felicità

è come una luce nel cuore

che ti libera dal dolore.

La felicità è dolce come il tè

e come il latte nel caffè.

 

La felicità è un fuoco di stupore

che di luce si forma un bagliore

la felicità ti fa provocar meno danni

ed è come un amico fino a cento anni.

Daniel Antenucci, IV A Primaria, Monasterolo

 

Carnevale

Oggi mi vesto da fata turchina

e trasformo la sera in mattina.

Io scherzo e rido: sono un pagliaccio

ho un gran nasone e un cappellaccio!

Col mio mantello volo sui tetti

e a tutti i gattini faccio scherzetti!

Tanto si sa che a carnevale

ogni battuta e ogni scherzo vale!

Michelle Di Napoli, IV A Primaria, Monasterolo

 

Mi piace il vento

Mi piace il vento

perché vuole giocare,

mi piace il vento

perché ama scherzare,

mi piace il vento

perché fa volare,

mi piace il vento

perché senza di lui

in autunno le foglie mentre cadono

non possono danzare.

Tabatha Torri, IV A Primaria, Monasterolo

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- I episodio

Ci incamminiamo verso la stazione di King’s Cross, pensando a quello che ci avevano detto i nostri genitori qualche giorno fa.

Era successo tutto così in fretta: eravamo in una famiglia di maghi e dovevamo andare in una scuola apposta per imparare a usare la magia, non ce lo saremmo mai nemmeno sognate!

Arrivate alla stazione, i nostri genitori ci salutano perché hanno impegni al Ministero della Magia e ci lasciano i biglietti per il treno.

Cerchiamo il binario 9 ¾ e quando finalmente lo troviamo ci mettiamo a correre verso di esso come ci è stato detto dai nostri genitori.

Il binario è sempre più vicino, dovremmo avere paura, ma sappiamo che ci passeremo attraverso e quindi acceleriamo; purtroppo sbattiamo contro il muro come delle stupide. Nonostante i bernoccoli facciamo finta di niente, ci guardiamo intorno e vediamo un tizio sparire in un muro: eccolo! Gli corriamo contro e finalmente vediamo l’Hogwarts Express!

Prendiamo il treno e andiamo in uno dei tanti scompartimenti dove c’erano due ragazzini (abbastanza carini) che stavano giocherellando con una rana marrone. Ad un certo punto uno l’acciuffa e se la mangia. Ah, allora era una cioccorana! Entriamo e ci sediamo.

-Ciao, io sono Giorgia e lei è Sofia.

-Ciao, io sono Marco e lui è Andrea.

-Piacere, possiamo sederci qua?

-Certo, fate pure. Volete una cioccorana?

-Sì, grazie.

Ci danno una cioccorana a testa, le apriamo, ma scappano. Mentre i due ragazzi ci dicono – Dai, succede!!!- noi ci mettiamo ad inseguirle.

Correndo dietro le cioccorane ci troviamo in un altro scompartimento, dove ci sono due nostri amici che le prendono, ce le ridanno e ci offrono due caramelle Tuttigusti +1. Sfortunatamente per noi sono alle caccole e ai calzini sporchi e vomitiamo tutto addosso ai nostri amici, sporcando tutto lo scompartimento. Ci guardano male e noi scappiamo per non farci prendere mentre loro ci rincorrono.

Noi, però, siamo più veloci e ci rifugiamo in uno scompartimento vuoto a sistemarci. Indossiamo le divise e finalmente sentiamo il treno che si ferma.

Continua

Lucilla Cnapich e Erica Calamoneri, II D Secondaria, team del giornalino

AVVENTURA TRA LE ONDE

6 agosto 2016, Golfo Aranci, Olbia. Era una bellissima giornata di sole, l’ultima giornata delle nostre vacanze. Il mare era piatto, bello il silenzio della mattina sulla spiaggia vuota. Quel giorno avremmo fatto la nostra ultima gita in gommone.

Intorno alle 10,00 la partenza: costumi, asciugamani, maschere e pinne, crema solare, occhiali da sole, c’è tutto. Tra i ragazzi l’entusiasmo è alle stelle: Giulia e Chiara, splendenti nei loro tredici anni, si preparano a fare le sirene sulla prua e Federico e Nicola, complici e ilari come sempre, sono pronti per una nuova avventura.

Il nostro gommone si dirige verso l’isola di Tavolara, come abbiamo fatto milioni di altre volte, tutto è come sempre. Sembra di volare sulle onde, siamo circondati dal blu del mare e dall’azzurro del cielo, già si vede Tavolara, si avvicina, onda dopo onda.

È tardo pomeriggio, la giornata è stata piena. Faccio l’ultimo bagno lungo la riva, mentre il gruppo si avventura sulla terraferma per un sentiero a vedere il mare oltre le rocce. In lontananza creste bianche si vedono all’orizzonte. Lo zio Max, il nostro skipper, dice che non promettono nulla di buono, dice che al più presto dobbiamo tornare indietro perché il maestrale sta montando sempre più forte. Ancora allegri, tra una risata e l’altra, risaliamo sul gommone, costeggiamo Tavolara e siamo dall’altra parte dell’isola, puntiamo in direzione di Golfo Aranci.

Le piccole creste sulle onde in lontananza sono diventate muri altissimi. Il nostro gommone sembra una piuma che svolazza battuta dal vento, su e giù sulle onde. Spruzzi freddi e sgraditi ci arrivano sempre più forti addosso, siamo bagnati fradici. È difficile restare saldi sul gommone, ad ogni salto penso a cosa succederà al successivo, il mare è sempre più grosso e minaccioso, così il vento forte e ostile. Le risate dei bambini sono diventate pianto, i nostri visi abbronzati sono pallidi e contratti, il sole caldo e la serenità di quel giorno sono freddo e paura che ci fanno tremare. Penso che abbiamo fatto una stupidata ad affrontare il mare senza conoscere le condizioni meteorologiche, per la prima volta mi metto veramente nei panni degli immigrati che attraversano in barche sovraccariche il mare Mediterraneo, grande e aggressivo come non mi era mai sembrato… Sento quanto siamo fragili di fronte alla forza della Natura, penso che non può finire tutto così, ma è un attimo perché la paura non lascia molto spazio ai miei pensieri, saltiamo su onde sempre più alte.

Golfo Aranci alla fine è vicino. Dopo un tempo che mi è parso più lungo della giornata intera. E noi siamo salvi.

Funziona ancora il mio cellulare? Non lo so, non lo voglio sapere, con i piedi sulla terraferma sono contenta che siamo vivi!

Prof.ssa Sandra Biasiolo

RACCONTARE LA REALTÀ

UN TRASLOCO

All’epoca avevo quasi otto anni e i miei genitori avevano deciso di cambiare casa perché l’altra era troppo piccola. Abbiamo cercato tra molte case e un giorno l’abbiamo trovata.

Quando si avvicinò il momento del trasloco, impacchettammo ogni cosa: quadri, giocattoli, libri, abiti, piatti, pentole, bicchieri … insomma ogni cosa finì negli scatoloni.

La sera prima del trasloco, il papà mi ha portata a casa della nonna dove ho dormito. Il giorno seguente è venuto a prendermi per portarmi nella nuova casa.

Appena entrai, mi trovai davanti una marea di scatoloni; tutti avevano delle etichette su cui c’era scritto cosa contenevano al loro interno. Erano impilati uno sull’altro fino al soffitto; saranno stati quasi cento!

Solo grazie alle etichette ho potuto riconoscere quelli dei miei giochi.

Ero molto contenta di andare nella nuova casa perché era più grande più luminosa e con una mansarda dove poter giocare con le mie amiche.

Questo ricordo mi ha suscitato emozioni positive e mi ha fatto pensare a come il tempo è passato velocemente.

 Chiara Massoni, IV B Primaria,

Monasterolo

 

LA MIA SECONDA GITA

All’epoca avevo circa sei o sette anni, era la mia seconda gita alla scuola elementare.

Ero molto emozionata al pensiero di andare a vedere quella cascina e la zona umida di cui avevamo tanto parlato in classe.

Quel giorno c’era il sole: una giornata bellissima.

Arrivati, ho visto subito che il posto era stupendo, abbiamo visto un mulino, il fossato con il cancelletto che faceva entrare l’acqua in estate e che si chiudeva in inverno.

Abbiamo visto in sentiero che portava ad una radura piena di alberi, dove c’erano tanti uccellini e una puzza tremenda di umidità.

Mi sembrava di esserci sempre stata in quella cascina, anche se vivo in città, e mi sentivo proprio a mio agio.

Ricordo che a un certo punto abbiamo dovuto attraversare un ponte pieno di ragnatele, per arrivare ad un terreno dove ci hanno fatto toccare la terra secca, all’improvviso è saltata fuori una cavalletta e noi ci siamo tutti spaventati.

Questo ricordo mi suscita ancora adesso molta allegria e mi piacerebbe rifare altre gite divertenti con i miei compagni.

Arianna De Luca, IV B Primaria,

 Monasterolo

 

FAMIGLIA BOWLING

Evviva! Oggi è stato un bel sabato trascorso in compagnia con la mia famiglia e specialmente con i miei zii. Ci siamo organizzati per andare al bowling a fare una partita. Siamo arrivati per le 19:00 e abbiamo mangiato la pizza con le patatine, una rinfrescante Coca-Cola, e per finire una torta al cioccolato.
L’ ambiente era accogliente e pieno di bambini che correvano e giocavano nell’area feste.
Dopo aver mangiato, io e i miei zii siamo andati a ritirare le scarpe per poter fare una partita a bowling. Mia zia era molto brava a colpire i birilli. Lei è una persona molto allegra, sorridente e piena di armonia. Ha gli occhi marroni color cioccolato, i capelli castani e si veste sempre in modo sportivo. Io le voglio molto bene e mi trasmette simpatia. Per me è come una sorella.
Non dimentichiamoci dello zio Paolo, anche lui è molto bravo a giocare. Lui ha gli occhi azzurri come il mare, i capelli biondi. Sorride sempre ed è simpatico. Mi fa sempre ridere raccontandomi le barzellette. Infine ci sono io, Asia. Sono una bambina che adora stare con la propria famiglia e con i suoi amici. Alla fine della serata mia zia ha vinto la partita, e ha deciso di comprarmi con i punti guadagnati un pupazzo. Anche se felice, ero allo stesso tempo dispiaciuta che la serata fosse durata poco. Per le 23:00 ci siamo salutati e siamo tornati a casa.

Asia Maiolo, IV B Primaria,

 Monasterolo

 

“Caro diario, ti scrivo …”

“Caro Diario ti scrivo

così ti racconto un po’

e siccome sei molto segreto

più volte ti scriverò… “

                                                                                     Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario,

mi chiamo Alessia ho nove anni. Ho deciso di tenere un diario per raccontare le mie avventure. Ora ti racconterò una mia esperienza bellissima. Quest’ anno io e la mia famiglia siamo andati a Miami.

Il primo giorno all’ acquario di Miami ero emozionatissima di baciare un delfino, era il mio sogno di una vita: finalmente ero in acqua con il delfino che alla fine mi ha portato in spalla. Questa esperienza l’ho vissuta con mio fratello Simone.

Da grande vorrei fare l’istruttrice di delfini perché dopo questa esperienza mi sono innamorata di questa attività, pensa, sarei sempre in acqua con i miei animali preferiti.

Oh quasi dimenticavo, ora ti presento la mia famiglia: la mia mamma Barbara, io, il mio papà Giovanni e mio fratello Simone. Ciao diario ti voglio un sacco di bene e … alla prossima!!!

Alessia Caputo, IV B Primaria, Monasterolo

20 gennaio 2017

Caro diario,

io mi chiamo Marco, ho nove anni.

Ho deciso di tenerti per far sapere agli altri le mie avventure, quelle belle e quelle brutte.

Sai che da grande vorrei fare il paleontologo, perché sono un vero appassionato di dinosauri da quando avevo sette anni.

Adesso ti racconterò una storia.

Ero al parco dei dinosauri e ad un tratto ho visto una roccia strana e siccome ero un po’ curioso sono andato a vedere, non sai che sorpresa! Era un fossile perché c’era l’immagine di un pesce, io lo volevo portare a casa, ma mia mamma non era d’accordo, che peccato!

Scusa, ma adesso devo andare, ciao a domani

Marco Pelati, IV B Primaria, Monasterolo

 

                                        19. 01. 2017

Caro amico diario,

io mi chiamo Jacopo e vado in quarta elementare, infatti ho nove anni e forse non ci crederai, ma sono nato il 07.07.2007 e per questo motivo il sette è anche il mio numero fortunato.

Ho deciso di tenere un diario per raccontare a te gran parte delle mie esperienze.

Sai che da grande vorrei fare o il paleontologo, per scoprire una nuova razza di dinosauri, o il fisico perché si studia un sacco di cose belle, come il magnetismo?

Ciao alla prossima, diarietto amico mio!

Jacopo Feole, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diarietto,

mi chiamo Viola, ho 9 anni. Ho deciso di tenere un diario per raccontare le avventure belle, ma anche spiacevoli della mia vita.

Sai che da grande vorrei fare la scienziata; forse farò chimica o farmaceutica. Lo so che ci sarà tanto da studiare, ma a me piace tantissimo ed è un mio desiderio questo perché se farò la chimica, scoprirò la materia, e se invece farò farmaceutica, preparerò le medicine per poi mandarle nelle farmacie e far curare le persone ammalate.

Come hobby mi piacerebbe fare  volontariato all’E.N.P.A, così aiuto gli animali e li salvo. Più avanti, ti racconterò tante avventure.

Ah dimenticavo, la mia famiglia è composta da mamma Monica, papà Emidio, io e il mio gatto Theo.

Ciao, alla prossima!

Viola Amoruso, IV B Primaria, Monasterolo

 

Giovedì 19 gennaio 2017

Ciao diario,

mi chiamo Ary e ho deciso che tu sarai il mio nuovo amico, però di carta. Ho nove anni, ho deciso di tenerti per raccontare le mie esperienze.

Ti ho visto in un’edicola e allora ti ho preso e da più vicino, tra le mani, eri ancora più bello.

Sai che io da grande vorrei fare l’attrice!!

È iniziato tutto quando ho visto che mio fratello doveva interpretare un personaggio, allora mi sono messa a farlo anch’io e mi sono resa conto che era bellissimo.

Ti presento la mia famiglia, siamo in quattro: io, mio fratello Ale, la mia mamma Patty e il mio papà Gerry, ah dimenticavo ci sono anche il mio cane Apple e il mio gatto Teo.

È stato un piacere scriverti caro diario, alla prossima!!!

Arianna De Luca, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario,

mi chiamo Giorgia, ho dieci anni, frequento la classe quarta “B” e ho deciso di tenere un diario per raccontare le mie esperienze e le mie avventure.

Da grande vorrei fare un sacco di cose come l’astronoma per studiare le stelle; la veterinaria perché ho scoperto che il mio nome in latino significa “amante della natura”; la pittrice perché credo di aver preso da mio nonno, lui faceva tante cose, dico faceva perché purtroppo è morto! Che peccato!

Oppure vorrei fare anche la profumiera.

È iniziato tutto a Natale quando Babbo Natale è passato anche dai miei zii e mi ha lasciato un pacco che poi ho scartato a casa di mia cugina perché ho festeggiato il Natale lì! A casa mia, con quel gioco ho provato a fare una crema e mi è piaciuto molto.

Ti voglio raccontare una delle mie esperienze! Ieri all’ultima ora di scuola io e la mia classe abbiamo incominciato karate.

Vorrei avere un animale domestico, ma la mia mamma me lo vieta. Mi basterebbe un cagnolino, però la mia mamma dice sempre di no!

Sai che suono il violino? Oggi ho proprio la lezione, che bello! Il maestro si chiama Roberto: è simpatico, scherzoso e soprattutto mangione!

Ho anche catechismo oggi. Lo so ho tante cose in programma, ma c’è la farò, tranquillo!

Ora ti presento la mia famiglia: io ovviamente, la mia mamma Francesca, mio papà Massimo che fa l’onomastico il giorno del mio compleanno e mia sorella Chiara che in questo momento è all’asilo.

Ah dimenticavo, sai quando io sarò in prima media, mia cugina sarà in prima superiore e mia sorella sarà in prima elementare e spero che avrà la mia maestra perché è davvero bravissima.

Ora ti lascio perché credo di aver scritto po’ troppo. Ciao, alla prossima!!!

Giorgia Turconi, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario,

io mi chiamo Giulia, gli amici mi chiamano Giuly, se vuoi puoi chiamarmi anche tu così, comunque ho nove anni.

A prima vista mi sei piaciuto tanto e ho deciso di tenerti perché ti voglio raccontare le mie avventure più belle e anche quelle più spiacevoli. Tipo quella volta a Natale che mi hanno regalato un libro intitolato “Diario delle ragazzine” era davvero bellissimo! Oh giusto … anche quando ho perso la mia bambola preferita di nome “Jenni” uffa! Mi è dispiaciuto molto.

Non ho ancora deciso cosa farò da grande, forse potrei fare la parrucchiera, beh perché adoro fare acconciature pazze.

Ehii, aspetta.. ti devo presentare la mia famiglia: mamma Simona, papà Fausto infine mio fratello Marco ed io ovviamente.

Non svelare a nessuno ciò che ti confido! Ciao, alla prossima.

Giulia Cappelletti, IV B Primaria, Monasterolo

 Giovedì 19 gennaio 2107

Ciao diario,

mi presento: sono Beatrice e tu? Ah giusto non puoi parlare, vabbè, ti troverò io un nome, ti chiamerò…, ci penserò dopo!

Se non ti dispiace, prima vorrei un po’ raccontarti di me.

Allora io ho deciso di avere un diario per scrivere sopra le mie emozioni, sentimenti, cosa mi succede, le cose spiacevoli e piacevoli, i viaggi e ricordare quello che faccio da bambina.

Io ho solo nove anni e quindi non ho proprio in mente quello che vorrei fare da grande, ma una piccola idea ce l’ho, vorrei fare la cantante insieme a Giorgia, una mia compagna di classe, io e lei siamo molto amiche! Noi in seconda abbiamo dato il via, nel senso che siamo state io e lei a incominciare a fare spettacoli in classe, adesso ti spiego bene.

Tutto è partito da un’idea che abbiamo avuto in mensa, abbiamo canticchiato insieme una canzone e abbiamo deciso di cantarla davanti a tutta la classe, è stato imbarazzante! Ma ci siamo divertite.

Ogni intervallo cantavamo una canzone e tutti ci chiedevano l’autografo. Ricordo ancora il ritmo che faceva, “pu-ci-pu-ci”. E anche ora lo facciamo.

Però la cantante non è l’unico mio sogno! Vorrei fare: la maestra, la stilista, la parrucchiera, l’attrice e altro che adesso non mi viene in mente.

Per fortuna nella mia vita non mi è successo niente di brutto, solo che litigo con mio fratello Emanuele.

La mia famiglia è composta appunto da lui, mia mamma Silvia, mio papà  Alessandro e Thor, il mio cane, che io chiamo Tortello e voglio a tutti un mondo di bene!

Ah, sai, ieri abbiamo fatto karate, quindi vorrei fare anche la maestra di karate. Non vedo l’ora che sia mercoledì prossimo! Per oggi penso che possa bastare, visto che ho scritto quattro pagine! Ciaooo!

Ah giusto dimenticavo, ho trovato un nome giusto per te, ti chiamerò “Tortello”, come il mio cane, visto che tu per me sei il mio amico e anche lui è sempre il mio amico, però a quattro zampe!!!

 Beatrice Sacchi, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

 

Caro diario,

mi chiamo Tommaso ho 9 anni e ho deciso di tenere un diario perché così i miei discendenti sapranno delle mie avventure.

Sai che da grande vorrei fare il calciatore. Tutto è iniziato dal mio primo allenamento di calcio quando mio papà mi ha iscritto. Io ho iniziato a sei anni a giocare. Quando ho segnato il mio primo goal, ero emozionatissimo e da quel momento penso sempre al calcio perché mi piace molto giocare in squadra.

Ah, dimenticavo, a me piacciono tanto gli animali e da grande vorrei anche fare lo zoologo perché mia mamma mi ha detto che ero innamorato degli animali fin da piccolo, ma anche adesso. Il mio animale preferito è il leone.

La mia famiglia è composta da mia mamma Nathalie, mio papà Riccardo e la mia gatta Mia.

Lei è tanto birichina e alcune volte fa disastri incredibili, ma le voglio bene comunque. Ciao e alla prossima!

 Tommaso Locatelli, IV B Primaria, Monasterolo

UN INCONTRO SPECIALE

Stavo passeggiando per una via quando le mie orecchie sentirono dei versi provenienti dal fondo della strada. Mi sembrò il miagolio di un gatto dal timbro troppo acuto e così mi avviai verso la possibile fonte sonora.

Mi ritrovai davanti a un alto cancello e soltanto allora mi resi conto che non si trattava di un gatto, ma bensì di un bambino che si lamentava. Cercai di guardare attraverso le sbarre e, in fondo a quel cortile malandato, i miei occhi riuscirono a scorgere la fonte sonora: un bambino a terra, in lacrime, pieno di lividi e ferite sanguinanti. Era di una tale magrezza che avrebbe quasi potuto passare tra le sbarre ma probabilmente, pensai, non aveva neanche la forza per alzarsi.

Una lacrima muta scivolò lungo la mia guancia e solamente allora il bambino si accorse della mia presenza.

