L’ARAZZO DELLA MORTE

Quell’ anno andai in vacanza in un posto in cui non ero mai stata prima, era un paese di montagna chiamato Moena. Io e la mia famiglia affittammo una villa, Villa Corona. Era un’accogliente villetta, belle stanze calde, e soprattutto un grande giardino innevato. Era tutto al suo posto, tranne un grande e lugubre arazzo. Rappresentava un mare in tempesta.

Non c’entrava assolutamente niente con la bella villa, e, per un motivo ignoto, quando arrivammo ci fu proibito assolutamente di avvicinarci. Continuai a chiedermi il motivo e così una notte durante la quale non riuscivo a dormire, uscii di nascosto dalla mia stanza e andai a osservare l’arazzo. Era veramente strano e ogni tanto sembrava animarsi all’improvviso: apparivano lampi veri e mi sembrava di sentire in lontananza dei tuoni. Non potevano venire dall’esterno, poiché il tempo, quella notte, era sereno.

Ero così incuriosita da quell’arazzo che lo toccai. A quel punto accadde una cosa talmente spaventosa che anche io, una ragazza impavida e coraggiosa, mi spaventai un po’. L’arazzo si staccò dal muro, si trasformò in un vortice che mi scaraventò dentro la parete a cui era attaccato. Non ebbi il tempo di tranquillizzarmi che un precipizio apparve davanti a me. E fu allora che lo vidi sul fondo del burrone: quello che prima mi sembrava fuoco era diventato un mostro alato infuocato enorme, che volava verso di me facendo schioccare la sua frusta di serpenti.

Cercai di scappare, ma notai tutt’a un tratto che ero circondata dal vuoto: ero su uno spuntone di roccia che emergeva dal fondo del burrone. Iniziai a darmi dei pizzicotti sperando di svegliarmi e scoprire che era solo un sogno, ma, ahimè, non era così. A quel punto mi spaventai davvero: la mia vita stava per finire, per una mia stupida curiosità. Mi accasciai a terra a cominciai a piangere, comportamento che non approvavo affatto, infatti, per me, il pianto era una cosa solo per bambini piccoli. Però ero davvero triste, non solo per me, ma anche per tutti i miei cari: non avrei mai più rivisto la mia famiglia. Non avrei più abbracciato la mia migliore amica, che apettava con ansia il mio ritorno dalle montagne. Non avrei mai finito il libro che stavo leggendo, che chiedeva solo di essere letto.

Mentre piangevo, sentii la voce del mostro, profonda e minacciosa, che diceva: – Se vuoi avere salva la vita, va’ nell’Hotel Corona proseguendo per il corridoio, e sconfiggi il fantasma entro stanotte. Se non ci riuscirai, morirai. Conta su quest’ultima opzione: tutti gli altri che ci hanno provato, hanno fallito.

A quel punto il mostro e il burrone scomparvero e mi ritrovai In un corridoio in salita, stretto, lungo, buio e minaccioso. L’unica luce proveniva da i fantasmi disegnati sui dipinti rappresentanti scene terrificanti avvenute per mano di uno spirito. Questo aveva trasformato un uomo nel mostro che mi ha affrontato, quello alato e infuocato. Continuando il cammino, le scene dipinte cambiarono: si vedeva una persona senza volto nelle stanze di quello che credo sia il minaccioso Hotel Corona. Un altro dipinto raffigurava l’uomo uccidere una persona. Nel terzo e ultimo dipinto, il più grande, lo stesso uomo degli altri due quadri, era circondato da mucchi di ossa e pezzi di un corpo umano. Il personaggio era diviso a metà: una parte di lui era viva e l’altra era morta.

Dopo quel disegno, il corridoio si interrompeva bruscamente con una parete che mi augurava la fortuna che pensavo non avrei mai avuto. Le incisioni irradiavano una strana luce bianca e minacciosa, feci un passo per toccarle ma caddi nel vuoto per circa dieci metri. Ebbi paura dell’atterraggio ma fu meglio di quanto immaginassi: finii su un materasso, che era sporco e logoro, ma almeno ammorbidì il mio impatto con il terreno. Davanti a me si vedeva la scritta “Hotel Corona”.

