UNA GARA AL BUIO

Qualche giorno fa un mio amico mi disse un segreto che non riuscirò a mantenere a lungo. Mi ha raccontato una cosa che mi ha fatto dispiacere molto, ma, allo stesso tempo qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare.

Quel giorno, mentre andavo verso il bagno, lui mi chiamò e mi tenne da parte per dirmi qualcosa; iniziò dicendomi per prima cosa che non dovevo dire a nessuno ciò che mi stava per dire, per nessuna ragione al mondo, dovevo mantenere il segreto. Mi raccontò di essere scappato da casa una sera, mentre i suoi genitori dormivano, per andare fuori con altri suoi amici che fecero lo stesso per andare a una ditta abbandonata vicino al paese dove abitava.

Erano andati lì perché volevano fare una partitella tra amici a calcio; la sua squadra stava vincendo quando un suo amico tirò la palla così forte che ruppe un muro abbastanza fragile e sparì nel buio. Restarono fermi per un momento, poi obbligarono quello che aveva tirato il pallone ad andare a recuperare l’amico. Ci misero un po’ a convincerlo, ma, alla fine, riuscirono nell’impresa. Il ragazzo si chiamava Luca e non era un cuor di leone, e quindi, ci mise un po’ prima di riuscire ad arrivare alla breccia che lui stesso aveva aperto nel muro.

La luna piena rischiarava la ditta da buchi sul tetto malandato e un silenzio inquietante aleggiava nell’aria già terrorizzante per il buio intenso che il foro del buco emanava. Ancora dieci passi e avrebbero potuto continuare la partitella tra gli amici nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno … Luca allungò la mano per prendere il pallone e … un mostro dalle fattezze deformi sbucò con il pallone  tra le mani e fece un sorriso maligno; subito dietro di lui sbucarono altri sei mostri altrettanto deformi.

Una voce risuonò nella sala principale della ditta, dove giocavano. – Ahh, ragazzini, eh? Non smettono mai di stupirmi; anche noi avevamo, come voi, la nostra età d’oro, non pensate??? Anche se anche noi eravamo intraprendenti, coraggiosi e anche un po’ spericolati. Ma voi ci avete disturbato il sonno e per far in modo di lasciarvi liberi dovrete batterci in tre prove che sono 1. Astuzia;2. Resistenza;3. Sopravvivenza. Se non ce la farete … bè… ci penseremo dopo. Le prove si terranno in questo luogo, una prova alla volta a ogni luna piena, ma intanto ci terremo il vostro amichetto. Se volete salvarlo dovrete presentarvi  tutti e a tutte le prove, sennò farà una brutta fine, Insieme a voi. Se tentate di non venire alle prove, noi vi cercheremo e vi uccideremo.

Subito si levò un mormorio di assenso e tutti gli altri mostri risero di gusto e sparirono nel buio. Eravamo ancora spaventati e sorpresi allo stesso momento ma poi ci riprendemmo dallo sconforto, da quello che avevamo appena visto e sentito.  La luna successiva piena sarebbe stata di lì a due giorni, avevano pochissimo tempo per prepararsi alle prove.

Così il mio amico mi chiese se volevo aiutare lui e i suoi amici per la prima prova di astuzia, io all’inizio ero dubbioso e soprattutto pauroso, ma avevo paura di perdere il mio amico, così accettai e ci demmo accordo di trovarci la sera della prova sotto a casa sua con i suoi amici per prepararci e fare il punto della situazione. Dopo una lunga discussione approvammo che dovevamo andare e rischiare la nostra vita ma decidemmo che se avessimo perso avremmo preparato una via di fuga.

Allora andammo in quel luogo, quel luogo che non avevo ancor visto. Come descritto dai miei amici quel luogo era molto inquietante. Quindi urlammo: “Siamo quiiiiiiiii! Venite fuori codardi che non siete altro … ops!’’ dicemmo accorgendoci che i nostri amichetti erano dietro noi e ci guardavano annoiati e allo stesso tempo arrabbiati.

-Siete arrivati finalmente, vi aspettavamo da molto tempo e eravamo preoccupati che voi non veniste più. Cominciamo con le prove!!!

Le prove erano molto complicate e alla fine non riuscimmo a completarle: la prova di astuzia non era facile, perché l’astuzia non era tra i nostri pregi, così perdemmo la prima delle tre sfide; eravamo molto scoraggiati ma ci rialzammo il morale promettendo di fare di meglio nelle altre prove, che erano il nostro forte.

Per la prova di resistenza ci allenammo facendo di corsa il giro dell’isolato ogni pomeriggio. Il giorno della prova riuscimmo a vincerla alla grande arrivando tutti noi prima dei mostri. Eravamo in pareggio, per poter riavere il nostro amico salvo dovevamo vincere la prova di sopravvivenza, sennò saremmo sicuramente morti tutti.

Il problema infatti fu quella terza prova. In verità la prova di sopravvivenza era una farsa e loro volevano veramente ucciderci. Allora prendemmo Luca, corremmo e andammo dove avevamo preparato la via di fuga.

Quindi uscimmo dalla grata che avevamo aperto e poi la chiudemmo. Quindi i mostri non riuscirono a prenderci ma arrabbiati continuavano a urlare che se fossimo tornati in quel luogo ci avrebbero ucciso immediatamente e senza ripensarci un momento.

Quando tornammo a casa però loro erano riusciti a liberarsi ed erano già lì…

Gabriele C. e Riccardo P.,

 Secondaria, team del giornalino

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LA DANZA DEI PINGUINI

In una mattina d’inverno, sorvolando l’altopiano di Truz, al Polo Sud, mentre il gelo regnava sovrano si poteva vedere una folla di pinguini. La stagione dell’accoppiamento era appena passata e nessuno si aspettava una nascita improvvisa, ma loro, loro non erano come gli altri… Tra la folla c’erano due pinguini unici al mondo! Nati da padre nero e madre bianca, i due piccoli di nome Pingo e Pongo erano grigi!

Oltre ad essere grigi e nati prima erano anche degli ottimi ballerini!

Ebbene si, nonostante i pinguini siano animali definiti buffi e goffi, sapevano ballare meglio di Roberto Bolle. Erano diventati famosi in tutto il Polo Sud.

Pingo era piccolo, dolce e molto ubbidiente, tutto il contrario di Pongo che era ribelle e spericolato; ma tutti e due oltre al compleanno condividevano la fame perenne e la passione per il ballo.

Erano talmente bravi e ammirati per i piccoli spettacoli che facevano davanti ad amici e conoscenti, che all’età di soli sei anni aprirono una scuola di ballo chiamata “la danza dei pinguini”.

Per loro non è stato semplice insegnare a ballare a tutti i pinguini iscritti perché erano negati!

Ma la passione di Pingo e Pongo per la danza era più forte dell’incapacità dei loro allievi.

Lavorandoci per mesi e mesi, otto ore al giorno, riuscirono finalmente a creare dei ballerini quasi perfetti.

Pingo e Pongo insieme ai loro allievi ballerini andarono in tour mondiale con il loro jet personalizzato con la scritta: “I pinguini ballerini” in oro su sfondo azzurro e bianco.

Così divennero famosi in tutto il mondo.

Iris M., Secondaria, team del giornalino

TERRORE AL CIRCO

“Grece oggi sarà il tuo ultimo giorno di lavoro” così mi disse Nando Orfei, la mattina del 1 ottobre 2014. Perché avrei dovuto smettere di lavorare? Amavo ciò che facevo e tutti in quel circo sapevano che mi facevo sempre in quattro fra allenamenti, prove…

E perché allora Nando aveva pronunciato quelle parole? Avevo forse udito male? Mentre mi ponevo queste domande, il mio capo proseguì con la spiegazione: penso che il mio viso esprimesse le mie perplessità al riguardo. “ieri si è presentata una ragazza… Asia penso si chiami, ma il nome dopo aver visto cosa sa fare su quel trapezio non conta molto”.

Sapevo cosa stava per dire, ma tante volte mi aveva detto che ero brava, la migliore, uno dei pilastri più importanti, quindi la paura svanì. Lo guardai in volto; i suoi occhi si fecero tristi, si asciugava le mani evidentemente sudate sui pantaloni… solo allora capii che tranquillizzarmi non era stata affatto una buona idea. “Cosa stai cercando di dirmi?” chiesi molto a disagio “Beh io non dico che tu non sia brava, hai talento da vendere, ma insomma… Asia ha caratteristiche differenti dalle tue, ma che sinceramente preferisco”. Ecco, l’aveva detto… non sapevo cosa rispondere: tenni solo il capo abbassato e cercai di trattenere le lacrime, che mi stavano riempiendo gli occhi.

“ Per quando dovrò svuotare la mia roulotte?” non volevo andarmene, ma a Nando, anche se teoricamente non era più il mio capo, dovevo comunque ubbidire.

“Per il 5 deve essere pronta per accogliere Asia”

Ovviamente io feci come lui aveva detto, non avevo la minima idea di come, ma sicuramente gliel’avrei fatta pagare. Non sapevo né cosa fare né dove andare … Lui mi aveva tolto tutto ciò che possedevo, mi rimanevano solo un po’ di soldi e la mia macchina; passarono un paio di giorni e neanche a farlo apposta Nando ebbe un infarto e morì. Nonostante fossi molto triste, la mia voglia di vendicarmi non passò; pensai e ripensai, ma poi mi vanne l’idea!… Nando era morto, ma i suoi tre figli no: Ambra, Gioia e Paride Orfei… ma quale dei tre scegliere? Proprio mentre mi ponevo questa domanda, passai davanti ad un grande tendone giallo e blu con sopra un’insegna. Non riuscivo a leggere le parole che vi erano scritte, cosi mi avvicinai con l’auto e lessi attentamente: “PICCOLO CIRCO DEI SOGNI DI PARIDE ORFEI” …non ci potevo credere… Paride aveva una scuola di circo proprio vicino ad una strada alquanto buia.

Bene! Pensai, ora so chi dei tre scegliere, cosa fa nella vita, ma devo ancora scoprire molto. Andai su internet, sui social e trovai molte informazioni: Paride aveva conosciuto Snejinka Nedeva intorno al 1994, della quale dopo aver lavorato in vari spettacoli, si innamora perdutamente e dalla quale nel 1997 nascerà Cristian Orfei.

Paride e Snejinka fecero molti spettacoli: in tv, al circo della zia, Liana Orfei… e cosa più importante: da diversi anni era il direttore della scuola di circo che avevo visto poco prima.

Viste le circostanze, decisi di architettare un piano, ma quale? Uccidere Cristian… no, troppo crudele; rubare qualcosa … o sarei entrata nelle roulotte o cosa avrei dovuto rubare, una Fanta  dal bar? Passai davanti a quel magnifico tendone un milione di volte e più lo guardavo più mi tornava alla memoria quel triste giorno e più la voglia di vendicarmi aumentava. Solo dopo molte ore capii che non dovevo pensare a chi viveva in quel circo, bensì alla struttura… mi tornò alla mente il sogno e decisi che avrei dato fuoco al tendone, ma non sapevo nemmeno da dove cominciare; così stabilii che avrei affidato il compito a qualcun’altro. Pensai che tanto chiunque per soldi avrebbe fatto una cosa simile e non mi sbagliavo, infatti, in poco tempo trovai Jon, un uomo magro e alto dai capelli scuri, molto corti; appena gli proposi l’affare accettò immediatamente o meglio prima volle sapere quanto l’avrei pagato e poi accettò! La notte seguente Jon andò al circo, faceva caldo e come ho già detto la via era alquanto buia, passavano poche macchine che molto velocemente illuminavano con i fari l’asfalto conferendogli un aspetto buio e tenebroso.

Io accostai dall’altra parta della strada e Jon si recò al tendone con dell’alcol e un accendino. Erano le 2:00 quando il circo intero stava bruciando tra le fiamme della mia vendetta. Jon salì in macchina ed insieme scappammo prima che qualcuno potesse vederci.

La mattina dopo appena mi svegliai mi precipitai a vedere com’era ridotto il circo e vi trovai delle ambulanze, i pompieri, la polizia … notai che c’erano anche molti giornalisti intenti a fare domande a Paride e sua moglie.

Intorno alle 14:30 andai a comprare il giornale e vi trovai in prima pagina  l’articolo: “Un circo in fiamme”. Stando a ciò che vi era scritto, un camionista vedendo le fiamme suonò il clacson e Paride e Snejinka riuscirono a chiamare i vigili del fuoco poco prima che la loro roulotte esplodesse. Non sapevo se essere felice per loro o arrabbiata, alla fine decisi semplicemente di sorridere del resto non volevo creare nessun morto!

“Beh e il resto signora poliziotta lo sa!”

“Così noi siamo venuti a cercarla e l’abbiamo trovata dormicchiare nella sua macchina”.

“Esatto”

“Grazie mille per aver confessato tutto”

“Ma come avete fatto a trovarmi?”

“C’era una telecamera di videosorveglianza e grazie alla targa della sua macchina siamo risaliti a lei e alcune persone ci avevano detto di averla vista qua, così…”

“Siete venuti a prendermi…”

“Portatemi pure in galera, ma per favore raccontate la mia storia”.

Questa fu la mia ultima frase prima di finire in quella buia, tenebrosa e spaventosa cella.

Seppi solo che quel circo dopo il mio atto di vandalismo, si rialzò grazie all’aiuto dei ragazzi che vi praticavano lo sport e nel mio cuore sperai che un giorno anche loro potessero realizzare i loro sogni nel mondo del circo senza commettere mai il mio stesso errore.

Giorgia F., Secondaria,

team del giornalino

 

LA RIVOLTA DELLE ANIME-Episodio 2

-Non fare domande. Devi venire.

Mi alzo e pronuncio un “Ok” non molto deciso. Ma nonostante tutto Viola mi ha salvato la vita.

Dopo un cammino non tanto breve, arriviamo ad una catapecchia sgangherata. Sulla porta un cartello: “Vietato l’accesso, struttura pericolante”

Apre la porta con una chiave a forma di decagono. C’è un piccolo, ma lussuoso atrio e una scala porta ai piani di sotto.

Il piano più basso è il più spazioso di tutti. È un enorme stanza, piena di armi e di postazioni per allenarsi nel combattimento, del tiro con l’arco, nel lancio dei coltelli e in tantissime altre cose.

Viola comincia a parlare.

-Ora ti devo delle spiegazioni, Sofia. Mi dispiace di non averti detto niente prima, ma la situazione è davvero grave. Sei ricercata. – Trasalii. – No, non dalla polizia. Dagli spiriti.

-Cosa?

-Lo so che ti sembrerà strano, ma è così. Gli spiriti esistono. Ma solo quelli delle persone che hanno cercato di dominare il mondo in passato, che tornano per riprendersi la rivincita sull’umanità, e diventare finalmente i possessori e dominatori incontrastati della Terra.

-E io cosa c’entro?

-Tu sei speciale. Sei come me. Anzi, non esattamente ma quasi. Lascia che ti spieghi. Io vengo da un pianeta in una galassia lontana. Il mio pianeta si chiama Plastrum. O meglio, si chiamava Plastrum.

Su quel pianeta nascevamo tutti con poteri speciali in modo da combattere questi spiriti. Tutto andava bene ma, quando uno scienziato fece cadere a terra una fialetta, il nostro pianeta cominciò lentamente a disintegrarsi insieme ai suoi abitanti. Io venni messa su una navicella dai miei genitori. Ero con loro e con la mia migliore amica. Solo io salii su quella navicella. Un secondo dopo si polverizzarono. Avevo tre anni. E non vidi i miei genitori e la mia amica morire. Li vidi distruggersi. Ricordo ancora l’espressione di dolore, tristezza e sorpresa che avevano dipinta in faccia mentre ogni cellula del loro corpo si separava dalle altre, si induriva e poi si sbriciolava. Non ho nemmeno fatto in tempo a dirgli addio. La navicella è partita e nel giro di quattro giorni sono arrivata qui. Ma la navicella ha emesso un’onda che dà poteri come i miei a una persona. Quella volta quella persona sei stata tu.

Per due come me e te nessun posto in questa città è sicuro. Ci possono trovare. E se ci trovano e sono tanti, noi moriamo. E se noi moriamo gli spiriti distruggeranno la Terra. Capisci cosa significa la tua sopravvivenza?

No, non capisco. Per me Viola sta raccontando un mucchio di cavolate. Spiriti? Extraterrestri? Non me la bevo.

-Lo so che vuoi, ma non puoi andartene. Non puoi tornare a casa. Dobbiamo andarcene di qui.

-Vengo via con te solo se viene con noi anche Tina. È la mia migliore amica.

-Se venisse con noi anche Tina, faremmo prima a non andarcene.

-Non capisco?

-Tina è uno di loro, è travestita per sembrare umana: indossa una maschera in viso e sempre maniche e pantaloni lunghi per coprirsi. Finora non aveva ancora scoperto che eri tu, la persona di cui era diventata amica senza volerlo, che lei stava cercando.

Non so cosa dire. Sono sbalordita.

Viola prepara due zaini, con vestiti, borracce, cibo, armi e tutto l’equipaggiamento necessario per sopravvivere. Usciamo di casa.

-Giusto un’informazione. Dove andiamo? – chiedo io.

-A casa di Annalisa.

-Perché? Cosa c’entra Annalisa? È speciale anche lei?

-Sì. Ma non come noi. È speciale perché è mia amica. E devo salutarla perché non posso lasciare senza dirle niente l’unica amica che abbia mai avuto da quando sono scappata da Plastrum.

Continua…

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

 

LA RIVOLTA DELLE ANIME – Episodio 1

“Non so cosa sia successo nella mia vita. Un giorno, all’improvviso, tutto è cambiato. E niente è più stato come prima. Le esperienze che ho vissuto, mi hanno cambiata per sempre. E anche se ora tutto è tornato alla normalità, niente lo è più. Non so quale sia stato il momento di svolta, cosa esattamente abbia scatenato tutto questo, cosa abbia stravolto la mia vita. Ma una cosa so. Che la mia vita non è più la stessa. Che io non sono più la stessa.”

Famiglia normale, vita normale. La mia vita è indubbiamente molto noiosa. Ogni mattina mi alzo alle 7 della mattina, mi vesto, faccio colazione e vado a scuola. Ogni pomeriggio alle due esco da scuola, prendo il pullman per casa mia, mangio, faccio i compiti. Alle quattro arrivano a casa mia mamma e i miei due fratelli.

Oggi sono contenta. Finalmente è successo qualcosa di interessante nella mia vita: ho perso il pullman per tornare a casa. Dovrò camminare fino a là. È un evento straordinario nella mia vita normale. Altre cose straordinarie che sono successe nella mia vita? La mia nuova vicina di banco. Assolutamente strana, per niente normale. Di sicuro lei ha una vita totalmente diversa dalla mia. Ma non serve conoscere le sue abitudini per sapere che tipo è. Basta guardarla negli occhi. Sono verdi, come non ne ho mai visti in tutta la mia vita. Non il solito verde degli occhi delle persone, opaco, un po’ tendente al grigio. I suoi occhi sono di un verde brillante, come quello di una fogliolina che a primavera, timidamente esce dalla sua casa, protetta e calda, e si espone al Sole, al vento, alla vita.

Strano vero? Non riuscirei mai a chiamarla Viola. Viola. Per me lei si chiama Verde.

Verde è intelligente e in tutte le materie ha sempre il massimo dei voti. Non essendo molto socievole, sarebbe presa in giro da tutti se non fosse che è bravissima anche in ginnastica e che quando la scuola ci ha portati a fare una lezione di tiro con l’arco, lei ha centrato sempre il bersaglio. Da allora tutti hanno paura di lei e sono circolate leggende metropolitane in cui si dice che lei sia una strega, che porta un arco invisibile sempre con lei e che se qualcuno la disturbasse lei gli tirerebbe una freccia contro.

Ovviamente io non credo a queste leggende, per me lei è verde, strana, può sembrare pericolosa ma è innocua. Nessuno le parla. Tranne una persona. Una mia amica che piace a tutti e che è simpatica con chiunque. Un’altra cosa strana nella mia vita. Ne stanno accadendo fin troppe ultimamente. Ma la mia vita resta sempre banale e… per un istante vengo accecata dalla luce del Sole, sento le gambe non reggermi più, vedo tutto girare e mi ritrovo per terra. Poi una voce mi sussurra: “Non tornare a casa” …

Mi ritrovo per terra, in una posizione innaturale, lo zaino un metro più avanti. Mi alzo. Non capisco cosa sia successo. Ripenso a quello che mi è accaduto. E all’improvviso mi viene in mente una cosa. Oggi non c’è il Sole. Non posso aver preso un colpo di sole. Questo è molto strano. Penso che sia meglio tornare a casa.

Cammino ancora un po’ traballante. Penso che tutto quello che mi è successo sia solo dovuto alla fame. Non appena arriverò a casa, mi mangerò un bel piatto di pasta. Mi farà bene.

Vedo il portone di casa, prendo le chiavi e apro la porta. Dentro casa c’è un odore strano, come di marcio. Mi toccherà scovare ciò che emana questa puzza prima di mangiare. Non riesco a mangiare con questo odore. Mi avvicino all’armadio dei panni per prendere qualcosa per pulire non appena troverò “la cosa puzzolente”. Apro l’armadio. Qui l’odore è più forte. Sono stata fortunata. Non ho dovuto cercare molto. Mi chino per trovare il punto. All’improvviso sento qualcosa di viscido sfiorarmi. Che sia un topo morto? Mi ritraggo disgustata. Appena alzo lo sguardo, vedo una creatura viscida, con dieci occhi, un’ala tutta bucata e spaventosi artigli. Si dirige verso di me. Non so cosa sia, ma penso che voglia uccidermi. Ho paura. Addio a tutti. Chiudo gli occhi, aspettando la fine. Ma non arriva. Apro gli occhi. La foresta ha invaso la stanza. Vedo tralci d’edera volare per la stanza imprigionare il mostro. Alla fine di lui resta solo una pozzanghera di un liquido schifoso.

Ma c’è un’altra persona nella stanza. La persona che mi ha salvata. Vestita di foglie e con gli occhi coperti da un paio di occhiali da sole. Mentre si avvicina l’abito comincia a diventare di tessuto, le scarpe di foglie diventando stivali e l’edera che aveva evocato torna nelle sue mani. Quando ormai è vicina a me, nonostante gli occhiali da sole la riconosco: Viola.

Mi prende la mano e mi aiuta ad alzarmi.

Mi dice una cosa: “Vieni con me. Ti hanno trovata”.

Continua

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

 

Tebe e l’ uomo che uccise la sfinge

“Sediamoci all’ ombra di questo ulivo ragazzo, fa troppo caldo per continuare.” Detto questo, il vecchio cantore si sedette e svitò il tappo della borraccia che teneva al collo. L’acqua gli scivolò lungo la gola rinfrescandola. Quando ebbe finito di bere passò la borraccia al ragazzo cieco che sedeva accanto a lui.                     “Ragazzo, quella città laggiù è Tebe, Tebe dalle sette porte, è la città protagonista di un episodio del Racconto Infinito, ma di questo te ne parlerò dopo, ora sono troppo stanco, devo riposare, dovrai avere pazienza …”. E così dicendo, si stese all’ombra dell’ulivo.

Il ragazzo si rodeva dalla curiosità, non sapeva se svegliare il vecchio o lasciarlo dormire. Alla fine, decise di svegliarlo: dopo tutto doveva diventare un aedo, e gli aedi devono conoscere tutti i racconti del Racconto Infinito, tutti! Così colse una spiga di grano ed iniziò a solleticare il naso del vecchio: “ Maestro -sussurrò-MAESTRO!” “Che vuoi?!” chiese quello svegliandosi di soprassalto. “ Be’… ecco … io …” farfugliò il ragazzo imbarazzato. “ Ho capito: vuoi ascoltare il racconto. Seguimi, ti porto a Tebe”. Senza avere il tempo di rispondere, il ragazzo seguì il vecchio lungo il sentiero ripido e tortuoso che portava a Tebe.                                   Giunti davanti ai bastioni della grande città, il cantore vide spiccare tra il marmo bianco una lastra di bronzo. Allungò il passo trascinandosi dietro il ragazzo che non capiva. “ Maestro, ma dove stiamo andando?” chiese il ragazzo senza ottenere risposta.

Ad un certo punto il vecchio si fermò, sfiorando con la mano i segni lasciati da uno scalpello nel bronzo lucente. La malinconia lo attraversò pensando alla storia che il metallo raccontava.  “Ragazzo! Vieni qui, presto!” “ Maestro, io sono già qui!” “Più vicino ragazzo, più vicino!”. Il ragazzo si avvicinò, obbediente. “Dammi la mano ragazzo” il vecchio gli afferrò il polso, guidandolo in modo tale che le dita sfiorassero le parole scolpite nel metallo freddo.  “Questa, ragazzo, è la storia di Edipo, è bellissima, ma molto triste, ora io te la leggerò, tu stampala nella memoria e non scordarla mai”.