– Signorina, per favore… i miei genitori mi hanno abbandonato sin da neonato e non so chi sono o che fine hanno fatto, l’orfanotrofio di Nantes mi ha preso e mi ha cresciuto… un giorno un signore ricco chiese all’orfanotrofio di portarmi con sé e io, quando seppi che mi avrebbe portato a Parigi, avrebbe trovato un posto di lavoro per me e sarei riuscito a vivere bene, non ho potuto fare altro che accettare.  Avevo sette anni quando ho accettato quella proposta e sono passati altrettanti anni da quando il mio padrone, quello che si era dimostrato falsamente gentile, mi tratta peggio di un cane! Non riesco a reggermi sulle gambe per tutto quello che ho subito fino ad adesso… lui pretende da me tanto lavoro e non gli importa che sono malato, che ho freddo, fame e sete. Mi frusta dieci volte al giorno da ormai una settimana dicendomi che così mi riprenderò. Io sto sempre peggio a ogni parola che dico, a ogni movimento che faccio. Al padrone non importa che nel giro di pochi giorni morirò perché andrà ad un altro orfanotrofio e prenderà con sé un altro poveretto che farà la mia stessa fine! Non è di certo la prima che ascolta attentamente la mia storia per poi andarsene a passi pesanti ma io sono speranzoso e sono sicuro che qualcuno mi aiuterà e che forse sarà proprio lei! La prego, mi aiuti!-

Mi resi conto che colui che consideravo bambino era in verità un ragazzo addirittura più grande di me.

Il cuore mi chiese di aiutarlo, ma la mia mente chiedeva come, dove lo avrei portato e che cosa avremmo fatto. I miei genitori non avrebbero mai accetto di accogliere in casa una persona da loro chiamata “nessuno”. Io però volevo veramente aiutarlo, ad ogni costo, e il buon Dio mi diede un’idea.

Provai a dare una spinta al cancello e quest’ultimo si aprì al minimo contatto. Forse il padrone lo teneva sempre così poiché era a conoscenza della debolezza del ragazzo e della sua incapacità di scappare o forse confidava che mai nessuno avrebbe provato ad aiutare il poveretto. Fatto sta che questo mi rese le cose molto più semplici.

Una volta varcato il cancello mi ritrovai in un cortile rettangolare abbastanza grande da ospitare un campo da tennis, con un pozzo centrale e svariati edifici ai lati.

Nella mia famiglia l’igiene era la cosa più importante, immediatamente dopo il rispetto, e in quel cortile ebbi l’occasione di vedere tutt’altro: la sporcizia era indescrivibile, feci e urina di cane ad ogni passo, polvere, oggetti rotti lasciati a giacere lì per sempre. Quella vista mi stupì talmente tanto che dimenticai il motivo per cui mi trovavo lì.

-Signorina, guardi! Il padrone sta arrivando, ha ancora tempo per slegarmi da queste deboli corde a portarmi in un luogo sicuro. Credo che sia meglio uscire dal retro … il padrone è molto lontano ma potrebbe comunque vederci … la imploro…-

Guardai dalla strada da cui ero venuta e in mezzo alla fitta nebbia riuscii a scorgere un puntino che col passare dei secondi si faceva sempre e sempre più grande.

Senza pensarci su due volte, presi tra le braccia il ragazzo e mi affrettai a raggiungere la casa di Don Paolo.

-Io mi chiamo Renée, tu chi sei?-. Con un po’ di fatica il ragazzo riuscì a trovare le parole per formulare la frase. -Non so come mi avrebbero chiamato i miei genitori e non ha alcuna importanza. Qui mi chiamano Jean-Pierre de Giraud … La ringrazio con tutto il cuore per quello che sta facendo per me, le prometto che un giorno, sono molto dispiaciuto di non saperle dire quando, la ripagherò come si deve-

“Nonostante tutto ha ancora un cuore nobile, Jean” pensai. Bussai forte alla porta che mi fu aperta dopo una leggera esitazione. In effetti non è da tutti i giorni vedere una ragazza con in braccio un ragazzino sporco e puzzolente.

-Buon giorno padre! Lui è Jean-Pierre de Giraud, la prego di concedergli un bagno caldo, dei vestiti puliti e del cibo. –

Mentre Jean-Pierre si stava lavando, raccontai al prete la storia del poveretto e lo ringraziai per la sua ospitalità.

-Non ringraziarmi, hai fatto un atto nobile e apprezzabile, il buon Dio ne terrà conto. Mi prenderò io cura di Jean-Pierre e lo tratterò come se fosse mio figlio, lo manderò a scuola e, se vorrà, lo indirizzerò alla carriera ecclesiastica. Vivrà bene e farò il possibile per denunciare Lord Giraud, anche se penso che non sarà affatto semplice, dati tutti i sostenitori che ha dalla sua parte… ma tutto questo a una sola condizione-

Con il cuore in gola mi chiesi cosa mai avrebbe chiesto in cambio, dopotutto non potevo mica aspettarmi che fosse andato tutto per il verso giusto…

-Renée ogni giorno devi venire da me e passare un po’ di tempo con lui, anche solo salutarlo, basta che vieni e state insieme. Io mi fido di te, Renée me lo prometti?-. -Padre, io glielo giuro, grazie mille!-

Jean finì di lavarsi e uscì dal bagno vestito per bene, pulito e angelico. Quando lo avevo visto per la prima volta, sporco dalla testa ai piedi, non mi ero resa conto della sua straordinaria bellezza: i capelli rossi e leggermente ricci come quelli di un vichingo, gli occhi azzurri e sicuri come quelli di un priore romano, il naso liscio e la bocca carnosa come quelli di un dio Greco. La sua carnagione pallida mi fece pensare al freddo e mi resi conto di trovarmi davanti a un uomo forte che sarebbe stato in grado di superare la freddezza della vita, il corpo slanciato verso l’alto, un po’ troppo magro ma a casa del prete avrebbe raggiunto la forma perfetta. Già da allora, a soli tredici anni, mi resi conto di essermi innamorata.

Da allora ogni mattina mi recai a scuola con mezz’ora di anticipo per stare con Jean che evidentemente gradiva la mia compagnia.

Già dai primi giorni Jean mostrò interesse verso tutte le materie e catturò l’attenzione di tutti i professori mostrando un livello di conoscenza stupefacente; mi disse che Lord Giraud era un uomo molto colto e che esso gli aveva insegnato tutto quello che sapeva.

In quel freddo novembre 1841 io e Jean ci baciammo ed è e sarà per sempre la cosa che tutti e due ricorderemo meglio della nostra storia.

Oggi, tre novembre 1861, è esattamente il ventesimo anniversario di quel lontano giorno in cui ho avuto l’immensa fortuna di conoscere e poter salvare il mio eterno marito.

Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

 

L’ETERNA SFIDA

In un bel giorno d’autunno quando il Sol ormai tramontava, due ragazze si incontrarono. Si fissarono allungo contemplandosi l’un l’altra.

Una veniva dal Sud e l’altra dal Nord, una era snella e l’altra era goffa, una era alta e l’altra era bassa; eppure si assomigliavano parecchio. Soltanto guardandosi, tra loro si creò un legame molto potente ma per niente amichevole.

I loro nomi erano “Conoscenza” e “Sapienza”. Nonostante non si fossero mai incontrate prima d’allora, tutte e due sapevano che davanti ai propri occhi si trovava la loro più grande rivale.

Il grande Universo fece loro un numero assai alto di domande e una alla volta le due contendenti davano la propria risposta. Passarono le ore, poi i giorni a anche i mesi ma Conoscenza e Sapienza non avevano sbagliato la risposta di nessuna domanda.

Ormai anche Universo, il più saggio di tutti, si stupì che le due ragazze fossero in grado di rispondere correttamente a un tale numero di domande e quindi decise di chieder loro cose che mai aveva chiesto a nessuno.

Le sfidanti erano come due enciclopedie ma c’era una domanda a cui nessuna di loro, e neanche Universo, sarebbe stato in grado di rispondere: “É la Sapienza o la Conoscenza quella che dominerà?”.

Sono passati più di due secoli da quel quattordici settembre 1801, come sono passati più di due secoli da quando le due ragazze iniziarono la sfida credendo di essere ciascuna migliore dell’altra.

Ancora oggi la battaglia continua e questa guerra tra Sapienza e Conoscenza non cesserà mai di esistere.

                                                                                  Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

 

VITA NOVA

Quando ho aperto gli occhi il cielo era ancora scuro. Che fossero le quattro o le sei non aveva alcuna importanza, io non avevo più sonno e ho deciso di fare una passeggiata. Ho preso il cappotto e la sciarpa per essere sicura di non avere freddo e poi sono uscita con il mio solito zaino accompagnatore.

Non avevo mai visto Roma così vuota e silenziosa, non si udiva un minimo rumore nemmeno il “clic” di una foto o il rombo di una moto in partenza, soltanto il lieve fruscio delle foglie secche mosse dal vento e lo scorrere del Tevere un po’ agitato.

Mi sentivo libera in quel silenzio spezzato solo dalla Natura e ho iniziato a camminare senza meta, con mille domande e pensieri per la testa.

Camminando sono entrata nel centro storico della città finché non ho sbattuta contro qualcosa di duro. Si trattava di una colonna alta con delle incisioni raffiguranti la vita quotidiana di uomini e donne nell’antico Impero Romano. Solamente allora mi sono resa conto di essere entrata, senza accorgermene, nel Colosseo. Non capivo come fossi entrata, le porte erano chiuse, non c’era un minimo spazio per intrufolarsi eppure io mi trovavo lì senza sapere come ci fossi arrivata.

La colonna era divisa in più rettangoli e c’erano incise persone che mangiavano, che lavoravano e che lottavano, ma in ogni rettangolo c’era sempre l’imperatore che dava ordini; guardavo molto attentamente la colonna e ho visto, proprio nel punto più alto, alla fine di quelle incisioni, una scritta -VBI TV GAIVS, IBI EGO GAIA- “Ovunque tu sarai, io sarò”. Non avevo mai studiato latino ma io sapevo comunque il significato di quella frase, anche se non l’avevo mai incontrata prima d’allora, leggendola l’ho capita in automatico come se conoscessi già quella lingua.

Il Sole stava sorgendo e gli uccellini più mattutini già cinguettavano. Quando tempo era passato? Così ho lasciato alle spalle la colonna e il mondo antico e sono ritornata alla solita e noiosa realtà moderna. Feci un passo e il mio piede incontrò qualcosa di diverso dalla ghiaia, i sassi e la terra del Colosseo, al primo impatto sembrava legno.

In verità era una specie di tombino con la scritta “SENATVS POPOLVSQVE ROMANVS”- “Il senato e il popolo di Roma”, con una maniglia di ferro. Con un po’ di fatica ho alzato quel coperchio e, prendendo la torcia dal mio inseparabile zaino, mi sono calata giù.

Mi sono ritrovata in una galleria illuminata solamente dalla mia torcia, che puzzava come un cadavere marcio. Di tanto in tanto si udiva un ratto che scappava via spaventato dalla luce e un pipistrello che faceva altrettanto, ma per la maggior parte del tempo si potevano solo i miei passi che rimbombavano nel silenzio più assoluto.

Stavo sudando dalla paura ma ho proseguito lo stesso dritto per la galleria anche perché, con un po’ di fortuna, poteva essere più vicina l’uscita che l’entrata.

Quella volta la fortuna è stata dalla mia parte e ho visto, a meno di cento metri, una luce potente, sicuramente si doveva trattare dell’uscita.

Avvicinandomi ho sentito un odore finalmente diverso da quelle puzza ormai diventata nauseante e ho udito pure lo scorrere di un fiume.

Saliti dei gradini, ecco riapparire dinnanzi a me Roma, non la Roma che conoscevo io, piena di brutti grattacieli e macchine inquinanti ma l’antica Roma, quella originale, colorata, bella e scolpita.

Le persone entravano al Colosseo per assistere ai duelli dei gladiatori, andavano al Circo Massimo per assistere alle corse delle bighe e delle quadrighe. C’era gente che semplicemente camminava per le strade con la tunica bianca un po’ scolorita.

Sono rimasta su quella collina che mi permetteva di vedere tutta Roma forse per più di un’ora, e finalmente presi una decisione: in quella città io dovevo vivere, quella era la mia vera epoca. Quello che fino a qualche ora prima io chiamavo “passato” era diventato “presente” e quello che io chiamavo “presente” era diventata “un futuro molto lontano”.

Così ho disceso la collina e sono entrata nella Roma dell’origine, quella fondata da Romolo e Remo, la mia Roma.

Alexia Branzea, II C secondaria,

team del giornalino

DARTRED E LE QUATTRO PROVE

C’era una volta in un reame lontano, un vecchio re che da anni governava saggiamente insieme alla sua figliola, la principessa Diana. Un giorno però la bella principessina fu rapita dal grande orco che viveva nel castello sopra la collina.Da allora il re aveva chiamato in aiuto molti principi dei reami vicini, ma nessuno era mai riuscito a riportare indietro Diana. Finché un giorno bussò alla porta un giovane. Non era un principe e allora, quando fu entrato nella grande sala riscaldata da un camino, il re gli chiese: “Come ti chiami e cosa ci fai nel mio palazzo?”. “Mi chiamo Dartred e sono qui per salvare sua figlia” Il re rispose: ”Allora va e torna con la mia amata Diana, se ci riuscirai la avrai in sposa”. Allora Dartred partì. Ai piedi della collina si trovava un bosco e lì davanti c’era un pover uomo che chiedeva l’elemosina, con sé il ragazzo aveva solo una moneta d’oro, ma vedendo il poveretto si disse che sarebbe stato da egoisti non dargliela e quindi regalò la sua moneta al signore, il quale lo ringraziò molto. Subito dopo l’uomo era sparito e allora Dartred si incamminò nel bosco.

Dopo un po’ si trovò davanti ad un bivio: tutte e due le strade portavano al castello, ma una era sicura e molto lunga, l’altra era più breve però si doveva passare attraverso una grotta buia e inquietante. Senza pensarci due volte Dartred scelse quest’ ultima, sapeva che Diana era in pericolo e che quindi doveva metterci meno tempo possibile, anche se questo avrebbe potuto comportargli ferite, non aveva scelta. Attraversò allora la grotta e alla fine si ritrovò davanti ad una grande quercia” ti ho visto” disse l’albero. “Hai dimostrato di avere generosità e coraggio, ma per raggiungere il castello devi prima rispondere a questo indovinello:

Ci son tre fratelli a volte son brutti, mentre altre volte son belli. Il primo non c’è perché sta uscendo, il secondo non c’è perché sta venendo, c’è solo il terzo , che è il più piccolo dei tre, ma quando manca lui nessuno degli altri due c’è.

Dartred era bravo con gli indovinelli e ci mise poco ad indovinare” Il primo è il passato, il secondo il futuro e l’ultimo è il presente” la quercia parlante allora rispose: ”Bravo , hai dimostrato grande intelligenza, ora puoi andare, ma prima prendi questa” dal tronco estrasse una spada lucente che diede a Dartred. “ E’ una spada magica, ti aiuterà a sconfiggere l’orco”.

Il ragazzo ringraziò l’albero e partì per il castello, arrivato davanti all’ enorme portone bussò. Sentì i pesanti passi dell’orco avvicinarsi e poi la chiave girare nella serratura: davanti a lui apparve il malvagio rapitore, che quando lo vide si mise a ridere: ”Ah ,ah, ah, cosa ci fa un piccolo uomo qui, nel mio castello?” “Sono venuto per salvare la principessa Diana e per ucciderti” rispose sicuro Dartred. “Ah ,ah , ah, “ rise di nuovo l’orco, ma questa volta con una risata perfida, piena di odio. “Già altri sono venuti e tutti hanno fatto una brutta fine, quella che ora spetta a te se non te ne vai“. “Non ci penso proprio“ rispose e sfoderò la magica spada donatagli dall’ albero. L’ orco smise di ridere e si preparò anche lui a sconfiggere l’avversario. Iniziarono. Dartred era veloce e agile, al contrario dell’ orco che invece sferrava colpi a destra e a sinistra senza controllo. Il combattimento durò finche Darted  non ebbe la meglio, si scagliò contro l’avversario e lo uccise . Quindi felice della sua impresa, andò dalla principessa, la liberò e la portò a palazzo, da suo padre, che saltava dalla gioia di rivedere la sua figliola. Quello stesso giorno ci furono le nozze tra Diana e Dartred, che , per molti anni vissero felici e contenti.

Marta Paratore, I B Secondaria, team del giornalino

UNA MAGIA INASPETTATA

Prima della creazione della terra, l’universo era composto solo da un piccolo pianeta, di nome Mixin, popolato da minuscoli esserini che erano governati da un malvagio re, il cui figlio, Davide, era buono e adorava stare accanto al camino.

Una sera,Davide era seduto sulla poltrona accanto al maestoso fuoco del camino, quando vide che in mezzo alle fiamme ardeva un piccolo oggetto scintillante. In un primo momento pensò che i suoi occhi non vedessero bene, poi che c’era veramente qualcosa, così spense il fuoco e notò che si trattava di un oggetto oro; lo prese in mano e dopo averlo analizzato bene, arrivò alla conclusione che era una piccola monete d’oro che splendeva e luccicava come un diamante.

La mise in tasca e andò a cercare il suo perfido padre per avvisarlo che si sarebbe recato nella sua stanza da letto, ma nel percorso dalla sala del castello di Mixin, fino alla stanza reale, dove il re giocava e scherzava con altri nobili, sentì una vocina stridula e acuta. Molto dopo si accorse che la vocina proveniva dall’interno della tasca e che era la moneta che lo chiamava in modo persuasivo, la raccolse e tutto d’un fiato la moneta disse: “Ciao, sono Lelly, ti hanno detto che in un regno lontano vive una fanciulla la cui bellezza è indescrivibile?!”. Davide, un po’ incredulo che un oggetto potesse parlare, rispose che non ne aveva mai sentito parlare, ma che il giorno seguente avrebbe cominciato il cammino per trovarla; e così fece: il mattino dopo si alzò prima dell’alba e scappò con la moneta. Dopo ore e ore di cammino giunse in un villaggio, il cui nome era “Amicizia”; lì tutte le persone  andavano d’accordo; mentre, più avanti, c’era “Odio”, dove c’era litigio e scompiglio. In seguito ci furono “Noia”, “Passione e Generosità”, ma il luogo più pericoloso fu “Amore”.

Era sera e Lelly e Davide si fermarono in una piccola locanda dove spiegarono che tutti i paesi che i due amici avevano attraversato erano le conseguenze di Amore; perché gli uomini si fidanzavano con delle ragazze o donne, ma quando raggiungevano questo paese si innamoravano di un’altra (dato che in Amore le ragazze erano veramente belle, ma soprattutto simpatiche, che era la caratteristica che i ragazzi cercavano in una donna) e quindi si litigava e si finiva nei paesi come Odio dove non c’era la Pace. Non solo, ma spesso i ragazzi sposavano ragazze e dopo poco capivano di aver sbagliato e quindi si disperavano tanto da litigare e odiarsi e di conseguenza si finiva nei paesi tristi. Nelle ore in cui Lelly e Davide avevano sostato nella locanda, un piccolo ometto li aveva seguiti e osservati e vide che il principe aveva con sé qualche moneta d’oro che aveva preso prima di partire e con cui aveva pagato l’alloggio per la notte.

La notte entrò nella stanza da letto dell’avventuriero, che dormiva pesantemente e afferrò le monete, ma appena toccò Lelly,l ei si svegliò e urlò a squarciagola, così il suo padrone si svegliò e legò il criminale, che nonostante ciò riuscì a scappare. Il mattino seguente Davide si alzò ed era confuso e stordito, ma poi ricordò l’accaduto e in seguito notò che l’ometto era scappato, ma aveva lasciato le monete sul pavimento, si tranquillizzò e si recò nella stanza sottostante per consumare una sostanziosa colazione e per prendere qualcosa da mangiare durante il cammino.

Dopo moltissime ore trascorse ad attraversare i paesini, il principe giunse davanti ad un bosco che lui non voleva attraversare perché sapeva che era pieno di banditi, ma fu convinto da Lelly, così i due inseparabili amici si inoltrarono nella fitta foresta. A metà del bosco, circondati solo da vegetazione, l’ ometto sbucò da dietro un albero e prese la piccola borsa con le monete a Davide, che fece un salto per lo spavento, ma che purtroppo non riuscì a trattenerlo a lungo e che quindi si fece rubare Lelly; tirò un calcio e un pugno al ragazzo, che cadde a terra e  così , il ladro, corse via. Non molto dopo Davide riprese i sensi si immobilizzò per ascoltare se sentiva i passi del rapinatore e poco dopo senti…”AHI!” e riconobbe la voce dell’ ometto che prima gli aveva ordinato di dargli i soldi. Così si mise a correre, prima seguendo la voce dell’”avversario”, poi della moneta magica, che finalmente libera potè chiamare il suo padrone. Quando il ragazzo arrivò, trovò le monete, ma non il ladro; si guardò intorno e ricominciò la sua avventura. Scese la sera, così si fermò, sotto una grande pietra e anche se non voleva, si addormentò.

