FUOCO E NEVE- Parte prima

Ansimavano chini lungo la salita che portava verso la cima scura di bosco della collina. Circondati dal buio della notte, tremolanti nel turbinio della tormenta affondavano gli scarponi consunti nella neve fresca imprecando per il freddo e i piedi già fradici.

“Ma dov’è che andiamo?” Fece Zecca con voce stanca e infantile. “A fare i conti di fine mese.” Gli fece Mondoboia senza voltarsi.

Erano già un paio d’ore che camminavano così, e almeno una che non ci si vedeva più niente o quasi. Delle pattuglie nemiche non se ne erano dati particolare cura confidando spavaldamente nelle avverse condizioni meteorologiche e nella scarsa attitudine alle marce notturne dei Fascisti.

Erano in quattro: in testa l’enorme stazza di Mondoboia ravvolta nel suo solito cappottone, con lo zaino di pelle consunto sulle spalle poderose, il cappello di lana calato sulla testa riccioluta e il fiato di lupo predatore che sbuffava di tra la barba ispida, lo Sten appena visibile tra le braccia. Seguiva Brina, ossuto e curvo sotto i suoi 45 anni da operaio, occhi chiari e dolci di chi ha visto troppo male per volerne ancora, la sua bocca sorrideva (o sembrava sorridere…) sempre su quel mento affilato digiuno di rasoio, senza zaino né tascapane e col solo moschetto appeso alla spalla; dietro di qualche metro Zecca e Valentino.

“Non potevamo venire qui in un altro momento?” Bofonchiava Zecca guardando il compagno e sperando in un qualche tipo di risposta che potesse dare un senso a quella scarpinata misteriosa.

Valentino non rispondeva, e non tanto perché non ne avesse voglia, ma perché non gli andava di parlare a un ragazzino quale era Zecca. Meridionale, per di più. Si vedeva che lui, lì, si trovava a disagio in mezzo a quelle montagne, a quei boschi e a quel freddo, lui che doveva essere abituato a scrutare il mare tra gli olivi, al dolce suono delle cicale. Forse il comandante avrebbe dovuto mandarlo via, o per lo meno avrebbe potuto dargli un incarico diverso, ma non ne aveva voluto sapere: servivano uomini, o, in mancanza di questi, ragazzi. Ragazzi da mandare a morire, se necessario. Stasera però non sarebbero morti, la bufera li avrebbe protetti con i suoi turbini e con il suo gelo.

“Perché veniamo quassù a quest’ora?” Ripeté. Valentino era stufo:”Perché certe cose è meglio farle di notte che di giorno, non trovi? Con la luce ci sono le pattuglie. Vuoi incontrare le pattuglie tu?” “No, no …”

Cercava di chiudere in fretta i tentativi di conversazione del ragazzo; non che gli dispiacesse o lo infastidisse in modo particolare, soltanto che quando si è partigiani e si è già sopravvissuti a tanti, giovani e meno giovani, un po’ si perde la voglia di far comunella.

Prima della guerra, anzi fino al ’42, non era così però, anzi gli piaceva stare in compagnia, far baldoria, bere il freisa in osteria e fare all’amore con la Gianna in certi fienili lontani da sguardi indiscreti. Gli piaceva indossare il vestito buono quando c’era la fiera e pedalare forte in piazza con l’aria che gli scompigliava il ciuffo. Ora però era diverso perché nel fienile ci dormiva solo, o al massimo con qualche compagno, con un occhio aperto e la mano poggiata sullo Sten, il freisa lo tracannava veloce da bicchieri sbeccati nei casolari dove si fermavano a chiedere da mangiare, le ragazze erano sfollate o chiuse nelle case e in piazza c’era la GNR.

Eppure sarebbe finito anche questo inverno e con esso se ne sarebbe pur dovuta andare anche la guerra, perché per l’estate sognava di ritornare quello di un tempo, di tornare a inforcare la bicicletta e a pedalare a perdifiato su e giù per le colline. Qualcuno, soprattutto fra i rossi, gli aveva detto che la Liberazione sarebbe stata solo l’inizio e che il vero lavoro c’era da farlo dopo, ma lui non ci pensava nemmeno, perché, ucciso l’ultimo fascista,  avrebbe dimenticato tutto all’istante. In fondo pensava che la guerra per lui fosse solo una parentesi, una penitenza inflitta da recitare macchinalmente, più o meno a cavallo tra la giovinezza e l’età adulta.

Ansimò un poco, rabbrividì per il freddo e gettò un’occhiata a Zecca: era visibilmente stanco ma si muoveva abbastanza veloce con l’energia di un giovane ingenuo; ogni tanto si fermava e controllava qualcosa sotto il giaccone, all’altezza della cintura; Valentino fu quasi tentato di chiedergli che cosa custodisse con tanta attenzione, ma l’idea di rischiare una pur breve conversazione lo spinse a tacere.