Viaggiatore che vai a Tebe dalle sette porte, ascolta la tragedia di Edipo. Ricorda: al destino non puoi scappare, è già stato tracciato per te dagli dei!                                   Viveva in Tebe Laio, saggio re. Un giorno ricevette un ordine dal dio Apollo: non dare vita ad un figlio maschio! “Impossibile!”  disse Laio, che aveva perso tutta la sua saggezza. “Io devo offrire un erede al mio trono.”

 Le misteriose voci degli oracoli portarono a Laio un altro messaggio di Apollo: “Questo figlio maschio assassinerà suo padre e sposerà sua madre. E’ il suo destino”. Laio ora comprendeva l’antico divieto. Ebbe terrore del figlio e decise di  sopprimerlo. Ma non poteva macchiarsi le mani del sangue di suo figlio, così fece chiamare un servo “Tu” disse “sai mantenere un segreto? Ne va della tua vita”.                                                                                                                                                       “Non temere padrone, eseguirò ogni tuo comando” “ Porta il bambino sulla montagna e lascialo in pasto a lupi e avvoltoi. Non deve diventare un uomo adulto!” “Sarà fatto” disse il servo che intanto rabbrividiva per l’ orrore.  “Non basta! – disse Laio – gli spezzerò le caviglie con dei chiodi, così il suo spettro zoppo non potrà tornare dal regno dei morti per tormentarmi col rimorso…”                        Così fece, diede il corpicino sanguinante al servo, e gli intimò il silenzio.              Quel servo aveva cuore, e così affidò il bambino ad un pastore di Corinto che incontrò per la strada. Quel pastore a sua volta portò il bambino al suo re e alla sua regina: Pòlibo e Peribea.                                                                                        

Così Edipo crebbe nella reggia di Corinto convinto di essere figlio del re e della regina e principe ereditario al trono. Ma circolava voce che lui non fosse il figlio vero. Le chiacchiere giunsero all’ orecchio di Edipo che cercò conferma nella voce dell’ oracolo di Delphi che si rivolse direttamente ad Apollo, che però non sciolse il dubbio di Edipo. Sembrò che l’oracolo volesse rispondere ad un’ altra domanda.       Tremenda risposta! “Edipo, tu assassinerai tuo padre e sposerai tua madre! E’ il tuo destino!”.                                                                    

Così l’ oracolo non aveva voluto rivelare ad Edipo se Pòlibo fosse o non fosse il suo vero padre. Ma ricorda viaggiatore: la volontà degli dèi è oscura, inconcepibile per il pensiero umano! Edipo  era disperato “Non posso tornare a Corinto: potrei uccidere mio padre per incidente, senza volere. Metterò fra lui e me la montagna chiamata Citerone, quella che separa Corinto da Tebe. Sì, andrò a stabilirmi a Tebe.”                                

Ma Edipo non sapeva che a Tebe dominavano il dolore e la disperazione. Il dio Apollo era adirato con Laio e insieme a lui aveva castigato tutta la città. Aveva scatenato il flagello di Tebe! Un mostro, la Sfinge:viso di donna, corpo di leone e ali di rapace. Se ne stava appollaiata sulle rocce e a tutti i viandanti che passavano per quella strada, poneva l’ atroce indovinello. Non risponderle o sbagliare la risposta, significava morte certa: il mostro balzava sulla vittima e la divorava. La strada biancheggiava di ossa.                                                                                            

Laio volle andare a Delphi. Là c’ era un antico santuario del dio Apollo. Avrebbe chiesto al dio come rimediare alle sue colpe. La Sfinge lo lasciò passare, perché era scritto che in quel modo si sarebbe compiuto il suo destino.                                  Dunque Laio, sopra un carro, viaggiava verso Delphi. A mezza strada, ad un trivio, incontrò un viaggiatore armato di bastone.                                                                                                                                       “Non sarà un bandito, che assale i viandanti?” pensò fra sé il vecchio re. “Ehi, tu, togliti di mezzo, ingombri la mia strada!” “ Dimmi solo un motivo per il quale io dovrei spostarmi!”  “ Perché io sono un re!”. Anche Edipo era di sangue reale, era superbo. “ Re o non re, tu sei un insolente, vecchio!” disse il giovane avvicinandosi al carro. Laio, temendo un’ aggressione fece schioccare la frusta ed il sangue stillò sulla guancia di Edipo. Egli rispose con il suo bastone ferrato, che si abbattè sul vecchio. Laio rotolò lungo la scarpata,l’ oracolo non aveva mentito! Ma Edipo, ancora, non sapeva l’ enormità del delitto che aveva commesso. S’ incamminò verso Tebe. E giunse in questo punto della strada, dove sei tu adesso viaggiatore che leggi queste righe!

Maestro e allievo sentirono il sangue gelare nelle vene. Il vecchio Femio alzò gli occhi cercando di scorgere la sagoma del mostro. Non vedendola, continuò a leggere, ora più tranquillo.

“Fermo viaggiatore!” stridette la Sfinge a Edipo. “Devi risolvere il mio indovinello prima di passare.” “Sono pronto!” rispose audacemente il ragazzo . “Qual è l’ animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e la sera su tre?”  Edipo rifletté. Poi disse “Non è difficile: la risposta è l’uomo”. La Sfinge cacciò un urlo rauco “Non basta, devi dirmi il perché della tua risposta: potresti aver risposto così, a caso”. “T’ accontento:al mattino della vita l’ uomo cammina a carponi; nel mezzogiorno, cammina su due gambe; e la sera, al tramonto della vita, l’uomo è vecchio e deve appoggiarsi al bastone, così cammina su tre gambe.” “Aaah” l’ululato della Sfinge sconfitta che precipitava nel burrone riecheggiò in tutta la pianura.                                                                                                    

Edipo giunse a Tebe. La gente lo accolse festeggiandolo per le strade. Intanto, in città era giunta la notizia che Laio giaceva sulla strada per Delphi con la testa fracassata. C’ era bisogno di un nuovo sovrano, e chi meglio del distruttore della Sfinge avrebbe potuto governare.   

 Così Edipo divenne re. Ebbe in sposa la vedova di Laio… sua madre! Inorridisci viaggiatore, ma sappi che in tutto questo c’è il segno degli dei.                                  Quella regina era Giocasta . Non poteva sospettare la vera identità dell’ uomo che ora sedeva insieme a lei sul trono.   La vita però a Tebe non era tornata, anzi, sembrava spirare poco a poco da quella terra.     

  Alla fine, Edipo decise di andare a parlare ad Apollo per mettere fine a quel tormento. Apollo gli rispose che ber far finire quelle sventure avrebbe dovuto vendicare Laio.                                                                                                                                            Edipo non sapeva che quel ricercato fosse proprio lui! Quando tornò a casa chiese a Giocasta “Che aspetto aveva Laio?” “ Era alto come te, e ti assomigliava molto” “Laio era partito solo per Delphi?” “No, c’era un servitore con lui” “convocatelo!”. Il servitore aveva riconosciuto Edipo, ma non poteva dire la verità al re! Alla fine fu costretto a confessare tutto. Le sue parole squarciarono la mente di Edipo e di Giocasta. La regina uscì in silenzio dalla sala del trono. Poco dopo la trovarono impiccata nella sua stanza Edipo, vedendola e vergognandosi a morte afferrò la spilla dal vestito di Giocasta e si squarciò gli occhi.

Il volto del ragazzo era solcato da lacrime, e anche il maestro si mordeva un labbro per non cedere alla tristezza. “E’ ora di andare ragazzo” sussurrò Femio. L’ allievo lo seguì ancora piangendo e con lo stomaco che si torceva per la malinconia.

Martina D., Secondaria,  team del giornalino  

IL FOLLE VOLO – II Episodio

I due uomini parlavano una lingua molto diversa dalla loro, Royan si chiese il perché: com’era possibile che in un’ora e mezza fossero finiti tanto lontano da casa, in un posto dove non parlavano nemmeno la loro lingua?

I due uomini si avvicinarono ai ragazzi e li sollevarono di peso, così com’erano: legati l’uno all’altro e se li trascinarono dietro nella fitta foresta.

Camminarono in mezzo ai rovi per circa una mezz’oretta, poi arrivarono ad un villaggio di case costruite in fango e paglia; gli uomini erano tutti armati fino ai denti e avevano lineamenti rozzi e le gambe storte, come aspetto le donne non cambiavano tanto, avevano gli zigomi molto pronunciati e il naso aquilino.

Royan  ebbe appena il tempo di guardarsi intorno che subito uno dei carcerieri le diede una bastonata sulla schiena costringendola a piegare la testa in una smorfia di dolore.

Alcuni degli abitanti del villaggio, al passaggio del gruppo, iniziarono a bersagliare i tre ragazzi di pietre. Una colpì Nefer in pieno volto, subito Royan si girò e inviperita iniziò ad urlare alla donna che aveva scagliato la pietra – Ehi, tu, come ti permetti, quello è mio fratello! – il carceriere le tirò subito un pugno sul naso che subito iniziò a sanguinare tingendole il volto di rosso. Nefer sputò in faccia all’uomo in difesa della sorella che gli sorrise attraverso la maschera di sangue.

Nessuno dopo l’ira di Royan aveva osato scagliare una sola pietra, la guardavano tutti con rispetto e timore, qualcuno addirittura le sorrideva.

Camminando attraverso il villaggio, arrivarono ad un edificio più imponente degli altri che puzzava di marciume e muffa.

Appena entrarono, capirono che si trattava di una prigione, le guardie si identificavano per un giglio impresso a fuoco sulla spalla sinistra.

Royan notò un ragazzo che aveva più o meno la sua età, non era come gli altri, aveva i lineamenti fini, le gambe dritte e la testa in perfetto equilibrio sul collo lungo. Il naso non era aquilino, ma dritto, aveva gli occhi verde smeraldo e stava cantando con la testa rovesciata all’indietro appoggiata contro una parete. Quando vide Royan smise di cantare e guardò i tre ragazzi entrare nella cella di canne di bamboo.

Anche se sottile, il bamboo era resistente, tanto che non tremò neppure davanti all’assalto di Royan, la quale scoraggiata si lasciò cadere contro un muro. Intanto il ragazzo aveva ricominciato a cantare, per Royan la voce di quel ragazzo era come caramello caldo e nonostante tutto la faceva stare bene. Si addormentò col sorriso sulle labbra.

Quando si svegliò, il ragazzo non era più con le altre guardie appoggiato contro il muro opposto, ora era con la spalla appoggiata contro la cella dei tre ragazzi e fissava Royan con quei suoi occhi di smeraldo. Quando la ragazza si svegliò e lo vide si sentì trapassata da parte a parte, il ragazzo le sussurrò qualcosa, ma lei non capì, allora il ragazzo le fece segno di avvicinarsi, Royan eseguì e lui le disse all’orecchio: -Ho deciso di aiutarvi – – Ma tu parli la mia lingua! – rispose lei – Sì, sì, ma abbassa la voce sennò qui ci ammazzano tutti e due!- – Okay, okay, ma come hai intenzione di fare? È impossibile, guarda –disse buttandosi contro le sbarre con tutto il suo peso-non tremano neppure!- – Le pareti sono fatte di fango fresco, dovrete razionarvi l’acqua e usare quella che rimane per sciogliere poco a poco il fango e fare un buco nella parete, così potrete scappare — Grazie, ma ti prego, continua a cantare!-

-Certamente!- E detto questo rovesciò la testa all’indietro e cominciò a cantare. Royan avvicinò l’orecchio alle sbarre per ascoltare la sua voce da vicino: era limpida, cristallina, come un torrente di montagna, non stonava mai, non c’era volta che la sua voce fosse fastidiosa da ascoltare, faceva sembrare tutto più bello.

Martina D., Secondaria, team del giornalino

L’ALBERO DEL GIORNO E DELLA NOTTE

Il tempo si fermò quando i due s’incontrarono e si guardarono per la prima volta, ma partiamo dall’ inizio…

Moon e Sun, portatori del giorno e della notte, abitavano in un grosso albero: l’Albero Del Tempo.

Come al solito, Moon, figlia del Sole, scattate le 24 ore, uscì dall’albero per lasciare il posto a Sun, figlio della Luna. Era pronta a correre nella vasta valle in cui si trovava l’albero, per incontrare la sua fidata amica Flora, come ogni mattina. Flora l’aspettava seduta su una vecchia panchina in legno circondata da meravigliosi fiori. –Ciao Moon!- gridò Flora vedendo l’amica arrivare in lontananza. -Ciao!- la salutò Moon; le due amiche pronte per andare a scuola presero lo zaino e s’incamminarono verso la fermata dell’autobus.

Appena arrivate, per completare la routine mattiniera, non poteva mancare la bulla di turno, Cloe, pronta ad insultare con stupide frasette, del tipo: -Comprate i vestiti nel negozio di vostra nonna?! Avete uno specchio a casa vostra?! A me non sembra.-

Ma Moon e Flora la evitarono tranquillamente, senza soffermarsi su quegli stupidi insulti.

La giornata passò rapidamente, purtroppo, però, le due si dovettero salutare presto perché Moon, al tramonto, doveva tornare nell’Albero Del Tempo, per terminare la giornata.

Si recò davanti all’albero, appoggiò sul grande tronco la sua mano sinistra e come per magia diventò parte di esso.

In quell’esatto istante uscì Sun, figlio della Luna, pronto per trascorrere una notte da urlo in compagnia del suo migliore amico Nefer! Quella notte sarebbero andati nel bosco di Mintaka per una fantastica festa intorno al fuoco.

Insieme, i due, si diressero verso il bosco, quando ad un certo punto Sun trovò tra l’erba un meraviglioso ciondolo oro a forma di sole; lo raccolse, si fermò per guardarlo, e notò che combaciava con il suo, che era d’argento e a forma di luna.

Sun senza farsi troppe domande, si mise il ciondolo intorno al collo e andò a festeggiare insieme a Nefer.

Durante la festa, il ragazzo, perse la cognizione del tempo e accorgendosene troppo tardi, corse all’albero, spaventato per quello che sarebbe potuto succedere.

Arrivò vicino all’albero, ma ormai era troppo tardi, Moon infatti stava già per uscire; Sun le gridò di fermarsi, lei si voltò e in quell’esatto istante, quando i due si guardarono per la prima volta, il tempo si fermò! Il cielo sembrava diviso a metà: da una parte c’era la notte, ricoperta da infinite stelle, e dall’altra il giorno, con tutte le sue magnifiche creature. Moon notò che al collo del ragazzo, c’era legato il suo ciondolo, così, gli chiese: -Chi sei tu?! E perché hai al collo la mia collana?!- Sun le rispose: -Io mi chiamo Sun, sono il portatore della notte, e questo ciondolo l’ho trovato tra l’erba, qui nelle vicinanze. E invece, tu chi sei?- le domandò il ragazzo; Moon non gli rispose, “meglio non fidarsi degli sconosciuti” pensò la ragazza, così, gli strappò la collana dal collo e se la mise in tasca…

Precisamente tre minuti dopo, la portatrice del giorno, decise di presentarsi: -Comunque, io sono Moon, figlia del Sole- ; i due continuarono ad osservarsi  fino a quando i loro ciondoli, contemporaneamente, iniziarono a brillare. Capirono solo allora, di avere qualcosa in comune … Entrambi avevano la testa piena di domande, ma non trovavano il coraggio di domandare l’uno all’altro tutto ciò che passava loro nella mente; così, senza che nessuno dicesse niente, si abbracciarono e decisero di fare un patto: incastrare i loro ciondoli nel tronco dell’albero, e giurare di vedersi sempre, ogni giorno, per scoprire nuove cose l’uno dell’altro. Questo spiega il motivo per cui durante l’inverno, il buio sembra quasi interminabile e durante l’estate la luce sembra quasi infinita: Sun, in inverno, arrivava sempre qualche minuto più tardi, mentre un Moon, lo stesso, ma di estate.

Dopo un po’ di tempo, nei cuori dei due ragazzi, iniziò a nascere un sentimento d’amore. I ragazzi si amavano alla follia, senza sapere, che in realtà, i due erano, sono e per sempre saranno fratelli…

Antea O. e Margherita M., Secondaria, team del giornalino

 

CARA AMICA, TI SCRIVO…

Cara amica, mi ricordo ancora quando, dove, e come ci siamo conosciute. Eravamo alla materna, quando avevamo pochi anni, e mia mamma mi disse: “Ecco, Valeria, questa è Marzia, una bambina della tua stessa età. Sono sicura che diventerete grandi amiche”. E aveva ragione! Infatti ancora oggi siamo migliori amiche e spero di non perderti mai. Ogni giorno passato con te è speciale perché tu mi accetti per quello che sono, cosa che poche persone sanno fare. Tante volte abbiamo litigato e ci siamo dette che non saremmo più state amiche, e invece la nostra amicizia è troppo forte per spezzarsi per un inutile litigio. Molte persone dicono che con il tempo cambia tutto, anche le amicizie. Ma io non ci credo. O meglio, con la nostra amicizia non accadrà. Ne sono sicura.

Ti voglio un mondo di bene, e spero che la nostra amicizia duri per sempre.

Da Valeria

Per Marzia, la migliore amica, la migliore che esiste.

Valeria C., Secondaria, team del giornalino

LA VITA È SOLTANTO UNA

21 luglio 2017

Ai posteri che leggeranno questa lettera,

la nave è affondata. Io sono riuscita a salvarmi anche se mi rendo conto che sarebbe stato meglio morire. Mi trovo su un’isoletta sperduta in mezzo al Pacifico. Non c’è niente da mangiare, niente da bere. Ci sono solo io ma, ben presto, scomparirò anch’io. Ho solo trent’anni e per me tutto è finito.

A voi, voglio lasciare un ricordo di me. Voglio salutarvi dandovi un’importante insegnamento tratto dalla mia sfortunatamente corta esperienza.

Avrò avuto circa quindici anni quando mi sono lasciata sopraffare dal pensiero degli altri. Ero sempre stata una ragazzina felice e spensierata, non avevo mai dato realmente importanza a quello che gli altri pensavano di me; e avevo fatto bene.

A quell’età tutti siamo molto interessati al pensiero che gli altri hanno di noi e tutto ciò che vogliamo è essere guardati con stupore e rispetto, ma io mi sono lasciata letteralmente condizionare dagli altri. Ho iniziato a vivere per gli altri, come volevano gli altri, come piaceva agli altri.

Odiavo sentire commenti negativi sul mio conto, ed è per questo che ho deciso di cambiare. Ho deciso di cambiare e all’inizio mi è sembrata la cosa giusta. Ma mi sbagliavo.

Ho cambiato il mio modo di vestire, ho iniziato ad ascoltare la musica che piaceva ai miei compagni “popolari”, ho smesso di studiare e ho iniziato a fumare. E tutto ciò per essere considerata popolare, bella, conosciuta.

Ora, che sono qui in punto di morte, mi rendo conto di aver fatto lo sbaglio più grande che abbia mai potuto fare.

Io non ho vissuto veramente, ho abbandonato la mia vita al pensiero altrui. E ora me ne pento, me ne pento tantissimo. Ma, ormai, che cosa posso fare? Ho passato metà della mia vita a preoccuparmi di quello che gli altri avrebbero pensato di me, senza mai fare ciò che realmente avrei voluto, dimenticandomi di vivere.

Avrei voluto studiare di più per ricevere una borsa di studio, ma non l’ho fatto perché sarei stata considerata una secchiona.

Avrei voluto non ubriacarmi quella sera che sono andata in discoteca, ma l’ho fatto perché tutti l’hanno fatto e se no sarei stata emarginata.

Avrei voluto essere me stessa, ma non lo sono stata semplicemente perché ho avuto paura di non essere abbastanza.

Sono stata codarda. Sono stata ingenua. Ho sprecato quella che avrebbe dovuto essere un’esperienza meravigliosa. Ho sprecato la mia vita.

Ora, finalmente, l’ho capito. Meglio tardi che mai, ma non posso più farci niente.

Credo che trascorrerò questi ultimi giorni di vita pensando a come sarebbe stata la vera me e spero che voi non facciate il mio stesso errore.

Ricordate che siete abbastanza e andate benissimo così come realmente siete; non c’è bisogno di fingere, di mascherarvi, siete perfetti. Non fatevi mettere i piedi in testa mai, da nessuno.

Vivete la vostra vita come desiderate e, per quanto sia difficile, cercate di non dare importanza alle cattiverie che gli altri dicono su di voi. La vita è soltanto una, non sprecatela.

Siate liberi, siate selvaggi, siate folli!

Buona fortuna,

Una persona che non è riuscita a realizzarsi

 

Alexia B., Secondaria,

team del giornalino

DI LÀ DALLA MORTE

Sera, 05 luglio 1958    

All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K..

Normalmente avrebbe incontrato lì la sua tanto amata Elizabeth ma questo non sarebbe più successo; Vincent proseguì comunque verso il ponte sperando che Lei fosse miracolosamente lì, sperando che non l’avesse abbandonato per sempre.

Il viso gli si riempì di lacrime quando si rese definitivamente conto che non l’avrebbe più rivista, perché Lei non c’era più. Non c’era più, e in parte era colpa sua. Se loro due non si fossero mai incontrati, se loro due non si fossero innamorati, Elizabeth sarebbe stata ancora viva e forse felice.

La malinconia che il ponte gli trasmetteva lo assalì e capì che non ce l’avrebbe fatta. Nulla avrebbe potuto acquietare il suo animo e di sicuro non avrebbe potuto dimenticare ciò che era accaduto.

Così si diresse verso quel sottile limite che separava la vita dalla morte e, convinto di quello che faceva, si lasciò la vita alle spalle.

     “Non ho potuto fare niente per salvarti,

      O mia cara Elizabeth.

      Se solo avessi saputo quello che ti avrebbe fatto

      non avrei lasciato che questo accadesse.

      Meritavi di vivere, dolce fiorellino,

      meritavi una vita felice.

      Senza di te, la mia esistenza non ha alcun senso

      e perciò ti raggiungo… lì, dove sei ora.”

     … QUATTRO MESI PRIMA

Il loro primo incontro bastò per farli innamorare.

In quel nuvoloso giorno di inizio marzo Elizabeth stava passeggiando assieme alla gemella Elaine per le romantiche vie di Parigi, quando destino volle che anche Vincent stesse camminando da quelle parti; entrambe si persero nel suo sguardo misterioso come l’oceano, e lui non poté fare a meno di osservare quelle giovani damigelle che facevano ondeggiare dolcemente la loro chioma ma, nonostante fossero identiche, solo una attirò veramente la sua attenzione. Da allora non fece altro che pensare a lei, a quanto fossero meravigliosi i suoi capelli che svolazzavano camminando, a quanto fosse affascinante e carnosa la sua bocca e a quanto lei fosse semplicemente magnifica.

Elaine capì che lo straniero aveva rivolto le sue attenzioni ad Elizabeth e questo causò in lei una profonda gelosia, ma volendo bene alla sorella non lo diede a vedere.

Elizabeth era sempre stata la preferita, sia a scuola che in famiglia. Veniva vista come la ragazza dal cuore d’oro, dolce e sensibile, sempre con il sorriso sulle labbra e pronta ad aiutare gli altri. Elaine non aveva mai capito il perché di quelle preferenze ma ormai le delusioni erano diventate un’abitudine per lei.

“Elizabeth ti vedo molto affascinata da quello straniero. Anche lui ci sta guardando e penso stia osservando proprio te!”

Incredula alle parole della sorella, Elizabeth arrossì timidamente: “Mi sono persa nei suoi occhi, il suo volto angelico mi ha incantata, Elaine mi sono perdutamente innamorata di uno sconosciuto…”

Ogni giorno i due aspettavano l’ora del loro incontro per osservare il tramonto insieme sul ponte K. E quell’attesa che sembrava interminabile rendeva i loro appuntamenti ancora più magici.

Elizabeth rappresentava tutto per Vincent e da romantico poeta qual era iniziò a scrivere bellissimi versi dedicati a lei e al loro eterno amore. Per loro non esistevano più problemi perché assieme sarebbero stati in grado di superare ogni difficoltà e avrebbero affrontato tutte le sfide della vita. Con l’amore più nulla era impossibile e ogni obiettivo sembrava a portata di mano.

“Ti amo come non ho amato mai nessuno e come mai amerò. Sei la mia unica ragione di vita, il mio unico pensiero. Non lascerò che ti accada qualcosa di male e ti prometto che non ti farò mai soffrire, cara mia Elizabeth. Quello che provo per te è indescrivibile a parole, perciò io non posso fare altro che dimostrarti il mio amore amandoti, amando solo ed esclusivamente te.”