Il giorno seguente ripartì all’alba e (seguendo le indicazioni di Lelly), poche ore dopo, si trovò davanti ad un muro, forato completamente da pietre, allora i due si disperarono e una lacrima finì su una foglia abbastanza grande e il muro scomparve. Dietro c’era un albero grosso, maestoso e antico che tutto d’un tratto aprì un occhio e disse: ”Gentile io sarò e una possibilità ti darò;  se l’indovinello risolverete, la fanciulla conoscerete. Davide si girò di scatto e rispose che era pronto. L’albero espose l’indovinello: “Quale frase è quella giusta? 1) 8+8 fa 15    2)8+8 fanno 15. Davide era stanco e ancora dolorante per le forti botte ricevute dall’ometto,  ma pronto e concentrato sulla domanda dell’albero. Dopo un paio di minuti rispose che nessuna delle due perché OTTO Più OTTO FA SEDICI. L’albero, stupito, che un ragazzo così giovane fosse riuscito a rispondere in modo correttosi spostò con calma e Davide si trovò davanti ad una cascata dall’acqua limpida, dei verdi monti e prati e poco più lontano da lui, una fanciulla dai capelli marroni, legati in una treccia nella quale erano infilati piccoli fiorellini colorati. Indossava un vestito azzurro chiaro, lungo fino alle ginocchia e con le maniche in pizzo e con una profonda scollatura. Il suo viso era di carnagione chiara e le labbra erano color lampone. I suoi occhi avevano una forma come quelli di un cerbiatto e che splendevano come i raggi del sole sul vetro. Appena la vide Davide rimase abbagliato dalla sua bellezza e le corse incontro e intanto frugava nella tasca per trovare Lelly, ma non la trovò e dopo capì che quella fanciulla era la sua amica moneta.

Quando la raggiunse le chiese il suo vero nome e lei rispose “Miele” e gli spiegò che era vittima di un maleficio e che solo l’uomo che sarebbe stato in grado di rispondere all’indovinello dell’ albero magico l’avrebbe potuta incontrare. Nessuno li vide più, ma girarono, per molti anni, voci che dicevano che Davide e Miele si fossero spposati e si fossero scambiati affetto e amore per tutta la vita. Il re morì e tutto il popolo festeggiò molto per questo motivo e anche perché sperava di rivedere il principe scomparso.

Giorgia Fossati, I B Secondaria, team del giornalino

DUE DRAGHI SPECIALI

Mamma-draga e Mammo-drago sono due draghi ricoperti di squame rosso mattone e sulle dita di mani e piedi gli spunta qualche ciuffetto di peli color rosso vivo.

Mammo-drago, rispetto a Mamma-draga, è più grande e robusto, mentre lei è meno robusta e più raffinata. Gli occhi di lui sono di un colore verde/ocra giallo e il suo sguardo è freddo e sicuro; lo sguardo di mamma-draga, invece, è più calmo e dolce, i suoi occhi sono grandi e teneri e di colore viola/lilla.

La bocca di entrambi è larga se aperta, i denti sono un po’ ingialliti, grossi ed aguzzi. Al contrario degli altri draghi, loro non sputano fuoco o cose varie, perché sono buoni.

La coda, dello stesso colore del resto del corpo, è lunga e sul lato superiore è ricoperta da una specie di cresta appuntita quasi color beige.

Il loro odore non si può definire né puzza né profumo, è una sensazione soggettiva!  La particolarità più rilevante del loro odore è che odorano di elementi naturali, ad esempio, uno degli odori che si sente di più è quello della quercia, molto probabilmente perché la notte hanno l’abitudine di dormire affianco agli alberi; questo odore si mischia ad un odore di frutto, non si distingue quale, probabilmente per il loro nutrimento.

Essendo buoni, ovviamente, non mangiano altri draghi, persone e cose del genere, ma frutta e verdura; come tutti, anche loro hanno gusti diversi: a Mammo-drago piacciono gli arbusti in generale e la frutta, principalmente quella esotica; a Mamma-draga, invece, piacciono le foglie degli alberi alti e principalmente la frutta estiva, specialmente le fragole rosse e succose.

Nel corso della giornata, non sono fatti per stare fermi, infatti fanno un sacco di cose, a partire da una bella nuotata d’ estate, una passeggiata in primavera o in autunno e giochi con la neve d’inverno; ovviamente non rinunciano mai ad almeno un pasto quotidiano, dopo di esso a volte dormono, altre volte basta loro solo la dormita notturna.

Mammo-drago, pur essendo più robusto e con uno sguardo pauroso, perde quest’ultimo quando vede la sua più grande paura, infatti in questo caso è più fifone di Mamma-draga; la loro maggiore paura sono gli umani. Sono gli umani perché hanno molta paura che essi possano ucciderli, o rapirli, per questo motivo stanno sempre molto attenti.

Questi due draghi potranno sembrare spaventosi o freddi, ma in realtà sono simpatici e giocherelloni, e basta non mostrargli paura e diffidenza per conquistare la loro fiducia e diventare loro amici.

 Beatrice Seganfreddo, ID Secondaria, team del giornalino

IL POVERO MA RICCO

In un paese lontano lontano viveva un povero con una moglie molto bella e il principe lo invidiava per questo. Allora il principe mandò via dal paese il povero per tenersi la moglie anche se contro la sua volontà.

Durante il suo viaggio il povero incontrò uno scoiattolo e capì subito che voleva aiutarlo. Decise quindi di seguire lo scoiattolo che lo condusse ad un passaggio segreto per entrare di nascosto nel paese.

 

 

 

 

Prima di ritornare in paese, attraverso il passaggio segreto, il povero accompagnato dallo scoiattolo, trovò un oggetto fatato: una macchina fotografica speciale che quando scattava una fotografia trasformava un qualsiasi animale in quello che si desiderava.

Al povero venne un’idea; decise di fotografare lo scoiattolo per trasformarlo in una bellissima donna e portarla poi dal Principe in cambio della moglie tanto amata.

Il povero pensò quindi di entrare in paese attraverso il passaggio segreto, una volta arrivato, si trovò davanti al Castello e bussò al portone con grande forza.

Il Principe per ringraziare il povero, per avergli portato la donna dei suoi sogni, decise di donargli un forziere pieno d’oro e organizzò una festa in suo onore.

Dopo qualche giorno il Principe sposò con sontuose nozze la sua innamorata e vissero tutti felici e contenti.

Miguel Mascheroni e Mattia Dianin, I D Secondaria

UNA TENEBROSA SERATA

Avevamo appena iniziato la camminata di ritorno da casa di Andrea, quando ci mettemmo a parlare tra noi. Eravamo felici della bella giornata passata insieme, tra amici. Per tornare a casa nostra si doveva passare per un piccolo boschetto abbastanza tetro e oscuro, ma eravamo talmente presi nel parlare che non ci accorgemmo che stavamo sbagliando sentiero.

“Scusa se t’interrompo, Matte.” dissi al mio amico, Matteo. “Abbiamo sbagliato strada o è una mia impressione?”. “Sì, in effetti anche a me sembra che questa non si la strada che abbiamo fatto all’andata.” rispose lui. “Beh, allora torniamo indietro e prendiamo la strada giusta.” Lo dissi con troppa superficialità, perché con il buio che arrivava e con la luce che svaniva ritrovare il giusto sentiero era diventato quasi impossibile. Cominciammo a spaventarci.

“Guarda dove siamo sul tuo cellulare, Fede.” mi disse lui. Purtroppo avevo il cellulare scarico e Matteo non lo aveva portato.

Così cercammo fino allo sfinimento il sentiero che, ormai, era bello che perso. Il cuore mi batteva forte. Sempre più forte, quasi a rompermi il petto, sempre di più: ormai avevamo completamente perso il sentiero, e la notte stava calando sulle nostre teste, confuse e impaurite.

Stavamo uniti per non perderci, e cominciammo a cercare di uscire da quel bosco così intricato che neanche quello in cui Biancaneve si perse era peggiore. A un certo punto vidi un piccolo riflesso cristallino provenire poco lontano da noi. Ci avvicinammo, curiosi. Scoprimmo che era solamente il riflesso della luce lunare su un piccolo laghetto naturale.

Eravamo stanchi, camminavamo senza sosta da quello che, per noi, sembrava un’infinità di tempo. Così decidemmo di accamparci lì quella notte, vicino al laghetto, in modo da poter bere se necessario. Eravamo sempre molto spaventati, ma per noi era meglio cercare di ritrovare il sentiero di mattina, alla luce del sole.

Trovammo un bel prato vicino al laghetto, morbido e tiepido. Usammo come cuscino i nostri zaini con dentro delle patatine rimaste a casa di Andrea. Avremmo così anche potuto avere una specie di colazione la mattina, se così si può chiamare. Non eravamo messi così male, alla fine. Solo un po’di fresco. Ci addormentammo quasi subito poiché da Andrea avevamo corso e girato per la casa tutto il tempo.

Dormimmo per una decina di minuti o poco più, quando quello che prima era solo un po’di fresco diventò molto fresco, freschissimo. Mi svegliai, ma Matteo ancora dormiva.

Cercai di riaddormentarmi, ma quel freddo non abbandonava più il mio corpo. Mi accovacciai e mi chiusi completamente il giubbotto. Quel freddo però aumentava e aumentava, all’infinito. Non capivo il perché anche per il fatto che ero davvero stanco. Cominciai a tremare e il vapore iniziò a uscire dalle mie narici bagnate e dalla mia bocca tremante.

Sentii dei rumori provenire dai cespugli vicini. Tremai ancor di più. Nessun segnale da Matteo. Cercai di svegliarlo in tutti i modi, lo scossi e continuai a ripetere “Matte. Matteo!!! Svegliati, dai!”. Finalmente si svegliò e gli dissi “C’è qualcosa che si muove nei cespugli!”. Subito anche lui si spaventò e tremavamo come delle foglie in autunno.

Improvvisamente dal cespuglio uscirono due strane creature, metà fantasmi e metà scheletri. Urlammo come delle bambinette, ma ne avevamo la ragione.

Le creature si avvicinarono lentamente, puntando quella loro testa puzzolente e nera contro la nostra. Ce li ritrovammo a mezzo metro di distanza, quando la creatura che puntava su Matteo cominciò a succhiargli via non so cosa, ma la aspirava con la sua bocca rotonda. Capivo che dovevo aiutarlo, ma non riuscivo sia perché la creatura che puntava su di me si stava avvicinando sia perché ero completamente paralizzato dalla paura. Sussurrai: “Matte, Matte, Matteee…” non ebbi più le forze, cominciavo a sentirmi svenire anch’io.

Paura, terrore, tenebre, morte, malvagità, ingiustizia. Queste le parole che mi vennero in mente mentre quella creatura stava succhiandomi via quella che, stavo capendo, era la mia anima con tutti i miei pensieri felici e allegri: le risate con mio fratello, i giochi con il mio cane, i miei amici, gli errori su cui risi su, la mia fantastica famiglia. Tutti bei pensieri che quella creatura stava spazzando via dalla mia mente, lasciando solo pensieri tristi e inquietanti.

Non riuscivo a fermarla, quell’orrida creatura. Quando ebbero finito con entrambi quelle bestie se ne andarono strisciando nell’oscurità di quel bosco.

L’indomani ci svegliammo e da allora non fummo più gli stessi: senza felicità, senza sorriso, senza un solo briciolo di allegria, solo infinita tristezza ed eterna rabbia.
Non si poteva più tornare indietro con i Dissennatori. Solo disperazione.

Federico Castellani, II D Secondaria, team del giornalino

UN’AVVENTURA STRAODINARIA- Episodio I

In un pomeriggio d’inverno come tutti gli altri, ero seduta vicino alla mia scrivania a fare i compiti.

Però ad un tratto tutto diventò buio, come se fosse saltata la corrente. E quando la luce ritornò, scoprii che non ero più nella mia stanza, ma in un luogo circondato da una nebbia fittissima che non mi faceva vedere più niente, ma  riuscivo a sentire  solo soffiare un vento freddo.

Allora la paura iniziò a prendere il sopravvento, però per fortuna la nebbia iniziò a svanire e pian piano riuscivo a vedere sempre meglio il luogo in cui mi trovavo. Vidi un ambiente formato da mattoni, terra battuta, sassi e legno; però non riuscivo ancora a capire il luogo  preciso in cui io fossi. Quando poi la nebbia sparì del tutto, riuscii a vedere che davanti a me c’era un lunghissimo percorso e che ero circondata dalla natura. Allora capii che ero sulla Grande muraglia cinese!

E cominciai a domandarmi, tra me e me, come una ragazza di dodici anni senza poteri, poteva essere su un monumento che si trovava dall’ altra parte del mondo, rispetto al posto in cui ero prima, e soprattutto mi chiedevo per quale motivo io fossi lì.

All’ inizio non riuscivo a trovare la risposta, a nessuna delle due domande, ma dopo mi ricordai che da piccola mia madre mi raccontava molte volte delle storie sulla Cina e soprattutto sulla grande muraglia cinese, così mi ero innamorata di quel bellissimo monumento di cui lei mi parlava sempre e avevo cominciato anche a sognare di andare a vederlo, quando sarei diventata grande, con i miei amici. Allora forse capii per quale motivo ero lì, ma non riuscivo ancora a capire come avevo fatto ad arrivarci.

Dopo pensai che forse potevo trovare la risposta se provavo ad andare avanti e così cominciai a percorrere il percorso che avevo di fronte, senza sapere quale sarebbe stata la sua destinazione.

Camminai, camminai … E dopo quasi un’ora di camminata riuscii a vedere davanti a me una torre e allora pensai che forse lì c’era qualcuno che mi avrebbe potuto aiutare a ritornare a casa. Ma quando fui davanti alla porta della torre, scoprii che non c’era nessuno, ma c’era solo una scritta sulla porta, che diceva: ”Brava! Sei riuscita a superare la prova! Adesso entra in questa torre che ti attende la prova successiva”.

Allora mi chiesi: “Ma che cosa stava succedendo? Quali prove dovevo affrontare e perché le dovevo superare?” e mi feci molte altre domande, ma alla fine mi dissi che non potevo fare niente se stavo lì ferma. Allora mi feci coraggio e aprii la porta e vidi …

continua …                  

Sabrina Zhang, IID Secondaria,

team del giornalino

PAURA NEL BOSCO FANTASMA – III episodio

“Sto piangendo, sono disperata, non so come uscire da questa situazione orribile. Vorrei arrendermi, ma ripenso a tutti quelli che mi vogliono bene, sono sicura che desiderano rivedermi sana e salva, e non in Paradiso! Decido di farmi coraggio, mi alzo in piedi decisa a trovare una soluzione, quando mi sento spingere giù dal burrone.

‘Di sicuro c’è qualcuno che mi vuole morta’, è il primo pensiero. Ora di sicuro riuscirà nel suo intento: se non sono riusciti ad uccidermi i fantasmi, ora lo farà l’impatto con l’acqua.

Chiudo gli occhi, preparandomi ad una triste fine, consapevole del fatto che le ultime cose che ricorderò della mia vita saranno il dolore e il gelo dell’impatto con l’acqua.

Se proprio devo, non è così che vorrei morire.

Sento un brivido e il rumore di un sassolino che cade in acqua. Cerco di assaporare i miei ultimi istanti di vita, prendo una profonda boccata d’aria… o almeno ci provo. La respirazione è molto difficile, come se fossi in un ambiente chiuso in cui sta finendo l’ossigeno a disposizione. Ma sto cadendo, di certo non sono in una stanza.

Mi accorgo solo ora che un caldo opprimente mi sta schiacciando.

Apro gli occhi e vedo che non sto affatto precipitando, sono sospesa, a mezz’aria in una caverna, di fronte a me una ragazza molto bizzarra, con i capelli verdi, gli occhi azzurri e la pelle sudata. Ha gli occhi chiusi, forse sta dormendo. Mi guardo intorno. Nella caverna c’è un armadietto, un piccolo frigorifero. Cerco l’uscita. È molto strana, come se fosse chiusa dall’acqua. Provo a volare verso di essa e la raggiungo metto una mano attraverso e sento una scarica attraversarmi. Istintivamente ritraggo la mano e la trovo grondante d’acqua. Non mi sbagliavo: oltre l’ingresso della caverna c’è il mare, peccato che la barriera non si possa attraversare.

-Arrenditi, non c’è modo di uscire da qui. L’aria sta finendo, così come l’acqua e il cibo…

È stata la ragazza con i capelli verdi a parlare. La sua voce aveva un tono sconsolato, come se ormai si fosse arresa alla morte. Io invece ancora no.

-Troveremo un modo di uscire- dico.

-Te l’ho già detto e ora te lo ripeto: NON C’È SPERANZA!!!– risponde lei, mentre le lacrime iniziano a rigarle il viso.”

Continua…

Lucilla Cnapich, II D Secondaria, team del giornalino

AFFETTO PERICOLOSO

Tornando a casa, Laura sente qualche rumore provenire dalla sua stanza. Entrando vede Daniela frugare nei cassetti della sua stanza.

“Ciao”. Lei sobbalza. “Non ti avevo sentita arrivare”.“Che fai nella mia stanza?”. “Cosa vuoi da mangiare?”

“Ti ho chiesto un’altra cosa” lo richiese con più insistenza. “Stavo solo cercando una penna”. “Nel cassetto delle magliette?”. A un tratto nota un angolino lilla spuntare da dietro la ragazza.

“Perché hai il mio diario?”. La giovane donna non risponde. “Perché hai il mio diario????!”

Il piccolo quadernino colpisce la tredicenne in testa.

“L’ho letto e ho trovato conferma dell’idea che sei una pazza psicopatica come pensavo”

La ragazzina non rimane troppo scossa dalla botta anche se la ferita del quadernino le aveva perforato la pelle, l’odore del sangue la rendeva solo più forte.

La giovane donna ora, invece dell’aria fiera che aveva inizialmente, sembra spaventata, la ragazzina le si lancia al collo e le tira un pugno sul naso che inizia a grondare sangue, la donna fa volare via la ragazzina che si rialza e prende delle forbici dalla scrivania. La donna corre giù per le scale, ma la porta è chiusa a chiave, in quel momento l’ombra di Laura si intravede nell’ingresso e la sua voce mielosa e allo stesso tempo fredda si fa sentire.

“Avevo già in programma di ammazzarti” una risata diabolica si sente dal piano di sopra.  “Da quando MIO FRATELLO passa più tempo con te che con me ho capito come sistemare la faccenda” ora la risata sembrava un urlo satanico.  La giovane donna corre a nascondersi dietro la libreria.

“Allora vogliamo giocare a nascondino, eh?”. “Daniela, dai, vieni fuori non ti faccio niente”

“Daniela? PRESA!” la sua voce gelida e sussurrante è vicino alla libreria e poi appare il viso del mostro.

La donna grida e corre via . “Non mi separerai mai da Ivan”

La ragazzina per tutta risposta le lancia un vaso in testa e la donna cade svenuta e Laura si ferisce il braccio. La ragazza sta per affondare le forbici nella carne della donna quando il campanello suona, con un salto acrobatico lei prende lo scotch, lega e tappa la bocca alla donna, poi la lancia giù per le scale del seminterrato e chiude a chiave, poi la nasconde e va ad aprire. Con un faccino angelico saluta:  “Ciao Ivan, mamma e papà”

In un secondo Ivan esclama: “Ma cosa hai fatto al braccio e alla testa e poi dov’è Dani?”. “Mi sono graffiata con un vaso e poi sono caduta di testa e, in quanto a Dani, è uscita per lavoro e mi ha detto che non tornerà presto.

Alice Chiello, III E Secondaria, team del giornalino

FUOCO E NEVE- Parte prima

Ansimavano chini lungo la salita che portava verso la cima scura di bosco della collina. Circondati dal buio della notte, tremolanti nel turbinio della tormenta affondavano gli scarponi consunti nella neve fresca imprecando per il freddo e i piedi già fradici.

“Ma dov’è che andiamo?” Fece Zecca con voce stanca e infantile. “A fare i conti di fine mese.” Gli fece Mondoboia senza voltarsi.

Erano già un paio d’ore che camminavano così, e almeno una che non ci si vedeva più niente o quasi. Delle pattuglie nemiche non se ne erano dati particolare cura confidando spavaldamente nelle avverse condizioni meteorologiche e nella scarsa attitudine alle marce notturne dei Fascisti.

Erano in quattro: in testa l’enorme stazza di Mondoboia ravvolta nel suo solito cappottone, con lo zaino di pelle consunto sulle spalle poderose, il cappello di lana calato sulla testa riccioluta e il fiato di lupo predatore che sbuffava di tra la barba ispida, lo Sten appena visibile tra le braccia. Seguiva Brina, ossuto e curvo sotto i suoi 45 anni da operaio, occhi chiari e dolci di chi ha visto troppo male per volerne ancora, la sua bocca sorrideva (o sembrava sorridere…) sempre su quel mento affilato digiuno di rasoio, senza zaino né tascapane e col solo moschetto appeso alla spalla; dietro di qualche metro Zecca e Valentino.

“Non potevamo venire qui in un altro momento?” Bofonchiava Zecca guardando il compagno e sperando in un qualche tipo di risposta che potesse dare un senso a quella scarpinata misteriosa.

Valentino non rispondeva, e non tanto perché non ne avesse voglia, ma perché non gli andava di parlare a un ragazzino quale era Zecca. Meridionale, per di più. Si vedeva che lui, lì, si trovava a disagio in mezzo a quelle montagne, a quei boschi e a quel freddo, lui che doveva essere abituato a scrutare il mare tra gli olivi, al dolce suono delle cicale. Forse il comandante avrebbe dovuto mandarlo via, o per lo meno avrebbe potuto dargli un incarico diverso, ma non ne aveva voluto sapere: servivano uomini, o, in mancanza di questi, ragazzi. Ragazzi da mandare a morire, se necessario. Stasera però non sarebbero morti, la bufera li avrebbe protetti con i suoi turbini e con il suo gelo.