A un bel momento Brina si voltò e fece un segnale ai due, probabilmente Mondoboia aveva deciso di fermarsi. In effetti erano giunti a una specie di legnaia o capanno mezzo sepolto nella neve e nell’oscurità, Mondoboia era già dentro seduto su alcune pietre impilate.

“Allora, che si fa?” disse Zecca. Brina doveva già sapere perché lo guardò per qualche istante con disinteresse e poi si voltò silenzioso verso l’altro seduto. Valentino restò in piedi un po’ in disparte.

“Il fatto è -cominciò Mondoboia- che qui c’è da farla pagare a qualcuno, anzi a qualcuna…” Fucilare i Fascisti era una cosa, ma quando si parlava di punire una donna la faccenda non piaceva a nessuno. “Vi ricordate -riprese- di quei due che avevamo preso giovedì sulla provinciale?” “Il tenente e l’autista ?” Azzardò Valentino. “Sì, proprio quelli. Morti e sepolti, s’intende … bene, il tenentino ci aveva una di quelle cartelle di cuoio che usano quelli come te che hanno studiato.” disse additando Valentino. “Dentro c’erano tanti fogli importanti che poi li ha presi Perro, ma qualcosa l’ha tenuto e l’ha letto anche l’Annibale, e sapete che cosa ha scoperto?” Guardò Brina per esortarlo a continuare.

“C’è una signorina qua sopra che fa la spia per il nemico. E’ la Gisella, sicuro come il vino del sagrestano, abbiamo riconosciuto le sue iniziali sul documento. Fa il doppio gioco in cambio di razioni. Di quelle buone che hanno i Tedeschi.”

“Adesso avete capito perché si mangiava sempre così bene da quelle due arpie?” rincarò Mondoboia. Zecca si era fatto bianco.

“Piano, come fate a essere così sicuri? Le iniziali possono essere di chiunque.” Disse Valentino a Brina. “No, è lei, glielo abbiamo fatto confessare a uno dei due prigionieri.”

“Guarda che quelli prima di crepare le provano tutte, anche a dare la colpa al Papa.” “E’ lei!” Tagliò corto il più grosso. “Adesso andiamo là e le facciamo la festa.” “Guarda che bisogna prima farle il processo, non siamo mica assassini noialtri.” “E chi la uccide? Noi andiamo là, mangiamo, poi prendiamo lei e la vecchia, le facciamo parlare e poi vediamo se è il caso di portarle giù al comando o …”    “O?” “O non lo so!”

Mondoboia fece per alzarsi, poi si voltò verso Zecca:”Di’, tu: è vero che Lupo ti ha lasciato la pistola?”

Zecca non disse niente, ma annuì piano scostando il giaccone ed estraendo appena da un piccolo fodero marrone una pistola automatica.

“E’ fatta in Belgio quella lì – disse Brina- E’ una buona arma, tienila bene. Povero Lupo… Ti voleva bene, sai?” “Ci abbiamo sistemato un paio di militi con quella.” Indicò Mondoboia.

Restarono tutti fermi e in silenzio alcuni istanti.

“Eh, Lupo… Lupo! Lupo! Almeno non si è fatto prendere ed è spirato tra braccia amiche, a Miller e a Lampo è andata peggio: uno là per terra in una pozzanghera di sangue e fango e l’altro a morire contro un muro con tutto il viso pieno di cazzotti e gli occhi gonfi che non poteva neanche vedere il sole…”

Guardavano tutti Zecca. Quel mattino sventurato doveva accompagnare Lupo lungo il torrente fino all’altezza del ponticello della strada vecchia per controllare che le piogge e la piena non avessero guastato gli esplosivi collocati sotto  l’arcata, ma non c’era stato verso di farlo schiodare dal pagliericcio ché diceva di stare male e che forse era l’appendicite, che ogni tanto gli capitava che si infiammasse. Berto lo voleva tirare su di peso e lo prendeva a male parole, ma Lupo gli aveva detto di lasciarlo stare e che tanto si sarebbe tirato dietro Miller. Poi aveva sorriso a Zecca e gli aveva buttato una borraccia di Cognac. “Non sono mica un dottore io, ma questo cura quasi tutto!” Ed era partito con gli altri due.

Lo trovarono a metà argine vicino al castagno grande nella tarda mattina che si teneva le budella e ripeteva:”Ci hanno aspettati… ci hanno aspettati e ci han fatto la festa.”

L’avevano riportato al comando più morto che vivo che chiedeva un prete, poi aveva voluto consegnare qualcosa  a Perro da dare ai suoi ad Alessandria e aveva voluto dare la sua pistola a Zecca. “E’ belga, è una buona pistola, me la sono portata giù quando ho smesso di fare il minatore nel ’36, te la lascio che se no resti sempre senza. Quando vai giù in paese mica puoi portarti il moschetto, no?”

Spirò poco dopo, il prete arrivò il mattino successivo. “Andiamo, dài …” Riprese Brina con lo sguardo basso.

Salirono ancora nel buio, nella neve e nel silenzio, il casolare isolato si distingueva appena in quel paesaggio misterioso; si avvicinarono decisi.

Continua

Professor Luca Boschetti