“Prima di conoscerti non avrei mai pensato che una persona potesse rendere così magnifica la mia esistenza perché non conoscevo il potere dell’amore. Vincent, come potrei vivere senza di te? Voglio trascorrere tutti i miei momenti insieme a te e ho paura che qualcosa possa separaci… Nel mio Io sei presente anche Tu.”

Una sera, mentre si stavano scambiando dolci pensieri e lievi carezze al chiaro di luna, Vincent invitò Elizabeth a teatro per vedere “Romeo e Giulietta” e, senza darle nessun’altra spiegazione, si congedò. Il giorno seguente Elizabeth si recò insieme alla sorella a teatro come le aveva chiesto la sera prima Vincent, ma di lui non vide nemmeno l’ombra.

Si sedettero in prima fila e per qualche istante Elizabeth si chiese se l’avesse abbandonata; pensava di aver trovato il vero amore, pensava che Vincent l’avesse amata per davvero…

E mentre lei piangeva silenziosamente, lo spettacolo iniziò e finalmente quel qualcuno che lei tanto desiderava si fece vedere, salendo sul palco con gli altri attori.

Questa volta Elizabeth non riuscì a trattenere le lacrime e scoppiò in un pianto di gioia attirando su di sé lo sguardo di tutti, ma a lei non importava minimamente di quello che gli altri avrebbero pensato. Il suo Vincent si trovava su quel palco per lei, solo ed esclusivamente per lei. Come aveva potuto credere che l’avesse abbandonata?

Lo spettacolo si concluse con il tragico finale scritto qualche secolo prima dal grande Shakespeare e dopo interi minuti di applausi, Vincent, che era rimasto sul palco, prese la parola: “Oggi, tre luglio millenovecentocinquantotto, sono passati quattro mesi da quando ho scoperto cosa significa la parola Amore. Esattamente quattro mesi fa ho conosciuto una giovane damigella che oggi è seduta da qualche parte tra di voi, e non ho potuto fare a meno di innamorarmene. Ogni giorno, quando il Sole tramontava, noi ci incontravamo sul ponte K. e trascorrevamo insieme le ore più belle e magiche di tutta la giornata e poi ci salutavamo aspettando con impazienza il prossimo tramonto. Ma io voglio trascorrere ogni singolo istante della mia esistenza insieme a lei perciò, mia magnifica Elizabeth Lacroix, alla quale sarò sempre fedele e non permetterò che del male le venga inflitto finché la morte non ci separerà, mi vuoi sposare?”

Allora scese dal palco e, mettendole un bellissimo anello al dito tremante, le prese il viso fra le mani e la baciò. Un bacio candido e passionale, che racchiudeva tutto il sentimento e la magia di quel momento unico.

Elaine rimase pietrificata di fronte alla scena e non sapendo che cosa sarebbe stata in grado di fare uscì immediatamente dal teatro. Il suo amore era stato rifiutato quattro mesi prima e sapere che la sorella avrebbe vissuto il resto della sua vita insieme all’uomo che anche lei aveva amato sin dal primo incontro, la faceva sentire estremamente gelosa.

Avendo paura di fare del male ad Elizabeth, quella sera non tornò a casa e passò tutta la notte a piangere e a chiedersi perché Vincent non avesse scelto lei.

Talmente tanta era la gelosia che Elaine non riuscì più a contenersi. Iniziò a urlare e a strapparsi i capelli, odiava profondamente sua sorella ma allo stesso tempo era contenta per lei. Nella testa di Elaine odio e amore si scontrarono e capì cosa avrebbe dovuto fare. Al principio era un po’ titubante ma dopo tutto quella era l’alternativa che la faceva soffrire meno…

La mattina seguente tornò a casa e fortunatamente Elizabeth stava ancora dormendo. Vederla nel letto, così piccola e indifesa, fece sentire Elaine molto in colpa per quello che stava per fare ma ormai aveva già deciso.

“Buon mattino! Bellissima giornata ieri, vero? Ti ho preparato la colazione e per l’occasione la mangeremo a letto insieme! Sono molto contenta per te, chi non vorrebbe avere un marito come Vincent?”

Elizabeth accettò volentieri la colazione preparatale dalla sorella e, incosciente di quello che Elaine aveva messo dentro al suo pasto, mangiò.

Quel giorno Elizabeth avrebbe dovuto incontrare Vincent per scegliere dove sarebbero andati a vivere, ma sul ponte K. Vincent vide Elaine che stava piangendo. Non sapendo che cosa fosse successo andò da lei e la consolò amorevolmente, chiedendole il perché di quel pianto disperato.

“Oh, Vincent! Caro mio, io non so proprio come dirtelo… ieri notte non ho dormito a casa e quando sono ritornata Elizabeth stava ancora dormendo e… e… ho provato a svegliarla ma nulla, non si muoveva, non si svegliava… Sono andata nel panico, non sapevo che cosa fosse successo e mi sono disperata. Poi però ho visto un biglietto di fianco al letto e l’ho preso, Vincent… Elizabeth si è suicidata…!”

Elaine disse tutto molto velocemente singhiozzando e Vincent rimase senza parole. Perché Elizabeth avrebbe dovuto fare una cosa del genere? Che motivo aveva? Vincent si rifiutò di credere a ciò che aveva appena sentito, perciò andarono insieme a casa di Elaine.

Elizabeth era nel letto, ormai morta da più di mezza giornata e il biglietto era sul comodino: Elaine lo aveva scritto quella stessa mattina.

Si avvicinò lentamente al letto e baciò dolcemente la fronte di Elizabeth, le lacrime minacciavano di uscire. Tremando prese il biglietto e lo lesse.

“Questo biglietto non lo ha scritto Elizabeth.”

Elaine andò nel panico, cosa gli aveva fatto capire che quel biglietto era falso?

“Circa due mesi fa Elizabeth mi ha mostrato un piccolo quaderno, io conosco la sua grafia… questo non lo ha scritto lei.”

Vincent scoppiò a piangere e spinse Elaine facendola cadere.

“Ho visto la gelosia sul tuo volto ieri sera e la rabbia con cui sei uscita dal teatro ma non avrei mai pensato che avresti potuto farle questo! Appena qualche ora fa le ho detto che non avrei permesso a nessuno di farle del male e a causa tua ho infranto questa promessa! Era tua sorella, era felice con me, perché non l’hai accettato? …Ti odio!”

Il giorno dopo Vincent partecipò al funerale della sua amata ma i suoi pensieri erano altrove: perché continuare a vivere quando la sua unica ragione di vita era morta? Come avrebbe potuto vivere senza di lei?

Prima che Elizabeth fosse messa nella bara, le mise fra le mani un mazzo di fiori bianchi e la baciò per l’ultima volta. Era morta con il sorriso sulle labbra, con i capelli scuri che le accarezzavano le guance rosee e con indosso il vestito preferito di Vincent.

“Ti amo Elizabeth. Non posso vivere senza di te, ci vediamo presto…”

Alexia B., Secondaria, team del giornalino

IL FOLLE VOLO – I Episodio

In una città nei dintorni di York, poco conosciuta ma dove la pace regnava sovrana, c’era una sontuosa villa, che più che una villa era un grande parco con una casa ancor più grande al centro, infatti quella reggia si chiamava Quenton Park e prendeva il nome dallo scrittore che l’abitava, sir Nicholas, per gli amici Nick o Nicky Quenton – Harper. Questo scrittore aveva tre figli: Nefer, il più piccolo, Meren, il mezzano e Royan, la più grande, l’unica ragazza della sua famiglia, eccetto sua madre ovviamente. Questa però era morta un anno prima facendo un incidente sulla Brodway.

Tornando a noi, i tre ragazzi, sin da piccoli avevano sempre desiderato vedere Quenton Park dall’alto e così, a furia di insistere, sir Nick dovette cedere e i tre ragazzi noleggiarono un elicottero. Naturalmente Royan era ai comandi, Meren era seduto affianco a lei e guardava rapito il paesaggio con la fronte spiaccicata sul finestrino, mentre Nefer guardava Royan che smanettava coi comandi sul cruscotto.

Quenton Park vista dall’alto era ancora più bella che vista dalla finestra ma non ci volle molto, come si aspettavano, tant’è che Nefer sbottò – Uffa, ma dobbiamo già atterrare!? –

-Ma stai scherzando spero, certo che no! Approfittiamone per fare un giro: a parte mamma, nessuno si è mai mosso da Quenton Park – ribatté Royan e, detto questo, virò verso est. – Torneremo per cena, promesso – – E il pranzo scusa ?!- chiese Meren – Tranquillo maiale, ho portato un panino per te e due pacchetti di cracker , uno per me e uno per Nefer . Ah, sì, giusto e tre bottiglie d’ acqua!

Royan aveva pensato a tutto, meno che al carburante, infatti, dopo circa un’ora e mezzo la spia lampeggiante del carburante si accese e Nefer chiese – Cos’è quella roba là che luccica e lampeggia? – – Non so, ma non sembra nulla di buono … – disse Royan – È … finito il carbuante…- suggerì Meren mentre azzannava il suo panino – come hai fatto a capirlo??!!- chiesero all’ unisono Royan e Nefer – Dal semplice fatto che si sono fermate le pale e che sotto c’è scritta grande come una casa e a caratteri cubitali la parola C-A-R-B-U-R-A-N-T-E!  – rispose lui ingoiando un grosso pezzo di panino. Intanto Nefer borbottava – Le ragazze non servono a nulla, anzi, sì, a qualcosa servono… A FAR FINIRE LA TUA VITA PRIMA DEL TEMPO! Ecco a cosa! – Royan si girò e gli tirò un pugno sul naso il quale iniziò subito a schizzare sangue ovunque – Oh, santo cielo, Meren, va là dietro e sistemagli quel naso! – – Sissignora!- rispose Meren che saltò subito sul sedile posteriore afferrando il naso del fratello –Meren, se per migliorare la situazione intendi staccarmi il naso, stai facendo tutto correttamente! –Ah sì? Adesso ti faccio vedere io come ti stacco il naso!– No, no, Meren, fermati, io scherzavo ! –ADESSO BASTA RAGAZZI !!!, Noi stiamo precipitando e voi vi mettete a litigare?! – Aspetta, aspetta, stiamo… precipitando ?!!!—Nefer , si può sapere cos’hai in quel cervello?-Ah, non so, e tu ?! – Royan si girò, lo afferrò per la camicia e gli sibilò –Stai zitto o ti fracasso il cranio in così tante parti che… che … –Che cosa!?– Bèh…STAI ZITTO ! OKAY !!?-.

Sembrava guidasse elicotteri da quando era nata visto l’atterraggio di fortuna che seguì alla litigata col fratello.

-È già ora di cena e non siamo ancora tornati a casa !! – – ed è tutta colpa di Royan –Esatto – Avete smesso voi due di confabulare là dietro?! Se siete ancora vivi, è tutto merito mio! … a meno che … non abbiate cambiato idea!?!!- disse Royan girandosi di scatto e afferrando i due fratelli per il colletto delle camicie – No,no, Royan , non ci teniamo a finire in una tomba sfracellati da nostra sorella …. Che tra l’altro è una ragazza…–Cos’avete detto?!– Ah, no, niente, niente ..- .

Camminando in quello strano posto dov’erano finiti arrivarono ad una grotta. –Per stanotte, ci accamperemo qui – decise Royan. I due ragazzi erano talmente stanchi che non ebbero nemmeno la forza di ribattere, cosa alquanto strana, stavolta però, si avviarono docilmente nell’angolo che aveva indicato Royan  e si buttarono a terra addormentandosi subito. Royan rimase sorpresa da quanto si comportassero da bambini piccoli, nonostante l’età di quattordici e sedici anni, poi non ce la fece più e cedette anche lei al sonno.

Quando si svegliarono il giorno dopo erano legati l’uno all’altro e non potevano muoversi. Quando riuscirono a mettere a fuoco meglio, videro due uomini con strani tatuaggi sul volto e sulle braccia, Royan con la coda dell’occhio notò che le gambe erano state incise con dei pugnali, o comunque con qualcosa di molto affilato per creare strani ghirigori. Non sapeva chi fossero, ma di due cose era sicura, erano stati quei due a legarli, e non sembravano per nulla amichevoli.

Martina D., Secondaria, team del giornalino

UN DRAGO PER AMICO

Un giorno un ragazzino di nome David, mentre stava passeggiando, incontrò per caso un piccolo e tenero draghetto, con gli occhi dolci, rotondi come due biglie di colore azzurro intenso.

Il corpo era ricoperto da squame traslucide che riflettevano la luce del sole facendogli cambiare continuamente colore.

Aveva una codina con in punta un batuffolo che sembrava zucchero filato e un nasino a forma di pallina da ping-pong .

David pensò ‘se la mamma mi ha fatto portare a casa un gatto, perché non potrei fare lo stesso con un grazioso draghetto innocente?!’

Prese il draghetto tra le braccia e si avviò verso casa tutto felice.

Quando arrivò a casa e la mamma lo vide con quella strana bestiolina appesa al collo, disse: “Cos’è quella cosa?!”.

E David rispose: “Non si vede?! E’ un tenero draghetto! ”

Dopo quella sfacciataggine la mamma urlò: “NON MI INTERESSA CHE SIA TENERO E GRAZIOSO, IN QUESTA CASA NON CI ENTRA, QUESTIONE CHIUSA!”

Visto che David non voleva che il draghetto rimanesse per strada decise di fare un patto: se ne sarebbe preso cura lui.

La mamma acconsentì a dargli un’opportunità, ma al primo danno causato dal draghetto, lo avrebbe sbattuto fuori casa.

Appena preso, sembrava non desse nessun problema, ma quando iniziò a crescere la situazione divenne complicata, perché il draghetto mangiava di tutto e di più: a colazione una montagna di waffle al miele con dieci tazze da un litro di latte, a pranzo si nutriva di due cinghiali interi e gli rimaneva ancora spazio per il dessert, riempito minimo da otto cheesecake e a cena mangiava quintalate di ravioli ripieni.

Mangiando sempre di più, da cinque chili, divenne cinque tonnellate.  Questo era un gran problema, perché diventò troppo grande e impegnativo. Così David fu costretto ad abbandonarlo, però non dimenticò mai quanto si era divertito con il suo migliore amico: il suo amico drago.

Iris M., Secondaria, team del giornalino

I TEMPI IN CUI ERAVAMO UN “NOI”

London, 21 giugno 2014

Caro James,

sono appena entrata nel bar, in quel bar. Ti sto scrivendo questa lettera, non so se tu la leggerai e nemmeno m’importa, perché ho soltanto bisogno di chiudere questo capitolo della mia vita.

Esattamente due anni fa ci siamo parlati per la prima volta qui, in questo piccolo caffè nel centro di Londra; erano giorni che mi osservavi quotidianamente facendo finta di leggere il giornale, ma hai avuto il coraggio di aprire bocca soltanto quel 21 giugno, il giorno del mio ventisettesimo compleanno. Ancora non so come tu abbia scoperto la mia data di nascita, il mio nome e il mio colore preferito, fatto sta che sei venuto verso di me con una rosa in mano e una scatola rossa sotto al braccio e le prime parole che mi hai rivolto sono state “Buon compleanno, Carmen!”.

Allora non ti conoscevo ma già sapevo che tu eri l’unico per me, lo sapevamo entrambi da subito. Ed in quel frangente io l’ho capito e ti ho amato.

All’inizio tutto era semplicemente perfetto, io ti amavo e tu mi amavi. Pensavo che il nostro amore sarebbe durato fino alla fine del tempo e oltre, pensavo che nulla potesse separarci. Tu eri la persona alla quale potevo confidare tutti i miei segreti senza venire giudicata ed eri l’unico che mi amava per quella che ero realmente e non per la maschera che portavo sul volto. Pensavo che tu fossi l’uomo della mia vita.

La nostra era una relazione come quelle che si vedono nei film, tutto andava per il meglio; peccato che quel film sarebbe diventato una tragedia.

Dopo qualche mese da quel giorno, infatti, qualcosa è cambiato. Tu hai iniziato a trattarmi diversamente: ti comportavi come se non ti fidassi più di me e ti arrabbiavi ogni qual volta ti chiedessi perché non rispondevi alle mie telefonate.

Mi fidavo talmente tanto di te che ho solo pensato che stessi passando un brutto momento del quale non volevi dirmi niente per non farmi preoccupare e io ho continuato ad amarti.

Poi però hai iniziato a diminuire sempre di più il numero degli appuntamenti, e infine non ti sei più fatto vedere.

Non sai quanto piangevo… io non riuscivo proprio a capire perché. Che cosa avevo sbagliato, perché mi avevi abbandonata in quel modo? Mi sentivo delusa e incompresa, tu mi hai fatta sentire così. E non puoi immaginarti quanto sia stato doloroso, quanto sia stato doloroso sentirmi abbandonata dalla persona che consideravo la mia ragione di vita.

Persa. È così che mi sentivo, sola e persa. Ed è così che mi sento ancora. Eppure non ho mai smesso di amarti.

Quando mi hai abbandonata non ho dubitato di te, ma ho continuato ad amarti.

Il giorno in cui ho scoperto che mi avevi lasciata per un’altra donna mi sono sentita morire dentro, ma ho continuato ad amarti.

Ho sempre continuato ad amarti, anche quando settimana scorsa ho visto vostra figlia nascere.

Non ho mai smesso di amarti e invece tu … tu non mi hai più rivolto la parola. Nemmeno uno “scusa”, o almeno un “ti odio”, niente. Non mi hai più detto niente.

James, tu non sai quanto male mi faccia amarti, ma non posso farne a meno. Ho bisogno di te. Tu sei l’unico per me, nonostante tutto, nessuno è come te.

Vorrei riaverti nella mia vita accanto a me, ma ho capito che non posso.

Ho prenotato un aereo per andare a New York, lontano da Londra, lontano da ogni luogo in cui sono stata con te, lontano da te. Allontanarmi da te, penso sia questo l’unico modo per porre fine alle sofferenze che tu mi stai causando e, magari, riuscirò a dimenticarti e a farmi una nuova vita.

Grazie per avermi amata, anche se per poco, e grazie per i bei momenti passati assieme.

Sarà difficile dimenticarti, addio

                                                                                        Carmen

Alexia B., Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI

VII episodio

Ci risvegliamo in un ospedale, è il San Mungo… allora vuol dire che siamo tornate nel nostro mondo!

Siamo al settimo cielo, quando vediamo tre figure nell’ombra. Ci acquattiamo dietro a un mobile per non farci scoprire e vediamo le tre figure avvicinarsi. Quando vediamo il loro volto rimaniamo allibite: sono… Tris e Tobias preceduti, anzi, strattonati da Jeanine che si dirigono verso il reparto “Perdita Della Memoria”.

La cosa è assurda, ma il nostro istinto ci dice di seguirli. Jeanine entra nel reparto e lascia fuori, legati, gli altri due, poi si sistema i capelli ed entra con aria gentile nella stanza. Noi cogliamo l’occasione per andare a parlare con i nostri eroi.

-Cosa ci fate qui? Siete davvero Tris e Tobias?

-Ehm… voi chi sareste di preciso?- è Tris, nervosa come sempre.

-Tris…- Tobias cerca di calmarla.

-Ve lo diciamo dopo, abbiamo un problema. O meglio, VOI avete un problema.

-Questo lo sapevamo

-Beh potremmo aiutarvi, ma dovreste fidarvi di noi per farlo.

Tris e Tobias si fissano, non parlano, non ne hanno bisogno, si scambiano un cenno e poi annuiscono: -Sì.

Con un banale incantesimo, li sleghiamo (possibile che Jeanine sia così stupida?) e iniziamo a correre, ma è troppo semplice; infatti Jeanine sbuca subito dalla porta seguita da Allock e inizia ad inseguirci. Mentre corriamo, le nostre menti ragionano freneticamente: perché Jeanine dovrebbe avere bisogno di quell’idiota di Allock?

Sofia lancia uno schiantesimo che colpisce il muro, Tris la guarda esterrefatta e lei le risponde con uno sguardo di compassione.

Giorgia continua a ragionare.

-Ho trovato! Jeanine vuole cancellargli la memoria usando Allock, probabilmente pensa che il siero non funzionerebbe con loro e che quindi l’unica maniera possibile sia un incantesimo!

-È totalmente pazza…- mormora Tobias.

-Possiamo contrastarla usando il suo stesso metodo – gli occhi di Giorgia ora stanno brillando –  se le facciamo un incantesimo di memoria, lei non ricorderà più nulla e così non potrà più farvi del male!

-Perfetto!- ora è Sofia ad essere esaltata –così eviteremo anche che… si cioè eviteremo che vi cancelli la memoria.-

Possibile che abbiamo avuto entrambe la stessa idea? Ci guardiamo e capiamo: dobbiamo dirglielo. Dobbiamo dirgli che Tris morirà. Prima però dobbiamo scappare.

Lanciamo un incantesimo di memoria in direzione di Jeanine, ma non funziona. Per farlo abbiamo bisogno di tempo, sarà meglio che prima la facciamo svenire.

Lanciamo uno schiantesimo che la colpisce in pieno. Finalmente sviene e riusciamo a cancellarle la memoria. La lasceremo al San Mungo.

-Addio Jeanine. – Tris ha la faccia di chi non è ancora totalmente sicuro di non  essere in un sogno.

-E ora?-chiede Tobias.

-Vi rispediamo nel vostro mondo. Ma prima dobbiamo dirvi una cosa molto importante.

Ci sono alcuni secondi di silenzio imbarazzante, poi prendiamo coraggio:- Tris, nel nostro mondo la tua storia è molto famosa, noi la conosciamo a memoria, e noi in quella storia non esistiamo, il San Mungo non esiste e non sappiamo come mai invece sia successo tutto questo.

-Ma come…?- Tobias è allibito

Noi continuiamo: – Il fatto è che nella storia che conosciamo noi tu alla fine muori, Tris. Uscirete dalla recinzione e tu lì morirai. Entrerai in una stanza piena di siero della morte e morirai, resisterai al siero ma ti spareranno. Ci dispiace Tris, ma te lo stiamo dicendo per consigliarti di fare qualcosa quando sarà il momento… portati una pistola, ad esempio.

Tris sorride, riconoscente: -Non vi deluderò ragazze! E grazie per tutto l’aiuto fino ad ora.

Noi ricambiamo il sorriso e pronunciamo l’incantesimo che li rispedirà nei loro mondi. L’incantesimo funziona e li vediamo scomparire.

Ci guardiamo: -Dici che è finita?

Non facciamo in tempo a dirlo che ci ritroviamo ad Hogwarts, dove ci accoglie la McGonagall, stranamente sorridente: -Ah ragazze, sapevo che ce l’avreste fatta! Avete salvato Tris e Tobias!

-Come?

La McGonagall ci porge un libro, è Allegiant: -Io leggerei gli ultimi capitoli, ragazze… qualcosa mi dice che compariranno alcuni nuovi personaggi, forse di nome Giorgia e Sofia, e che forse ci sarà un nuovo finale per Tris.

Sorridiamo a nostra volta e iniziamo a leggere.

Lucilla C. & Elisabetta M., Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI

Episodio 6

“10… 9… 8… 7… 6…. 5…. 4… 3… 2… 1… che gli Hunger Games abbiano inizio!

Iniziamo a correre senza sapere dove stiamo andando evitando gli altri tributi. Saliamo su un albero e vediamo che l’arena è suddivisa in quattro parti: in una c’è un sentiero di lava solidificata sopra un lago di lava incandescente, in un’altra c’è un prato, nella terza c’è la sabbia, e nell’ultima ci sono dei fiori.

Prendiamo una mela a testa e iniziamo a mangiarla. Stiamo per scendere dall’albero quando vediamo un ragazzo dei Favoriti che mangia una mela e muore. Sentiamo il colpo di cannone. Uno in meno. Ma perché noi non siamo morte? Forse c’entra qualcosa la divergenza? Probabilmente sì.

Corriamo verso la parte con la lava perché è più vicina. Probabilmente qui siamo più al sicuro dagli attacchi degli altri tributi; possiamo anche buttarli nella lava.

Verso sera guardiamo il cielo e vediamo che restiamo solo in dieci: noi due più altri otto.

Il giorno dopo ci accorgiamo che dove siamo ora non c’è cibo, allora ci avventuriamo verso il prato.

Siamo quasi arrivate ad un albero quando Cufat, uno dei Favoriti, corre verso il prato per attaccarci. Appena mette piede nell’erba inizia ad urlare e dopo lo vediamo cadere a terra: morto? Un colpo di cannone. Morto. Corriamo verso di lui e gli rubiamo le armi prima che l’hovercraft lo porti via. Abbiamo una spada e una balestra.