“Perché veniamo quassù a quest’ora?” Ripeté. Valentino era stufo:”Perché certe cose è meglio farle di notte che di giorno, non trovi? Con la luce ci sono le pattuglie. Vuoi incontrare le pattuglie tu?” “No, no …”

Cercava di chiudere in fretta i tentativi di conversazione del ragazzo; non che gli dispiacesse o lo infastidisse in modo particolare, soltanto che quando si è partigiani e si è già sopravvissuti a tanti, giovani e meno giovani, un po’ si perde la voglia di far comunella.

Prima della guerra, anzi fino al ’42, non era così però, anzi gli piaceva stare in compagnia, far baldoria, bere il freisa in osteria e fare all’amore con la Gianna in certi fienili lontani da sguardi indiscreti. Gli piaceva indossare il vestito buono quando c’era la fiera e pedalare forte in piazza con l’aria che gli scompigliava il ciuffo. Ora però era diverso perché nel fienile ci dormiva solo, o al massimo con qualche compagno, con un occhio aperto e la mano poggiata sullo Sten, il freisa lo tracannava veloce da bicchieri sbeccati nei casolari dove si fermavano a chiedere da mangiare, le ragazze erano sfollate o chiuse nelle case e in piazza c’era la GNR.

Eppure sarebbe finito anche questo inverno e con esso se ne sarebbe pur dovuta andare anche la guerra, perché per l’estate sognava di ritornare quello di un tempo, di tornare a inforcare la bicicletta e a pedalare a perdifiato su e giù per le colline. Qualcuno, soprattutto fra i rossi, gli aveva detto che la Liberazione sarebbe stata solo l’inizio e che il vero lavoro c’era da farlo dopo, ma lui non ci pensava nemmeno, perché, ucciso l’ultimo fascista,  avrebbe dimenticato tutto all’istante. In fondo pensava che la guerra per lui fosse solo una parentesi, una penitenza inflitta da recitare macchinalmente, più o meno a cavallo tra la giovinezza e l’età adulta.

Ansimò un poco, rabbrividì per il freddo e gettò un’occhiata a Zecca: era visibilmente stanco ma si muoveva abbastanza veloce con l’energia di un giovane ingenuo; ogni tanto si fermava e controllava qualcosa sotto il giaccone, all’altezza della cintura; Valentino fu quasi tentato di chiedergli che cosa custodisse con tanta attenzione, ma l’idea di rischiare una pur breve conversazione lo spinse a tacere.

A un bel momento Brina si voltò e fece un segnale ai due, probabilmente Mondoboia aveva deciso di fermarsi. In effetti erano giunti a una specie di legnaia o capanno mezzo sepolto nella neve e nell’oscurità, Mondoboia era già dentro seduto su alcune pietre impilate.

“Allora, che si fa?” disse Zecca. Brina doveva già sapere perché lo guardò per qualche istante con disinteresse e poi si voltò silenzioso verso l’altro seduto. Valentino restò in piedi un po’ in disparte.

“Il fatto è -cominciò Mondoboia- che qui c’è da farla pagare a qualcuno, anzi a qualcuna…” Fucilare i Fascisti era una cosa, ma quando si parlava di punire una donna la faccenda non piaceva a nessuno. “Vi ricordate -riprese- di quei due che avevamo preso giovedì sulla provinciale?” “Il tenente e l’autista ?” Azzardò Valentino. “Sì, proprio quelli. Morti e sepolti, s’intende … bene, il tenentino ci aveva una di quelle cartelle di cuoio che usano quelli come te che hanno studiato.” disse additando Valentino. “Dentro c’erano tanti fogli importanti che poi li ha presi Perro, ma qualcosa l’ha tenuto e l’ha letto anche l’Annibale, e sapete che cosa ha scoperto?” Guardò Brina per esortarlo a continuare.

“C’è una signorina qua sopra che fa la spia per il nemico. E’ la Gisella, sicuro come il vino del sagrestano, abbiamo riconosciuto le sue iniziali sul documento. Fa il doppio gioco in cambio di razioni. Di quelle buone che hanno i Tedeschi.”

“Adesso avete capito perché si mangiava sempre così bene da quelle due arpie?” rincarò Mondoboia. Zecca si era fatto bianco.

“Piano, come fate a essere così sicuri? Le iniziali possono essere di chiunque.” Disse Valentino a Brina. “No, è lei, glielo abbiamo fatto confessare a uno dei due prigionieri.”

“Guarda che quelli prima di crepare le provano tutte, anche a dare la colpa al Papa.” “E’ lei!” Tagliò corto il più grosso. “Adesso andiamo là e le facciamo la festa.” “Guarda che bisogna prima farle il processo, non siamo mica assassini noialtri.” “E chi la uccide? Noi andiamo là, mangiamo, poi prendiamo lei e la vecchia, le facciamo parlare e poi vediamo se è il caso di portarle giù al comando o …”    “O?” “O non lo so!”

Mondoboia fece per alzarsi, poi si voltò verso Zecca:”Di’, tu: è vero che Lupo ti ha lasciato la pistola?”

Zecca non disse niente, ma annuì piano scostando il giaccone ed estraendo appena da un piccolo fodero marrone una pistola automatica.

“E’ fatta in Belgio quella lì – disse Brina- E’ una buona arma, tienila bene. Povero Lupo… Ti voleva bene, sai?” “Ci abbiamo sistemato un paio di militi con quella.” Indicò Mondoboia.

Restarono tutti fermi e in silenzio alcuni istanti.

“Eh, Lupo… Lupo! Lupo! Almeno non si è fatto prendere ed è spirato tra braccia amiche, a Miller e a Lampo è andata peggio: uno là per terra in una pozzanghera di sangue e fango e l’altro a morire contro un muro con tutto il viso pieno di cazzotti e gli occhi gonfi che non poteva neanche vedere il sole…”

Guardavano tutti Zecca. Quel mattino sventurato doveva accompagnare Lupo lungo il torrente fino all’altezza del ponticello della strada vecchia per controllare che le piogge e la piena non avessero guastato gli esplosivi collocati sotto  l’arcata, ma non c’era stato verso di farlo schiodare dal pagliericcio ché diceva di stare male e che forse era l’appendicite, che ogni tanto gli capitava che si infiammasse. Berto lo voleva tirare su di peso e lo prendeva a male parole, ma Lupo gli aveva detto di lasciarlo stare e che tanto si sarebbe tirato dietro Miller. Poi aveva sorriso a Zecca e gli aveva buttato una borraccia di Cognac. “Non sono mica un dottore io, ma questo cura quasi tutto!” Ed era partito con gli altri due.

Lo trovarono a metà argine vicino al castagno grande nella tarda mattina che si teneva le budella e ripeteva:”Ci hanno aspettati… ci hanno aspettati e ci han fatto la festa.”

L’avevano riportato al comando più morto che vivo che chiedeva un prete, poi aveva voluto consegnare qualcosa  a Perro da dare ai suoi ad Alessandria e aveva voluto dare la sua pistola a Zecca. “E’ belga, è una buona pistola, me la sono portata giù quando ho smesso di fare il minatore nel ’36, te la lascio che se no resti sempre senza. Quando vai giù in paese mica puoi portarti il moschetto, no?”

Spirò poco dopo, il prete arrivò il mattino successivo. “Andiamo, dài …” Riprese Brina con lo sguardo basso.

Salirono ancora nel buio, nella neve e nel silenzio, il casolare isolato si distingueva appena in quel paesaggio misterioso; si avvicinarono decisi.

Continua

Professor Luca Boschetti

LA SCONFITTA DEGLI ALIENI

C’era una volta una città invasa da alieni. Gli alieni erano pacifici ma occupavano ogni spazio possibile con le loro basi di atterraggio. Essi erano simpatici e ottimi cuochi di sushi. Ma agli abitanti non piaceva che sulle loro case atterrassero gli ufo e che usassero l’elettricità per ricaricarli perché la bolletta era aumentata drasticamente.

Il sindaco era disperato perché gli alieni erano troppi e occupavano tutto lo spazio. Un giorno un uomo apparentemente povero si presentò dal sindaco e disse: “Signor sindaco, io so come scacciare gli alieni”. Il sindaco rispose: “Tu che sei così povero, come farai?” E l’uomo rispose: “Se mi lasci provare in cambio voglio una cosa”.

Allora l’uomo allestì una finta festa a cui invitò tutti gli alieni. Essi ci andarono e caddero nella trappola. L’uomo li attirò tutti in una stanza dicendo loro che lì avrebbero trovato un grande buffet. Quando gli alieni furono tutti intorno alla tavola imbandita, l’uomo fece cadere sopra di loro delle grandi reti che li intrappolarono tutti.

In seguito l’uomo chiamò i rinforzi e tutti i cittadini presero gli alieni e li caricarono sulle loro navicelle. Fu allora che il gelataio della città chiese: “Cosa ne faremo di tutti gli alieni?”

E l’uomo rispose: “So che dentro queste navicelle c’è un dispositivo di autodistruzione che possiamo programmare col conto alla rovescia. Li rimanderemo nello spazio. Quando il conto alla rovescia finirà, essi saranno già lontani dalla terra e allora la navicella esploderà in mille pezzi e gli alieni moriranno.”

Tutti si trovarono d’accordo con l’idea e la realizzarono subito. Fu così che gli alieni furono rispediti nello spazio, mentre i cittadini osservavano la scena dal basso. E poco dopo che le navicelle furono sparite, essi festeggiarono cantando e mangiando il buffet che gli alieni non avevano fatto in tempo a mangiare.

Durante la festa il sindaco si avvicinò all’uomo che ormai era diventato l’eroe della città e gli disse: “Ora che ci hai liberato dagli alieni, che cosa vuoi in cambio?”

Ed egli rispose: “Dove prima c’erano le navicelle degli alieni, voglio che sia costruito un grandissimo e bellissimo parco giochi per bambini, con scivoli, altalene e dondoli per tutti. Poi dovrete costruire una statua con le mie sembianze in mezzo al parco e la dovrete dedicare a me, l’eroe di questa città”.

Il sindaco accettò e una settimana dopo fu posata nel parco ancora in costruzione la statua con una bella targa dedicata all’uomo con la scritta: L’EROE DELLA CITTA’. Il parco venne finito e tutti, i bambini e i loro genitori, vissero felici e contenti.

Mattia Abbagnato, Matteo Fontana, Nicolò Pristerà, Walid Tazi,

I D Secondaria

LA MIA TRISTEZZA, LA MIA MALATTIA

depression21/08/’16

Non so spiegare questa mia tristezza, mi stanca. La tristezza per me è una malattia, dalla quale non puoi essere guarito, che porta dolore, infelicità e amarezza.

Per altri più fortunati, la tristezza è semplicemente leggere un libro di Sepúlveda la domenica pomeriggio, è guardare il tramonto da soli, è accorgersi che con settembre l’estate se ne va, è ricordare i bei momenti trascorsi in compagnia di chi si ama, è rimanere delusi da qualcuno a cui si vuole bene, è guardare fuori dal finestrino viaggiando in autostrada, è trovarsi in stazione e sentire il rumore dei treni, è salutare la propria famiglia con il sorriso sulle labbra e le lacrime negli occhi, è mangiare un panino ai tavolini dell’autogrill, è guardare gli ombrelloni chiusi sulla spiaggia, è ascoltare le canzoni di Marco Masini mentre aspetti l’autobus, è sentire la pioggia battere sui vetri della tua stanza, è pareggiare al novantaduesimo nel derby, è perdere una partita ai videogiochi……

Insomma, la tristezza è un appetito che nessun dolore sazia. Secondo me il momento della tristezza rappresenta l’incontro tra il desiderio e i suoi limiti. La tristezza non viene dall’ esterno ma dall’ interno, infatti quando un desiderio non viene avverato nel mio cuore, si presenta uno stato di tristezza maggiore di quello naturale, quando sono semplicemente depresso. Eh sì, io sono proprio così: depresso ed è molto brutto esserlo.

Questa malattia può essere curata solo con molte risate, molto divertimento e tanto gioco. Ma io non rido, non mi diverto e non gioco, e come tutte le persone tristi passo tutto il giorno a pensare di non dover essere così, penso di dover far qualcosa per guarire, penso di dover uscire di casa e di dover fare come fanno tutti (o quasi) i miei coetanei.

Ma io non ci riesco e questa cosa mi rende ancora più triste! Non ricordo quando sono uscito l’ultima volta di casa o l’ultima volta che ho giocato e parlato con miei coetanei, non so neanche quando mi sono ammalato, ma so solo che questa malattia mi ha cambiato la vita.

Da quel giorno non sono più me stesso. A causa di questo mio stato non parlo neanche più con nessuno perché la gente preferisce parlare con persone felici e non con persone tristi. Ognuno ha la propria tristezza, ma nessuno deve essere una persona triste e depressa come me. La tristezza mi induce alla stanchezza, sono stanco di stare solo, di non giocare e di fare sempre le stesse cose: mangiare, bere, dormire, andare in bagno e intristirmi giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo. Facendo solo queste cose le persone tristi come me ingrassano, diventando ancora più tristi.

Infatti, secondo alcune ricerche chi non pratica nessuno sport e non gioca ha maggiori probabilità di ingrassare di una persona che pratica sport e che mangia il doppio del non-praticante.

In teoria non sono tanto grasso (49 kilogrammi per 1,67 metri ď altezza), forse non sono così grasso perché è da poco che ho questa forte e dolorosa sensazione, e ogni giorno che passa, ormai (forse) ne soffro ancora di più.

22/08/’16

 Ieri mia madre mi ha fatto vedere delle fotografie di quando ancora ero un ragazzino sano, e questo mi ha reso ancora più triste.

È molto triste, come tutte le cose che faccio, vedersi normale e non malato quando soffri della malattia più dolorosa. È brutto ricordarsi, a volte, di essere stato normale e di non esserlo più. Mi dice sempre un mio caro amico (l’unico che ho) “La vita è breve, non c’è tempo di essere tristi” oppure:” Ricordati sempre che non sei solo, e questo ti renderà un po’ più felice”.

23/08/’16

Sono andato da uno psicologo, per farmi diagnosticare il problema, mi ha detto che questa mia tristezza può derivare da:

1) perdita di persone care, ipotesi eliminata dato che non è mai morto nessuno che conosco;

2) traumi derivanti dal abbandono, non possibile visto che non sono mai stato abbandonato;

3) disagi familiari quali separazione, maltrattamenti, soprusi e uso di un vocabolario troppo volgare; anche questo non possibile dato che nella mia famiglia non diciamo parolacce e che i miei genitori si vogliono tanto bene e ne vogliono tanto anche a me.

24/08/’16

Sono andato da un altro psicologo che mi ha inviato questa lettera oggi stesso:

Caro Marco, penso di avere la diagnosi del tuo malessere:

Dopo averti interrogato e dopo essermi appuntato tutto sul mio quadernetto, non avevo capito subito il tuo problema, ma, rileggendo il tutto con molta calma, ho trovato la tua diagnosi: ti ricordi che ti eri arrabbiato molto dopo che il tuo allenatore ti aveva tenuto per sette partite di fila in panchina?

Ecco quello è il problema:

Rabbia + mancanza di gioco= tristezza

Tristezza + altra rabbia accumulata= depressione

Per guarire ti prescrivo 2 semplici rimedi:

Almeno 2 ore di gioco al dì e almeno 3 ore di divertimento con gli amici.

Se non guarirai entro un mese torna a trovarmi nel mio studio.

Cordiali saluti

Dottor Flavio Rossi.

Firma: Flaviorossi210977/ ¥/~○/

Buffa la firma, vero?

 

25/08/’16

La mamma mi ha iscritto in una squadra di basket, spera che mi passerà la malattia.

29/08/’16

Prima partita: sono un panchinaro.

Credo che rimarrò triste! Anche se spero proprio di guarire in fretta.

30/08/’16

Sono molto più triste di prima perché mi sono innamorato della ragazza del mio nuovo amico, che però non mi considera, anzi mi deride con le sue amiche perché mi considera “triste”.

Agli allenamenti il coach ha detto che forse prima della fine del anno metterò piede in campo…..

Sono diventato ancora più triste, ho deciso di non giocare più a basket e sono entrato in grande depressione.

24/09/’16

Sono tornato dal dottor Rossi. Mi ha detto che è una cosa normale essere tristi quando succedono queste cose e che devo giocare in oratorio con gli amici, in modo spensierato, senza troppi stress.

29/09/’16

Non ce la faccio più: sono triste da morire. Sono andato dal dottor Rossi. Dice che domani avrò il referto. Speriamo!

30/09/’16

È arrivato il referto del Dr. Rossi, che recita:

Caro Marco.

Ho riflettuto sul tuo problema e ho pensato e ripensato a te e al tuo stato d’animo.

Mi è venuto in mente che anche tutti i più famosi compositori e poeti hanno scritto le loro opere o poesie di maggior successo quando erano tristi.

Dovresti iniziare a scrivere anche tu, magari un diario di quello che hai passato durante il periodo della tua malattia.

Se non funziona neanche questa……

Mi licenzio!

 Distinti saluti, dottor Rossi.

Firma: Flaviorossi210977/ ¥/~○/

Buffa la firma, vero?

1/10/’16

Caro diario, pieno di pagine di tristezza e di malinconia, ecco come sei nato, avevo bisogno di trovare conforto e sfogarmi e tu sei sempre stato a sentirmi……

Adesso mi sento meglio perché non sono più triste e stanco e soprattutto ho trovato un amico.

Preso dall’emozione ho mandato questa lettera al Dr. Rossi:

Grazie dottore, sono guarito!!!!!!

Il tuo caro Marco.

Firma: ma/ma21/09/04orafelice😄.

Buffa la firma vero?

Ora sono in grado di affrontare la vita in modo più sereno e posso concludere dicendo che avendo vissuto in prima persona questa sensazione, penso che la tristezza sia la peggiore malattia, ma che se riesci a combatterla e a superarla avrai poi nella vita maggiori opportunità di fare successo!

Marco Maestranzi, II C Secondaria

 

L’E-MAIL MISTERIOSA – II Episodio

emailLa mamma appena finì di leggere l’e-mail rimase anche lei senza parole e senza esitare un secondo scrisse: “Come hai fatto ad avere l’e-mail di mia figlia?!?!?!? “E lui scrisse: “Chi sei??? “

Lei subito di impulso scrisse: “Sono quella con cui non hai parlato per anni, esatto, sono io la mamma di Elena!!! “Tutto ad un tratto comparve che la persona online non era più connessa, si era scollegato!

La mamma chiuse violentemente il computer sgridando più e più volte Elena per non averle detto nulla e lei subì senza dire niente, sapeva che aveva sbagliato. La mamma alla fine fu comprensiva, pensando che da una parte era naturale che la figlia avesse una certa curiosità per quello che era successo.

Elena chiese alla mamma se poteva invitare lo zio a casa per sistemare le cose, ma lei disse di no, Elena insistette molto e alla fine, cedendo all’insistenza della figlia, la mamma accettò di invitarlo.

Elena si collegò subito al computer e vide che lui era collegato, subito scrisse: “Vieni a casa nostra e sistemeremo le cose”

“Se tua mamma è d’accordo…” – rispose lui.

“Vieni allora???” –  E lui rispose di sì.

Era mezzogiorno e suonò il campanello, Elena corse alla porta e vide suo zio, lo salutò invitandolo ad entrare gli accennò un sorriso, appena vide la mamma, la salutò, la mamma non gli disse una parola, ma poi scoppiò: “Come hai potuto farle questo?!?!?!?”

“Dall’inizio ci fu un malinteso, non lasciai mai Elena da sola abbandonata per strada, mi ero allontanato solo un attimo per comprare una cosa in un negozio e Elena si era allontanata per vedere un giocattolo in edicola e quanto tu sei passata davanti l’hai vista da sola, ma in realtà non era per niente così!”

Lei stupita non rispose…

E lui: “Te ne sei andata via insultandomi, senza che io ti potessi spiegarti come erano andate davvero le cose, dicendo che ero un irresponsabile e io me ne sono andato, tra l’altro, offeso per gli insulti. Oggi, dopo tutto questo tempo, volevo in qualche modo riavvicinarmi alla famiglia e per farlo dovevo chiedere aiuto ad Elena, Elena, scusa se all’inizio ti ho spaventata, ma se scrivevo con il mio indirizzo tu l’avresti detto subito a tua mamma, per questo ho dovuto usare una e-mail anonima, capisci???”

Io risposi affermativamente. E dissi: “Bene allora tutto risolto no???”

E sia la mamma che lo zio risero insieme, abbracciandosi.

Arianna Vaccari e Veronica Bianco, II D e II C Secondaria,

team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI – I episodio

libri“Siamo due gemelle, Sofia e Giorgia, e abitiamo in un piccolo paese che si chiama Quintin.

Stamattina nevica! È da tanto che qui non nevica, e nessuno si aspettava che nevicasse in autunno!

E se oggi fosse una giornata speciale? Proprio mentre ci poniamo questa domanda, vediamo un gufo posarsi su un albero vicino alla nostra casa. Un gufo di giorno con la neve? Che cosa strana!