Ancora un passo in quella direzione e sarei stata nell’hotel che mi avrebbe uccisa. Quell’hotel stava per porre fine alla mia vita e forse anche ai miei ricordi. Ma dovevo anche considerare l’un per cento di possibilità che uscissi viva da quel posto tornando a casa mia a vivere come prima. A rivedere la mia famiglia. Ad abbracciare e ridere ancora molte volte con la mia migliore amica. A finire il mio libro. C’era ancora speranza.

Entrai nell’hotel. Era peggio di come me lo immaginassi: completamente abbandonato, aveva su ogni mobile rotto almeno cinque centimetri di polvere. Il soffitto, fatto di travi di legno ormai marcio, sembrava sul punto di cedere. Le pareti, che un tempo dovevano essere di colore giallo, erano piene di ranatele. Qua e là, sul pavimento, cresceva l’erba, e l’unica porta esistente oltre a quella da cui ero entrata, era quasi interamente coperta dall’edera. Capii che dovevo oltrepassare quella soglia. Lo feci. Lì trovai il fantasma che era comodamente seduto su una poltrona a leggere un manuale sui fantasmi. Nonostante non si fosse accorto di me, rimasi paralizzata dalla paura. Improvvisamente un bagliore mi scosse: era una spada molto affilata, che poteva essere la mia salvezza contro lo spirito. Senza fare il minimo rumore, andai a prendere la spada e mi posizionai dietro la poltrona del fantasma per assassinarlo. Forse, dopotutto, sarei riuscita ad ucciderlo e sarei stata salva. Ma sembrava tutto un po’ troppo facile rispetto a quello che mi immaginavo. Nonostante il presentimento, calai la lama sul fantasma, ma… la lama oltrepassò completamente lo spirito, ed ebbe il solo effetto di farmi attaccare dal “lettore fantasma”, che aveva fatto sparire il suo libro.

Avrei dovuto immaginarlo! Uno spirito non si può uccidere, nemmeno con una lama affilata, perché essa lo avrebbe oltrepassato sicuramente. Una fantasma è un fantasma, ci si può passare attraverso. Ma adesso dovevo scappare. Oltrepassai una porta, e mi ritrovai in una stanza identica alla prima, ma senza nessun fantasma. Oltrepassai decine e decine di porte, finché non mi ritrovai in una stanza in cui potei nascondermi. Il fantasma che mi inseguiva, passò alla camera successiva senza notarmi e, quando fu molto davanti a me, uscii dal mio nascondiglio e vidi il corpo di una persona senza vita. Mi sembrava di aver già visto la sua faccia, ma dove? Pensai e pensai, poi mi ricordai: era uno dei pezzi di carne umana dell’ultimo dipinto. A quel punto mi venne in mente un piano. Era ovvio. E mi era anche stato suggerito come fare.

Tagliai a pezzi quel corpo e presi le ossa. Formai un cerchio perfetto intorno a me e chiamai il fantasma. Lui ci mise un po` ad arrivare, e quando finalmente mi trovò, io iniziai a tirargli addosso le ossa e i pezzi del cadavere. Questi, come speravo, non oltrepassarono il fantasma, ma gli si appiccicarono addosso, formandogli il corpo. Quando ebbi esaurito le ossa e i brandelli del cadavere, avevo davanti a me una persona normale. Era viva, e potevo ucciderla. Con la spada che avevo tenuto in mano da quando l’avevo presa, iniziai una lotta con il fantasma-cadavere vivo, e lo uccisi, trapassandolo da parte a parte. Dal suo corpo non uscì un altro fantasma. Ora l’uomo era veramente morto. Improvvisamente apparve il mostro che mi aveva affidato la missione. Egli si congratulò con me e mi disse che ero riuscita dove altri cento avevano fallito. Ero riuscita a vendicarlo. Così mi rimandò nella villa, dove l’arazzo era misteriosamente sparito.

In seguito scoprii che i mei genitori non si ricordavano della sua esistenza. Ma io mi ricordavo ancora la mia avventura, che racconto solo a voi lettori. La mia vita era tornata alla normalità. L’arazzo non l’aveva cambiata come pensavo. E da quel giorno la mia vita fu normale, anche se da allora ho sempre sperato in altre avventure come questa. Chissà! Nella vita non si sa mai cosa possa accadere!

Lucilla C., Secondaria, team del giornalino