Ci sistemiamo nel prato perché qui siamo al sicuro, a meno qualcuno non ci lanci una freccia.

Ci addormentiamo. Ci svegliamo di notte quando sentiamo dei rumori. Dei mostri stanno sbranando i Favoriti.  Vengono verso di noi. Sono simili agli squali, però hanno tre occhi e due bocche. Le sue zampe posteriori sono da struzzo e quelle anteriori sono come quelle di leone però sono ricoperte da artigli affilati. Dobbiamo scappare. Prendiamo le armi e vediamo un albero alto e robusto su cui un animale non si potrebbe arrampicare. Corriamo e ci saliamo sopra. Da lì con la balestra riusciamo a colpirne uno che cade addosso ad un altro. Restano solo quattro bestie. Facciamo altri tiri però non riusciamo a centrarli tutti con le frecce che abbiamo a disposizione, quindi lanciamo la spada e centriamo la testa del mostro rimanente. Siamo sopravvissute!

Dall’albero vediamo che nell’arena restiamo solo noi. All’improvviso compare un hovercraft con dei fucili pronti a far fuoco e capiamo che ci vogliono uccidere perché l’arena non aveva effetto su di noi.

Riflettiamo e ci rendiamo conto che abbiamo ancora le bacchette magiche, le potremmo usare per cercare di tornare a Hogwarts!

Pronunciamo l’incantesimo in fretta e poi vediamo solo il buio…”

Continua

Lucilla & Erica, Secondaria

I PASSI DELLA VENDETTA- PARTE I

Vincitori e vinti

Missouri, 1865

Un imprenditore nordista di nome Bill Douglas opprime una famiglia sudista per la cessione della loro tenuta per due dollari ad acro. Dopo varie minacce assolda un gruppo di cinque ex-soldati dell’unione per bruciare la casa, purtroppo l’incendio divampa uccidendo il padre, la madre e due bambini. Il figlio undicenne Mark James, però si salva e viene cresciuto dai coniugi Bradson. Quando, a vent’anni, scopre la storia della sua famiglia decide di vendicarsi uccidendo i cinque sicari e il ranchero.

“Mi diressi ad El Paso, poiché la signora Bradson diceva che lì si trovava Thomas Cobler, mio zio dalla parte di madre, che probabilmente aveva informazioni su Douglas e sulla sua attuale residenza. Entrai nella posada “cama negra”, dove questi riceveva vitto e alloggio in cambio di piccoli lavori. Lo ritrovai malridotto con una bottiglia di whisky appoggiata al pavimento, lo guardai, lui senza neanche aprire gli occhi, quasi avesse captato la mia presenza disse: “Orsù parla, nipote caro, cosa ti affligge in questo momento?”. Lo guardai ancora, esterrefatto per il fatto che avesse capito che ero lì e risposi: “Voglio vendicare la mia famiglia, dimmi quello che sai su  Douglas” d’un tratto aprì gli occhi e strinse i pugni e dopo aver ripetutamente insultato colui che gli uccise la sorella, mi disse: “Non so dove il tuo aguzzino si nasconda ora,  ma so dove uno dei cinque sicari vive, ormai si sono divisi ma sono comunque rimasti amici, quindi avendone uno, li troverai tutti e magari troverai anche Douglas; potrai trovare Ethan O’Neil  a Bozeman in Montana vive nel centro città ed è il direttore della banca cittadina; attento, è un ottimo spadaccino, l’apparentemente innocuo fioretto che porta sempre appresso ha fatto decine di vittime. Detto questo, fai come credi figliolo.” Così dicendo si coricò e cominciò a russare.

Uscii senza voltarmi e presi una diligenza per Houston. Il viaggio fu lungo e monotono, arrivato a Houston vidi una strana calca di gente attorno a un patibolo e chiesi a un passante cosa succedeva e lui mi rispose che impiccavano un pluriomicida, allora rimasi ad assistere. Pensai alle vite da lui stroncate, al lutto della famiglia e degli amici, alla morte della vittima, alle emozioni vissute dalla vittima tutte stroncate in un istante dove tutto si trasforma in dolore e sofferenza, mi chiesi se arrivato il momento in cui avrei dovuto sparare, ne avrei avuto il coraggio. Sentii le sue urla e rimasi molto colpito, persone che in vita hanno ucciso senza pietà, di fronte alla consapevolezza che moriranno, diventano bambini indifesi, perché alla fine tutti abbiamo paura della morte, perché è qualcosa che non capiamo fino in fondo, ma che alla fine arriva per tutti, nessuno escluso, e allora perché stavo facendo questo, perché stavo vendicando la mia famiglia? Semplice, la morte viene per tutti ma chi opprime la povera gente, chi si crede forte ammazzando senza motivo, non merita la vita.

Mi accorsi che dopo poco avrei dovuto prendere il treno per Cheyenne City, dove l’indomani avrei preso un altro treno per East Glacier per acquistare un cavallo con cui poi avrei proseguito fino a Bozeman. Arrivato alla fermata di Cheyenne, vidi subito la differenza tra vincitori e vinti: era una città nordista e molta gente era vestita bene e guardava sprezzante i veterani sudisti che, ridotti in povertà dalla guerra e alcuni rimasti mutilati di alcune parti del corpo, erano partiti per il nord a cercare lavoro. Passai accanto ad un uomo tutto benvestito con il pizzetto, il bastone da passeggio, che raccontava all’amico dei suoi anni da ufficiale. Ecco, anche se in una piccola cosa, la differenza: lui era ricco e benestante, mentre lì vicino c’era un uomo con indosso la divisa da colonnello dell’esercito sudista tutta sporca, mutilato del braccio e di un piede che chiedeva l’elemosina ai passanti. Diedi una moneta al militare e passai avanti, per raggiungere il mio albergo.

Fine prima parte

                                              Riccardo De A., Secondaria, team del giornalino

PEDRO, IL MITICO CANTANTE

 

C’era una volta un giovane ragazzo di nome Pedro, che amava molto cantare anche se era stonato.

Un giorno si ritrovò con la sorella Laura a registrare il suo nuovo pezzo con la sua band. Laura non amava molto come cantava il fratello e lo disprezzava dicendo: “Allontanati subito nanerottolo! Non è posto per te! Va a pulire la stalla dei maiali!”. Loro vivevano in una fattoria e quello era il compito di Pedro.  Quindi il ragazzo se ne andava sempre via.

Un giorno si ritrovò in una stanza sconosciuta dove trovò un biglietto con scritto come riuscire a cantare bene. Improvvisamente Pedro si trovò davanti un coro di angeli che cantavano così bene che chiunque si fosse avvicinato, sarebbe rimasto incantato dal loro canto. Allora Pedro si avvicinò ad un angelo e gli chiese: “Puoi insegnarmi a cantare bene?”. L’angelo rispose: “Certo, ma perché vuoi imparare?”. Pedro allora gli disse che voleva battere sua sorella una volta per tutte in una grande gara di canto.

A quel punto l’angelo lo prese per mano e gli disse:  ”Vieni con me, ti insegnerò a cantare in un posto dove nessuno potrà sentirti”. Allora Pedro seguì l’angelo ed arrivò in uno strano posto in una foresta.

Appena si avvicinò, gli alberi intorno iniziarono a cantare e a fare muovere le foglie, che facevano un bellissimo suono. A quel punto l’angelo, che si chiamava Erick, disse: “Canta!”. Pedro iniziò a cantare, e non aveva una voce stonata, ma sottile, candida e soffice.

Tornò sempre in quel posto ad esercitarsi.  Quando tornava a casa chiedeva sempre se la sorella si fosse esercitata, ma lei con tono strafottente rispondeva: “Secondo te, io mi devo allenare?! No! Io sono tanto brava e soprattutto ho talento al contrario di te!”.  Allora lui rispondeva: “Meglio per te!”.

Il giorno dopo Pedro si iscrisse al “Sing top show”. Era venerdì ed alla gara mancavano solo tre giorni, Pedro si esercitava con molto impegno.  Il giorno della gara Pedro salì sul palco e iniziò a cantare.

Laura si stupì a vedere Pedro sul palco e pensò che Pedro sarebbe andato malissimo e che a tutti sarebbe venuto il mal di testa, ma quando lo sentì rimase a bocca aperta!  Pedro cantava benissimo!

Invece quando la sorella salì sul palco ed iniziò a cantare, tutti si tapparono le orecchie: quanto era stonata e rauca!

Pensava di essere brava senza neanche doversi esercitare. Si era fatta battere da suo fratello! Pedro vinse la gara, perché al contrario di sua sorella si era impegnato tanto!

 Camilla S. e Sara D’O., Secondaria

TORNADO GIRLS

Due bambine di nome Blu e Pinky, un giorno mentre erano nel corridoio della scuola, vengono fermate da un loro amico di nome Sandro e si mettono a parlare.  Intanto, Nera, la bulla della scuola, inizia a prenderle in giro:

-Siete brutte! – Loro arrabbiate iniziano a girare su se stesse molto velocemente, fino a formare dei tornado colorati. Ma Nera non si arrende e continua a prenderle in giro.

Intanto, il loro amico Daniel non vedendo Pinky e Blu, preoccupato va a cercarle. Loro escono da una classe. Parlando con loro, però, non si accorge dell’esistenza di un muro proprio davanti a lui! Dopo essere andato in infermeria per farsi mettere un cerotto in testa, torna dalle sue amiche, Le Tornado Girls e tutti insieme si fanno una risata.

Elena R., Secondaria, team del giornalino

L’ARAZZO DELLA MORTE

Quell’ anno andai in vacanza in un posto in cui non ero mai stata prima, era un paese di montagna chiamato Moena. Io e la mia famiglia affittammo una villa, Villa Corona. Era un’accogliente villetta, belle stanze calde, e soprattutto un grande giardino innevato. Era tutto al suo posto, tranne un grande e lugubre arazzo. Rappresentava un mare in tempesta.

Non c’entrava assolutamente niente con la bella villa, e, per un motivo ignoto, quando arrivammo ci fu proibito assolutamente di avvicinarci. Continuai a chiedermi il motivo e così una notte durante la quale non riuscivo a dormire, uscii di nascosto dalla mia stanza e andai a osservare l’arazzo. Era veramente strano e ogni tanto sembrava animarsi all’improvviso: apparivano lampi veri e mi sembrava di sentire in lontananza dei tuoni. Non potevano venire dall’esterno, poiché il tempo, quella notte, era sereno.

Ero così incuriosita da quell’arazzo che lo toccai. A quel punto accadde una cosa talmente spaventosa che anche io, una ragazza impavida e coraggiosa, mi spaventai un po’. L’arazzo si staccò dal muro, si trasformò in un vortice che mi scaraventò dentro la parete a cui era attaccato. Non ebbi il tempo di tranquillizzarmi che un precipizio apparve davanti a me. E fu allora che lo vidi sul fondo del burrone: quello che prima mi sembrava fuoco era diventato un mostro alato infuocato enorme, che volava verso di me facendo schioccare la sua frusta di serpenti.

Cercai di scappare, ma notai tutt’a un tratto che ero circondata dal vuoto: ero su uno spuntone di roccia che emergeva dal fondo del burrone. Iniziai a darmi dei pizzicotti sperando di svegliarmi e scoprire che era solo un sogno, ma, ahimè, non era così. A quel punto mi spaventai davvero: la mia vita stava per finire, per una mia stupida curiosità. Mi accasciai a terra a cominciai a piangere, comportamento che non approvavo affatto, infatti, per me, il pianto era una cosa solo per bambini piccoli. Però ero davvero triste, non solo per me, ma anche per tutti i miei cari: non avrei mai più rivisto la mia famiglia. Non avrei più abbracciato la mia migliore amica, che apettava con ansia il mio ritorno dalle montagne. Non avrei mai finito il libro che stavo leggendo, che chiedeva solo di essere letto.

Mentre piangevo, sentii la voce del mostro, profonda e minacciosa, che diceva: – Se vuoi avere salva la vita, va’ nell’Hotel Corona proseguendo per il corridoio, e sconfiggi il fantasma entro stanotte. Se non ci riuscirai, morirai. Conta su quest’ultima opzione: tutti gli altri che ci hanno provato, hanno fallito.

A quel punto il mostro e il burrone scomparvero e mi ritrovai In un corridoio in salita, stretto, lungo, buio e minaccioso. L’unica luce proveniva da i fantasmi disegnati sui dipinti rappresentanti scene terrificanti avvenute per mano di uno spirito. Questo aveva trasformato un uomo nel mostro che mi ha affrontato, quello alato e infuocato. Continuando il cammino, le scene dipinte cambiarono: si vedeva una persona senza volto nelle stanze di quello che credo sia il minaccioso Hotel Corona. Un altro dipinto raffigurava l’uomo uccidere una persona. Nel terzo e ultimo dipinto, il più grande, lo stesso uomo degli altri due quadri, era circondato da mucchi di ossa e pezzi di un corpo umano. Il personaggio era diviso a metà: una parte di lui era viva e l’altra era morta.

Dopo quel disegno, il corridoio si interrompeva bruscamente con una parete che mi augurava la fortuna che pensavo non avrei mai avuto. Le incisioni irradiavano una strana luce bianca e minacciosa, feci un passo per toccarle ma caddi nel vuoto per circa dieci metri. Ebbi paura dell’atterraggio ma fu meglio di quanto immaginassi: finii su un materasso, che era sporco e logoro, ma almeno ammorbidì il mio impatto con il terreno. Davanti a me si vedeva la scritta “Hotel Corona”.

Ancora un passo in quella direzione e sarei stata nell’hotel che mi avrebbe uccisa. Quell’hotel stava per porre fine alla mia vita e forse anche ai miei ricordi. Ma dovevo anche considerare l’un per cento di possibilità che uscissi viva da quel posto tornando a casa mia a vivere come prima. A rivedere la mia famiglia. Ad abbracciare e ridere ancora molte volte con la mia migliore amica. A finire il mio libro. C’era ancora speranza.

Entrai nell’hotel. Era peggio di come me lo immaginassi: completamente abbandonato, aveva su ogni mobile rotto almeno cinque centimetri di polvere. Il soffitto, fatto di travi di legno ormai marcio, sembrava sul punto di cedere. Le pareti, che un tempo dovevano essere di colore giallo, erano piene di ranatele. Qua e là, sul pavimento, cresceva l’erba, e l’unica porta esistente oltre a quella da cui ero entrata, era quasi interamente coperta dall’edera. Capii che dovevo oltrepassare quella soglia. Lo feci. Lì trovai il fantasma che era comodamente seduto su una poltrona a leggere un manuale sui fantasmi. Nonostante non si fosse accorto di me, rimasi paralizzata dalla paura. Improvvisamente un bagliore mi scosse: era una spada molto affilata, che poteva essere la mia salvezza contro lo spirito. Senza fare il minimo rumore, andai a prendere la spada e mi posizionai dietro la poltrona del fantasma per assassinarlo. Forse, dopotutto, sarei riuscita ad ucciderlo e sarei stata salva. Ma sembrava tutto un po’ troppo facile rispetto a quello che mi immaginavo. Nonostante il presentimento, calai la lama sul fantasma, ma… la lama oltrepassò completamente lo spirito, ed ebbe il solo effetto di farmi attaccare dal “lettore fantasma”, che aveva fatto sparire il suo libro.

Avrei dovuto immaginarlo! Uno spirito non si può uccidere, nemmeno con una lama affilata, perché essa lo avrebbe oltrepassato sicuramente. Una fantasma è un fantasma, ci si può passare attraverso. Ma adesso dovevo scappare. Oltrepassai una porta, e mi ritrovai in una stanza identica alla prima, ma senza nessun fantasma. Oltrepassai decine e decine di porte, finché non mi ritrovai in una stanza in cui potei nascondermi. Il fantasma che mi inseguiva, passò alla camera successiva senza notarmi e, quando fu molto davanti a me, uscii dal mio nascondiglio e vidi il corpo di una persona senza vita. Mi sembrava di aver già visto la sua faccia, ma dove? Pensai e pensai, poi mi ricordai: era uno dei pezzi di carne umana dell’ultimo dipinto. A quel punto mi venne in mente un piano. Era ovvio. E mi era anche stato suggerito come fare.

Tagliai a pezzi quel corpo e presi le ossa. Formai un cerchio perfetto intorno a me e chiamai il fantasma. Lui ci mise un po` ad arrivare, e quando finalmente mi trovò, io iniziai a tirargli addosso le ossa e i pezzi del cadavere. Questi, come speravo, non oltrepassarono il fantasma, ma gli si appiccicarono addosso, formandogli il corpo. Quando ebbi esaurito le ossa e i brandelli del cadavere, avevo davanti a me una persona normale. Era viva, e potevo ucciderla. Con la spada che avevo tenuto in mano da quando l’avevo presa, iniziai una lotta con il fantasma-cadavere vivo, e lo uccisi, trapassandolo da parte a parte. Dal suo corpo non uscì un altro fantasma. Ora l’uomo era veramente morto. Improvvisamente apparve il mostro che mi aveva affidato la missione. Egli si congratulò con me e mi disse che ero riuscita dove altri cento avevano fallito. Ero riuscita a vendicarlo. Così mi rimandò nella villa, dove l’arazzo era misteriosamente sparito.

In seguito scoprii che i mei genitori non si ricordavano della sua esistenza. Ma io mi ricordavo ancora la mia avventura, che racconto solo a voi lettori. La mia vita era tornata alla normalità. L’arazzo non l’aveva cambiata come pensavo. E da quel giorno la mia vita fu normale, anche se da allora ho sempre sperato in altre avventure come questa. Chissà! Nella vita non si sa mai cosa possa accadere!

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino

LA MAGIA DELLA POESIA

IL FIORE

Io nasco in primavera.

Sono bello e colorato,

ma anche profumato.

Grazie a me, le apine producono il miele

Che piace tanto a Daniele.

Sono ammirato da tutti per la mia bellezza

E al mattino mi scompiglia una lieve brezza.

Leonora C., Primaria Monasterolo

PAPA’

Voglio bene al papà

Perché mi aiuta

Voglio bene al papà

Perché mi accarezza

Voglio bene al papà

Perché mi sta vicino

Voglio bene al papà

Perché lui mi vuole bene

Voglio bene al papà

Perché mi coccola

Quando è malato

Gli sto vicino

Quando è stanco

lo accarezzo

Quando è triste

Lo consolo

Quando gli serve aiuto

Subito gli sussurro

-Papà, ti voglio bene!

Sara J., Primaria Monasterolo

FILASTROCCA

Filastrocca divertente

Giocare allegramente

Filastrocca furbacchiona

Ogni giorno suona suona

Filastrocca scioccherella

Mangiare insieme una frittella

Filastrocca mattacchiona

Sempre un po’ burlona

Filastrocca un po’ monella

Che con me saltella

Filastrocca tontolina

Guarda sempre la stellina.

Sara J., Primaria Monasterolo

LA BARCA

Viaggio. Viaggio.

Realizzo i sogni.

Viaggio, viaggio

Con lei.

Vedo gente,

vedo pesci,

vedo squali,

vedo delfini.

Viaggio, viaggio

con lei.

Viaggio in Venezia.

Bello! Viaggio

Con lei

Sara J., Primaria Monasterolo

IL SOLE

Sono una palla infuocata e bollente,

bacio i brutti

perché i belli li baciano tutti.

Quando spunto, vedo la gente

Felice tutt’intorno a me.

Spunto e tramonto ogni giorno

Lara R., Primaria Monasterolo

LA LUNA

Di sera, di sera,

ti porta la fortuna,

la fortuna,

la fortuna!

Di sera, di sera,

porta fortuna.

Brilla, brilla,

porta fortuna!

Sara J., Primaria Monasterolo

LA MEZZALUNA

Luccica tutta la notte,

luccica sempre,

non smette più

con le sue amiche.

Michelle Di N., Primaria Monasterolo

LA GIORNATA DI UN REGALO DI NATALE

Caro diario,

oggi è il venticinque (credo) dicembre, quello di cui sono sicuro è che è Natale: il giorno più bello dell’anno, il giorno dove tutti sono più buoni ma soprattutto il giorno in cui si ricevono tanti regali e io sono un regalo.

I genitori del mio futuro padroncino mi hanno comprato in un negozio e proprio ieri sera mi hanno messo in un pacchetto, ma mentre mi impacchettavano, è scivolata loro una pallina dentro al pacco io… ho provato a ridargliela ma loro l’hanno fatta ricadere dentro al pacco, quindi ho deciso che me la dovevo tenere io. Non ho nulla da rimproverare ai genitori del mio futuro padroncino tranne una cosa: non potevano mettermi in un pacco più grande?!

Mi sono svegliato di prima mattina e ho aspettato e aspettato e, finalmente, qualcuno ha aperto il mio pacco: era un ragazzino e sembrava essere felicissimo di vedermi; anche lui era sbadato quanto i genitori, io mi sono divertito tutta la mattina a riportargli la pallina: ma lui continuava a farla cadere!

Poco dopo è arrivata tantissima gente che mi accarezzava, che mi prendeva in braccio ma, soprattutto, faceva cadere in continuazione la pallina: a quanto pare è una cosa di famiglia! Poi tutti si sono seduti a mangiare, beh, a dire il vero anche io avevo fame quindi ho sfoggiato la mia arma segreta: sono andato vicino alle sedie, ho messo la zampa sulle loro gambe e ho fatto la faccina dolce … Nessuno ha saputo resistere! Dopo pranzo tutti siamo usciti e abbiamo giocato con una cosa bianca e fredda che chiamavano “neve”, abbiamo giocato e corso tutto il pomeriggio poi è calato il sole e tutti i parenti se ne sono andati ed è proprio in quel momento che mi hanno fatto una bellissima sorpresa: sotto l’albero c’era un pacchetto con il mio nome (ah, io mi chiamo Marley, dato che Bob non gli piaceva), me lo hanno aperto loro (dato che come sai io non ho i pollici opponibili) e dentro c’era il regalo che ogni cane vorrebbe: un osso, un osso così grande che non mi stava neanche in bocca! Verso la fine della sera tutti sono andati a dormire e anche io sono andato a dormire e ho concluso quella magnifica giornata.

Un caro saluto a tutti e … Buon anno!

Marley

Matteo F., Secondaria

IL NOSTRO AMICO BINNY

Il nostro amico Binny è un simpatico mostriciattolo del mondo incantato. Ha la carnagione azzurra, due corna di fuoco, un ciuffo color oro e le orecchie come quelle di un elfo. Inoltre ha tre occhi di cui uno può prevedere il futuro. Ha una maglietta strappata bianca e nera che rappresenta lo jing e lo jang, dei jeans tenuti in vita da una cintura con attaccato un sacchetto di cuoio contente polvere magica con cui aiuta i bisognosi. Indossa delle morbide pantofole rosa tenda. Porta sempre con sé uno scettro magico che crea oggetti e animali soprattutto PAPERE, ha anche due grandi ali con cui vola in giro in modo un po’ maldestro.

Abita in umile cassetta fuxia con un simpatico tetto di paglia, in giardino ha un piccolo tavolo dove lui si diverte a fare molti gustosi picnic insieme alla sua amica Dixy.

Dixy è la sua simpaticissima volpe domestica che vive con Binny da quando lui era piccolo; Binny l’aveva trovata quando anche lei era una cucciolotta: era affamata, aveva freddo ed era impaurita, Binny l’ha presa con sé e da quel giorno stanno sempre insieme.

Viaggia spesso, ha girato il mondo in cerca del paesaggio migliore dove vivere dopo qualche anno di viaggio insieme alla sua amica volpe l’ha trovato ma non ha smesso di viaggiare.

Il luogo in cui si è stabilito è formato da diversi paesaggi: ci sono le montagne, le colline, le pianure, un ruscello dove rinfrescarsi, farsi il bagno e prendere un po’ d’acqua, quel luogo è pieno di nascondigli per lui e Dixy per quando giocano a nascondino, a “ce l’hai” e a “mago ghiaccio”. Inoltre è comodo pe avvistare le altre fate, folletti, draghi e qualsiasi altro personaggio del mondo fatato o di qualsiasi altro mondo che stanno andando da quelle parti per vendere le loro merci, perché stanno facendo un viaggio, un party o che altro. Insomma quella zona è il luogo ideale per vivere.

Ed ecco finita la simpatica storia DEL NOSTRO AMICO BINNY.

 Margherita M., Secondaria, team del giornalino

WE WERE BORN TO DIE

Nascita, crescita, riproduzione e morte. È forse questa la vita?

Secondo il pensiero di un materialista probabilmente sì, ma per me no.