Poi guardiamo sul davanzale della finestra trovando due lettere. Ovviamente la prima cosa che facciamo è aprirle, senza guardarne la provenienza. Le lettere sono uguali, su entrambe c’è scritto:

‘Care Sofia e Giorgia,

vi mandiamo questa lettera per informarvi che siete state ammesse alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts.

Sarà necessario acquistare una bacchetta magica, un calderone, i libri scolastici che troverete dietro la busta e la divisa scolastica.

Potrete portare un gufo, un gatto o un rospo.

Cordiali saluti,

Albus Percival Wulfric Brian Silente’

Ci scambiamo un’occhiata interrogativa e andiamo in salotto, dove ci sono i nostri genitori a cui chiedere spiegazioni.

-Mamma, papà, abbiamo trovato queste lettere, il mittente è un certo Albus Silente.

Loro si scambiano un’occhiata d’intesa e dicono: -È arrivato il momento di dirglielo…”

Continua…

Erica Calamoneri e Lucilla Cnapich,

II D Secondaria, team del giornalino

IN FUTURO C’È SPERANZA

futuroEra stata mia la scelta,

di allentar quella forte presa.

Ma tutto successe così alla svelta,

che mi ritrovai sola, e indifesa.

 

È incredibile… come ci si puo sentire soli,

in un mondo così grande!

Semplicemente deboli,

con milioni di domande.

 

Ormai senza speranza,

di dolor il cor compunto.

Mi lasciai dietro quella stanza,

con dentro un defunto.

 

Ma poi, vidi una stella che brillava,

in quel cielo infinito.

Un qualcosa che a tutti giovava,

ma a me, aveva affievolito.

 

Cercai la via diritta,

quella abissale.

Ove non c’è mai sconfitta,

e il bene… regna sul male.

 

                                                            Alexia Branzea, II C Secondaria,

                                                                     team del giornalino

L’E-MAIL MISTERIOSA- Episodio I

emailUn giorno nel computer di Elena entrò un virus, ad un tratto le arrivò una e-mail … Era anonima!

Non sapeva di chi fosse, le sue parole le sembravano molto simili al modo si esprimersi di qualcuno che conosceva… Ma chi?

Sua mamma e suo zio in passato avevano fatto un brutto litigio e nessuno aveva voluto sapere più nulla dell’altro… Non sapeva cosa fare, ma la tentazione era troppo forte così iniziò a leggere la e-mail:

“Ciao Elena, sono un tuo conoscente non so se ti ricordi di me, l’ultima volta che mi hai visto eri davvero troppo piccola. Lo so che in questo momento hai paura, però c’è una cosa che ti devo dire…”

Saltò la connessione, Elena ebbe paura, non sapeva cosa stava succedendo, lei pensò che in tutto questo c’entrasse suo zio, non ne era sicura e non sapeva il perché, ma se lo sentiva. Ritornò la connessione e lei continuò a leggere, era curiosa di sapere che cosa volevano dirgli e cosa c’era scritto alla fine della lettera.

“È successo tutto molto tempo fa, fui dispiaciuto, ma dovetti andarmene, era stato tutto un malinteso, ma non c’era modo di dirglielo”

Elena diventava sempre più ansiosa, preoccupata, ma allo stesso tempo curiosa, così decise di scrivergli…

” Avanti, non ho paura che cosa vuoi dirmi? ”

” Vedo che sei ansiosa, bene! Ti dirò la verità, io sono…”

Questa volta saltò la luce Elena, non ne poteva più di tutte quelle interruzioni e chiamò sua madre, nello stesso momento lei entrò e disse che per sbaglio aveva toccato qualche cavo, ma disse che tutto si sarebbe sistemato in un lampo. E così fu, appena dette quelle parole, ritornò la luce e Elena ringraziò la mamma vedendola uscire.

Riprese la lettera e scrisse: ” Chi sei tu, chi sei?!?!?!”

“Io sono… Tuo ZIO!!! ”

Elena rimase di stucco, sbalordita, non riusciva a credere che dopo tutto quel tempo stava lo zio scrivendo a lei, era felice di rincontrarlo, ma dall’altra parte era arrabbiata in un certo senso, lui l’aveva abbandonata, decise di fare quello che riteneva giusto fare dall’inizio, cioè dirlo a sua madre, così la portò in camera e le fece vedere l’e-mail…

Continua…

Arianna Vaccari e Veronica Bianco, II D e II C Secondaria,

team del giornalino

GRETA NEL REGNO DEI DOLCIUMI

mondo-dolciumiC’era una volta una ragazza povera di nome Greta, viveva in un villaggio altrettanto povero nel Sud della Grecia. Era una ragazza bruna con gli occhi celesti come l’oceano, aveva un nasino molto grazioso, delle labbra rosa carnose e dei denti a dir poco perfetti.

Un giorno Greta andò a fare una passeggiata nel parco, ad un certo punto si trovò davanti un albero maestoso dai frutti azzurri, le venne la tentazione di dare un morso a quel frutto strano…1,..2…,3…4  morsi e cominciò a girarle la testa, cadde a terra e svenne.

Al suo risveglio si trovò in un mondo di dolciumi e disse balbettando: “C-c-osa mi è suc-ces-so e dov-ve miiiii t-t-rovo!”. All’improvviso una crostata al cioccolato si trasformò in un bellissimo cagnolino che rispose: “Ti trovi nel Regno dei Dolciumi”. Greta si tranquillizzò e le venne voglia di esplorare quel magnifico luogo che pareva infinito. Dopo aver passato il pomeriggio a mangiare lecca-lecca, bastoncini di zucchero ed aver sorseggiato il cioccolato dai fiumi, si addormentò e sognò la sua famiglia, si svegliò improvvisamente nel bel mezzo della notte e si mise a piangere per la malinconia. Arrivò di corsa il cane per tranquillizzarla e le disse: “Che cosa succedde?”, Greta rispose: “Mi manca la mia famiglia, voglio tornare a casa!!!”, il cane ribatté: “Se vuoi tornare a casa dovrai rubare la collana con la chiave di marshmallow appesa al collo della Regina”. Allora Greta si mise in cammino alla ricerca del castello di dolciumi della Regina e dopo tre ore di cammino lo raggiunse. Sulla soglia vide due guardie di cioccolato e per sconfiggerle prese il bastoncino di uno dei lecca-lecca che aveva mangiato e fece in tanti piccoli pezzetti le guardie. Quando Greta riuscì ad entrare, corse incontro alla Regina che si trovava davanti a lei e le strappò rapidamente la collana, si nascose nella prima stanza che trovò aperta e quando si girò vide un portale di caramelle con una serratura, Greta capì subito che doveva inserire la chiave appena recuperata la fece girare e si buttò nel portale. Dopo un minuto si ritrovò nel suo letto, quando si svegliò capì che si trattava di un sogno.

Un gruppo di alunni della I C Secondaria

IL PRINCIPE SELVAGGIO

C’era una volta, in una terra lontana lontana un bambino speciale che non sapeva di esserlo. Lui era il figlio del potente re Gustavo I e della regina Sabina IV che nascondeva un lato malvagio. Quest’ultima, stanca di suo figlio corruppe delle guardie per portarlo il più lontano possibile dal regno. Le guardie decisero di abbandonarlo in un bosco senza fine, con un solo modo per uscirne. Però non si sapeva che quel bosco contenesse animali fantastici: minotauri, sfingi, grifoni, draghi…Questi allevarono il bambino educandolo alle leggi della natura e quando compì la maggior età, il più saggio dei più saggi dei draghi gli raccontò l’accaduto. Il drago, che era molto gentile, gli regalò un amuleto che aveva rubato due secoli prima ad un re. Il drago disse al ragazzo: “Custodiscilo bene, abbine cura, fidati ti servirà!” e volò via. Il ragazzo iniziò a camminare, camminare, camminare… La notte ci fu un temporale, così Leonardo si rifugiò in un castello. Scoprì che quel castello era abitato da un orco malvagio e prepotente.

orcoAll’alba, l’orco si accorse della presenza di qualcuno. Dopo qualche istante trovò Leonardo e gli disse: – “Che ci fai qui!?” – “Sossono vevevenuto  ppensando che non non ci fofosse nessuno perdonami!” – “Pensavi male! Questo castello è mio! Tu e nessun altro, può entrare nel mio castello senza la mia autorizzazione! Capito ??!” – disse l’orco facendo risuonare la sua voce per tutta la stanza. Così l’orco, pronunciò le parole magiche e Leonardo si ritrovò completamente paralizzato. In quel momento, l’orco era pronto per mangiarlo ma l’amuleto lo protesse con un bagliore che accecò l’orco. Così si aprì un portone di colore verde brillante. Leonardo entrò nel portone ritrovandosi davanti a re Gustavo, suo padre, che vedendo l’amuleto del suo trisnonno, ebbe una visione, e capì che era suo figlio.

Così il re fece decapitare sua moglie Sabina, la regina, per alto tradimento. Ordinò subito di preparare una grande tavolata imbandita di tutto e di più perché quel giorno era un gran giorno. Da li in poi vissero fino alla fine dei tempi felici e contenti.

Gaia Madonini, Marco Mattaboni, Giulia Attolini e Alessandro Anastasi,

I C Secondaria

 

UN RIFIUTO FORTUNATO

principiIn un lontano reame viveva, con la sua corte il re Giovanni. Fin dalla nascita, la sua primogenita, Ariana era stata promessa in sposa al il principe Emanuele, di un reame vicino.

Ariana crebbe felice e serena ed era sempre ubbidiente ma voleva essere libera di scegliere il suo futuro marito e si rifiutò di sposare il suo promesso sposo. Il principe Emanuele quando venne a sapere del rifiuto della principessa non si arrese, anzi, ideò un piano malefico.

Un giorno la principessa Ariana, mentre passeggiava negli splendidi giardini del suo castello, decise di riposarsi vicino al suo albero preferito, sotto al quale aveva trascorso tanti bei momenti, con la sua dama di compagnia. Ma all’improvviso, da un cespuglio, spuntò un uomo incappucciato ed Ariana svenne dallo spavento. Quando si risvegliò si ritrovò in una casa diroccata. Da un piccolo buco nel muro spuntò un topolino che in pochi secondi si trasformò in una fata, la quale spiegò ad Ariana che il principe aveva organizzato il rapimento.

La fata la rassicurò dicendo che sarebbe stata salvata. Al calar del sole, quando ormai ogni speranza era svanita, Ariana sentì una persona salire le scale e all’improvviso la porta si aprì ed entrò Artur, un umile servo. Appena i loro sguardi si incrociarono dento i loro cuori scoppiò una scintilla ed entrambi capirono di essere fatti l’uno per l’altra. Insieme, tornarono a palazzo e riferirono tutto al re che rinchiuse il principe Emanuele nelle segrete e diede in sposa sua figlia Ariana al giovane e insieme vissero sempre felici e contenti.

Francesca Traettino, Paolo Zucchelli, Sara Lorenzini, Christian Di Domizio,

I C Secondaria

SEBASTIAN E L’UNICORNO DORATO

unicornoC’era una volta in una povera casupola nel bosco, un bellissimo fanciullo di nome Sebastian e suo fratello Max, che era molto geloso della bellezza del fratello e più passavano i giorni e più questa gelosia aumentava. Avevano il padre molto malato e la madre fu condannata a morte, perché derubò la corte del Re.

L’indomani si celebrò il funerale della madre e Max attirò Sebastian nel bosco, con una scusa.  Arrivarono sotto una pianta di fichi d’india, Max raccolse un frutto con la sua mano che indossava un guanto e lo diede a Sebastian che lo prese e si punse. Sebastian sentì un dolore acuto, svenne e cadde a terra. Si risvegliò nel suo letto allo spuntar del giorno, andò in bagno per lavarsi la faccia e vide che non era più bello come prima, cominciò a disperarsi e decise di scoprire il  perché di questo cambiamento.

Decise di uscire per prendere un po’ d’aria e per calmarsi e vide Max con una strega e si nascose dietro un cespuglio per osservarli.  Capendo che nessuno dei due lo aveva visto, alzò lo sguardo e incredulo intravide tra le foglie della pianta la strega con un fico d’india in mano e a quel punto capì tutto. Scappò in casa spaventato, sbattendo di colpo la porta. Si rifugiò sotto al letto, pensando a un piano per vendicarsi di suo fratello. Dopo un po’ uscì portando con sé un sacco pieno di provviste per sopravvivere nel bosco.

Camminando per chilometri arrivò sotto un salice, si sdraiò all’ombra e si addormentò per la stanchezza. Si risvegliò di scatto perché sentì il rumore di un fucile e vide che un proiettile aveva colpito la zampa di un unicorno dorato che era lì. Si alzò e aiutò subito l’unicorno portandolo sulle spalle fino ad una cascata, lo appoggiò per terra perché era sfinito. Unì le mani a forma di conca, prese dell’acqua e la rovesciò sulla ferita dell’animale, perché un vecchio saggio gli aveva raccontato che avrebbe funzionato da medicinale. Sebastian disse: “Come sarebbe bello se tu parlassi!” e l’unicorno controbattè: “Hei, ma io so parlare!” Sebastian rimase meravigliato. Raccontò alla creatura fatata la sua storia, il suo cambiamento per colpa dell’invidia del fratello. L’unicorno riconoscente a Sebastian perché l’aveva salvato gli disse: ”Visto che mi hai sottratto alla morte, sacrificherò il mio corno per concederti il tuo più grande desiderio”. Sebastian sconcertato su cosa scegliere, decise di aiutare il padre invece di diventare bello come prima, Il fanciullo non riuscì più a vedere l’unicorno dorato a causa di una luce abbagliante. Appena svanì la luce, Sebastian si ritrovò in casa insieme al padre che era in ottima salute, grazie al corno dorato. Passarono gli anni e Max e la strega andarono in cella nel sotterraneo della corte del Re. L’unicorno diventò il migliore amico di Sebastian e venne ad abitare a casa sua insieme al padre. Furono per sempre felici e contenti.

 

Samantha Mercurio, Caterina Ferri, Tarek Zaouai e Alessandro Pantè,

I C Secondaria

IL MAIALINO PICOTARO

maialinoC’era una volta, in una fattoria, un maialino che si chiamava Picotaro: era il maialino più piccolo e gracile della sua famiglia e i suoi fratelli non smettevano mai di prenderlo in giro.

Un brutto giorno nel villaggio dove si trovava la fattoria sopraggiunse un esercito barbaro, per depredare tutte le case e anche la famiglia del maialino morì nell’attacco.

Picotaro invece riuscì a scappare correndo a tentoni, mentre piangeva per la morte di tutti i suoi cari e la distruzione della fattoria e di tutto il villaggio.

Corse, corse, corse … a perdifiato e con tutte le sue piccole forze … finché non si lasciò il villaggio alle spalle. Piangendo sconsolato desiderò di essere forte e possente e di riuscire un giorno a vendicare la sua famiglia.

Si accorse di essere arrivato in un bosco fitto fitto e guardandosi intorno vide tra gli alberi un vecchio fagiano e gli chiese: “Chi sei? Mi puoi aiutare?”

fagianoIl fagiano rispose che avrebbe voluto qualcosa in cambio. “Che cosa?” domandò Picotaro. “Voglio che tu mi accompagni dal vecchio Mago della torre”.

Picotaro accettò e quella notte rimase nel bosco insieme al fagiano e gli raccontò quello che era successo, infine si addormentò un po’ più tranquillo perché aveva trovato un compagno.

Al risveglio i due, diventati amici, si misero in cammino e dopo un giorno di viaggio finalmente arrivarono alla torre. Il mago si trovava proprio davanti alla porta e li accolse chiedendo: “Perché siete qui?”

Picotaro e il vecchio fagiano risposero: “Vogliamo essere trasformati, diventare più grandi e forti per proteggerci e sopravvivere. Siamo uno troppo piccolo e l’altro troppo vecchio e malandato, se ci fai questo prodigio, saremo per sempre tuoi fedeli amici e servitori”.

Il mago, che si era commosso davanti a quei due esseri così deboli ma nello stesso tempo pieni di coraggio, disse loro: “Certo che lo farò, gli amici fedeli non sono mai troppi. Fatemi pensare….ecco ci sono! Trasformerò te caro fagiano in un possente elefante e te, piccolo Picotaro, in un grande  e robusto cinghiale con zanne appuntite.  Così più nessuno potrà farvi del male. “

E soffiando su di loro una polvere azzurrina accompagnata da una complicata formula incomprensibile, diede loro una nuova forma. Il fagiano e Picotaro non potevano credere ai loro occhi e non la finivano più di guardarsi e di ammirare il loro nuovo corpo grande, forte e possente.

Ringraziarono mille volte il mago e promisero che sarebbero tornati molto presto e l’avrebbero aiutato in ogni modo. Per il momento però dovevano inseguire i barbari. Li raggiunsero in breve tempo e li spaventarono così tanto che quelli fuggirono a gambe levate e non osarono mai più tornare. L’elefante li spaventava correndo e barrendo e muovendo la sua lunga proboscide di qua e di là, mentre Picotaro con le sue zanne li colpiva alle spalle con forza. Non avevano mai visto un elefante e credevano che fosse un mostro prodigioso!

Picotaro era molto felice: ora i suoi fratelli sarebbero stati orgogliosi di lui.

Alex Candura, Mattia Pavesi, Filippo Garlaschi, Nicola Sbrogiò,

I C Secondaria

 

IL CERVO E LA PRINCIPESSA

cervoIn un bosco viveva un piccolo cervo con sua madre. Un giorno dei lupi la uccisero lasciando il cucciolo da solo. Il piccolo indifeso restò lì dove la madre l’aveva lasciato.
All’alba un pastore in cerca del suo agnellino trovò il cerbiatto e se lo portò a casa. I due diventarono molto amici.
Dopo molti anni quando il cervo era diventato adulto, i cacciatori scoprirono della sua esistenza; allora liberarono i cani per trovare il cervo. Uno di essi lo trovò e iniziò a inseguirlo inoltrandosi nel bosco.
Mentre il cervo continuava a scappare, un cane gli saltò addosso ferendolo. Il cervo con le sue ultime forze rimaste a sua volta lo ferì e riprese a scappare. Per la paura e ansia perse l’equilibrio e cadde in un fosso.
La sera passò di lì la carrozza reale. All’interno c’era la principessa, che vedendo il cervo privo di sensi lo prese e lo portò al castello. Nei giorni seguenti il cervo guarì e i due si affezionarono l’un l’altra.
Il giorno dopo il cervo insieme alla principessa andò ad esplorare il villaggio; il cervo curioso e affamato si avvicinò ad un cumulo di fieno.
Lì vicino era seduto un mago molto sbadato, il quale aveva in mano una pozione della “trasformazione” che fece cadere sul fieno. Il cervo mangiando il fieno magico si trasformò in principe.
La principessa vedendo il principe se ne innamorò; dopo un po’ di tempo si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

Davide Bisaccia, Greta Garlaschi, Carlo Interrante,
Anastasia Pupo, Nicolò Vitulano, I C Secondaria

RACCONTARE LA REALTÀ

LE MIE VACANZE

mareFinita la scuola ero felice di partire e non vedevo l’ora di divertirmi. Ad agosto sono andata in Sardegna, a Santa Maria Navarrese, e mi sono divertita tanto.

Un giorno ho conosciuto al parco un bambino francese di nome Mao che mi ha chiesto se volevo giocare a palla, all’ inizio ero un po’ confusa perché non sapevo cosa dire in lingua francese, poi papà mi ha aiutato a comunicare con lui. Dopo ho incontrato la mia amica Martina in una spiaggia. Era venuta con il suo camper, che era un po’ piccolo, ma bellissimo. In quella spiaggia ci siamo divertite tanto.

Un giorno con la mia famiglia sono andata in una grotta: era molto buia ma c’erano delle luci automatiche che si accendevano quando si entrava. Un’altra volta siamo andati in una bella spiaggia dove l’acqua era molto bassa e c’ erano tanti sassolini colorati.

Mio fratello Marco giocava tutte le sere a calcio con gli amici e io dovevo stare seduta sulle tribune del campo a guardarli. Marco non voleva mai giocare con me a basket e mi dispiaceva tanto.

Una volta sono andata in canoa, ma ci sono stata poco e volevo stare un po’ di più, però non si poteva perché era scaduto il tempo.

Le vacanze sono volate, finite le tre settimane sono tornata a Milano. Al rientro è ricominciata la scuola, uffa!!!

Speriamo che voli anche l’anno scolastico!

Giulia Cappelletti, IV B Primaria, Monasterolo

 UN’ESTATE MERAVIGIOSA

Quest’ estate mi sono divertita tanto.

A giugno, subito dopo finita la scuola, sono andata al centro estivo e ogni mercoledì e venerdì andavo in piscina con gli amici del centro estivo. Un venerdì, l’8 luglio, era il mio compleanno, e quando sono andata in piscina con le mie amiche del centro estivo, ho ricevuto tanti regalini.

Una settimana dopo il mio compleanno sono andata a Livigno e sono salita su una funivia alta più di 2300 metri, ci ha lasciato sopra la montagna e siamo scesi giù a piedi.

Quando sono tornata nella casa affittata non mi sentivo più i piedi e ho fatto un “megapediluvio”.

L’ ultimo giorno pioveva a dirotto e il giorno dopo era il momento di tornare a Milano e non ne avevo voglia, infatti volevo rimanere qualche giorno in più, visto che siamo rimasti solo una settimana, poi ho pensato alle mie amiche che mi mancavano e la tristezza è andata via, quindi ero un po’ contenta.

