RIBELLI CONTRO LA MAFIA

Il giorno mercoledì 12 ottobre 2017 alle ore 10.00 le classi terze degli istituti “Montalcini” e “De André” si sono recate al teatro “De Sica” per assistere allo spettacolo “Ribelli contro la mafia”.

Si trattava di un evento organizzato da nove volontarie che hanno deciso di dedicare parte del loro lavoro a noi ragazzi per parlarci e per farci capire meglio cos’è e come agisce la mafia.

Sul palco le nove donne sono schierate con una sciarpa rossa legata al collo, in attesa di raccontarci delle storie, delle storie di coraggio, quel coraggio che quasi nessuno riesce a tirare fuori.

Prima che inizi la presentazione, Chiara Gatto, assessore dell’istruzione, fa un discorso a noi giovani dicendo che la mafia non è così lontana come crediamo, ma che anche a Milano è molto presente, evidenzia il fatto che solo a Peschiera Borromeo i beni confiscati alla mafia sono ben quattordici.

Così, viene fatto partire un video, dove Pietro Grasso parla delle prime donne che hanno avuto il coraggio di rompere l’omertà; fra queste c’è Serafina Battaglia, moglie di un pentito mafioso ucciso, è stata la prima donna a testimoniare contro la mafia.

Dunque, ci è viene raccontata la prima storia …

Rita Atria. Diciassettenne, di famiglia mafiosa, dopo la morte di suo padre e suo fratello decide di non sottomettersi a questo sopruso, parla.

Parla e raggiunge Borsellino che la accoglie a braccia aperte, diventando il suo punto di riferimento e quando Borsellino viene ucciso Rita non resiste e si lancia dal quinto piano di un palazzo, mettendo fine alla sua breve vita. Nonostante tutto, è stata di grande aiuto.  Al suo funerale nessuno del suo paese d’origine si è presentato, e nessuno si è mai presentato alla tomba, tranne una donna vestita di nero e incappucciata, sua madre. Con in mano un martello e in testa un’idea talmente viscida da portarla a distruggere la tomba, spaccando il marmo e cercando di cancellare per sempre il nome della figlia, quella figlia che dal momento in cui era andata contro le sue idee, lei aveva reputato il disonore della famiglia.

La seconda testimonianza è quella di Rosaria Capacchione, giornalista che ha indagato sui rifiuti tossici nella terra dei fuochi, ma le sue indagini sono andate troppo a fondo per i canoni della mafia, portandola a dover vivere sotto scorta. Ma, come dice Rosaria in un saggio, il lavoro del giornalista è uno: dire la verità. E a volte il prezzo da pagare per averla detta è alto. A Rosaria però non importa, lei continua a sostenere il fatto che il suo lavoro non sia niente di diverso, che lei lo stia semplicemente svolgendo.

Poi è il turno di Lea Garofalo, molti di noi forse l’hanno già sentita nominare, ma altri no e ascoltano attenti una storia di incredibile coraggio.

Lea Garofalo si era innamorata follemente di un uomo, e l’aveva sposato; peccato solo che quell’uomo fosse un boss mafioso e che ad un certo punto lei non ce l’abbia fatta più a resistere. Così Lea ha denunciato tutto alla polizia e ha preso la sua bambina, Denise, e insieme si sono rifugiate al nord, a Milano, per farsi una nuova vita.

Ma il  padre di Denise le ha raggiunte, ha cercato di riallaciare i rapporti con la donna che era stata sua moglie e ad un certo punto Lea ha ceduto, ha accettato di incontrarlo e una sera, mentre la figlia aspettava per prendere un treno che le avrebbe portate ancora in un’altra città, l’ha incontrato. Lea non ha mai preso quel treno. Perché quella sera è stata strangolata con una tenda e sciolta nell’acido proprio da suo marito. E tutto solo perché aveva avuto il coraggio di parlare, di dire le cose come stavano.

Un’ altra donna è Felicia Impastato, madre di Peppino Impastato, moglie di un boss mafioso.

Felicia è ricordata perché ha fatto di tutto per far sì che la morte di suo figlio non venisse dimenticata e ricordata come un suicidio. Infatti Peppino è stato ucciso sotto un treno perché aveva avuto anche lui il coraggio di denunciare la mafia. Mafia che aveva conosciuto fin da bambino, mafia che aveva in casa e addirittura “a soli cento passi” da casa.

Poi viene Maria Lanzetta, farmacista calabrese divenuta sindaco e minacciata dalla ‘ndrangheta che le ha bruciato la farmacia, ora vive sotto scorta.

E poi ancora Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno, che ha applicato leggi che infastidivano la ’ndrangheta e ora vive sotto scorta.

Dopo di lei Renata Fonte, consigliera comunale e assessore alla cultura a Nardò, Lecce, che ha fatto rifiorire un parco dove i mafiosi gettavano rifiuti tossici, uccisa con tre colpi di pistola sotto il portone di casa sua.

È poi il momento di raccontare la storia di Carmela Iuculano, altra moglie di un boss mafioso che inizialmente sembrava opporsi al marito ma poi decise di appoggiarlo mentre lui era in carcere. Un giorno però, la polizia si presentò a casa sua, quella volta però non cercava suo marito, ma lei. Le diedero gli arresti domiciliari perché aveva tre figli e la sua vita sarebbe andata avanti così se un giorno la figlia più grande non le si fosse avvicinata e le avesse detto che lei felice non lo era, non lo era per niente. Solo a quel punto Carmela trovò il coraggio di essere libera, divenne una pentita e confessò tutto, accusando anche il marito. Ora vive sotto scorta.

E infine, Rosaria Costa, vedova dell’agente Schifani, ragazzo morto con il resto della scorta di Falcone. Rosaria era giovane ai tempi della sua morte, aveva un’idea ben chiara stampata in testa: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio”. E questa frase, rivolgendosi ai mafiosi, Rosaria ha avuto il coraggio di urlarla tra le lacrime al funerale di suo marito. Adesso si è risposata e vive a Sanremo.

A questo punto, le biografie sono finite e le nostre interpreti si godono un meritato applauso. Poi inizia a sentirsi una musica e le protagoniste ci invitano ad alzarci in piedi e a camminare e ballare con loro il “ballo dei cento passi”, in onore di Peppino Impastato, all’inizio c’è un po’ di diffidenza ma alla fine tutti si alzano in piedi.

Dopodichè viene stilato un decalogo con delle regole per combattere la mafia tra cui è importante ricordare: non fare uso di droghe, non usare slot machine e non avere paura di parlare, perché la mafia esiste se le persone la lasciano esistere.

La conferenza termina con alcune nostre domande a cui le volontarie e l’assessore Gatti rispondono senza esitazione e  il tutto finisce alle 12.00.

Sono passate solo due ore da quando siamo entrati a teatro eppure in queste due ore abbiamo ascoltato storie che per noi erano forse inimmaginabili, due ore dopo le quali siamo diventati tutti un po’ più consapevoli.

Chiara T., Elisabetta M., Secondaria