Non voglio parlare dell’esistenza di un aldilà dopo la morte, ma voglio parlare dello scopo della vita.

Che sia la fine di un lungo percorso lo scopo della vita? Sì, ma non solo.

Siamo nati per morire, e questo non si può mettere in dubbio, ma qual è il vero motivo della nostra esistenza? Perché ci troviamo qui? Cosa dobbiamo farne della nostra vita?

Secondo me ognuno è nato per realizzare i propri sogni e diventare “Qualcuno” nella propria vita.

Non importa quali siano le nostre aspirazioni, i nostri desideri o che cosa faremo, importa solo come decidiamo di vivere la nostra vita, cosa facciamo per realizzare i nostri sogni e soprattutto come ci comportiamo di fronte alle difficoltà che incontreremo lungo la strada.

La vita è diversa da persona a persona: c’è chi la vive come una sfida, chi come uno scherzo, chi con indifferenza ma siamo sempre noi a decidere come viverla. Lei ci offre sempre una possibilità con l’oggi, ce ne ha offerta una ieri e ce ne offrirà un’altra domani; abbiamo circa 27.000 possibilità nella vita perché lei ogni giorno ce ne offre una nuova, sempre diversa dalla precedente, ma pur sempre un’altra chance.

Sappiamo tutti che queste possibilità non sono infinite, sono tante ma non infinite, quindi perché sprecarle?

Quando ci dicono che siamo tutti uguali ci dicono una grande bugia. E non mi riferisco al colore della pelle, al sesso o alla nazionalità, ma mi riferisco al carattere, alla personalità, al proprio essere se stessi.

C’è chi è più dotato e chi meno, chi è più intelligente chi meno, chi è sensibile, chi è indifferente. C’è chi è stato fortunato infatti la natura gli ha regalato un talento o una dote e riesce a farsi valere e riesce a realizzare i propri sogni senza riscontrare grandi difficoltà, mentre c’è chi deve lottare per riuscire e nulla gli viene dato senza sacrificio.

Se guardiamo la natura da questo punto di vista possiamo notare quanto questa sia ingiusta, ma questo è un altro discorso.

Per la maggior parte di noi la vita non è uno scherzo, tantomeno un gioco. É una montagna da scalare, piena di ostacoli da superare, salite ripide e fosse molto profonde nelle quali cadiamo e dobbiamo trovare modo di uscirne.

Però, alla fine, una volta in cima a quella montagna, è tutto finito. La vista dalla cima di quella montagna è meravigliosa e crea in noi una sensazione di quiete e calma, ci fa rilassare immersi nei ricordi e cadere in un sonno profondo. Ma quanto tempo è passato da quando abbiamo iniziato a scalare quella montagna?

Dipende. Dipende da quanto essa fosse alta e dipende dal modo in cui l’abbiamo scalata ma è comunque passato tantissimo tempo e quelle che ci sembravano tante opportunità sono finite. Dopo tanto, tantissimo tempo, sono finite.

E a questo punto ripropongo questa domanda: qual è lo scopo della vita?

Sicuramente la vita è qualcosa di ben più profondo della scalata di una montagna, la vita è un cammino lungo diversamente da individuo a individuo e prevede la scoperta di se stessi e degli altri.

La vita è un viaggio, una sfida, la nostra più bella esperienza… 

“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai.”

~Jim Morrison  

 

Alexia B., Secondaria,

team del giornalino

LE AVVENTURE DI MAMMA E MAMMO DRAGO

 La mamma e il mammo drago sono due abitanti del mondo delle favole, hanno tre figli ma di questo parleremo dopo, ora direi di cominciare la storia.

La mamma e il mammo drago in realtà non si chiamano proprio “mamma e mammo drago” in realtà quelli sono solo i simpatici nomignoli che gli hanno dato i lori figli.

La mamma draga in realtà si chiama Cristal ed è un’elegantissima draga rosa con le squame e gli artigli fucsia, due ali e la coda dello stesso colore della pelle, inoltre ha due splendidi occhi color violetto e ha perfino una folta cresta.

La sua più grande passione è quella di volare in giro e aiutare le persone che sono in difficoltà, sin da piccola ha sempre avuto questo istinto altruista; mi raccomando però, state attenti a non farvi ingannare da questo suo aspetto buono e gentile perché se la fate arrabbiare, innervosire o fate qualcosa che in qualche modo le possa dar fastidio, potrebbe diventare il vostro peggior incubo: potrebbe diventare il pauroso orco del gatto con gli stivali che abita in un paesino lì a fianco, la strega con la sua mania di trasformare le persone (per esempio quel povero ragazzo che ha trasformato in un ferro da stiro), o addirittura rischiate che si trasformi in vostra zia Adele.

Ora però parliamo del mammo drago.

Il mammo drago invece si chiama in realtà Stronfolo lui ha la pelle, le ali e la coda blu e le squame e artigli azzurri inoltre ha anche due maestose corna anch’esse azzurre.

Lui da piccolo è sempre stato un po’ birbantello: insomma si divertiva a fare scherzetti di ogni tipo ai suoi amici, un giorno però fece uno scherzo alla persona sbagliata, ”Cristal”, stranamente però lei non si arrabbiò perché vide in lui del buono, lei se ne innamorò e in una maniera o nell’altra, con un po’ di pazienza lo aiutò a smettere di fare dispetti a tutti.

Ora Stronfolo non fa più dispetti e aiuta Cristal a aiutare chi è in difficoltà anche se a volte gli manca fare dispetti ma cerca di non pensarci.Con Stronfolo però potete stare tranquilli perché non si arrabbia quasi mai e se si arrabbia non diventa un mostro come sua moglie.

Ora però parliamo della loro storia:

come sapete Stronfolo e Cristal si sono conosciuti a causa di un simpatico scherzo che da ragazzino Stronfolo aveva fatto a Cristal, voi vi chiederete cosa aveva fatto Stonfolo. Beh, dovete sapere che Stronfolo erano mesi che progettava lo scherzo migliore che avesse mai fatt, “lo sgambetto” così, scelse l’unica persona a cui non aveva ancora  mai fatto nessuno scherzo: Cristal.

Cristal come ogni giorno stava andando in giro a cercare le persone più in difficoltà, Stronfolo la seguiva di nascosto mentre girava per il bosco, a un certo punto Stronfolo pensò: “Ora è il momento giuso” allungò la gamba (forse anche fin troppo) e fece volare Cristal per terra. “Cosa stai facendo?!” esclamò Cristal col ginocchio che le sanguinava e il fumo che le usciva dalle orecchie. “Scusa non volevo farti male era solo uno scherzo” affermò Stonfolo allungandole un fazzoletto con le guance rosse dall’imbarazzo e un espressione triste di scuse, in quello sguardo Cristal vide che a Stronfolo dispiaceva, smise di urlare e il fumo che le usciva dalle orecchie scomparve, nei suoi occhi si intravide un’espressione interrogativa, Cristal guardava Stronfolo che per il troppo imbarazzo scappò via.

Il giorno dopo Stonfolo si mise a cercare Cristal in giro per il bosco quando la trovò le chiese se era ancora arrabbiata con lui, lei rispose di no e gli disse : “Stai tranquillo ormai è acqua passata” a quelle parole Stronfolo si mise a urlare e a volare in giro col cuore colmo di felicità, quando si calmò chiese a Cristal se volesse un gelato, lei rispose di sì e da quel giorno divennero migliori amici, si divertivano a giocare sempre insieme e vissero per sempre felici e contenti.

No, scherzo, la storia non finì così, anzi ora è meglio continuarla.

Cristal e Stronfolo s’innamorarono l’uno dell’altra si sposarono e fecero tre uova da cui nacquero tre adorabili draghetti: Stella, la più grande, una draghetta un po’  vanitosa con la pelle di color rosso e con una folta criniera, forse la più bella dell’intero mondo incantato. Non sopporta le persone o le altre creature incantate che non sono oneste con lei, ma una cosa che odia di più è farsi vedere in giro con la criniera spettinata.

Il secondo si chiama Cancia, è un draghetto un po’ stupido ma con una gran voglia di fare sempre nuove amicizie anche di persone più grandi e più piccole di lui, ha la pelle verde e due corna di cui una gli si è rotta quando aveva poco più di un mese (forse per questo non è proprio un genio). A volte è un po’ fifone ma sa che può sempre chiedere aiuto alle sue sorelle o ai suoi amici e subito gli verrà dato.

L’ultima è Mollica una simpatica draghetta con la pelle gialla, una corta criniera e due piccole corna, Mollica ha un carattere molto avventuroso e come la madre anche molto altruista, non ha molti amici ma quelli che ha sono sinceri.

Stella, Cancia e Mollica litigano quasi sempre ma sanno che ognuno ci sarà sempre quando l’altro avrà bisogno.

Potrei continuarvi la storia degli altri personaggi che possiamo incontrare nel mondo incantato come ad esempio: Binny e la sua simpaticissima amica Dixy; Toffee, quella dolcissima ragazza fatta di caramelle che abita in un paesino poco lontano da dove abitano la mamma, il mammo drago e la loro famiglia; Lostris, quella bella fanciulla con un grande spirito guerriero e una gran passione per l’oceano e per l’avventura e che tra tutti è quella che abita più lontano in un mare pieno di avventure e di nuovi posti da esplorare (insomma il posto più adatto per una come lei); e infine il dio degli elementi così chiamato da tutti, è lo stregone più potente del mondo incantato, è perfino più potente di Merlino, ma è anche il più temuto da tutti, a causa del suo potere che è capace di mandare chiunque nel regno degli inferi.

Ma credo che per oggi siate stanchi delle mie storie quindi ora possiamo dire che la mamma, il mammo drago e tutta la loro famiglia vissero felici e contenti (per ora).

Margherita M., Secondaria, team del giornalino

SUPERMIND GIRL

Un giorno, mentre me ne stavo a casa mia, per i fatti miei, qualcuno bussò alla porta. “Chi è?” chiesi, nessuna risposta. “Chi è?” spazientita aprii la porta: per poco non mi venne un colpo! Fuori dalla porta vidi un uomo con un camice bianco, delle scarpe nere enormi, aveva dei capelli lunghi grigi e neri e dei buffi occhiali tondi che lo facevano sembrare una mosca.

Mi disse che era il nuovo vicino e voleva invitarmi per un thè, all’inizio rifiutai, poi però accettai la proposta di quello che mi sembrava un brav’uomo, solo un po’ bizzarro nell’abbigliamento.

Quando entrai in salotto, fui catapultata in un laboratorio che sembrava uscito da un film di fantascienza. Affascinata cominciai a camminare tra le macchine, sembravano molto strane e ce n’erano alcune piene di liquidi colorati, altre contenevano piccoli animali, che a prima vista mi apparirono mutanti.

Il professor Ka, così mi aveva detto di chiamarsi, mi spiegò che lui era un grande scienziato ma nessuno l’aveva preso sul serio nel suo paese: l’Ungheria. Allora lui aveva pensato che cambiando paese, forse qualcuno l’avrebbe considerato.

Mentre bevevo il thè che mi aveva offerto mi sentivo strana, cominciò a girarmi la testa e chiesi di andare a casa.

Mi sdraiai sul mio letto e mi addormentai.

Il giorno dopo mi alzai solo quando mi sentii la sveglia, o forse no?

Quando mi allungai per spegnerla mi accorsi che non ero nel mio letto ma stavo fluttuando nel vuoto! Caddi per lo spavento; continuai a ripetermi che era un sogno e tornavo a letto ma quando provavo ad aprire gli occhi mi ritrovavo in aria e la scena si ripeteva. Dopo una mezz’oretta di questo decisi che era reale: io volavo davvero!

Per poco non svenni, volare? È meraviglioso!

Capii subito che il professor Ka non era una persona qualunque.

Mi precipitai subito fuori ancora in pigiama. Il professore non sembrava sorpreso di vedermi. “Che cosa mi hai fatto?” urlai. Cominciò a raccontarmi la seconda parte della sua storia, disse che aveva scoperto un liquido in grado di dare dei super-poteri, ma dopo un piccolo incidente con un esperimento e un uomo-cane, nessuno volle fargli più da cavia e quando mi presentai pensò che fossi la candidata ideale. In effetti ho sempre voluto volare.

Il professor Ka volle che io diventassi il difensore della mia città, accettai però il nome lo sceglievo io.

Con una tuta azzurra e bianca, una corona oro e un paio di stivali sarei diventata “Supermind girl” che significa “ragazza super-cervello”.

Ancora oggi vado a lezioni di volo dal professore ma, grazie ai cinque mesi e le centinaia di cadute, oggi riesco a fluttuare come un uccellino.

E questa è la storia del perché mi ritrovo a salvare il mondo con una tutina e uno scienziato pazzo che mi fulmina ogni giorno “per sbaglio”.

Spero che non arrivino altri poteri!

Illustrazione: Elena R., Secondaria, team del giornalino

Testo: Emma C., Secondaria, team del giornalino

RABBIA, PAURA E SOLITUDINE DIVENTANO POESIA

LA MALEDIZIONE DELLA LUNA

In questi giorni  sono spesso arrabbiata,

a volte per una persona mancata,

altre per una brutta giornata.

Quando riesco a divertirmi in giardino,

risalendo in casa inciampo in un gradino;

più che rabbia sembra sfortuna,

ma credo che sia la maledizione della Luna.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        Sara  Z., Secondaria

LA RABBIA

Tutto e tutti ti guardano,  ti scrutano

Vedono come sei nel tuo lato peggiore,

è come un rumore immenso di automobili impazzite,

provi una sensazione che parte da dentro, la “ rabbia”.

Proprio così, la rabbia

Quando il mondo si rivolge tutto contro di te

E tu sei da solo a combattere,

e nessuno ti aiuta

come una gazzella circondata da leoni affamati,

ma se provi paura sei morto.

                                                                                                                                          Tommaso F., Secondaria

LA MIA PAURA

Ogni volta che ho paura

La giornata diventa scura.

Quando ho paura,

penso solo a quella

come se fosse nel cielo

l’unica stella.

In quel momento

Per me

È l’ unica cosa presente

Ed è strano

Perché nessuno oltre a me

La sente

 

   Alice M., Secondaria

 

ERA LUI …

Era lui, quello solo,

quello che non aveva amici,

Era lui, quello che diceva di essere felice,

non lo era.

Pensava solo a loro,

a quelli felici e a tutti coloro che urlavano, strillavano

di felicità.

Quel sentimento, che non aveva mai condiviso con nessuno,

perché era solo e basta.

Sofia M., Secondaria

LA SOLITUDINE

Parlo tra me e me

E mi ritrovo a considerare

Che la solitudine non è mai assente,

è lì dietro l’angolo

come una tigre

pronta a scattare affamata di allegria.

E finché fai del bene non rischi mai

Ma quando il male fai

Infelice ti sorprenderà

Matteo  M., Secondaria

 

SOLO MI SENTO SOLO

Solo mi sento solo

La casa vuota deserta

Nicolò P., Secondaria

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- V Episodio

“-Non è possibile, ci dev’essere stato un errore!- Urliamo mentre le guardie ci spingono sul treno.

-Ora non si torna più indietro, i tributi sono quelli estratti, e non si cambia, a meno che non ci siano volontari.

-Ma noi siamo due ragazze!

-Se una di voi si è registrata insieme ai ragazzi sono affari suoi!

Non c’è niente da fare, qui la gente è molto testarda. E mentre siamo sul treno, guardiamo sospirando il paesaggio che almeno una di noi non vedrà mai più…

I nostri pensieri sono interrotti da una voce fastidiosa che ci chiama: -Ragazze, siete in ritardo per il pranzo!

La voce appartiene all’odiata Effie Trinket, quella che estrae i bigliettini e che, venendo da Capitol City, è fissata con la puntualità e le buone maniere.

Andiamo a pranzo e mandiamo giù qualcosa, solo per tapparci un buco nello stomaco. Ce ne andiamo non appena abbiamo finito di mangiare (cosa di cui Effie ci ha rimproverato tanto, ma noi non ce ne siamo curate). Abbiamo passato tutto il resto del nostro tempo nella nostra cabina, poi ci hanno fatto scendere dal treno e ci  hanno portato da uno stilista che ci ha preparate per la parata dei tributi. Anche quella, come tutte le altre cose che abbiamo fatto dopo l’estrazione, è stata solo un’immagine confusa che è scorsa sotto i nostri occhi.

Tutto quello che ci ricordiamo della parata dei tributi è che c’era una grande folla che ci guardava passare su un carro.

Adesso siamo all’ottavo piano del centro di addestramento, e ci stiamo preparando per andare ad addestrarci. Quando arriviamo giù siamo le ultime, ed iniziamo tre giorni di fatica per prepararci ad affrontare gli Hunger Games. ”

Erica C. & Lucilla C., team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- IV episodio

“Abbiamo iniziato a fare amicizia con gli altri ragazzi: a parte i due carini del treno (che sono stati smistati in Serpeverde), abbiamo conosciuto una ragazza della nostra casa che si chiama Emma, è simpatica ma è secchiona, abbiamo conosciuto anche due fratelli-gemelli che sono divertentissimi, si chiamano Fred e George <3.

Adesso è notte e stiamo provando un incantesimo per Trasfigurazione. Decidiamo di farlo insieme. Pronunciamo l’incantesimo e vediamo una luce abbagliante che ci obbliga a chiudere gli occhi. Quando li riapriamo non siamo più nel nostro dormitorio, ci troviamo in un posto che non abbiamo mai visto. Ci sembra un’industria tessile.  Ci appisoliamo su un mucchio di vestiti. Ci svegliamo perché sentiamo un annuncio che dice a tutti di andare in piazza per la Mietitura.

Che cos’è la Mietitura? Pensiamo a tutto quello che conosciamo e ci viene in mente un libro che abbiamo letto: “Hunger Games”. Ora tutto è chiaro: siamo nel Distretto 8, che è specializzato nella produzione di tessuti. Ci sale subito l’ansia, pensiamo che potremmo benissimo essere estratte per gli Hunger Games e se estraggono una di noi…

Corriamo in piazza appena in tempo per registrarci e andiamo ciascuna in due file diverse.

Iniziano le estrazioni: per le ragazze il nome è…

Sofia Cnamoneri.

Chiamano subito anche i ragazzi: il nome è…

Giorgia Cnamoneri.

Ci guardiamo con uno sguardo di panico, ci sentiamo sprofondare sempre più giù, senza accorgerci che i dev’essere stato un errore. Camminiamo sconvolte verso il palco delle estrazioni, con il terrore dipinto negli occhi…”

Continua…

Lucilla C. e  Erica C.,  team del giornalino

PAURA NEL BOSCO FANTASMA– V episodio

“Mi risveglio, sono in un tunnel, ma ora so che tutto quello che sta accadendo non è reale. Credo che sia una specie di allucinazione provocata dall’iniezione di mia madre.

La ragazza che ho conosciuto nella grotta è sparita. Sarà finita da un’altra parte. Ora non posso più fare niente per lei.

So che per uscire da questo incubo non devo far altro che pensare. Mi trovo quasi sempre nel luogo adatto al mio stato d’animo. E ora mi sento oppressa da queste allucinazioni. Niente di meglio che un tunnel, soprattutto per una che soffre un po’ di claustrofobia.

Penso a casa, a mia madre, ai miei amici. Non mi importa più di dove sono, voglio solo tornare a casa. Mi concentro su quel luogo con tutta la mia anima. Non succede niente, perciò mi incammino lungo il tunnel, sempre concentrata. La strada è molto lungo, ma finalmente vedo una luce. Quando sbuco dalla galleria, sono di nuovo nel punto in cui sono stata aggredita dai fantasmi. Il tunnel dietro le mie spalle è sparito, come se non fosse successo niente. Appoggiato su un masso c’è il mio zaino con l’acqua e le ciliegie. Lo apro. Dentro l’acqua è ancora fresca e le ciliegie sono ancora perfette come quando le ho prese. Mi incammino per il sentiero e sbuco subito nel villaggio in cui abito. Quando entro in casa controllo l’orario. Mezzogiorno e mezza, l’ora in cui torno sempre a casa. Sembra proprio che non sia successo nulla nel bosco. Tutte allucinazioni. Meglio non dire niente a nessuno.

-Brava, vedo che hai superato la prova. – è la voce di mia madre. Allora lei lo sa. Allora mi ha fatto quella puntura non per il mal di schiena ma per farmi fare questa “prova” come la chiama lei.

-Mamma. Perché?  Perché mi hai fatto fare questo incubo?

-Perché dovevo. È la prova per entrare nella nostra comunità. In realtà nel nostro villaggio non siamo solo persone normali. Facciamo parte di un gruppo di persone che protegge il mondo dall’autodistruzione. E tu ora sei una di noi.”

Fine

Lucilla C., team del giornalino

GUERRA E PACE

UN PROBLEMA MONDIALE

Morte, soldati, guerra

sono parole che uccidono la Terra.

Ci son persone di colore

che ogni giorno provano dolore.

La guerra è un mare di problemi

un campo dove non crescono semi.

 

Tutti hanno bisogno di un mondo

dove non ci si combatte neanche un secondo,

dove la pace c’è ogni giorno

e la guerra se ne va per non fare ritorno.

Un giorno questa cosa accadrà

e finalmente la guerra più non ci sarà !

 

                                               Riccardo  P., Primaria, Mezzate

W LA PACE!

Dev’esserci un posto,

un posto nel mondo,

dove il cuore d’ognuno sia più profondo,

e allora per mano teniamoci amici,

così per sempre saremo felici,

e quando ognuno in pace si sentirà,

un mondo d’amore come d’incanto sorgerà,

nessuno più per terra e …

solo un pensiero, resterà la guerra!

Penso ai bambini soldato,

il loro sangue rovina il creato.

Se mi ritrovassi a far la guerra,

BOOM ! Mi butterei a terra.

Ma perché il mondo non lo capisce?

In guerra si muore, si sparisce.

 Riccardo P., Primaria, Mezzate

 

VOGLIAMO LA PACE!

Ad ogni lacrima che cade sulla Terra

scoppia una guerra.

La guerra a nessuno piace,

noi vogliamo la pace.

La pace è un diritto

che va rispettato

e non sottovalutato.

La guerra prosciuga il fiume della vita,

la guerra non è ancora finita.

L’albero della pace nascerà

e tutto il mondo illuminerà

con gioia e serenità.

Camilla  B., Primaria, Mezzate

 

LA PACE

 

 

 

 

 

Oggi la guerra

è su tutta la Terra

ma sappiamo che il nostro cuore

è pieno d’amore.

 

Immagino un mondo in cui tutti sono amici

Un mondo in cui non cui siano nemici

Un mondo pieno di colore …

Basta dolore !!!

 

Apri la porta alle persone in difficoltà

vedrai che qualcuno

prima o poi ti ripagherà.

 

Per fare la pace non basta non litigare

per fare la pace bisogna amare.

Se un po’ d’amore a tutti potrai dare

la pace si potrà fare !

 

                                         Matteo B., Primaria, Mezzate

 

POESIA DELLA PACE

Fai la pace con me

portala nel tuo cuore

e avrai in cambio dell’amore.

 

Non fare la guerra

così distruggerai la Terra !

La pace è come un fiore

che sboccia come un sole.

Insieme agli amici saremo

tutti più felici.

Dai prendimi la mano

e portami lontano.

 

                                      Elisa  M., Primaria, Mezzate

 

LA PACE

La pace è come il sole

quando illumina la Terra

nessuno sente più, il dolore della guerra.

La pace è come un fiore

porta gioia e tanto amore.

Lottiamo per stare in armonia

tutti insieme in compagnia.

Se la guerra finisse saremmo più felici

Se la guerra finisse saremmo tutti amici

Andiamo ad annunciare ai popoli del mondo

di fare tutti insieme un grande girotondo,

il girotondo che fermerà la guerra

e tornerà la pace su tutta la Terra.

                                          Valeria  C, Primaria, Mezzate

 

IL MONDO CHE DESIDERO

Vorrei essere in un mondo di amore

dove tutte le persone possiedono un cuore.

Invece siamo in un mondo di guerra

che sommerge la Terra.

Il mondo è pieno di soldati

e anche di malati.

Se la guerra finisse

saremmo tutti più felici

e avremmo tutti più amici.

 

                                    Beatrice B., Primaria, Mezzate

POESIE

Io penso ai bambini soldato

che fanno la guerra

che distruggono la nostra Terra.

Loro vogliono la pace

che a tutti piace

piena di colore e amore

e non di dolore.

Spero che presto la guerra finirà

e tutta la Terra sarà piena di felicità !

                                  

 

Sulla nostra Terra

Sulla nostra Terra

c’è la guerra.

Ma io vorrei la pace contro la guerra.

In certi paesi c’è l’amore

e in altri il dolore.