Il 27 agosto sono andata in Abruzzo e ho conosciuto una bambina di nome Caroline: era tedesca.

L’ ultimo giorno di vacanze in Abruzzo era nuvoloso e faceva anche freddo, perciò sono stata poco nell’ acqua della piscina e mi è dispiaciuto tanto.

Ho trascorso anche qualche giorno a Firenze ed è stato bellissimo.

La mia estate è stata proprio MERAVIGLIOSA!!!!!!!!!!

Viola Amoruso, IV B Primaria, Monasterolo

LA SCUOLA E LA MIA MATERIA PREFERITA

La scuola è ricominciata da un po’ e con lei i miei problemi. Non riesco mai a fare divisioni, moltiplicazioni, addizioni e sottrazioni e con loro non vado mai d’accordo.
Io odio i verbi e la geografia: sono così difficili, pesanti…noiosi.
Mi piace tanto l’inglese perché è bello e divertente imparare lingue nuove.
Non vado tanto d’accordo con la geometria perché le linee sono sempre: oblique, orizzontali o verticali.
Mi piace un po’ scienze perché ci sono gli scienziati e ce ne sono tanti: l’astronomo, il chimico, il biologo, lo zoologo, il botanico … Faccio un po’ fatica a ricordare le cose che studio, ma mi impegno comunque.
Io amo la storia perché vorrei studiare i Romani, gli Egizi e cosa hanno lasciato negli anni passati, per esempio, le piramidi.
Comunque a me piacciono tutte le materie, ma in alcune sono un disastro, però cerco di impegnarmi al massimo.
Evviva le materie!!!!

Tommaso Locatelli, IV B Primaria, Monasterolo

 

IO E LA PAURA DEI GECHI

gecoIo ho paura delle lucertole in particolare dei gechi.

Ho così tanta paura che ogni volta che ne vedo uno corro dalla mamma e cerco di ripararmi tra le sue braccia.

Quest’estate ero insieme alla zia a giocare in giardino, quando un geco bruttissimo nero con i puntini bianchi, è salito pian piano sul muro a prendere il sole.

Ero terrorizzata avevo i brividi su tutto il corpo, tremavo come una foglia e non riuscivo a reagire, ma alla fine sono scappata a casa.

Sono sicura che la paura dei gechi non mi passerà mai perché sono degli animaletti davvero orribili.

Ludovica Rollo,IV B Primaria, Monasterolo

 

PAURA DEL BUIO

Quel giorno ero andata da Giorgia e le avevo confidato un segreto: anche quella notte avevo sognato delle cose terribili e da lì ho paura del buio! Lei mi tranquillizzò dicendo: “Non avere paura, tanto i mostri non esistono!”

Guardando l’orologio, mi ero accorta che erano già le sette di sera, con quel chiacchierare avevo dimenticato che la mamma mi aveva raccomandato di stare via solo un’ora.

Così presi la bici e tornai a casa più in fretta che potevo.

Arrivata a destinazione, vidi la mamma che mi stava aspettando sull’uscio di casa, anche lei era appena rientrata. Cenammo e in un attimo giunse il momento di andare a letto, quel momento lo odiavo!

La mamma, dopo avermi accompagnata e dato il bacino della buona notte, spense la luce, stavo morendo di paura!

Chiusi gli occhi e cercai di addormentarmi, ma tutto inutile. Dopo circa un’ora mi addormentai e sognai di trovarmi nel castello del Conte Dracula. Il Conte con i suoi canini mi stava mordendo e per la paura mi misi a urlare e mi svegliai.

Subito arrivò la mia mamma che mi tranquillizzò con la sua voce.

Da quella volta là i brutti sogni non arrivarono più, sembrava quasi che i mostri si fossero trasferiti nella mente di qualche altro bambino! Ero contentissima perché finalmente di notte riuscivo a dormire.

Beatrice Sacchi, IV B Primaria, Monasterolo

 

 BRUTTI SOGNI

sogni Io di solito non ho paura di tante cose, ma pensandoci bene ultimamente mi è venuta paura delle persone che entrano in casa per rubare e fare del male.

Una sera, quando sono andato a dormire, ho iniziato a sognare: dovevo andare in bagno, quando ho sentito un cigolio di una porta, sono andato in cucina ed ho preso la pila per vedere che cosa era accaduto.

Ad un certo punto mi ha assalito un uomo alto, magro, con i capelli castani ed una barba orribile! Io volevo chiedere aiuto ma in quella casa non c’era nessuno.

Allora ho riflettuto ed ho pensato che dovevo fare qualcosa: ho iniziato a correre, sono uscito da casa mia e dal palazzo, fino a quando ho trovato una donna anziana con i capelli grigi ed un sorriso gentile che mi ha accolto, salvandomi dall’uomo che mi stava inseguendo e lì mi sono svegliato di colpo e molto agitato.

Per tranquillizzarmi, mi sono guardato attorno e mi sono accorto che era solo un brutto sogno.

Parlando con i miei genitori, dopo il sogno, ho capito che posso stare tranquillo, perché ci sono loro con me sempre per proteggermi.

Lorenzo Paladini, IV B Primaria Monasterolo

LE MIE PAURE

Ho paura dei ladri, ho tanta paura ma cerco di essere coraggioso.

Una mattina mi sono svegliato e alla Tv ho visto il Bataclan, un locale a Paris, dove i terroristi hanno ucciso tante persone. Ho visto i terroristi sparare, i cantanti che scappavanpo e la gente che urlava e strisciava fra i corpi. Ho provato paura, sentivo battere forte il mio cuore, ho provato tristezza per le persone morte. Ho abbracciato mamma e papà e ho pianto.

Ho ancora paura dei terroristi, anche se non ne parlo e spero che questa gente cattiva smetta di fare del male alle persone.

Matteo Di Pinto, IV B Primaria, Monasterolo

 

CUGINI …. CINEMA

Un sabato speciale sono stato invitato con la mia famiglia al compleanno di mio cugino Nicolò.

La festa si è svolta non a casa o in uno spazio giochi, ma al cinema. Mio cugino Nicolò ha dieci anni e fa la quinta elementare, ha i capelli castani, gli occhi marroni, è magro ed è anche alto; è un bambino vivace come me ed è per questo che a volte litighiamo, ma facciamo sempre pace perché ci vogliamo bene.

Quel giorno quando siamo arrivati abbiamo aspettato tutti i bambini invitati e poi siamo andati in una sala a vedere “Alvin Super Star”. Ci siamo divertiti e abbiamo riso molto quella sera, anche perché mio cugino mi ha fatto conoscere tanti suoi compagni di classe con i quali ho mangiato un sacco di pop-corn.

Alla fine della serata siamo andati via e quando sono arrivato a casa ero talmente stanco che mi sono addormentato subito.

Lorenzo Paladini, IV B Primaria, Monasterolo

QUANDO VADO AL MARE…

mareQuando vado al mare mi sento libera, posso nuotare nell’acqua limpida e celeste, giocare sulla sabbia calda e dorata.

Quando esco dall’acqua, vado a prendere il sole…

Appena mi affaccio alla finestra vedo l’orizzonte, sento il rumore delle onde che si infrangono sulla battigia, il fruscio del vento che mi scompiglia i capelli.

Mare, mi piaci, se potessi, starei tutto il mio tempo tra le tue acque. Acqua pura, tu non mi fai annegare, nelle tue acque sguazzano pesciolini colorati, se tu non esistessi, la vita non ci sarebbe.

Mare, rinfrescami. Quando cammino sulla riva, le tue acque mi toccano i piedi.

Mare, tu sei tutto: la libertà, la vita, il colore e la freschezza.

Resta sempre così, non devi migliorare, sei già perfetto!

Leonora Cnapich, IV A Primaria, Monasterolo

AVVENTURA NEL BOSCO- II episodio

mare-in-tempestaI fantasmi si stringono sempre più intorno a me. Sono vicinissimi ormai. La canzone non prometteva nulla di buono. Spalancano le loro enormi bocche. Sto per morire. E stando a quello che hanno detto, morirò di una morte orribile e dolorosa. Chiudo gli occhi, preparandomi alla fine. Ho paura. Addio mondo!

All’improvviso il terreno cede sotto i miei piedi. Sarà così che si muore? Cado. Quando atterro, sono quasi certa di essere morta. Ma ho come la sensazione di essere ancora viva. Apro gli occhi. Sono in una stanza circolare con una luce azzurrina. Sarà il Paradiso, il Purgatorio o l’Inferno? Oppure è un posto reale, terreno?
Mi guardo intorno. C’è un corridoio che esce dalla stanza. È una specie di galleria in miniatura, molto angusta e buia. Ho paura di entrarci. Ma è l’unico modo per fuggire da qui. Percorrendolo, se non sono morta, riuscirò a tornare a casa.

Faccio un bel respiro ed entro. Devo camminare carponi, o rischio di sbattere la testa contro le lunghe stalattiti che pendono dalla volta della galleria. Fa freddo, inizio ad avere fame e sete. Quando sono stata assalita dagli spiriti, ho abbandonato nel bosco lo zaino con le ciliegie della signora Rossi e la mia bottiglietta d’acqua, e con essi ho lasciato anche una delle mie possibilità di salvezza. Che sono già poche.

Striscio per un tempo che mi sembra infinito. La galleria sembra tutta uguale. All’improvviso inizia ad allargarsi: forse sono vicina all’uscita!

Ed è proprio così. Qualche minuto dopo arrivo in un’altra stanza, luminosa, spaziosa e accogliente. È arredata con un tavolo vuoto in mezzo alla stanza, un armadietto, un letto e dei fornelli. Dietro una tenda c’è il bagno. E dove c’è un bagno, c’è anche un lavandino d’acqua fresca! Apro il rubinetto e inizio a bere.

Decido di uscire dal bagno per cercare qualcosa da mangiare. Spero che al proprietario non dispiaccia se gli rubo un pezzo di pane. Tiro la tenda e mi ritrovo su uno spuntone di roccia a picco sul mare. Il cielo è scuro, piove e il mare è in tempesta. Mi giro. Dietro di me non c’è più nessun bagno, solo un maledettissimo vuoto. Ho un freddo pazzesco, il vento è fortissimo e mi spinge verso l’orlo del burrone, gli schizzi delle alte onde del mare mi sferzano il viso con violenza.

Mi accuccio e inizio a piangere. Sono in un luogo lontano da casa, ho fame, freddo, sono sola…

Sono scampata agli spiriti per un pelo, e ora morirò. Forse era questa la fine che gli spiriti volevano farmi fare.

Le mie lacrime scorrono copiose sul mio viso, e mi abbandono alla tristezza e alle sferzate del vento e del mare…

Continua

 Lucilla Cnapich, II D Secondaria, team del giornalino

I NAVIGATORI DELLA VITA

colombo11 Ottobre 1492, Oceano Atlantico.

Sto morendo. Ho freddo, soffro costantemente il mal di mare. La mia imbarcazione continua ad oscillare, in mezzo a questi mari tenebrosi. L’unica domanda che mi sorge spontanea, ripensando a tutta la mia vita prima di morire è “Perché ho fatto questo?, Perché mi sono imbarcata su questa caravella per la <Rotta Occidentale>?”. Si tratta di uno stupido sogno proveniente da uno stupido navigatore che non riesce nemmeno a distinguere le miglia latine da quelle arabe!” ma in fondo, sono io quella che è voluta salire su questa caravella, a costo della vita, sono io quella che ha lasciato casa sua, il suo paese, i suoi amici, la sua famiglia, i suoi beni e tutto ciò che possiede, solo per seguire il sogno di questo “stupido” navigatore pazzo, e quindi per diventare ancora più stupida e pazza, perché solo un pazzo avrebbe il coraggio di attraversare questo mare tenebroso e pieno di tempeste… .

Ma partiamo dall’inizio: come e perché sono finita a questo punto?

Mi chiamo Ylenia, non sono una navigatrice o una nobile commerciante, sono una ragazza un po’ fuori dalle righe, e, anche se non avevo mai avuto la possibilità di salire su una nave vera, ero affascinata particolarmente dalla navigazione: i venti, il “mare tenebroso” (che non è quello su cui sono ora) che si crede sia posseduto da dei mostri, ma anche il territorio dove si dice che gli uomini si brucino e diventino neri… tutto questo mi affascinava.

Sono stata istruita da un nobile, quindi ho avuto accesso a molte cartine geografiche e a libri di cui ce ne sono poche copie al mondo. Uno di questo è “Il Milione” di Marco Polo; sono rimasta particolarmente affascinata da questo libro: insomma, che coraggioso questo Marco Polo, a lasciare tutto quello che aveva, come ho fatto io d’altronde, e andare ad esplorare un continente a noi completamente sconosciuto fino a poco tempo fa: la Cina! È una cosa incredibile!

Comunque, tornando al racconto di prima, capita che un giorno in piazza sento della gente che parla animatamente… quando finalmente riesco a raggiungere la piazza (che è il luogo di sfogo delle “signore che sanno tutto”), mi ritrovo davanti non solo le solite signore, ma quasi tutto il villaggio! Infatti, si erano raccolti tutti lì per parlare di questo navigatore genovese, un nobile insomma, che aveva girato tutti i regni possibili per chiedere un equipaggio per una missione via mare per la “Rotta Occidentale”.

Questo navigatore si chiamava Cristoforo Colombo. Era il primo giugno 1492. Come gli era capitato molte volte precedentemente, anche i re spagnoli, Ferdinando e Isabella, non gli diedero questo equipaggio inizialmente; ma Colombo, che aveva le idee chiare in testa, non si diede per vinto e ritentò più e più volte, finché, un magnifico giorno di luglio, riuscì a convincere i due re, promettendogli molto oro e la cristianizzazione dei popoli abitanti le Indie, la terra che voleva appunto esplorare.

Così iniziò la “lotta” fra i più coraggiosi del Regno per poter compiere quest’impresa straordinaria.

Sapevo che, ovviamente, non avrebbero mai fatto salire su una nave un ragazzo così giovane come me per compiere un’impresa così importante, inoltre questo ”ragazzo” è anche donna!  Quindi, mi disinteressai completamente di quest’impresa, anche perché, sapendo che non avrei mai potuto partecipare, mi dava fastidio solo sentirla nominare. Ma, dato che ho degli amici molto “divertenti”, un giorno mi scrissero una lettera sotto falso nome, (comprando anche carta e inchiostro necessari così che sembrasse credibile!) scrivendomi le seguenti parole:

Cara Signorina Yliena Royo,

le scriviamo per dirle che il giorno 3 Agosto 1492 lei con la sua famiglia è invitata nella piazza davanti al castello, per partecipare alla spedizione che, come sa, è diretta verso la <Rotta Occidentale>, l’abbiamo scelta perché, parlando con il suo tutore, lei ha tutte le caratteristiche che un marinaio degno di rispetto deve avere.  Quindi, sperando in un consenso da parte sua in confronto all’offerta che le stiamo offrendo, la aspettiamo.

Cordiali saluti, C.C.”

Così, dopo aver ricevuto questa lettera, che poi si rivelò falsa, io mi entusiasmai e la feci vedere a tutti: famiglia, amici (che ridevano sotto i baffi, ora capisco il perché), conoscenti e anche alla gente che passava per strada.

Così, prima dell’attesissimo 3 agosto, la voce di questa “famosa” lettera, giunse alle orecchie di Colombo, che volle sapere perché una RAGAZZA andava blaterando che avrebbe partecipato a quella spedizione, quindi, sta di fatto che una mattina mi ritrovai lo stesso Cristoforo Colombo davanti alla porta di casa mia. All’inizio non volevo crederci! Insomma, chi sono io per trovarmi un navigatore molto famoso davanti a casa?! Così io, sicura che lui mi avesse mandato quella lettera, lo ringraziai e gli dissi che per me sarebbe stato un onore partecipare a quel viaggio, e che era il sogno della mia vita fare un viaggio via mare e vedere com’è veramente il mondo.

Ma, purtroppo, la sua reazione fu del tutto inaspettata: si mise a ridere.  Io all’inizio non capii, ma, facendo due più due, capii che i miei amici mi avevano presa in giro. Dentro di me, nel momento in cui scoprii che quella possibilità, quel sogno che finalmente pensavo si stesse realizzando, era impossibile, mi sentii malissimo. E, Colombo, accorgendosi di quale reazione avevo avuto, capendo che il mio più grande sogno era andato perduto, mostrò una sorta di dolcezza, e in seguito mi disse le seguenti parole:

“Negli ultimi tre anni ho vissuto con persone che non possiedono niente, ma possiedono tutto. In questa vita navigano nel mare, nella prossima navigheranno nei cieli. Vorrei essere come loro: un marinaio in mezzo alle stelle. E vorrei averti con me per il prossimo viaggio, così che diventeremo insieme i marinai della nostra vita.”

Rimasi esterrefatta da quello che mi disse, e non dimenticherò MAI quelle parole, rimarranno per sempre impresse nel mio cuore. E, dal momento che Colombo mi disse quelle parole, io iniziai ad essere ufficialmente parte del suo equipaggio, come ospite speciale, come “marinaio della vita”.

Così, il 3 Agosto 1492, che era anche il giorno del mio compleanno e quello di Colombo, tutto l’equipaggio a bordo delle tre caravelle, la Niña, la Pinta e la Santa Maria, partì per compiere questo grandioso viaggio per arrivare a delle terre sconosciute: le Indie.

E così, torniamo ad adesso: la mia morte. So di sembrare pessimista, ma non posso fare a meno di pensare che la mia vita è stata davvero breve.

12 Ottobre 1492, Indie

Sono passati ormai sessantanove giorni da quando siamo partiti, e sta per iniziare il settantesimo giorno, anzi, è già iniziato, è notte, ma io non riesco a dormire. Ho freddo ed è da oggi a pranzo che non metto qualche cosa sotto i denti. È dura, ma tengo duro, per i miei compagni, per la mia famiglia, per Colombo, il mio capitano e il mio migliore amico. Ma credo che in questo momento tutti ci stiamo lasciando andare. Fino a pochi giorni fa, a tenere allegro l’equipaggio e ad essere ottimista c’ero io, ma ora nemmeno io ho più le forze o non credo che riusciremo a finire questo viaggio, vivi.

E, mentre il pensiero di morire continua a riempirmi la testa, non mi accorgo che un mio compagno di viaggio inizia a correre per il ponte centrale con un cannocchiale in mano e, dopo averci appoggiato sopra l’occhio per dei secondi che mi sono sembrati infiniti, finalmente, dopo tanti giorni e notti, ha urlato: “Terra! Terra!”

Forse, una speranza c’è ancora…

La caravella tocca la riva di questa terra che ho tanto sognato: “Benvenuti nelle Indie.”

Chiara Toffanello, II D Secondaria

PAURA NEL BOSCO FANTASMA- I episodio

boscoSono ore che cammino in questo bosco, avrei dovuto essere già arrivata a casa da un po’…. Non posso aver sbagliato strada, no. In questo bosco c’è un solo sentiero, ed è quello su cui io mi trovo.

La mamma sarà preoccupata. Sono più preoccupata per lei che per me.

Sento un brivido attraversarmi. Mi guardo intorno. Il bosco è pieno di ombre fluttuanti. Mi rimangio la parola. Sono più preoccupata per me che per la mamma.

Le ombre mi accerchiano, sono sempre più vicine. Prima sembravano solo ombre, come macchie nere di colore, ma adesso stanno assumendo forme. Alcune sembrano alieni, una sembra il mostro che abita nei miei incubi. Ma la cosa peggiore è che tutte le altre stanno diventando i miei parenti, i miei amici, tutte le persone a cui voglio bene. Ma sono strane. Hanno un ghigno malevolo sul viso. Sono terrificanti…

All’ improvviso alcuni alberi si trasformano. Diventano identici ai miei antenati. Ma sono ricoperti di sangue secco. Le loro unghie si fanno artigli, i loro denti si fanno zanne. Lo stesso succede alle ombre. Ora sono tutti in cerchio intorno a me e intonano una canzone. Le loro voci sono strane, quasi gutturali, ma insieme hanno un effetto melodico, ma inquietante, misterioso, terribile. Le parole della canzone, rendono tutto ancora peggio:

“Gli spiriti siamo,

e chi incontriamo

noi mangiamo.

Anche al più forte

noi daremo la morte.

E prima di morire,

tu dovrai soffrire.

Ecco è giunta la tua fine fine.”

Continua

Lucilla Cnapich, II C Secondaria, team del giornalino

A SPASSO NEL TEMPO-I EPISODIO

futuro9 agosto 2754, Roma, Nuova Repubblica Italiana, ore 5:00 mattina

Pronti a partire? 3, 2, 1, viaaaa!!!! Iniziano le vacanze estive e sono emozionato come quando Robbie ha preso 100 con la prof di musica ciber-elettrobotica (ci spiegano come far funzionare i robot-musicisti).

Ma ora lasciatemi presentare, mi chiamo Lucio ho 14 anni e vivo nella periferia di Roma insieme a mia madre, che insegna “Marziano”, e mio padre, che lavora in una fabbrica di olo-auto (auto volanti molto di moda), ho anche una sorella più piccola che non ci penserebbe due volte a dire ogni sorta di bugia per screditarmi agli occhi di mamma e papà per farmi mandare in collegio e prendersi la mia stanza; la verità è che io, di andare in un collegio, non ne ho proprio la benché minima voglia.

È così che inizia la mia avventura nel tempo …

Dal diario di Lucio, 14 agosto 2754

Oggi è stato fantastico, caro diario, e lo dico solo a te, perché la mia mamma non mi crederebbe e il mio papà è fuori per lavoro, la mia sorellina poi mi direbbe che sono pazzo e mi prenderebbe in giro a vita: HO TROVATO UNA MACCHINA DEL TEMPO!!!  Per questo, voglio tenere un diario…

15 agosto 2754

Ieri ho iniziato a scrivere un diario e mamma l’ha trovato subito mettendomi in imbarazzo e dicendomi che le bugie non si dicono, ma io non sto dicendo baggianate e voglio dimostraglielo portandola al parcheggio che si trova in una vecchia galleria della metro sotterranea oggi caduta in disuso con l’ arrivo della FLINING TURBO METRO.

Così inizia una splendida avventura tra poeti famosi, grandi navigatori e regine importantissime!

Conosceremo Salomone e i ragazzini del passato; forse anche del futuro …

Bignami Jacopo, II A Secondaria, team del giornalino

I MISTERI DI BLACKWOOD

notteI tre amici erano d’accordo di incontrarsi a mezzanotte in fondo alla strada principale della loro cittadina, proprio vicino al cimitero dietro la vecchia chiesa e all’inizio del grande bosco che circondava le abitazioni di Blackwood.

Quella mattina avevano giocato, come tutte le domeniche, nella polverosa soffitta della casa di Giuly. Era una grande stanza buia e fredda, piena di oggetti, con un pavimento di legno che scricchiolava ad ogni passo e con due piccole finestrelle affacciate sul fiume. A Giuly, Peter e Steven piaceva tantissimo giocare in quel luogo, anche se la signora Taylor, la mamma di Giuly, li sgridava ogni volta che li scopriva a rovistare tra gli oggetti o a spostare qualche scatolone. Il loro passatempo preferito era far finta di essere dei detective e immaginare di cercare tesori scomparsi. Durante la mattinata, avevano rovistato un po’ dappertutto e a un certo punto tra casse di legno, bambole di pezza, libri e scaffali, avevano trovato una mappa nascosta in un cassetto di un vecchio mobile appartenuto al bisnonno di Giuly che era stato un comandante di navi e che aveva girato il mondo.

Quella mappa era datata 15 marzo 1921, sembrava portare ad un tesoro nascosto e riportava uno strano simbolo raffigurante una croce viola dentro una stella dorata.

Peter aveva domandato a Giuly: – Pensi che sia del tuo bisnonno?- E lei aveva risposto: – Non saprei, io non l’ho mai conosciuto e la nonna Mary, sua figlia, ci raccontava spesso delle sue avventure, ma non ha mai parlato né di mappe, né di tesori nascosti.

-Deve essere per forza del tuo bisnonno, non vedi la data?!- aveva aggiunto Steven. – Forse hai ragione!-  aveva concluso Giuly con aria pensierosa.

Peter e Steven si erano entusiasmati per quella scoperta, anche perché avevano riconosciuto nel disegno il bosco di Blackwood; perciò si erano messi ad organizzare nei minimi dettagli una spedizione nel bosco, certi che sarebbero riusciti nell’impresa di trovare il tesoro misterioso. Giuly avrebbe portato la mappa e un pugnale che avevano trovato in una cassapanca in soffitta, Steven una torcia per vedere nel buio e Peter dei viveri e una corda.

La campana stava scoccando la mezzanotte in punto, quando Giuly svoltò l’angolo dietro la chiesa e vide i suoi due amici che la stavano aspettando all’inizio del sentiero che portava nel bosco.

– Avete portato tutto?- chiese Giuly. -Sì! – risposero in coro.

-Siamo sicuri di volerlo fare? – domandò la ragazza con voce tremante.

– Non ti preoccupare vedrai che ci divertiremo!- rispose Steven, ma in realtà anche lui non era molto deciso.

Peter era il più convinto e iniziò per primo ad addentrarsi nel bosco e gli altri due lo seguirono tentennando. Il sentiero era buio e stretto, e anche la luce della luna piena penetrava debolmente tra gli alberi. Giuly e Steven si spaventavano ad ogni rumore.

– Siete dei fifoni!- urlò Peter che era già molto avanti rispetto a loro.

Non udì nessuna risposta, a quel punto il cuore iniziò a battere all’impazzata e il respiro a farsi affannoso. Intorno a lui calò il silenzio; solo allora Peter si rese conto di quanto fosse buio il bosco.

-Steven!?Giuly!?- gridò Peter, ma ancora nessuna risposta, quel silenzio si faceva sempre più inquietante. Ad un certo punto udì un rumore strano e un ululato squarciò la notte. A Peter sembrò per un attimo che il cuore si fosse fermato. Iniziò a correre senza sapere dove stesse andando, la paura aveva preso il sopravvento su di lui, quando all’improvviso inciampò in un sasso e cadde a terra disorientato e poi udì un rumore tra i rami.

-Peter, tutto bene?- era la voce di Steven che insieme a Giuly si era rifugiato su un albero.

-Sali anche tu, qui siamo al sicuro- disse Giuly.

Peter salì. -Avete sentito anche voi quello che ho sentito io?

-Non solo l’abbiamo sentito, ma anche visto!- rispose Giuly ancora paralizzata dalla paura. -Era un lupo!

-Secondo voi se ne è andato? Il pugnale lo avete ancora? – Chiese Peter.

-Penso se ne sia andato e comunque tranquillo, il pugnale è ancora qui con me- lo rassicurò Steven.

– E se ci fosse un branco di lupi nei paraggi? Saremmo in serio pericolo!- disse impaurita Giuly.

-Dobbiamo procedere con cautela, stare attenti a non fare rumore e spegnere la torcia quando sentiamo movimenti sospetti- si raccomandò Peter.

Scesero dall’albero e decisero di raccogliere delle pietre che avrebbero utilizzato per difendersi in caso di pericolo. Proseguirono lungo il sentiero che si faceva sempre più stretto e spaventoso.

Mentre camminavano, sentirono dei passi provenire da un piccolo sentiero laterale, si nascosero dietro un cespuglio e attesero. A un certo punto videro passare un uomo incappucciato che procedeva con andatura incerta; si fermò in un punto illuminato da un fascio di luna e si resero conto che si trattava del vecchio signor Jones, il pazzo del villaggio, che passava le sue giornate a gironzolare senza meta, a volte ubriaco fradicio. Decisero di proseguire e di raggiungere la radura che era indicata nella mappa e che si trovava poco più là. Giunti sul posto, scorsero un pozzo nei pressi di un grande arbusto, si avvicinarono e cominciarono ad esaminare il pozzo, provando ad illuminare il suo interno con la torcia; non si vedeva niente, allora Peter propose di calarsi con la corda.

-E’ troppo pericoloso! – esclamò Giuly.

– Giuly ha ragione! Forse è meglio tornare indietro…- disse Steven.

-Tornare indietro? Non se ne parla neanche siamo sulla strada giusta e un’occasione del genere non si ripeterà un’altra volta! – aggiunse Peter mentre stava sistemando la corda.

Incastrò il pugnale tra due mattoni del pozzo e poi legò la corda assicurandosi che il nodo fosse ben stretto. Iniziò a calarsi, Giuly si fece coraggio e lo seguì, mentre Steven rimase di guardia all’esterno.

Quando Peter arrivò a metà strada picchiò il ginocchio contro un mattone sporgente facendolo cadere.

-Tutto a posto là sotto!?- domandò la ragazza preoccupata.

-Sì sì, è solamente caduto un mattone! –

Mentre rispondeva all’amica scorse nello spazio vuoto lasciato dal mattone un lieve luccichio. Lo illuminò e vide che era una moneta, l’afferrò e osservandola si accorse che aveva lo stesso simbolo disegnato sulla mappa, ossia la croce viola dentro la stella dorata.

-Ragazzi, ho trovato qualcosa di interessante!- esclamò Peter pieno di eccitazione.

-Di cosa si tratta? Non tenerci sulle spine! – chiese Giuly.

– E’ un tesoro?- domandò a sua volta Steven.

-No! Ma penso che ci stiamo avvicinando! E’ una moneta antica di rame e sopra è disegnato lo stesso simbolo raffigurato nella mappa- rispose Peter.

Arrivati sul fondo del pozzo si resero conto che non c’era acqua ma un’apertura che portava in una piccola stanza buia e umida.

Peter guardandosi in giro con l’aiuto della torcia scorse una cassa.

-Una cassa, forse ci siamo! – disse Peter.

– Non cantare vittoria, Peter, è chiusa da un lucchetto! – aggiunse Giuly con tono scoraggiante. -Avete trovato qualcosa? – chiese Steven. – Una cassa ma è chiusa – rispose la ragazza.

Peter osservò attentamente il lucchetto ed ebbe un’illuminazione, provò a inserire la moneta nella fessura e come per magia, con un piccolo scatto, il lucchetto si aprì.

All’interno trovarono un mantello rosso su cui era disegnata un’altra mappa.

A quel punto tornarono in cima al pozzo e dopo aver mostrato il mantello all’amico i tre si guardarono… la loro avventura non era ancora finita.

Ludovica Moretti, II B Secondaria

IL TESORO DELL’ISOLA MISTERIOSA

map04Per l’esploratrice Juliet Johnson questa era un’opportunità unica: aveva l’occasione di esplorare la temibile isola fantasma, l’inesplorata isola misteriosa, l’isola dov’era nascosto il tesoro del pirata più crudele e cattivo che fosse mai esistito in tutto il mondo: egli era il capitano Long John Silver.

Il piano di Juliet era andare nelle isole Canarie, entrare nella corrente dei venti Alisei e venire risucchiata dal tornado che si trovava all’interno dei venti. Infatti, come diceva Jules Verne, bisognava entrare nell’occhio del ciclone per poter raggiungere l’isola. L’unico problema era trovare una persona che sapesse guidare un elicottero o un aereo che fosse disponibile a rischiare la vita per accompagnarla in quella rischiosa spedizione. Così si recò nelle Canarie e andò in città, qui cominciò a chiedere se qualcuno avesse potuto accompagnarla, ma tutti rifiutarono perchè ritenevano che fosse un’idea da pazzi e che anche lei lo fosse. Scoraggiata, Juliet ritornò al molo per prendere la nave che l’avrebbe riportata a casa sua e li incontrò anzi si scontrò con uomo molto…bizzarro che era vestito in modo davvero strano: una camicia arancione a maniche corte con dei fiori, dei bermuda verdi e un mantello rosso che rendeva il tutto ancora più strambo. Egli accettò di buon grado di accompagnare l’esploratrice e mise a sua disposizione il suo elicottero che si chiamava Rainbowflash e insieme decisero di partire il giorno stesso.

Poche ore dopo partirono e, dopo solo mezz’ora, arrivarono  davanti alla corrente dei venti Alisei e di fronte al tornado; pochi istanti dopo, erano già stati risucchiati da esso e l’elicottero fece decine di giri su se stesso fino a quando tutto diventò buio. Alcuni minuti dopo, Juliet aprì gli occhi e subito si mise a cercare le sue mappe, il suo cannocchiale e tutte le cose che servono ad un’esploratrice fino a quando si rese conto che era da molti minuti che non vedeva il suo accompagnatore.

Lei si guardò a lungo intorno fino a quando, dietro ad uno scoglio, non vide lo strambo mantello rosso: subito le vennero le lacrime agli occhi pensando al fatto che l’uomo potesse essere morto, per di più per causa sua, per rispettare le sue decisioni. Ma poi, qualche istante dopo, vide muoversi la sabbia e anche il mantello e spuntò fuori l’uomo che credeva ormai morto e finalmente scoprì il suo nome, perchè fino a quel momento lui non aveva voluto rivelarglielo: egli si chiamava Robert Vargas ed era un vecchio esploratore andato in rovina perchè lui aveva cercato il tesoro dell’isola misteriosa e l’aveva trovato, ma, nel tentativo di prenderlo, aveva causato un crollo che aveva ucciso due suoi colleghi e disperso il tesoro. Così venne costretto dalle autorità delle isole Canarie a dimettersi dal ruolo di esploratore e diventare un semplice pilota d’elicottero. Appena scoperta la vera storia di Robert, Juliet gli disse subito che, una volta trovato il tesoro di Silver, gli avrebbe fatto riacquistare il titolo che aveva perso e sarebbero diventati soci. Così si diressero verso il centro dell’isola e lì si trovarono di fronte a una enorme cascata che sembrava lunga un centinaio di metri e decisero di scendere attraverso delle rocce che sporgevano dall’acqua. Arrivati a buon punto, successe una cosa terribile: Juliet mise una mano su una roccia scivolosa e cadde; per fortuna, però, Robert riuscì a prenderla al volo e insieme completarono la discesa. Arrivati a terra, continuarono il cammino finchè arrivarono di fronte ad un lago e li decisero di bagnarsi per rinfrescarsi un po’.

Dopo qualche minuto, Juliet udì un urlo provenire dal punto in cui Robert stava facendo il bagno e si voltò di scatto e, non vedendolo, si mise a cercare sott’acqua il suo amico fino a quando non si accorse che l’acqua stava diventando rossa e subito le venne un macabro pensiero per la mente: pensò subito che Robert fosse stato ucciso da un caimano o da un’anaconda, ma poi, qualche istante dopo, vide ricomparire il suo accompagnatore con in bocca un pugnale e un serpente morto, decapitato, tra le braccia. Immediatamente, Juliet lo abbracciò, perché era davvero molto felice che il suo amico fosse ancora vivo e che in più avesse procurato loro la cena e gli chiese spiegazioni; lui le spiegò che aveva intravisto la coda dell’anaconda e aveva preso il pugnale che si trovava nello zaino di Juliet e l’aveva uccisa. In quel preciso istante, la ragazza tirò uno schiaffo a Robert che, sorpreso e incredulo di quello che era appena successo, chiese subito delle spiegazioni e lei gli chiese scusa e gli raccontò la storia del pugnale: esso era di suo padre e aveva inciso vicino al manico un disegno che rappressentava una rosa. Lei gli spiegò che la rosa era lo stemma della sua famiglia e aveva un significato storico, lei proveniva da quella famosa famiglia inglese, i Lancaster, che possedevano lo stesso stemma, quindi essi erano i suoi antichi antenati. Quel pugnale infatti, era del padrone della villa Lancaster ed era stato ritrovato da suo padre quando era andato a visitare l’antica villa romana di Pompei e aveva trovato un passaggio segreto, così, senza farsi vedere, ci era entrato e aveva trovato la tomba di un imperatore che era nato li e così l’aprì e, al suo interno, vi trovò il pugnale del suo antenato che era stato rubato da quel imperatore e l’aveva fatto suo. Ma il racconto non era finito qua: l’oggetto era così importante per lei perchè suo padre era morto e lei gli aveva promesso che lo avrebbe conservato molto gelosamente senza permettere a nessuno di portarglielo via. Robert si commosse sentendo la storia di quel misterioso oggetto e decise di proteggerlo a costo della sua vita, per ricompensare il favore che Juliet gli avrebbe fatto facendolo ritornare ad essere un esploratore di fama internazionale. Tra chiacchere e racconti, ormai si era fatto buio e i due cercarono una grotta dove poter riposare indisturbati senza l’arrivo di qualche bestia sgradita e mangiarono l’ananconda appena uccisa.

Il giorno dopo, i due si misero in cammino verso il luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi il tesoro del pirata: la mappa diceva che esso si trovava nel centro dell’isola nel vulcano Lestly e per arrivarci bisognava attraversare le montagne dell’isola che avevano il nome di Kantùr. Così cominciarono la lunga camminata verso le montagne, arrivarono lì dopo ore di viaggio e, proprio mentre stavano per cominciare l’arrampicata, sentirono la terra tremare e, tutt’un tratto, videro un’ esplosione di fumo e  lava: era il vulcano che stava eruttando e stava provocando un terremoto di grande portata. All’inizio però, la scossa fu lieve e quindi non le diedero importanza e cominciarono a scalare la montagna; dopo un po’, però, le scosse divennero sempre più forti e loro decisero di arrivare ad una grotta che era proprio pochi metri sopra le loro teste per rifugiarsi. Dopo qualche sforzo, riuscirono ad arrivare in quella grotta e insieme aspettarono la fine del terremoto. Purtroppo anche la loro grotta cominciò a crollare e Robert si fece male ad un braccio perchè un sasso gli cadde addosso. Dopo qualche ora nelle quali Juliet cercò di medicare il braccio ferito dell’amico, il terremoto e l’eruzione finirono e i due, quando uscirono dalla grotta, ripresero a scalare la montagna fin quando arrivarono in cima ad essa e videro, di fronte a loro, una grossissima mandria di elefanti che si estendeva fino al fiume davanti al vulcano che, tra l’altro, era pieno di caimani. Scesero fino a quando si trovarono di fronte un grosso elefante che subito barrì e cominciò ad inseguirli. Loro si misero a correre fino a quando arrivarono ad un passo dal fiume: in tutta fretta decisero di tuffarcisi dentro incuranti dei caimani. I due amici si tuffarono dentro il fiume perchè sapevano che in quell’isola era come essere in un universo parallelo dove tutto era al contrario: i leoni, per esempio, erano erbivori e pacifici, gli elefanti erano, invece, carnivori e aggressivi e, soprattutto, odiavano l’acqua; infatti fu per questo che a Juliet venne in mente di tuffarsi nel fiume, lei aveva letto, in precedenza, il libro di Jules Verne che parlava di quest’isola e quindi sapeva come comportarsi in quella terra sconosciuta. Tuffatisi nel fiume, cercarono disperatamente di sfuggire alle bestie che si trovavano all’interno dello specchio d’acqua e, all’improvviso, videro entrare in acqua molte… gambe, così emersero e videro un’intera tribù di indigeni che avevano fatto scappare tutti i caimani.

Essi erano gli Heclas e accolsero Juliet e Robert nel loro accampamento oltre il fiume. Loro curarono le ferite dell’uomo e della donna. Juliet era stata azzannata da un caimano mentre cercava di guadare il fiume. Per fortuna, gli Heclas possedevano degli unguenti miracolosi con i quali curarono la gamba di Juliet e il braccio di Robert che, con tutto quello che avevano passato, si era infettato.

Rimasero lì per molti giorni e, quando entrambi guarirono, ripartirono alla volta del tesoro.

Così Juliet e Robert si rimisero in cammino e, arrivati sulla cima del vulcano, decisero di entrarvici per trovare il tesoro ma, quando furono quasi arrivati alla meta, il vulcano cominciò a eruttare. I due amici furono costretti a scappare immediatamente e, nella corsa verso la salvezza, Juliet fece cadere il pugnale di suo padre dentro il vulcano ma, per fortuna, riuscirono a uscire dal cratere. Per giorni, Juliet pianse a lungo e decise di tornare immediatamente a casa sua ma prima volle fare un ultima passeggiata vicino al vulcano per cercare il pugnale della sua famiglia e lì, dopo qualche minuto, si sentì l’ennesima scossa di terremoto e il terreno sotto Juliet crollò all’istante. Lei durante il trambusto svenne e, quando riaprì gli occhi, si ritrovò sotto terra in un lago sotterraneo sotto il vulcano; lei si rese conto di essere sotto la montagna di fuoco perchè, pur essendo in un luogo con acqua fredda, aveva molto caldo e stava sudando. Improvvisamente vide sott’acqua un bagliore, così s’immerse e trovo il pugnale dei Lancaster e anche lo scrigno del capitano Long John Silver. Ella prese il pugnale e aprì lo scrigno: al suo interno trovò tantissime monete di rame e un biglietto sul quale c’era scritto di dare tutto quel tesoro al vero discendente del pirata: l’unico erede ancora in vita era Louis John Silver. Juliet, che era una persona onesta, insieme a Robert portò con sè il tesoro alle Canarie e scoprì che il discendente del capiano viveva proprio lì e glielo diede. Inoltre, fece riacquistare la fama e il titolo di esploratore al suo compagno e fece trasferire gli Heclas in città e si sposò con il suo grande amico che l’aveva tanto aiutata durante il suo viaggio.

 

Alice Traversa, II B Secondaria

 

 

 

 

NERAPECE E I SETTE NANI

bianca

Tanto tempo fa in un bellissimo castello il re e la regina vennero allietati dalla nascita di una bambina; ma la felicità durò ben poco perché la bambina era veramente orrenda  e la madre dopo averla vista morì d’infarto. La piccola successivamente venne chiamata dal padre “Nerapece”  per via della sua carnagione grigiastra, dei capelli neri e appiccicosi, delle sue unghie nere e incarnite e dei suoi  occhi così neri da non poter vedere le pupille.

Purtroppo la principessa non era soltanto brutta, era anche crudele, antipatica e capricciosa e ogni servo, ambasciatore o anche animale domestico che vivesse nel castello la evitava accuratamente. Il padre, per sopravvivere a questo peso, decise di risposarsi con una donna bella, dolce e gentile, che tentò per anni di insegnare la dolcezza a Nerapece, ma era tutto fiato sprecato. Il re, preso dalla disperazione, lasciò il castello e decise di fare il mendicante.

La buona matrigna allora, pensò di farla sposare ad un cacciatore onesto e coraggioso, ma lui, dopo aver visto la principessa, sparì nel bosco e di lui non si seppe più nulla.

Nerapece decise che la vita nel castello non faceva per lei e volle girare il mondo per diventare una cantante rock. Durante il suo viaggio incontrò una band di musicisti, composta da sette musicisti nani: Flautolo , Triangolo, Pianolo, Bassolo, Chitarrolo, Piattolo e Suonalo.