In certi paesi ci sono amici

e in altri tanti nemici.

Ci sono dei bambini che si alzano la mattina

con i rombi delle bombe

della pace vorrei che sentissero le trombe.

Che bello se i bambini

si alzassero con il cinguettio degli uccellini

con tranquillità e serenità,

perché tutti hanno dei

DIRITTI

di non vivere nei conflitti.

                       Francesca R., V A Primaria, Mezzate

 

W LA PACE!

L’ AMICIZIA

L’ amicizia è come il sole,

le nuvole possono coprirlo,

ma mai spegnerlo.

L’ amicizia è come un fiore,

anche se sembra appassire,

poi rifiorirà.

L’ amicizia è come il mare,

a volte è in tempesta,

ma poi ritorna la quiete.

L’ amicizia è un dono importante,

da difendere e da coltivare

sempre e comunque.

Arianna B., Primaria, Mezzate

STOP ALLA GUERRA!

 

“Pace, amore, carità …” dice sempre la maestra;

mi guardo attorno e vedo che non è così:

“Morti, guerra, povertà …” dice sempre la tv.

Basta, non ce la faccio più!

Uniamoci insieme per fare

un grande girotondo,

per salvare il nostro mondo!

Sara D., Primaria, Mezzate

 

LA PACE

La pace è bontà

che si ottiene con la serenità.

La pace è amore

che viene dal cuore.

La pace è giustizia

però pochi l’hanno vista.

La pace è un grande mare

pieno di dolci parole che non fanno male.

Diamoci la mano è facciamo un grande girotondo

per portare la pace a tutto il mondo.

Matteo V., Primaria, Mezzate

 

VIVA LA PACE

La guerra non serve a niente,

solo a uccidere la gente.

Se avessi tutte le armi del mondo,

mi metterei a sparare fiori a tutti,

non proiettili per ferirli

ma fiori per divertirli.

E nel mondo ci sarebbe la pace!

Filippo S., Primaria, Mezzate

 

UTOPIE PER LA PACE

Se le utopie

fossero vere

il mondo sarebbe migliore.

Sofia R., Primaria, Mezzate

 

LA PACE È COME …

La pace è come un libro bianco da riempire

con: amore, gioia, amicizia e fratellanza,

è difficile da creare

ma tutti insieme ce la possiamo fare.

Restiamo uniti

non facciamoci coinvolgere

dall’odio, dal rancore e dalla guerra,

difendiamo la pace

è importante per tutta la terra.

Scriviamo questo libro

e facciamolo leggere al mondo intero!

Elisa G. e Matilde N., Primaria, Mezzate

 

LA GUERRA … CHE BRUTTA COSA!

Se la guerra sceglierai

un soldato diventerai,

tanti morti farai

e il mondo distruggerai!!

Se la pace sceglierai

molti amici troverai

e la vita porterai.

I soldati non sono felici

e non hanno tanti amici;

i soldati non sanno fare niente

se non uccidere la gente.

Mattia P e Kevin M., Primaria, Mezzate

 

SE LA GUERRA…

Se la guerra dal tuo cuore toglierai

il mondo salverai.

Se la guerra toglierai

la pace coltiverai.

Se la guerra toglierai

tanti amici troverai!

Se la guerra continuerai

il mondo distruggerai!!!

Se la pace promuoverai

una bella persona diventerai.

Matteo A., Primaria, Mezzate

 

CHE COS’È L’AMICIZIA?

Che cos’ è l’amicizia?

L’ amicizia non è odio

ma è grande affetto

che non si butta mai dietro le spalle.

L’ amicizia è solidarietà,

L’ amicizia è come le onde

che insieme affrontano

tutte le difficoltà.

L’ amicizia è come un sole brillante nel cielo,

che porta amore nella guerra.

L’ amicizia è come il fuoco dell’entusiasmo

che porta momenti di felicità.

La cosa bella dell’amicizia

è stare sempre insieme e condividere

TUTTE LE EMOZIONI.

Emanuele. E., Primaria, Mezzate

 

PACE E GUERRA

La guerra

influisce sulla terra

facendo male alla mente

e al cuore della gente.

 

Morti, guerra, povertà…

non c’è mai serenità!

La guerra porta l’ infelicità

mentre la pace porta la bontà.

 

Con amore e libertà

il mondo si salverà,

il sole splenderà

e la pace tornerà.

Perciò W LA PACE M LA GUERRA!

Giulia A. e Iris M., Primaria, Mezzate

 

Guerra contro pace

Quando c’è guerra

non c’è amore,

che ti riempie il cuore

ma solo dolore.

 

Quando c’è l’amore

c’è ricchezza, pace e non timore.

L’amore è meraviglioso

come il sole quando è luminoso.

 

Chi fa la guerra

spesso non pensa con la propria mente,

chi fa la pace

ragiona bene con la sua mente.

Leonardo A. Daniele L., Primaria, Mezzate

 

La pace è …

La pace è sentirsi bene

la pace è bontà

la pace è amore

la pace è amicizia

la pace è felicità

la pace è perdonare chi ti ha fatto del male

la pace bisogna sempre portarla nel cuore

Oumy

 

LA SCUOLA

La scuola sai che è una cosa importante?

A scuola si va per imparare

ma anche per stare con gli amici e giocare.

Non dire che la scuola è noiosa

la scuola serve a qualcosa,

non pensare di sapere tutto e che la scuola non sia importante

ma pensa che, purtroppo, qualcuno non ci può andare neanche.

Tu che la puoi frequentare, sii contento,

sei fortunato, con la camicia sei nato!

Daniele D., Primaria, Mezzate

 

LA LIBERTA’

Sai cosa significa libertà ?

La libertà è poter volare liberi come gabbiani,

la libertà non ha prezzo.

La libertà significa fare delle proprie scelte

senza condizionamenti.

Ma attenzione!

Non si può essere liberi

di fare sempre ciò che si vuole,

ricordate che la vostra libertà finisce

dove comincia quella di altri.

Thomas S. , Primaria, Mezzate

 

PACE O GUERRA

Che bella la pace,

non c’è cosa migliore,

io la vorrei a tutte le ore!

La guerra invece a cosa serve?

E’ solo una lotta in cui ognuno perde.

La guerra fa male e sai perchè?

Chi la fa non è più in sè.

Se scegli l’odio fai male alla terra

se scegli l’amore fai felice ogni cuore.

Quindi cosa scegli pace o guerra?

Mattia P., Primaria, Mezzate

 

LA GUERRA

La guerra non serve a niente,

la guerra spaventa solo la gente,

la guerra distrugge il mondo,

la guerra vuol dire paura, tristezza, fame, povertà,

con la guerra non si risolve niente.

Ma perché allora gli uomini continuano a farla?

Federico G., Primaria, Mezzate

 

LA PACE

La pace è un fiore che sboccia

quando non si litiga più.

La pace è un frutto dolcissimo

da assaggiare tutti.

La pace è un animale ferito

quando viene violata.

La pace è una fabbrica

che lavora in continuazione per ricostruirla.

La pace è un tesoro

da custodire sempre.

La pace è un arcobaleno

di genti di tanti colori.

La pace è una musica lieta

che parla dal cuore.

V B Primaria, Mezzate

 

COSA NE PENSIAMO DEI COMPITI?

Io e i compiti

 Quest’anno frequento la quarta elementare.

I compiti ovviamente sono aumentati rispetto agli anni precedenti.

Nella mia mente c’è un’organizzazione mentale sia dello studio orale che dei compiti scritti.

In genere mi piacciono tutte le materie, ma le mie preferite sono matematica e italiano.

Anche la geografia comincia ad interessarmi, poiché stiamo studiando i monti, i fiumi, le pianure del territorio italiano.

Di solito i compiti li svolgo da sola, ma a volte capita che chieda aiuto alla mamma.

Ad esempio, io scrivo i testi e poi lei me li controlla oppure, quando studio storia, geografia o scienze, mi interroga.

Fortunatamente non c’è nessuno che mi distrae. Anzi, sono io che mi distraggo!

A volte capita, soprattutto in una splendida giornata di sole, che guardi fuori dalla finestra e cominci a fantasticare e a sognare ad occhi aperti.

Normalmente eseguo sempre i compiti assegnati, ma è capitato una volta, forse in prima, che non avevo svolto una scheda. Mi sono sentita a disagio, è stato orribile!

Secondo me i compiti sono importanti perché senza di essi non potremmo esercitarci a casa, correndo così il rischio di non ricordarci più niente una volta a scuola.

Di conseguenza si rischierebbe di prendere un brutto voto nelle verifiche.

Beatrice S., Primaria, Monasterolo

 

Io e i miei compiti

Quest’anno sono in quarta e i compiti sono più difficili.

Io studio Storia durante il week-end perché il lunedì ho piscina, i compiti scritti li faccio il sabato pomeriggio.

I compiti che preferisco sono quelli di Matematica che faccio il venerdì durante l’intervallo lungo.

I compiti che però non sopporto sono quelli di inglese anche se è una delle mie materie preferite.

Mi aiuta a studiare il mio papà e i compiti scritti li faccio da sola.

A volte mi distrae mio fratello o il bel tempo: vorrei prendere la bici e andare all’Idroscalo per una gara di velocità!

Lo scorso lunedì mattina non avevo fatto i compiti di Italiano e mi sono sentita molto male, però io di solito li faccio sempre i compiti!

Per me i compiti servono per esercitazione a casa.

Giulia S., Primaria, Monasterolo

POESIE DI PRIMAVERA

UNO SQUALO SULLA SPIAGGIA

 

 

 

 

Uno squalo sulla spiaggia

rimasto un po’ spiaggiato

sulla sabbia scottante

scaldata dal sole

a sognare le sardine

sopra una sdraio.

Jacopo F., Primaria, Monasterolo

 

IL COCCODRILLO

Un coccodrillo sfidò un camaleonte

in una gara di corsa

a correre con le calze di cotone

fino alla cima della collina

vinse il coccodrillo e si chinò.

Jacopo F., Primaria, Monasterolo

 

LA TIGRE

La tigre rabbiosa

si aggira ringhiosa

col suo rapido scatto

raggiunge un cerbiatto.

Lorenzo P., Primaria, Monasterolo

 

L’UCCELLINO

Cip,cip,cip,

fa l’uccellino

cantando sul ramo

al fresco mattino.

 

Cip,cip,cip,

canta ogni giorno,

dando così un buon Buongiorno.

 

Cip,cip,cip,

che dolce melodia

sentendolo cantare

con una compagnia.

Giorgia T., Primaria, Monasterolo

LA ZEBRA

La zebra zampetta
mentre l’acqua zampilla
zigzagando qua e là.
Ha incontrato uno zoologo
con uno zaino zavorrato,
zelante cerca una zappa
ma nello zaino tocca uno zoccolo
zitta zitta se ne va
con la sua zeppa nuova di zecca.

Ludovica R., Primaria, Monasterolo

 

IL RATTO PAZZO

A Roma un ratto ruzzolò

come un razzo,

entrò in un regno di ragni

e rubò rubini rossi.

 

 

CHE PARAPIGLIA A FIRENZE

A Firenze una farfalla

si fermò

su un fiore appena fiorito,

vicino ad un fiume.

Si sentì il frastuono di un fulmine

su una pianta di fragole

che cadde

in un fossato.

Marco B., Primaria, Monasterolo

 

LA FOCACCIA…

La focaccia è filante

la frittata è fumante

i finocchi son come fiocchi

i fichi son festosi e

c’è un folletto grande come un fusto

sotto un fungo fungoso.

Arianna D., Primaria, Monasterolo

 

 

IL SOSPIRO

Soffia sugli scogli

Un sospiro silenzioso

Senza aspettare che

Si alzi il sole

Sulla sabbia.

Giulia C., Primaria, Monasterolo

 

NICOLÒ

Nanetto nervoso e non

noioso,

dico sempre di me

Faccio la nanna

in un nido di piume

mi nutro di Nutella

e da grande diventerò

un biologo marino.

 

LAURA

Per fare Laura

si prende una “L”

come luna, lucciola

e poi una “A”

come albero, amore, ala

dopo prendo una “U”

come urca, uva, uccellino

poi la “R”

come rosa, raggio, righello

e infine prendiamo la “A”

come aria, aiuola, arcobaleno

Basta metterli tutti insieme con amore

e vien fuori Laura che sta sempre nel mio cuore.

Nicolò P., Primaria, Monasterolo

 

PER FARE IL FUOCO

 

 

 

 

 

Per fare il fuoco si prende una  F

come fulmine, fiamma,

poi si prende una U

come uomo,

poi si prende una O

come orologio,

poi si prende una C

come calma,

poi si prende ancora una O

come occhio,

poi si mettono tutti insieme.

Basta poco per fare il FUOCO.

Arturo S., Primaria, Monasterolo

 

PER FARE BARBARA

Per fare Barbara

Si prende una B

Come bravura e bacio

Poi si prende una A

come abbraccio e amore

Poi si prende una R

Come raggio e rosa;

poi si prende una B

come brezza e bellezza;

poi si prende ancora A

come amicizia e ancora;

poi un’ altra R

come roccia e regola;

e poi un’ altra A

come arcobaleno e acqua;

poi si mettono tutti insieme nel cuore e formano BARBARA il mio Amore .

Alessia C., Primaria, Monasterolo

 

STEFANIA

Per fare Stefania

si prende una S

come sole, sorriso, sale

poi si prende una T

come tesoro, timone, tenerezza

poi si prende una E

poi si prende una F

come fanciulla, fulmine felicità

come emozione, entusiasmo, energia

poi si prende una A

come allegria, amore, abbraccio,

poi si prende una N

come natura, nave, nido

poi si prende una I

come idea, immagine, intelligenza

poi si prende ancora una A

come amica, aurora, arcobaleno

poi si mettono insieme

con allegria e simpatia

e viene fuori MAMMA MIA.

Asia M., Primaria, Monasterolo

 

L’AMICO

L’amico è un sole

l’amico è un guerriero

l’amico è

chi non ti lascia mai solo

chi ti dà un sorriso di colori

chi ti protegge

chi non ti offende mai

chi ti aiuta nei momenti difficili

chi ti incoraggia nello svolgere un compito

chi ti abbraccia

chi ti fa sentire felice

chi ti vuole un mondo d’amore

chi ti fa battere il cuore.

Tommaso L., Primaria, Monasterolo

 

LA PACE

La Pace è nei nostri cuori.

 

La pace è un mondo d’affetto

la pace è un abbraccio perfetto.

 

La pace è un aquilone nel cielo

la pace è un arcobaleno nel sereno.

 

La pace è un cuore d’amore

la pace è un’aquila che vola

la pace è un fiore pieno di colore.

Chiara B., Primaria, Monasterolo

 

 

 

PAURA NEL BOSCO FANTASMA– IV episodio

“-C’è sempre una via d’uscita. In tutti i libri che ho letto il protagonista riusciva sempre a tirarsi fuori dai guai. Insomma, non sappiamo nemmeno se quello che ci sta accadendo sia reale!

Inizio a pensare e a ripensare a tutto quello che mi è accaduto da quando è iniziata la mia avventura. Tutti i cambiamenti di luogo sono avvenuti in un modo quasi magico. Forse sta succedendo tutto dentro la mia testa, che trova sempre un modo di sfuggire alla morte. Oppure tutto ciò è reale, anche se è la spiegazione meno logica perché la magia non può esistere.

Quindi mi focalizzo sulla prima ipotesi. Decido di chiedere alcune informazioni alla ragazza. -Puoi raccontarmi la tua storia?

-Allora, prima la mia vita era normale, andavo a scuola, uscivo con i miei amici… un giorno poi, mia madre mi ha mandato dal dottore perché avevo un fortissimo raffreddore. Mi ha fatto una puntura. Stavo ritornando a casa, quando mi sono ritrovata in un bosco. I fantasmi mi volevano divorare. Sono finita in una situazione assurda, in cui ogni volta che rischiavo di morire mi trovavo in un altro luogo pericoloso, finché non mi sono ritrovata qui. Ormai è molto tempo che sto qui, tanto che l’umidità che entra nella caverna ha cambiato il mio aspetto. All’inizio ho sperato di poter uscire da qui come mi è successo per le altre volte, ma purtroppo non è stato così. Ormai le poche provviste che avevo sono terminate, e morirò.

Paragono quanto è successo a me con la sua storia e trovo molti elementi comuni. Anche io, prima di tutto questo, ho ricevuto un’iniezione da parte di mia madre.

E se questo c’entrasse qualcosa? Forse la puntura ha stimolato delle reazioni nel mio cervello e ha fatto sì che io mi trovassi in questa situazione assurda.

-Ho capito perché siamo qui e soprattutto ho trovato il modo di uscire! – esclamo, quando un’onda mi investe e mi fa sbattere la testa a terra. Sento l’acqua riversarsi su di me, non respiro più. Perdo i sensi…”

Continua…

Lucilla C., team del Giornalino

IL COCCODRILLO CAMPAGNOLO

In una calda giornata d’estate, alle sei del mattino, mi svegliò il campanello. Ancora del tutto assonnata, sono andata ad aprire la porta. Appena ho aperto la porta, mi sono trovata davanti una creatura verde, che sembrava un coccodrillo, ma non ne ero sicura, perché poteva essere il sonno che giocava un brutto scherzo. Allora mi sono strofinata gli occhi un paio di volte, e finalmente ho avuto la conferma che era un vero coccodrillo su due zampe con un cappello in paglia. L’ unica cosa che sono riuscita a dire era: “Posso aiutarla?”.

Il coccodrillo mi guardò per un istante e poi disse con una voce molto profonda: “Hai del rosmarino?” In quel momento mi veniva da ridere, perché, tra tutte le cose che mi poteva chiedere un coccodrillo, perché proprio il rosmarino? Doveva utilizzarlo per un contorno o per un primo piatto? Che cosa stramba!

Mentre ridacchiavo sotto i baffi, gli ho detto di no, perché non volevo sprecare un intero rametto di rosmarino per darlo al primo coccodrillo campagnolo che passa. Appena gli ho dato la mia risposta, lui se ne era andato, ma secondo me aveva in mente qualcosa.

Il giorno è passato velocemente, ma non la notte. Infatti quella sera sentivo continuamente dei rumori strani, così sono andata a controllare. Dopo venti minuti di rumore, ho realizzato che venivano dalla cucina. Dopo aver scoperto da dove provenivano questi suoni, mi sono diretta lì e sono rimasta scioccata.

Il coccodrillo campagnolo di quella mattina stava mangiando tutto il cibo al rosmarino che avevo, ecco cosa lo circondava: piatti rotti, bicchieri in pezzi, frigorifero aperto con dentro contenitori completamente vuoti e addirittura il coccodrillo aveva rotto il mio servizio da tè fatto in ceramica! Che disgrazia! Per chiudere in bellezza il campagnolo era sdraiato sul mio tavolo in vetro, ormai scheggiato, e russava a tutto volume.

Avevo voglia di trasformarlo in una borsa, ma era tardi e la mattina dopo dovevo andare dovevo andare a lavoro, così mi sono inventata uno stratagemma per spedirlo letteralmente via dalla mia vita.

Così, il pomeriggio del giorno seguente, sono andata al supermercato a comprare tutti i deodoranti spray al rosmarino che avevano. Quando sono arrivata a casa, il coccodrillo campagnolo stava dormendo. Mentre dormiva ne ho approfittato per spruzzare i deodoranti dentro una cassa destinata a Miami.

Quando il coccodrillo si è “finalmente” svegliato, ha sentito subito l’odore di rosmarino, come pensavo, ed è entrato nella cassa. Io in fretta e furia l’ho chiusa con più scotch possibile e l’ho consegnata alle poste.

So di essere stata un po’ crudele con quel coccodrillo, ma ho dovuto farlo. Alla fine di tutta questa storia mi sono chiesta solo un’ultima cosa: “Ma cosa è successo?”

Alice Maio, I D Secondaria, team del giornalino

LA PASSIONE SEGRETA DI BEATRICE

Per Beatrice non è stato facile esercitarsi per l’audizione, ma finalmente era lì, sul palco, dinnanzi alla giovane signora Barletti.

-Clavi Beatrice. Tredici anni. Pianoforte. La melodia è “Für Elise” di Ludwing Van Beethoven, dovresti conoscerla… inizia quando ti senti pronta, buona fortuna!-

Beatrice guarda il pianoforte con gli occhi di chi lo conosce bene, sfiora i tasti dal più grave al più acuto e inizia a suonare la semplice melodia; era la sua preferita, l’aveva provata un sacco di volte.

All’audizione ha suonato come non aveva mai suonato prima, non solo il pianoforte era di gran lunga superiore alla sua tastiera ma la musica che aveva suonato quel giorno non l’aveva mai suonata e ancora è tra le più belle che abbia mai suonato.

Quel giorno Beatrice aveva toccato i tasti del pianoforte con delicatezza ed evidente amore e, una volta finita la sua breve esecuzione, la signora Barletti, commossa e lacrimante, non ha potuto fare a meno di applaudire la ragazza.

-Cara ragazza… è stato bellissimo! Dovresti assolutamente frequentare il corso di pianoforte che si svolge qui ogni sabato, il maestro è un professionista… chiamo immediatamente i tuoi genitori per far sapere loro la stupenda notizia!-

Beatrice era fiera di se stessa, ma sapeva cosa sarebbe successo se la signora Barletti avesse chiamato i suoi genitori e lei non voleva assolutamente smettere di suonare, perché la musica era la sua ragione di vita e non avrebbe potuto vivere senza poter suonare.

-Professoressa, mi dispiace, mi dispiace tanto ma non può chiamare i miei genitori. Loro non sanno che io ogni giorno quando esco non vado a fare potenziamento di matematica ma suono la mia tastiera… non sanno nemmeno che la suono e tantomeno che la so suonare o che mi passa per la testa l’idea di suonarla! Considerano la musica una cosa spregevole, senza valore, se scoprissero che io suono e che ho questa passione verso la musica mi sequestrerebbero la tastiera e non mi farebbero più suonare! Io ci verrò a questo corso volentieri, molto volentieri ma la prego… non dica niente ai miei genitori o … o io… non potrò più suonare.-

Beatrice ha detto tutto velocemente, quasi facendo perdere il filo alla signora Barletti e all’ultima parola stava quasi per scoppiare a piangere.

La signora Barletti ha capito perfettamente la situazione in cui si trovava la ragazza e infatti ha fatto partecipare Beatrice al corso senza informare i genitori.

Dopo qualche mese….

-Mamma, papà! Il 6 giugno c’è lo spettacolo di fine anno, vi va di venire?-

I due genitori hanno accettato subito, entusiasti del fatto che la loro figlia si esibirà su un vero palcoscenico. Eppure loro non sapevano che cosa avrebbe fatto la figlia, forse recitazione, danza, lettura o poesia, di sicuro non pensavano che avrebbe suonato il pianoforte!

Beatrice era emozionatissima il giorno dello spettacolo e la signora Barletti sapeva benissimo perché: quel giorno i suoi genitori avrebbero scoperto che lei suonava il pianoforte ed esibirsi dinnanzi a loro avrebbe potuto provocare una brutta lite ma Beatrice non si sentiva più di nasconderlo, di mentire ai suoi genitori e allora invece di dirglielo a parole, ha deciso di dirglielo attraverso la musica.

-E ora è il turno di Beatrice Clavi che farà commuovere anche i cuori di pietra!-

Era seduta sullo sgabello e dinnanzi a sé c’era il pianoforte su cui aveva suonato quando aveva fatto l’audizione. Nel giro di un secondo per la mente di Beatrice è passata tutta la sua vita musicale, tutte quelle volte in cui era triste perché una determinata melodia non le usciva bene ma anche tutte quelle volte in cui era stata felice per i piccoli successi ottenuti. In quel momento si trovava alla sua prima esibizione che avrebbe potuto anche essere l’ultima.

Dopo un sorriso al pubblico Beatrice ha iniziato a suonare una delle più belle melodie che conosceva, L’Estate di Antonio Vivaldi.

L’aveva provata talmente tante volte nell’ultima settimana che lo spartito non le serviva più, la sapeva ormai a memoria. Si sentiva felice e il cuore non aveva mai battuto più velocemente, le sembrava che da un momento all’altro sarebbe uscito fuori dalla camicia.

Una volta finito di suonare, si è alzata in piedi e ha fatto un timido inchino al pubblico, tutti avevano un fazzoletto in mano e applaudivano come se avesse vinto l’oro alle Olimpiadi. Il suo sguardo era però rivolto ai genitori e quando ha visto che anche loro applaudivano con il sorriso stampato in faccia si è finalmente rilassata e sentita in pace dopo tanto tempo.

Beatrice ha poi fatto il conservatorio e ora è una delle migliori pianiste del mondo e i suoi genitori hanno capito che la musica è una cosa importante che suscita sentimenti ed emozioni in chi l’ascolta.

Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

IL PAESE SENZA DIFFICOLTÀ

C’ era una volta, tanto tempo fa, un piccolo paese dove non esistevano le difficoltà.

Questo paesino era amato dai suoi abitanti, perché non dovevano preoccuparsi mai di niente, non dovevano avere paura di compiere dei rischi, non dovevano mai riflettere prima di agire e soprattutto potevano fare quello che volevano, perché tanto non c’erano difficoltà!

Per esempio, i cittadini potevano scalare le montagne più alte che avevano, perché non c’era alcuna difficoltà, o gli studenti potevano non studiare ma prendere sempre un dieci, perché le verifiche non erano difficili e così via…  Che dire? Un paese magnifico!

Un giorno, il piccolo principe, figlio del grande re di questo paese, essendo un bambino molto intelligente, decise di fare uno scherzo agli abitanti del paese e a suo padre. Il ragazzino decise di far finta di aver superato una difficoltà, perché lui era stufo di vivere sempre in pace, era noioso!

Così quel pomeriggio pieno di sole, chiese al padre se poteva riunire tutti gli abitanti perché doveva fare un annuncio importante. Il re rimase un po’ in indeciso all’inizio, ma poi accettò. A quel punto mandò i messaggeri a far riunire tutti gli abitanti nella piazza e dopo cinque minuti arrivò il principe che, appena tutti lo osservarono, urlò:

“Ho superato una difficoltà! Sono diventato Grande!”.

A sentire quelle parole i paesani, compreso il re, si scandalizzarono. Non riuscivano a crederci. Nel loro paese una difficoltà, cosa?

Ma non finì qui, il principe continuò: “In questo paese le persone crescono fuori, non dentro. Senza le difficoltà, non si affronta la vita vera, non si cresce, non si diventa veri adulti.”

Quando il giovane finì di parlare, scattò un grande applauso che convinse il ragazzo di avere ragione, e questo lo rendeva felice.

Da quel giorno il paese cambiò nome, aspetto e abitanti: era finalmente diventato un paese come tutti gli altri, con le difficoltà, ma i suoi cittadini si resero conto che le difficoltà non erano poi così male!

Alice Maio, I D Secondaria, team del giornalino

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- III episodio

Abbiamo appena finito il viaggio in treno, dopo una scorpacciata di caramelle Tuttigusti +1 alle caccole e ai calzini sporchi, una vera delizia per il nostro stomaco, e se avete letto l’episodio precedente saprete già ciò che abbiamo combinato…

Ci siamo guardate un po’ intorno e finalmente lo vediamo: un castello enorme, magnifico e illuminato da tantissime luci.

Veniamo guidati da un mezzogigante di nome Hagrid alle barche che useremo per arrivare al castello.

Quando arriviamo veniamo guidati in una sala enorme in cui tantissimi maghi e streghe sono seduti ai tavoli. Una professoressa ci dice che due cappelli parlanti (diventati due per ottimizzare il tempo) ci smisteranno nelle nostre Case, in cui staremo tutto l’anno. Iniziano a chiamare: “Sofia e Giorgia Cnamoneri”.

Andiamo a sederci sulla sedia del Cappello Parlante e lui inizia a frugarci nella mente: ad un certo punto sentiamo la sua voce nella nostra testa che ci dice che siamo divergenti e che andiamo bene per tutte le case, ma che non dobbiamo dirlo a nessuno perché è pericoloso. Lui ci assegna a Grifondoro.

Ci andiamo a sedere al tavolo di Grifondoro confuse per quello che ci ha detto il Cappello Parlante…”

Continua…

Lucilla Cnapich e Erica Calamoneri, II D Secondaria, team del giornalino

IL MIO VIAGGIO- I Episodio

Tra venticinque nomi doveva scegliere proprio il mio! È ufficialmente iniziata la mia giornata, con un’interrogazione di storia, qualcosa di più invitante per iniziare una giornata non c’è?!

Comunque mi sono dimenticata di presentarmi, mi chiamo Eva, Eva Collins e vivo in Nord Dakota, Stati Uniti, evito di dirvi il nome del piccolissimo villaggio in cui abito, perché se non siete degli amanti di praterie in cui impera la natura selvaggia e rigogliosa, non lo conoscerete.

Ho diciassette anni, capelli castani lunghi, occhi azzurri, statura media e una gran voglia di scoprire il mondo. Ma adesso l’unica cosa che mi preoccupa è di avere almeno una sufficienza.

Dopo una mezz’ora di tortura la prof se ne esce con un annoiato e stanco: “Bene abbiamo finito … finalmente … portami il diario!”. Vado al banco e intanto la sento bisbigliare qualcosa di incomprensibile, le porgo il diario e lei con una penna rossa segna ufficialmente la mia fine, un bel tre era quello che ci voleva per dimostrare a mia madre di essere degna di fare l’esame per la patente.

Esco da scuola. Prendo il pullmino. Arrivo a casa. Mi cucino qualcosa. Mi butto sul divano. Accendo la televisione. Guardo una puntata di Friends . Faccio i compiti e finalmente ESCO, ora inizia ufficialmente la giornata!

Mi reco al solito bar in cui incontrerò il solito ritardatario Jhonatan , con cui farò la mia solita passeggiata al dirupo. Dopo una bellissima mezz’oretta trascorsa a mangiare il ghiaccio del mio cocktail, arriva Jhonatan e partiamo con la sua macchina per andare al “nostro posto”. Io invidio segretamente il mio amico perché, pur essendo stato bocciato, i suoi gli hanno fatto fare la patente e gli hanno comprato anche la macchina.

Stiamo per arrivare al dirupo quando notiamo due Harley Davidson  parcheggiate in lontananza, io e Jhonatan ci guardiamo: siamo molto curiosi di scoprire chi sono gli sconosciuti.

Parcheggiamo anche noi. Arrivati, notiamo due ragazzi che stanno accendendo un fuoco. “Chi siete voi?” dice Jhonatan con fare duro, ma il suo obbiettivo di incutere timore ha miseramente fallito. I due ragazzi si guardano e uno di loro sghignazzando gli risponde: “Guarda Ray, ci sono due piccioncini che sono venuti al loro posticino speciale! Che teneri!”, tutti e due iniziano a ridere con fare minaccioso. Guardo Jhonatan e gli dico con un tono di voce abbastanza alto: “Andiamocene, non sapevo che oggi ci sarebbe stato un raduno di dementi”. Faccio per andarmene ma sento una presa forte prendermi il braccio, mi giro e vedo uno dei due ragazzi, quello che dovrebbe chiamarsi Ray, che mi dice: “Senti ragazzina, non ti permettere più se no il tuo fidanzatino finisce male!”. Basta, questo è fin troppo! Prendo Jhonatan per un braccio e lo porto alla macchina, gli dico che me ne voglio andare e mi vado a sedere sul sedile affianco al suo.

Mentre Jhonatan mette in moto la macchina guardo i due ragazzi, Ray mi sta guardando da quando me ne sono andata, sentivo il suo sguardo seguirmi. Ci osserviamo per due secondi e distolgo lo sguardo. Ho questa strana sensazione: che lo rivedrò ancora…

Valentina Favara, III B Secondaria,

team del giornalino

BENTORNATA PRIMAVERA!

Primavera

Il bel, tiepido mattino;

il sonoro richiamo dell’uccellino;

il venticello fresco che soffia fra i rami non più innevati

degli alberi ormai ripopolati.

 

Il prato è tinto di mille colori

emana un profumo che arriva dai fiori.

Loro son testimoni dell’arrivo della primavera

insieme alla lieve aria leggera.

 

Le coccinelle dal dorso puntinato,

volano in mezzo al paesaggio incantato,

finché i bambini, allegri, le prendon sulle dita;

addio inverno, ricomincia la vita!

Agnese Silvestri, IV A Primaria, Monasterolo

 

Sorriso

Sorriso splendente

come il sole,

sorriso dolente,

di chi troppo non ha e non vuole.

 

Sorriso dolce

di chi ti vuol bene,

che dona luce

a chi intorno viene.

 

Sorriso colorato

come un arcobaleno,

che splende sul tuo viso illuminato

e ti rende sereno.

Agnese Silvestri, IV A Primaria Monasterolo

 

La primavera

In primavera sbocciano fiori

che risplendono di mille colori.

Gli uccellini si mettono a cantare

e ai bambini viene voglia di giocare.

Ci vestiamo con abiti leggeri

e non abbiamo brutti pensieri.

Il sole risplende nel cielo

e non c’è più traccia di gelo.

Le giornate si riempiono di allegria

e nell’aria c’è tanta magia.

Leonora Cnapich, IV A Primaria, Monasterolo

L’Amicizia

L’amicizia non significa scegliere un amico

ma neanche fare ciò che ti dico.

 

L’amicizia è volersi bene,

e stare sempre insieme.

 

A volte capita di litigare

ma poi si ritorna l’amico ad abbracciare.

Sarah Jaghl, IV A Primaria, Monasterolo

 

La difficoltà

Ognuno di noi ha una propria difficoltà,

ma insieme la affrontiamo con tanta felicità.

 

Quando uno ha difficoltà

lo aiutiamo con tanta sensibilità.

Sarah Jaghl, IV A Primaria, Monasterolo

 

La Stella Cometa

Scende una scintilla

e pare un fuoco che cade

veloce cadendo brilla

e taglia il cielo come una lama che rade.

 

Un desiderio e un sogno avveri

Corri! Insegui le stelle bambino!

I desideri son dolci pensieri

e la tua vita sembra un sogno assai carino.

Ester Delfi, IV A Primaria, Monasterolo

 

Le foglie

Le foglie piccole danzatrici

ballano in cielo serene e felici.

Quando è autunno cadono in giardino

senza accorgersi che le raccoglie un bambino.

Tommaso Ferrari, IV A Primaria, Monasterolo

 

L’Arcobaleno

Quando spunta fra i cespugli,

fa svegliare tutti i conigli.

Li fa uscire dalle grotte

per far loro vedere i suoi colori a frotte.

 

In una brutta giornata di malinconia

se c’è lui, la tristezza può andare via

e con i suoi colori, tutto splendente,

rende luminoso il sorriso della gente.

 

Per iniziare c’è il rosso, che è

come il cielo che tramonta sul mare mosso.

Di seguito l’arancione

come l’orologio che fa tic tac all’inizio della lezione.

 

Poi c’è il giallo,

che quando mi alzo la mattina, fa cantare il gallo.

Dopo c’è il verde

e quando l’arcobaleno appare il tempo non si perde.

 

Infine c’è l’azzurro, il blu e il viola

e quando penso all’arcobaleno penso a una cosa sola:

la felicità, l’emozione e la compagnia, è l’arcobaleno

quando lo vedo e ho qualcuno accanto.

Lara Ruffini, IV A Primaria, Monasterolo

 

Primavera

Aspetto da tanto la primavera

con la luna che illumina ogni sera,

le foglie iniziano a brillare

e i fiori si preparano a sbocciare.

 

Voglio vedere le nuvole danzare

e la pioggia mai più tornare;

le giornate che si allungano portano sempre allegria

ti prego, primavera, non andare via!!!

Giada Guerini, IV A Primaria Monasterolo

 

La Felicità

La felicità

è come un dolce pieno di golosità

e quando la mangerà ogni bambino

si sentirà un biscottino.

 

La felicità

è come una luce nel cuore

che ti libera dal dolore.

La felicità è dolce come il tè

e come il latte nel caffè.

 

La felicità è un fuoco di stupore

che di luce si forma un bagliore

la felicità ti fa provocar meno danni

ed è come un amico fino a cento anni.

Daniel Antenucci, IV A Primaria, Monasterolo

 

Carnevale

Oggi mi vesto da fata turchina

e trasformo la sera in mattina.

Io scherzo e rido: sono un pagliaccio

ho un gran nasone e un cappellaccio!

Col mio mantello volo sui tetti

e a tutti i gattini faccio scherzetti!

Tanto si sa che a carnevale

ogni battuta e ogni scherzo vale!

Michelle Di Napoli, IV A Primaria, Monasterolo

 

Mi piace il vento

Mi piace il vento

perché vuole giocare,

mi piace il vento

perché ama scherzare,

mi piace il vento

perché fa volare,

mi piace il vento

perché senza di lui

in autunno le foglie mentre cadono

non possono danzare.

Tabatha Torri, IV A Primaria, Monasterolo

UN VIAGGIO NEI NOSTRI LIBRI PREFERITI- I episodio

Ci incamminiamo verso la stazione di King’s Cross, pensando a quello che ci avevano detto i nostri genitori qualche giorno fa.

Era successo tutto così in fretta: eravamo in una famiglia di maghi e dovevamo andare in una scuola apposta per imparare a usare la magia, non ce lo saremmo mai nemmeno sognate!

Arrivate alla stazione, i nostri genitori ci salutano perché hanno impegni al Ministero della Magia e ci lasciano i biglietti per il treno.

Cerchiamo il binario 9 ¾ e quando finalmente lo troviamo ci mettiamo a correre verso di esso come ci è stato detto dai nostri genitori.

Il binario è sempre più vicino, dovremmo avere paura, ma sappiamo che ci passeremo attraverso e quindi acceleriamo; purtroppo sbattiamo contro il muro come delle stupide. Nonostante i bernoccoli facciamo finta di niente, ci guardiamo intorno e vediamo un tizio sparire in un muro: eccolo! Gli corriamo contro e finalmente vediamo l’Hogwarts Express!

Prendiamo il treno e andiamo in uno dei tanti scompartimenti dove c’erano due ragazzini (abbastanza carini) che stavano giocherellando con una rana marrone. Ad un certo punto uno l’acciuffa e se la mangia. Ah, allora era una cioccorana! Entriamo e ci sediamo.

-Ciao, io sono Giorgia e lei è Sofia.

-Ciao, io sono Marco e lui è Andrea.

-Piacere, possiamo sederci qua?

-Certo, fate pure. Volete una cioccorana?

-Sì, grazie.

Ci danno una cioccorana a testa, le apriamo, ma scappano. Mentre i due ragazzi ci dicono – Dai, succede!!!- noi ci mettiamo ad inseguirle.

Correndo dietro le cioccorane ci troviamo in un altro scompartimento, dove ci sono due nostri amici che le prendono, ce le ridanno e ci offrono due caramelle Tuttigusti +1. Sfortunatamente per noi sono alle caccole e ai calzini sporchi e vomitiamo tutto addosso ai nostri amici, sporcando tutto lo scompartimento. Ci guardano male e noi scappiamo per non farci prendere mentre loro ci rincorrono.

Noi, però, siamo più veloci e ci rifugiamo in uno scompartimento vuoto a sistemarci. Indossiamo le divise e finalmente sentiamo il treno che si ferma.

Continua

Lucilla Cnapich e Erica Calamoneri, II D Secondaria, team del giornalino

AVVENTURA TRA LE ONDE

6 agosto 2016, Golfo Aranci, Olbia. Era una bellissima giornata di sole, l’ultima giornata delle nostre vacanze. Il mare era piatto, bello il silenzio della mattina sulla spiaggia vuota. Quel giorno avremmo fatto la nostra ultima gita in gommone.

Intorno alle 10,00 la partenza: costumi, asciugamani, maschere e pinne, crema solare, occhiali da sole, c’è tutto. Tra i ragazzi l’entusiasmo è alle stelle: Giulia e Chiara, splendenti nei loro tredici anni, si preparano a fare le sirene sulla prua e Federico e Nicola, complici e ilari come sempre, sono pronti per una nuova avventura.

Il nostro gommone si dirige verso l’isola di Tavolara, come abbiamo fatto milioni di altre volte, tutto è come sempre. Sembra di volare sulle onde, siamo circondati dal blu del mare e dall’azzurro del cielo, già si vede Tavolara, si avvicina, onda dopo onda.

È tardo pomeriggio, la giornata è stata piena. Faccio l’ultimo bagno lungo la riva, mentre il gruppo si avventura sulla terraferma per un sentiero a vedere il mare oltre le rocce. In lontananza creste bianche si vedono all’orizzonte. Lo zio Max, il nostro skipper, dice che non promettono nulla di buono, dice che al più presto dobbiamo tornare indietro perché il maestrale sta montando sempre più forte. Ancora allegri, tra una risata e l’altra, risaliamo sul gommone, costeggiamo Tavolara e siamo dall’altra parte dell’isola, puntiamo in direzione di Golfo Aranci.

Le piccole creste sulle onde in lontananza sono diventate muri altissimi. Il nostro gommone sembra una piuma che svolazza battuta dal vento, su e giù sulle onde. Spruzzi freddi e sgraditi ci arrivano sempre più forti addosso, siamo bagnati fradici. È difficile restare saldi sul gommone, ad ogni salto penso a cosa succederà al successivo, il mare è sempre più grosso e minaccioso, così il vento forte e ostile. Le risate dei bambini sono diventate pianto, i nostri visi abbronzati sono pallidi e contratti, il sole caldo e la serenità di quel giorno sono freddo e paura che ci fanno tremare. Penso che abbiamo fatto una stupidata ad affrontare il mare senza conoscere le condizioni meteorologiche, per la prima volta mi metto veramente nei panni degli immigrati che attraversano in barche sovraccariche il mare Mediterraneo, grande e aggressivo come non mi era mai sembrato… Sento quanto siamo fragili di fronte alla forza della Natura, penso che non può finire tutto così, ma è un attimo perché la paura non lascia molto spazio ai miei pensieri, saltiamo su onde sempre più alte.

Golfo Aranci alla fine è vicino. Dopo un tempo che mi è parso più lungo della giornata intera. E noi siamo salvi.

Funziona ancora il mio cellulare? Non lo so, non lo voglio sapere, con i piedi sulla terraferma sono contenta che siamo vivi!

Prof.ssa Sandra Biasiolo

RACCONTARE LA REALTÀ

UN TRASLOCO

All’epoca avevo quasi otto anni e i miei genitori avevano deciso di cambiare casa perché l’altra era troppo piccola. Abbiamo cercato tra molte case e un giorno l’abbiamo trovata.

Quando si avvicinò il momento del trasloco, impacchettammo ogni cosa: quadri, giocattoli, libri, abiti, piatti, pentole, bicchieri … insomma ogni cosa finì negli scatoloni.

La sera prima del trasloco, il papà mi ha portata a casa della nonna dove ho dormito. Il giorno seguente è venuto a prendermi per portarmi nella nuova casa.

Appena entrai, mi trovai davanti una marea di scatoloni; tutti avevano delle etichette su cui c’era scritto cosa contenevano al loro interno. Erano impilati uno sull’altro fino al soffitto; saranno stati quasi cento!

Solo grazie alle etichette ho potuto riconoscere quelli dei miei giochi.

Ero molto contenta di andare nella nuova casa perché era più grande più luminosa e con una mansarda dove poter giocare con le mie amiche.

Questo ricordo mi ha suscitato emozioni positive e mi ha fatto pensare a come il tempo è passato velocemente.

 Chiara Massoni, IV B Primaria,

Monasterolo

 

LA MIA SECONDA GITA

All’epoca avevo circa sei o sette anni, era la mia seconda gita alla scuola elementare.

Ero molto emozionata al pensiero di andare a vedere quella cascina e la zona umida di cui avevamo tanto parlato in classe.

Quel giorno c’era il sole: una giornata bellissima.

Arrivati, ho visto subito che il posto era stupendo, abbiamo visto un mulino, il fossato con il cancelletto che faceva entrare l’acqua in estate e che si chiudeva in inverno.

Abbiamo visto in sentiero che portava ad una radura piena di alberi, dove c’erano tanti uccellini e una puzza tremenda di umidità.

Mi sembrava di esserci sempre stata in quella cascina, anche se vivo in città, e mi sentivo proprio a mio agio.

Ricordo che a un certo punto abbiamo dovuto attraversare un ponte pieno di ragnatele, per arrivare ad un terreno dove ci hanno fatto toccare la terra secca, all’improvviso è saltata fuori una cavalletta e noi ci siamo tutti spaventati.

Questo ricordo mi suscita ancora adesso molta allegria e mi piacerebbe rifare altre gite divertenti con i miei compagni.

Arianna De Luca, IV B Primaria,

 Monasterolo

 

FAMIGLIA BOWLING

Evviva! Oggi è stato un bel sabato trascorso in compagnia con la mia famiglia e specialmente con i miei zii. Ci siamo organizzati per andare al bowling a fare una partita. Siamo arrivati per le 19:00 e abbiamo mangiato la pizza con le patatine, una rinfrescante Coca-Cola, e per finire una torta al cioccolato.
L’ ambiente era accogliente e pieno di bambini che correvano e giocavano nell’area feste.
Dopo aver mangiato, io e i miei zii siamo andati a ritirare le scarpe per poter fare una partita a bowling. Mia zia era molto brava a colpire i birilli. Lei è una persona molto allegra, sorridente e piena di armonia. Ha gli occhi marroni color cioccolato, i capelli castani e si veste sempre in modo sportivo. Io le voglio molto bene e mi trasmette simpatia. Per me è come una sorella.
Non dimentichiamoci dello zio Paolo, anche lui è molto bravo a giocare. Lui ha gli occhi azzurri come il mare, i capelli biondi. Sorride sempre ed è simpatico. Mi fa sempre ridere raccontandomi le barzellette. Infine ci sono io, Asia. Sono una bambina che adora stare con la propria famiglia e con i suoi amici. Alla fine della serata mia zia ha vinto la partita, e ha deciso di comprarmi con i punti guadagnati un pupazzo. Anche se felice, ero allo stesso tempo dispiaciuta che la serata fosse durata poco. Per le 23:00 ci siamo salutati e siamo tornati a casa.

Asia Maiolo, IV B Primaria,

 Monasterolo

 

“Caro diario, ti scrivo …”

“Caro Diario ti scrivo

così ti racconto un po’

e siccome sei molto segreto

più volte ti scriverò… “

                                                                                     Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario,

mi chiamo Alessia ho nove anni. Ho deciso di tenere un diario per raccontare le mie avventure. Ora ti racconterò una mia esperienza bellissima. Quest’ anno io e la mia famiglia siamo andati a Miami.

Il primo giorno all’ acquario di Miami ero emozionatissima di baciare un delfino, era il mio sogno di una vita: finalmente ero in acqua con il delfino che alla fine mi ha portato in spalla. Questa esperienza l’ho vissuta con mio fratello Simone.

Da grande vorrei fare l’istruttrice di delfini perché dopo questa esperienza mi sono innamorata di questa attività, pensa, sarei sempre in acqua con i miei animali preferiti.

Oh quasi dimenticavo, ora ti presento la mia famiglia: la mia mamma Barbara, io, il mio papà Giovanni e mio fratello Simone. Ciao diario ti voglio un sacco di bene e … alla prossima!!!

Alessia Caputo, IV B Primaria, Monasterolo

20 gennaio 2017

Caro diario,

io mi chiamo Marco, ho nove anni.

Ho deciso di tenerti per far sapere agli altri le mie avventure, quelle belle e quelle brutte.

Sai che da grande vorrei fare il paleontologo, perché sono un vero appassionato di dinosauri da quando avevo sette anni.

Adesso ti racconterò una storia.

Ero al parco dei dinosauri e ad un tratto ho visto una roccia strana e siccome ero un po’ curioso sono andato a vedere, non sai che sorpresa! Era un fossile perché c’era l’immagine di un pesce, io lo volevo portare a casa, ma mia mamma non era d’accordo, che peccato!

Scusa, ma adesso devo andare, ciao a domani

Marco Pelati, IV B Primaria, Monasterolo

 

                                        19. 01. 2017

Caro amico diario,

io mi chiamo Jacopo e vado in quarta elementare, infatti ho nove anni e forse non ci crederai, ma sono nato il 07.07.2007 e per questo motivo il sette è anche il mio numero fortunato.

Ho deciso di tenere un diario per raccontare a te gran parte delle mie esperienze.

Sai che da grande vorrei fare o il paleontologo, per scoprire una nuova razza di dinosauri, o il fisico perché si studia un sacco di cose belle, come il magnetismo?

Ciao alla prossima, diarietto amico mio!

Jacopo Feole, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diarietto,

mi chiamo Viola, ho 9 anni. Ho deciso di tenere un diario per raccontare le avventure belle, ma anche spiacevoli della mia vita.

Sai che da grande vorrei fare la scienziata; forse farò chimica o farmaceutica. Lo so che ci sarà tanto da studiare, ma a me piace tantissimo ed è un mio desiderio questo perché se farò la chimica, scoprirò la materia, e se invece farò farmaceutica, preparerò le medicine per poi mandarle nelle farmacie e far curare le persone ammalate.