I sette musicisti nani avevano bisogno di un leader, ma nessuno di loro era in grado di farlo; Nerapece invece era capacissima di fare capricci da diva:  iniziò subito a sbraitare, a dire ai sette musicisti nani di trattarla come una regina e loro accettarono subito. Lei era proprio la regina giusta per i sette musicisti nani.

Nerapece un giorno con la sua nuova band andò a suonare musica rock al villaggio; ma tutti quelli che la ascoltavano si tappavano le orecchie per non sentire quella musica orrenda.  Allora Nerapece disse a tutti che se volevano che lei smettesse di cantare dovevano far diventare lei la regina del regno e così fu.

Ma la voce si sparse e alla fine arrivò alla matrigna bella e carina,  che decise che doveva fare  qualcosa, allora andò dal suo specchio magico e gli chiese dolcemente  chi era  la più cattiva del reame, lo specchio le rispose allora che era Nerapece la più cattiva.

La matrigna allora intinse una mela nella sostanza più carina e coccolosa di sempre,  la portò al villaggio e la offrì a Nerapece dicendo che quella  era la mela più aspra al mondo. La ragazza, incuriosita la prese e la mangiò e per magia diventò  carina e coccolosa (ma restò comunque brutta), solo che per l’emozione svenne e restò come morta.

Allora i sette musicisti nani tentarono in tutti i modi di riportarla in vita, perché a loro serviva un leader cattivo e antipatico.

La notizia arrivò anche al principe più brutto e cattivo di tutti, lui cercava una degna sposa, allora si mise in viaggio e giunse al villaggio, baciò Nerapece (per quanto non fosse per niente bella) e la sposò. Poi cacciarono la matrigna e diventarono re e regina.

E VISSERO TUTTI CATTIVI E SCONTENTI!!!!!

 Tommaso Pezzoli, II D Secondaria

UNA NOTTE FUNESTA

bosco

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Anche se Chris sapeva che non avrebbero dovuto farlo … ma in fondo non avrebbero neanche dovuto essere lì.

Erano solo dei ragazzi, non sarebbero mai dovuti entrare in quella foresta da soli.

Sapeva che ciò che lui e Billy stavano facendo era sbagliato fin da quando si erano allontanati dalla tenda mentre i loro genitori dormivano.

Quella sera i suoi e i genitori di Billy avevano organizzato un campeggio in una radura ai margini della foresta e loro, non avendo sonno erano sgattaiolati fuori dalle tende verso mezzanotte.

Chris sarebbe voluto rimanere lì alla radura ma Billy era così eccitato che non lo ascoltò neppure: si addentrò nella foresta cosicché a Chris non restò altro da fare che seguirlo.

Si accorse subito che qualcosa non andava: silenzio, troppo silenzio.

Certo era notte ma…

Si convinse che fosse la sua immaginazione ma in fondo non ci credeva neanche lui.

La radura non si vedeva già più – strano, erano entrati da un minuto – quando improvvisamente si udì un rintocco di campane, era vicinissimo: la mezzanotte.

Chris si girò da dove sembrava venisse il suono, ma non vide niente e si chiese cosa ci facessero in mezzo ad un bosco delle campane.

Billy stava letteralmente per farsela sotto e quindi decisero di tornare alla tenda ma… dov’era la tenda?!

Per trovarla decisero di provare a seguire le loro orme a ritroso ma non trovarono tracce sulle foglie secche.

Iniziarono a preoccuparsi: nessuno dei due aveva il telefono a portata di mano, erano soli, di notte, al buio, con chissà quali animali feroci in giro per il bosco, e poi… c’era qualcun altro con loro in quel bosco, o forse meglio dire… qualcosa.

Disperati com’erano, pensarono che dividersi fosse l’idea migliore per trovare la tenda ma invece…

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Chris stava vagando nel bosco da un’ora, o forse era solo qualche minuto?

Comunque gli sembrava di essere lì da solo da ore, chissà se i loro genitori erano svegli? Chissà se li stavano cercando? Chissà dov’era Billy? Chissà se stava bene?

C’erano troppe cose che nessuno sapeva e tantomeno le sapeva Chris.

All’improvviso un’ombra gli sfrecciò accanto, lui si girò di scatto e poi…e poi corse, corse e urlò, e continuò a correre e a gridare anche mentre gli sembrava che le gambe e i polmoni esplodessero.

Non seppe raccontare per molti anni cosa avesse visto quella notte dietro di sé ma quando finalmente riuscì a parlarmene avrei preferito che non lo avesse fatto.

Mi raccontò che era un volto, un volto familiare, quasi quello di Billy… ma era impossibile dirlo: gli occhi non c’erano più, al loro posto orbite vuote fissavano Chris, il naso e le orecchie erano ormai ridotti a degli ammassi informi di carne e sangue raggrumato, la bocca era ridotta ad una fessura e dei capelli erano rimaste solo poche ciocche sparse, il corpo penzolava appeso per il collo ad una fune, sulle braccia era stato inciso qualcosa con un coltello ma Chris non prestò molta attenzione a cosa ci fosse scritto.

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Chris si fermò: nessuno lo seguiva.

Gli sembrò di aver sentito una risata mentre scappava ma ora non si udiva niente, si accasciò ad un albero ed iniziò a piangere.

E pianse, pianse finché non si addormentò.

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Quando si svegliò era ancora notte.

Si alzò e iniziò a camminare, camminava senza meta, convinto che sarebbe morto lì da solo senza nessuno al fianco.

Sentiva continuamente la voce di Billy: a volte urlava, a volte lo chiamava, altre volte semplicemente sospirava.

Camminava da circa tre ore quando sentì un fruscio dietro di se e Billy che diceva: «Chris, finalmente ti ho trovato, sono io: Billy».

Chris commise l’errore di voltarsi di nuovo: Billy era morto.

Era morto con un ghigno stampato in faccia, o forse, quel ghigno, quella risata…

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Chris non ci mise molto a metabolizzare l’accaduto: poco dopo che si erano separati Billy era stato attaccato da Qualcosa, quel Qualcosa, quella presenza che Chris sentiva, che li aveva seguiti fin dalla tenda.

Chris allora capì che non c’era via di scampo: avrebbe potuto scappare, correre, ritrovare la via di casa, nascondersi fin in capo al mondo ma Billy lo avrebbe trovato.

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

E una volta ritrovati rimasero uniti, per sempre.

 

Gabriele Fasitta, III B Secondaria

DAL DIARIO DI BRONTOLO

brontolo7.02.1358

Caro diario,

mi chiamo Brontolo e sono un nano che lavora in miniera.

Per oggi ciao.

28.02.1358

Caro diario,

oggi quando io e i miei “amici” siamo tornati dalla miniera , abbiamo avuto una spiacevole sorpresa: sdraiata sui nostri letti c’era una “tipa” (che si credeva una principessa) che dormiva beata!

Sì, hai capito bene: sui NOSTRI letti!!

Si è svegliata raccontando un sacco di balle: – Mi chiamo Biancaneve, sono una principessa, la matrigna mi voleva uccidere…-  e bla, bla bla! E il bello è che gli altri ci hanno pure creduto!

Comunque dev’essere una strega, altrimenti perché ora le abbiamo lasciato il letto per dormire sul tavolo? Ovviamente per via delle sue arti magiche: probabilmente ha stregato tutti quanti e ci ha costretto a dormire in cucina mentre lei dormiva su un comodo letto!

Bene ora vado.

1.03.1358

Caro diario,

sono sempre più convinto che quela “tipa” sia una strega: deve averci fatto un altro incantesimo facendoci innamorare di lei, infatti ora le abbiamo concesso di restare a vivere da noi; ovviamente in cambio cucina, pulisce e riordina la casa e inoltre tutti i nani (me compreso) hanno paura che le succeda qualcosa.

Sai … mi sta venendo il dubbio che non sia proprio una strega: potrebbe anche semplicemente essere una bella ragazza che ci fa pena perché è rimbambita ma anche dolce e indifesa. Bho, ma io che ne so?

Vado a farò tardi in miniera!

8.03.1358

Oh mamma, oh mamma mia! Oh mio Dio!

Biancaneve è morta!!!

L’ abbiamo trovata morta quando siamo tornati dalla miniera, era stesa sul pavimento e sembrava quasi che dormisse: le labbra erano ancora più rosse del solito e i capelli nero ebano le incorniciavano lo stupendo viso che era come sempre bianco come la neve, ma il suo cuore… il suo cuore non batteva più!

All’inizio la cosa mi è sembrata così impossibile che pensavo fosse un incubo, ma adesso che sono più lucido mi rendo conto che era da aspettarselo che quella rimbecillita avrebbe fatto qualche guaio.  Dotto pensa che abbia fatto entrare qualcuno, e siamo tutti d’accordo sul fatto che questo qualcuno debba essere per forza la sua matrigna, che è venuta a cercarla dopo aver scoperto che era ancora viva; sospettiamo che le abbia fatto mangiae una mela avvelenata.

Oh la nostra povera Biancaneve! Non posso credere che sia morta!

Morta,                                                                                                                                  Morta, per sempre  !

15.07.1358

Come non detto!

È viva!

A quanto pare poteva essere riasvegliata dalla morte solo con il “bacio del vero amore”.

Bhe, è arrivato il suo vero amore, l’ha baciata, lei si è risvegliata e l’ha portata nel suo castello bianco. E vivranno per sempre felici e contenti.

Loro vivranno per sempre felici e contenti, noi nani ora vivremo tristemente senza di lei, che diventerà solo un lontano ricordo.

Bhe, peccato! Ma sono contento per lei.

Ciao, Brontolo

Elisabetta Moiana, II D Secondaria, team del giornalino

CAPPUCCETTO ROSSO

cappuccettoC’era una volta una ragazzina che viveva in una casa di città circondata da tutte le più moderne tecnologie: cellulare, I pad, Mp3 e chissà quanto altro ancora … Un giorno ricevette un sms dalla nonna che la invitava a passare qualche giorno con lei nella sua casa di campagna. Cappuccetto Rosso fu entusiasta e decise di portare alla nonna un bellissimo telefono all’avanguardia.

Scesa alla stazione del paese, Cappuccetto Rosso vide che la successiva corriera sarebbe passata solo due ore più tardi e allora si avviò a piedi. La strada che portava a casa della nonna passava in un bellissimo bosco. A un certo punto, per riposarsi un po’, Cappuccetto Rosso si sedette vicino a un albero e cominciò a giocare con il suo videogame preferito.

Presa dal gioco, la bambina non si accorse del passare del tempo e da un cespuglio uscì un lupo. Questi si avvicinò a Cappuccetto Rosso chiedendole dove fosse diretta e la bambina disse ingenuamente dove si trovava la casa della nonna.

Il lupo corse via immediatamente e la bambina si rese conto del suo errore: cercò di avvisare la nonna, ma il telefonino nel bosco non aveva campo!

Guardando casualmente dalla finestra, la nonna vide il lupo che arrivava: subito prese il suo stereo, si mise i tappi nelle orecchie e lo accese a tutto volume. Appena il lupo aprì la porta, stordito dal fortissimo rumore, perse i sensi cadendo a terra.

La nonna chiamò la guardia forestale che accorse subito e portò via il lupo. Proprio in quel momento arrivò anche Cappuccetto Rosso, che, visto lo scampato pericolo, corse ad abbracciare la nonna.

-Ti ho portato un regalo!- disse. La nonna fu felice e invitò la bambina a seguirla nella sala da pranzo. – Anch’io ho un regalo per te! – disse mostrando una bellissima torta di mele. Cappuccetto Rosso fu felice e pensò: – Nessuna tecnologia potrà mai superare i dolci della nonna!

E vissero per sempre felici e contenti.

Arianna Vaccari, II D Secondaria

RACCONTARE CON IL FUMETTO

Quest’anno, noi alunni delle due classi quarte di Mezzate abbiamo imparato a raccontare con un linguaggio nuovo e divertente, che ci è piaciuto molto: il fumetto.

Lo sapevate che …

Fumetto deriva da “fumo”, perché le nuvolette entro cui sono scritte le parole assomigliano a boccate di fumo di una sigaretta.Il fumetto è un modo molto speciale di raccontare, nel quale i disegni sono importanti tanto quanto le parole.

Il fumetto ha lo scopo di raccontare una storia e questa narrazione avviene per mezzo di tante vignette. La vignetta usa sia il linguaggio delle immagini che il linguaggio verbale .

Sfogliando alcuni giornalini a fumetti abbiamo scoperto, che come un testo, anche la vignetta ha una sua grammatica.

GRAMMATICA
DELLA
VIGNETTA
Ø  inquadrature e campi
Ø  linee di contorno delle vignetteØ  didascalie
Ø  nuvolette o baloon
Ø  metafore
Ø  onomatopee
Ø  linee cinetiche

Dopo avere conosciuto questo nuovo linguaggio, che ha regole ben precise, e aver fatto esercizi di questa piacevole grammatica, abbiamo voluto provare a fare i fumettisti e ci siamo divertiti a fare gli scrittori, gli sceneggiatori ed i disegnatori.

Così abbiamo scritto delle piccole storielle che poi abbiamo suddiviso in momenti principali, in seguito abbiamo illustrato le varie sequenze a fumetti.

E’ stato molto divertente! Divertitevi anche voi a leggerle durante le vacanze. Ciao!

Gli alunni delle classi IV A e IV B Primaria, Mezzate

 

P.S. Alcune di queste storielle sono ispirate ai Carabinieri che abbiamo conosciuto in un incontro a scuola ed hanno anche partecipato al Concorso indetto dall’Arma dei Carabinieri. Se vuoi leggere attentamente una vignetta blocca lo scorrimento con il tasto pausa sotto al filmato

8 CONSIGLI PER SCRIVERE UN BUON ARTICOLO

articoloAlcune volte, anche per me, è difficile scrivere un articolo.

Scriverne uno è solo l’ultimo passaggio di un lavoro preliminare molto approfondito, bisogna avere le idee chiare prima di scrivere. Ecco 8 consigli per non fare errori e scrivere un buon testo.

1) Per prima cosa la notizia, anche se sembra banale, non lo è. I giornalisti sanno che non c’è nulla di più prezioso che delle proprie fonti. Perciò bisogna studiarle bene, guardare con attenzione il materiale che hai sotto mano. E’ come il lavoro di un detective. Bisogna valutare quali sono le cose più importanti tra tutto quello che hai a disposizione. Pensare che cosa ti ha incuriosito o colpito di più, osservare se tra le fonti che hai a disposizione alcune sono in contraddizione tra loro.

2) Pensa al titolo. E’ il tuo biglietto da visita. Se hai in mente un buon titolo hai anche in mente un bell’articolo. Il titolo, essenzialmente, è una descrizione del tuo articolo. E il tuo articolo è la descrizione di una notizia. Che a sua volta è la forma narrativa di un fatto o di una serie di fatti. Perciò cerca di non partire dalla fine. Cerca di non scrivere prima l’articolo e poi titolarlo. Immagina subito un titolo, anche provvisorio, e appuntalo in testa al tuo articolo.
Quando scrivi un articolo, le parti più importanti e più difficili da scrivere sono essenzialmente tre: il titolo, l’attacco del pezzo e la conclusione.

3) L’attacco. Se hai un buon attacco hai anche il resto dell’articolo. L’attacco di un articolo è come il tappeto rosso di fronte a un cinema, è l’invito a entrare, a perdere del tempo prezioso e a leggere quello che hai da raccontare. Ci sono diversi modi per farlo e con l’esercizio anche tu troverai il tuo. Ricordati però che nell’attacco, cioè nel primo paragrafo di un articolo, devono essere contenuti in sintesi tutti gli elementi principali della notizia. Le famose “5 W” (chi, cosa, dove, quando e perché, cioè “who, what, where, when, why”) devono essere scolpite nelle tue dita: la notizia viene prima di tutto.
Perché l’attacco oltre ad avere un contenuto ben definito (la notizia) è anche la carta adesiva su cui devono attaccarsi gli occhi del lettore. Perciò elimina ogni parola superflua finché non ottieni poche righe semplici, essenziali ma coinvolgenti, non piatte né sciatte. Devono informare e incuriosire, suggerire al lettore che hai materiale e storie sufficienti per farlo andare avanti. Scrivi l’attacco. Poi vai a capo. E qui comincia il lavoro vero e proprio sul corpo dell’articolo.

4) Arrivato a questo punto è davvero inevitabile pensare al tuo lettore. L’hai incuriosito con un buon titolo e hai costruito il portone d’accesso a quanto hai da raccontargli con l’attacco. Adesso devi dedicarti proprio a lui, al tuo lettore. Che tipo è? Cosa gli interessa? Quanti anni ha? Cosa gli piace sapere? Perché dovrebbe ascoltare la storia che hai da raccontargli? Immagina mentalmente un tipo di pubblico interessato al tuo articolo. Dagli un volto. E poi rendigli impossibile non sapere quello che hai da raccontargli. Non c’è giornalismo senza un pubblico.

5) Immaginato titolo, attacco e pubblico, è il momento di mettersi a scrivere con umiltà le notizie che hai raccolto. Comincia a sciogliere e a inserire i vari elementi che hai reperito nelle tue fonti. Essenzialmente, il “corpo” di un articolo – la sua parte centrale – è una storia basata su fatti. Senza “cose” da raccontare non c’è le “5 W” con dovizia di particolari. E’ a questo punto, dal secondo paragrafo in poi, che puoi far capire l’importanza per il “mondo” della notizia che stai raccontando.

6) E se non ci riesci? Ci sono milioni di persone che inventano storie molto piacevoli ma non raccontano nessuna notizia. Il tuo dovere è attenerti ai fatti e alle tue fonti. Se non trovi le notizie allora devi ricominciare. Se hai le notizie ma non sai come raccontarle invece non è niente di grave. Capita a tutti.

7) Prima di concludere l’articolo, come nella vita, bisogna salutarsi. Metti una cura particolare nell’ultimo paragrafo. Cerca di terminare con una frase di senso compiuto. Non necessariamente a effetto ma comunque degna di nota. E’ l’ultima cosa che il lettore saprà del tuo articolo prima di passare ad altro, perciò pensaci bene. Nelle redazioni italiane in genere si dice che le cose più importanti di un pezzo stanno all’inizio e alla fine. Inizio e fine da soli valgono metà dell’articolo. E’ come il finale di un film. Un bel film con un finale tirato via, brusco o improvviso, non fa uscire dal cinema soddisfatti. Cerca di evitarlo.

8) Mentre lavori al tuo articolo ricordati che deve essere un piacere scriverlo prima ancora che leggerlo. Come un grande romanzo, anche un articolo può restare nella storia. Ma a differenza di un romanzo, l’articolo di un giornalista è anche un oggetto che si consuma in pochi minuti. Perciò oltre che preciso deve essere anche piacevole. Se quello che stai scrivendo non incuriosisce te per primo è molto difficile possa interessare un lettore qualsiasi o il tuo professore, che indaffarato com’è rischia di sottovalutare tutto il tuo lavoro.

Perciò, studia le tue fonti, misura le parole, ma soprattutto divertiti.

Martina e Giulia di Nuzzo, II B e III D 2014-15 Secondaria,  team del giornalino

IO SULL’ERMO COLLE

Un giorno di primavera, camminando vicino al lago, vidi la collina su cui ero solito sedermi quando volevo leggere un libro o semplicemente riflettere.

Il colle, oltre a essere ricoperto della sua solita erba verde, era pieno di fiori che lo rendevano profumato di lavanda.

Quell’odore mi riportò al giorno in cui, un anno prima, mi innamorai ancora una volta. Quasi tutto intorno a me mi faceva pensare a lei, soprattutto il profumo dei fiori.

Stando seduto in mezzo all’erba pensavo sì all’amore ma anche alla sofferenza che sarebbe potuta seguire ad esso.

La mente mi si riempì di pensieri e riflessioni che mi fecero andare in confusione.

Pensai a come mi sarei dovuto comportare o semplicemente a se glielo avrei dovuto dire.

Tutti questi pensieri mi portarono a capire una cosa sola: dovevo andare avanti e fare quello che mi avrebbe detto il cuore.

Così mi alzai da terra e, con il sole che tramontava all’orizzonte, tornai a casa, con un solo pensiero in testa: fare quello che mi sentivo di fare.

Tommaso Ruffin, IIIC Secondaria

tramontoSu questo colle solitario mi fermo ad ammirare l’orizzonte.

Le mille sfumature di arancio e rosso che segnano il tramontare del sole, riempiono il mio cuore di un’allegria indescrivibile.

Il vento, che quasi come una carezza, si infrange tra i miei capelli fa da sottofondo a questo panorama mozzafiato.

Ma nonostante questa bellezza, un’amara sensazione di malinconia si impossessa della mia mente.

Ripenso ai dolori passati, alle storie d’amore mai iniziate che non riesco a finire.

Certe notti mi sento così sola…

E la cosa più brutta non è tanto questa solitudine, ma la consapevolezza che sono le persone che mi circondano a farmi sentire così.

Paragono la mia vita a un burrascoso viaggio in barca: anche se la tempesta non ne vuole sapere di fermarsi, anche se le onde fanno di tutto per disintegrare la mia imbarcazione, anche se le braccia sono stanche di remare, voglio andare avanti.

Perché, per quanta strada ancora c’è da fare, io lo so che amerò il finale.

Letizia Patruno, III C Secondaria