Come hobby mi piacerebbe fare  volontariato all’E.N.P.A, così aiuto gli animali e li salvo. Più avanti, ti racconterò tante avventure.

Ah dimenticavo, la mia famiglia è composta da mamma Monica, papà Emidio, io e il mio gatto Theo.

Ciao, alla prossima!

Viola Amoruso, IV B Primaria, Monasterolo

 

Giovedì 19 gennaio 2017

Ciao diario,

mi chiamo Ary e ho deciso che tu sarai il mio nuovo amico, però di carta. Ho nove anni, ho deciso di tenerti per raccontare le mie esperienze.

Ti ho visto in un’edicola e allora ti ho preso e da più vicino, tra le mani, eri ancora più bello.

Sai che io da grande vorrei fare l’attrice!!

È iniziato tutto quando ho visto che mio fratello doveva interpretare un personaggio, allora mi sono messa a farlo anch’io e mi sono resa conto che era bellissimo.

Ti presento la mia famiglia, siamo in quattro: io, mio fratello Ale, la mia mamma Patty e il mio papà Gerry, ah dimenticavo ci sono anche il mio cane Apple e il mio gatto Teo.

È stato un piacere scriverti caro diario, alla prossima!!!

Arianna De Luca, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario,

mi chiamo Giorgia, ho dieci anni, frequento la classe quarta “B” e ho deciso di tenere un diario per raccontare le mie esperienze e le mie avventure.

Da grande vorrei fare un sacco di cose come l’astronoma per studiare le stelle; la veterinaria perché ho scoperto che il mio nome in latino significa “amante della natura”; la pittrice perché credo di aver preso da mio nonno, lui faceva tante cose, dico faceva perché purtroppo è morto! Che peccato!

Oppure vorrei fare anche la profumiera.

È iniziato tutto a Natale quando Babbo Natale è passato anche dai miei zii e mi ha lasciato un pacco che poi ho scartato a casa di mia cugina perché ho festeggiato il Natale lì! A casa mia, con quel gioco ho provato a fare una crema e mi è piaciuto molto.

Ti voglio raccontare una delle mie esperienze! Ieri all’ultima ora di scuola io e la mia classe abbiamo incominciato karate.

Vorrei avere un animale domestico, ma la mia mamma me lo vieta. Mi basterebbe un cagnolino, però la mia mamma dice sempre di no!

Sai che suono il violino? Oggi ho proprio la lezione, che bello! Il maestro si chiama Roberto: è simpatico, scherzoso e soprattutto mangione!

Ho anche catechismo oggi. Lo so ho tante cose in programma, ma c’è la farò, tranquillo!

Ora ti presento la mia famiglia: io ovviamente, la mia mamma Francesca, mio papà Massimo che fa l’onomastico il giorno del mio compleanno e mia sorella Chiara che in questo momento è all’asilo.

Ah dimenticavo, sai quando io sarò in prima media, mia cugina sarà in prima superiore e mia sorella sarà in prima elementare e spero che avrà la mia maestra perché è davvero bravissima.

Ora ti lascio perché credo di aver scritto po’ troppo. Ciao, alla prossima!!!

Giorgia Turconi, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

Caro diario,

io mi chiamo Giulia, gli amici mi chiamano Giuly, se vuoi puoi chiamarmi anche tu così, comunque ho nove anni.

A prima vista mi sei piaciuto tanto e ho deciso di tenerti perché ti voglio raccontare le mie avventure più belle e anche quelle più spiacevoli. Tipo quella volta a Natale che mi hanno regalato un libro intitolato “Diario delle ragazzine” era davvero bellissimo! Oh giusto … anche quando ho perso la mia bambola preferita di nome “Jenni” uffa! Mi è dispiaciuto molto.

Non ho ancora deciso cosa farò da grande, forse potrei fare la parrucchiera, beh perché adoro fare acconciature pazze.

Ehii, aspetta.. ti devo presentare la mia famiglia: mamma Simona, papà Fausto infine mio fratello Marco ed io ovviamente.

Non svelare a nessuno ciò che ti confido! Ciao, alla prossima.

Giulia Cappelletti, IV B Primaria, Monasterolo

 Giovedì 19 gennaio 2107

Ciao diario,

mi presento: sono Beatrice e tu? Ah giusto non puoi parlare, vabbè, ti troverò io un nome, ti chiamerò…, ci penserò dopo!

Se non ti dispiace, prima vorrei un po’ raccontarti di me.

Allora io ho deciso di avere un diario per scrivere sopra le mie emozioni, sentimenti, cosa mi succede, le cose spiacevoli e piacevoli, i viaggi e ricordare quello che faccio da bambina.

Io ho solo nove anni e quindi non ho proprio in mente quello che vorrei fare da grande, ma una piccola idea ce l’ho, vorrei fare la cantante insieme a Giorgia, una mia compagna di classe, io e lei siamo molto amiche! Noi in seconda abbiamo dato il via, nel senso che siamo state io e lei a incominciare a fare spettacoli in classe, adesso ti spiego bene.

Tutto è partito da un’idea che abbiamo avuto in mensa, abbiamo canticchiato insieme una canzone e abbiamo deciso di cantarla davanti a tutta la classe, è stato imbarazzante! Ma ci siamo divertite.

Ogni intervallo cantavamo una canzone e tutti ci chiedevano l’autografo. Ricordo ancora il ritmo che faceva, “pu-ci-pu-ci”. E anche ora lo facciamo.

Però la cantante non è l’unico mio sogno! Vorrei fare: la maestra, la stilista, la parrucchiera, l’attrice e altro che adesso non mi viene in mente.

Per fortuna nella mia vita non mi è successo niente di brutto, solo che litigo con mio fratello Emanuele.

La mia famiglia è composta appunto da lui, mia mamma Silvia, mio papà  Alessandro e Thor, il mio cane, che io chiamo Tortello e voglio a tutti un mondo di bene!

Ah, sai, ieri abbiamo fatto karate, quindi vorrei fare anche la maestra di karate. Non vedo l’ora che sia mercoledì prossimo! Per oggi penso che possa bastare, visto che ho scritto quattro pagine! Ciaooo!

Ah giusto dimenticavo, ho trovato un nome giusto per te, ti chiamerò “Tortello”, come il mio cane, visto che tu per me sei il mio amico e anche lui è sempre il mio amico, però a quattro zampe!!!

 Beatrice Sacchi, IV B Primaria, Monasterolo

Giovedì 19 gennaio 2017

 

Caro diario,

mi chiamo Tommaso ho 9 anni e ho deciso di tenere un diario perché così i miei discendenti sapranno delle mie avventure.

Sai che da grande vorrei fare il calciatore. Tutto è iniziato dal mio primo allenamento di calcio quando mio papà mi ha iscritto. Io ho iniziato a sei anni a giocare. Quando ho segnato il mio primo goal, ero emozionatissimo e da quel momento penso sempre al calcio perché mi piace molto giocare in squadra.

Ah, dimenticavo, a me piacciono tanto gli animali e da grande vorrei anche fare lo zoologo perché mia mamma mi ha detto che ero innamorato degli animali fin da piccolo, ma anche adesso. Il mio animale preferito è il leone.

La mia famiglia è composta da mia mamma Nathalie, mio papà Riccardo e la mia gatta Mia.

Lei è tanto birichina e alcune volte fa disastri incredibili, ma le voglio bene comunque. Ciao e alla prossima!

 Tommaso Locatelli, IV B Primaria, Monasterolo

UN INCONTRO SPECIALE

Stavo passeggiando per una via quando le mie orecchie sentirono dei versi provenienti dal fondo della strada. Mi sembrò il miagolio di un gatto dal timbro troppo acuto e così mi avviai verso la possibile fonte sonora.

Mi ritrovai davanti a un alto cancello e soltanto allora mi resi conto che non si trattava di un gatto, ma bensì di un bambino che si lamentava. Cercai di guardare attraverso le sbarre e, in fondo a quel cortile malandato, i miei occhi riuscirono a scorgere la fonte sonora: un bambino a terra, in lacrime, pieno di lividi e ferite sanguinanti. Era di una tale magrezza che avrebbe quasi potuto passare tra le sbarre ma probabilmente, pensai, non aveva neanche la forza per alzarsi.

Una lacrima muta scivolò lungo la mia guancia e solamente allora il bambino si accorse della mia presenza.

– Signorina, per favore… i miei genitori mi hanno abbandonato sin da neonato e non so chi sono o che fine hanno fatto, l’orfanotrofio di Nantes mi ha preso e mi ha cresciuto… un giorno un signore ricco chiese all’orfanotrofio di portarmi con sé e io, quando seppi che mi avrebbe portato a Parigi, avrebbe trovato un posto di lavoro per me e sarei riuscito a vivere bene, non ho potuto fare altro che accettare.  Avevo sette anni quando ho accettato quella proposta e sono passati altrettanti anni da quando il mio padrone, quello che si era dimostrato falsamente gentile, mi tratta peggio di un cane! Non riesco a reggermi sulle gambe per tutto quello che ho subito fino ad adesso… lui pretende da me tanto lavoro e non gli importa che sono malato, che ho freddo, fame e sete. Mi frusta dieci volte al giorno da ormai una settimana dicendomi che così mi riprenderò. Io sto sempre peggio a ogni parola che dico, a ogni movimento che faccio. Al padrone non importa che nel giro di pochi giorni morirò perché andrà ad un altro orfanotrofio e prenderà con sé un altro poveretto che farà la mia stessa fine! Non è di certo la prima che ascolta attentamente la mia storia per poi andarsene a passi pesanti ma io sono speranzoso e sono sicuro che qualcuno mi aiuterà e che forse sarà proprio lei! La prego, mi aiuti!-

Mi resi conto che colui che consideravo bambino era in verità un ragazzo addirittura più grande di me.

Il cuore mi chiese di aiutarlo, ma la mia mente chiedeva come, dove lo avrei portato e che cosa avremmo fatto. I miei genitori non avrebbero mai accetto di accogliere in casa una persona da loro chiamata “nessuno”. Io però volevo veramente aiutarlo, ad ogni costo, e il buon Dio mi diede un’idea.

Provai a dare una spinta al cancello e quest’ultimo si aprì al minimo contatto. Forse il padrone lo teneva sempre così poiché era a conoscenza della debolezza del ragazzo e della sua incapacità di scappare o forse confidava che mai nessuno avrebbe provato ad aiutare il poveretto. Fatto sta che questo mi rese le cose molto più semplici.

Una volta varcato il cancello mi ritrovai in un cortile rettangolare abbastanza grande da ospitare un campo da tennis, con un pozzo centrale e svariati edifici ai lati.

Nella mia famiglia l’igiene era la cosa più importante, immediatamente dopo il rispetto, e in quel cortile ebbi l’occasione di vedere tutt’altro: la sporcizia era indescrivibile, feci e urina di cane ad ogni passo, polvere, oggetti rotti lasciati a giacere lì per sempre. Quella vista mi stupì talmente tanto che dimenticai il motivo per cui mi trovavo lì.

-Signorina, guardi! Il padrone sta arrivando, ha ancora tempo per slegarmi da queste deboli corde a portarmi in un luogo sicuro. Credo che sia meglio uscire dal retro … il padrone è molto lontano ma potrebbe comunque vederci … la imploro…-

Guardai dalla strada da cui ero venuta e in mezzo alla fitta nebbia riuscii a scorgere un puntino che col passare dei secondi si faceva sempre e sempre più grande.

Senza pensarci su due volte, presi tra le braccia il ragazzo e mi affrettai a raggiungere la casa di Don Paolo.

-Io mi chiamo Renée, tu chi sei?-. Con un po’ di fatica il ragazzo riuscì a trovare le parole per formulare la frase. -Non so come mi avrebbero chiamato i miei genitori e non ha alcuna importanza. Qui mi chiamano Jean-Pierre de Giraud … La ringrazio con tutto il cuore per quello che sta facendo per me, le prometto che un giorno, sono molto dispiaciuto di non saperle dire quando, la ripagherò come si deve-

“Nonostante tutto ha ancora un cuore nobile, Jean” pensai. Bussai forte alla porta che mi fu aperta dopo una leggera esitazione. In effetti non è da tutti i giorni vedere una ragazza con in braccio un ragazzino sporco e puzzolente.

-Buon giorno padre! Lui è Jean-Pierre de Giraud, la prego di concedergli un bagno caldo, dei vestiti puliti e del cibo. –

Mentre Jean-Pierre si stava lavando, raccontai al prete la storia del poveretto e lo ringraziai per la sua ospitalità.

-Non ringraziarmi, hai fatto un atto nobile e apprezzabile, il buon Dio ne terrà conto. Mi prenderò io cura di Jean-Pierre e lo tratterò come se fosse mio figlio, lo manderò a scuola e, se vorrà, lo indirizzerò alla carriera ecclesiastica. Vivrà bene e farò il possibile per denunciare Lord Giraud, anche se penso che non sarà affatto semplice, dati tutti i sostenitori che ha dalla sua parte… ma tutto questo a una sola condizione-

Con il cuore in gola mi chiesi cosa mai avrebbe chiesto in cambio, dopotutto non potevo mica aspettarmi che fosse andato tutto per il verso giusto…

-Renée ogni giorno devi venire da me e passare un po’ di tempo con lui, anche solo salutarlo, basta che vieni e state insieme. Io mi fido di te, Renée me lo prometti?-. -Padre, io glielo giuro, grazie mille!-

Jean finì di lavarsi e uscì dal bagno vestito per bene, pulito e angelico. Quando lo avevo visto per la prima volta, sporco dalla testa ai piedi, non mi ero resa conto della sua straordinaria bellezza: i capelli rossi e leggermente ricci come quelli di un vichingo, gli occhi azzurri e sicuri come quelli di un priore romano, il naso liscio e la bocca carnosa come quelli di un dio Greco. La sua carnagione pallida mi fece pensare al freddo e mi resi conto di trovarmi davanti a un uomo forte che sarebbe stato in grado di superare la freddezza della vita, il corpo slanciato verso l’alto, un po’ troppo magro ma a casa del prete avrebbe raggiunto la forma perfetta. Già da allora, a soli tredici anni, mi resi conto di essermi innamorata.

Da allora ogni mattina mi recai a scuola con mezz’ora di anticipo per stare con Jean che evidentemente gradiva la mia compagnia.

Già dai primi giorni Jean mostrò interesse verso tutte le materie e catturò l’attenzione di tutti i professori mostrando un livello di conoscenza stupefacente; mi disse che Lord Giraud era un uomo molto colto e che esso gli aveva insegnato tutto quello che sapeva.

In quel freddo novembre 1841 io e Jean ci baciammo ed è e sarà per sempre la cosa che tutti e due ricorderemo meglio della nostra storia.

Oggi, tre novembre 1861, è esattamente il ventesimo anniversario di quel lontano giorno in cui ho avuto l’immensa fortuna di conoscere e poter salvare il mio eterno marito.

Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

 

L’ETERNA SFIDA

In un bel giorno d’autunno quando il Sol ormai tramontava, due ragazze si incontrarono. Si fissarono allungo contemplandosi l’un l’altra.

Una veniva dal Sud e l’altra dal Nord, una era snella e l’altra era goffa, una era alta e l’altra era bassa; eppure si assomigliavano parecchio. Soltanto guardandosi, tra loro si creò un legame molto potente ma per niente amichevole.

I loro nomi erano “Conoscenza” e “Sapienza”. Nonostante non si fossero mai incontrate prima d’allora, tutte e due sapevano che davanti ai propri occhi si trovava la loro più grande rivale.

Il grande Universo fece loro un numero assai alto di domande e una alla volta le due contendenti davano la propria risposta. Passarono le ore, poi i giorni a anche i mesi ma Conoscenza e Sapienza non avevano sbagliato la risposta di nessuna domanda.

Ormai anche Universo, il più saggio di tutti, si stupì che le due ragazze fossero in grado di rispondere correttamente a un tale numero di domande e quindi decise di chieder loro cose che mai aveva chiesto a nessuno.

Le sfidanti erano come due enciclopedie ma c’era una domanda a cui nessuna di loro, e neanche Universo, sarebbe stato in grado di rispondere: “É la Sapienza o la Conoscenza quella che dominerà?”.

Sono passati più di due secoli da quel quattordici settembre 1801, come sono passati più di due secoli da quando le due ragazze iniziarono la sfida credendo di essere ciascuna migliore dell’altra.

Ancora oggi la battaglia continua e questa guerra tra Sapienza e Conoscenza non cesserà mai di esistere.

                                                                                  Alexia Branzea, II C Secondaria,

team del giornalino

 

VITA NOVA

Quando ho aperto gli occhi il cielo era ancora scuro. Che fossero le quattro o le sei non aveva alcuna importanza, io non avevo più sonno e ho deciso di fare una passeggiata. Ho preso il cappotto e la sciarpa per essere sicura di non avere freddo e poi sono uscita con il mio solito zaino accompagnatore.

Non avevo mai visto Roma così vuota e silenziosa, non si udiva un minimo rumore nemmeno il “clic” di una foto o il rombo di una moto in partenza, soltanto il lieve fruscio delle foglie secche mosse dal vento e lo scorrere del Tevere un po’ agitato.

Mi sentivo libera in quel silenzio spezzato solo dalla Natura e ho iniziato a camminare senza meta, con mille domande e pensieri per la testa.

Camminando sono entrata nel centro storico della città finché non ho sbattuta contro qualcosa di duro. Si trattava di una colonna alta con delle incisioni raffiguranti la vita quotidiana di uomini e donne nell’antico Impero Romano. Solamente allora mi sono resa conto di essere entrata, senza accorgermene, nel Colosseo. Non capivo come fossi entrata, le porte erano chiuse, non c’era un minimo spazio per intrufolarsi eppure io mi trovavo lì senza sapere come ci fossi arrivata.

La colonna era divisa in più rettangoli e c’erano incise persone che mangiavano, che lavoravano e che lottavano, ma in ogni rettangolo c’era sempre l’imperatore che dava ordini; guardavo molto attentamente la colonna e ho visto, proprio nel punto più alto, alla fine di quelle incisioni, una scritta -VBI TV GAIVS, IBI EGO GAIA- “Ovunque tu sarai, io sarò”. Non avevo mai studiato latino ma io sapevo comunque il significato di quella frase, anche se non l’avevo mai incontrata prima d’allora, leggendola l’ho capita in automatico come se conoscessi già quella lingua.

Il Sole stava sorgendo e gli uccellini più mattutini già cinguettavano. Quando tempo era passato? Così ho lasciato alle spalle la colonna e il mondo antico e sono ritornata alla solita e noiosa realtà moderna. Feci un passo e il mio piede incontrò qualcosa di diverso dalla ghiaia, i sassi e la terra del Colosseo, al primo impatto sembrava legno.

In verità era una specie di tombino con la scritta “SENATVS POPOLVSQVE ROMANVS”- “Il senato e il popolo di Roma”, con una maniglia di ferro. Con un po’ di fatica ho alzato quel coperchio e, prendendo la torcia dal mio inseparabile zaino, mi sono calata giù.

Mi sono ritrovata in una galleria illuminata solamente dalla mia torcia, che puzzava come un cadavere marcio. Di tanto in tanto si udiva un ratto che scappava via spaventato dalla luce e un pipistrello che faceva altrettanto, ma per la maggior parte del tempo si potevano solo i miei passi che rimbombavano nel silenzio più assoluto.

Stavo sudando dalla paura ma ho proseguito lo stesso dritto per la galleria anche perché, con un po’ di fortuna, poteva essere più vicina l’uscita che l’entrata.

Quella volta la fortuna è stata dalla mia parte e ho visto, a meno di cento metri, una luce potente, sicuramente si doveva trattare dell’uscita.

Avvicinandomi ho sentito un odore finalmente diverso da quelle puzza ormai diventata nauseante e ho udito pure lo scorrere di un fiume.

Saliti dei gradini, ecco riapparire dinnanzi a me Roma, non la Roma che conoscevo io, piena di brutti grattacieli e macchine inquinanti ma l’antica Roma, quella originale, colorata, bella e scolpita.

Le persone entravano al Colosseo per assistere ai duelli dei gladiatori, andavano al Circo Massimo per assistere alle corse delle bighe e delle quadrighe. C’era gente che semplicemente camminava per le strade con la tunica bianca un po’ scolorita.

Sono rimasta su quella collina che mi permetteva di vedere tutta Roma forse per più di un’ora, e finalmente presi una decisione: in quella città io dovevo vivere, quella era la mia vera epoca. Quello che fino a qualche ora prima io chiamavo “passato” era diventato “presente” e quello che io chiamavo “presente” era diventata “un futuro molto lontano”.

Così ho disceso la collina e sono entrata nella Roma dell’origine, quella fondata da Romolo e Remo, la mia Roma.

Alexia Branzea, II C secondaria,

team del giornalino

DARTRED E LE QUATTRO PROVE

C’era una volta in un reame lontano, un vecchio re che da anni governava saggiamente insieme alla sua figliola, la principessa Diana. Un giorno però la bella principessina fu rapita dal grande orco che viveva nel castello sopra la collina.Da allora il re aveva chiamato in aiuto molti principi dei reami vicini, ma nessuno era mai riuscito a riportare indietro Diana. Finché un giorno bussò alla porta un giovane. Non era un principe e allora, quando fu entrato nella grande sala riscaldata da un camino, il re gli chiese: “Come ti chiami e cosa ci fai nel mio palazzo?”. “Mi chiamo Dartred e sono qui per salvare sua figlia” Il re rispose: ”Allora va e torna con la mia amata Diana, se ci riuscirai la avrai in sposa”. Allora Dartred partì. Ai piedi della collina si trovava un bosco e lì davanti c’era un pover uomo che chiedeva l’elemosina, con sé il ragazzo aveva solo una moneta d’oro, ma vedendo il poveretto si disse che sarebbe stato da egoisti non dargliela e quindi regalò la sua moneta al signore, il quale lo ringraziò molto. Subito dopo l’uomo era sparito e allora Dartred si incamminò nel bosco.

Dopo un po’ si trovò davanti ad un bivio: tutte e due le strade portavano al castello, ma una era sicura e molto lunga, l’altra era più breve però si doveva passare attraverso una grotta buia e inquietante. Senza pensarci due volte Dartred scelse quest’ ultima, sapeva che Diana era in pericolo e che quindi doveva metterci meno tempo possibile, anche se questo avrebbe potuto comportargli ferite, non aveva scelta. Attraversò allora la grotta e alla fine si ritrovò davanti ad una grande quercia” ti ho visto” disse l’albero. “Hai dimostrato di avere generosità e coraggio, ma per raggiungere il castello devi prima rispondere a questo indovinello:

Ci son tre fratelli a volte son brutti, mentre altre volte son belli. Il primo non c’è perché sta uscendo, il secondo non c’è perché sta venendo, c’è solo il terzo , che è il più piccolo dei tre, ma quando manca lui nessuno degli altri due c’è.

Dartred era bravo con gli indovinelli e ci mise poco ad indovinare” Il primo è il passato, il secondo il futuro e l’ultimo è il presente” la quercia parlante allora rispose: ”Bravo , hai dimostrato grande intelligenza, ora puoi andare, ma prima prendi questa” dal tronco estrasse una spada lucente che diede a Dartred. “ E’ una spada magica, ti aiuterà a sconfiggere l’orco”.

Il ragazzo ringraziò l’albero e partì per il castello, arrivato davanti all’ enorme portone bussò. Sentì i pesanti passi dell’orco avvicinarsi e poi la chiave girare nella serratura: davanti a lui apparve il malvagio rapitore, che quando lo vide si mise a ridere: ”Ah ,ah, ah, cosa ci fa un piccolo uomo qui, nel mio castello?” “Sono venuto per salvare la principessa Diana e per ucciderti” rispose sicuro Dartred. “Ah ,ah , ah, “ rise di nuovo l’orco, ma questa volta con una risata perfida, piena di odio. “Già altri sono venuti e tutti hanno fatto una brutta fine, quella che ora spetta a te se non te ne vai“. “Non ci penso proprio“ rispose e sfoderò la magica spada donatagli dall’ albero. L’ orco smise di ridere e si preparò anche lui a sconfiggere l’avversario. Iniziarono. Dartred era veloce e agile, al contrario dell’ orco che invece sferrava colpi a destra e a sinistra senza controllo. Il combattimento durò finche Darted  non ebbe la meglio, si scagliò contro l’avversario e lo uccise . Quindi felice della sua impresa, andò dalla principessa, la liberò e la portò a palazzo, da suo padre, che saltava dalla gioia di rivedere la sua figliola. Quello stesso giorno ci furono le nozze tra Diana e Dartred, che , per molti anni vissero felici e contenti.

Marta Paratore, I B Secondaria, team del giornalino