Tebe e l’ uomo che uccise la sfinge

“Sediamoci all’ ombra di questo ulivo ragazzo, fa troppo caldo per continuare.” Detto questo, il vecchio cantore si sedette e svitò il tappo della borraccia che teneva al collo. L’acqua gli scivolò lungo la gola rinfrescandola. Quando ebbe finito di bere passò la borraccia al ragazzo cieco che sedeva accanto a lui.                     “Ragazzo, quella città laggiù è Tebe, Tebe dalle sette porte, è la città protagonista di un episodio del Racconto Infinito, ma di questo te ne parlerò dopo, ora sono troppo stanco, devo riposare, dovrai avere pazienza …”. E così dicendo, si stese all’ombra dell’ulivo.

Il ragazzo si rodeva dalla curiosità, non sapeva se svegliare il vecchio o lasciarlo dormire. Alla fine, decise di svegliarlo: dopo tutto doveva diventare un aedo, e gli aedi devono conoscere tutti i racconti del Racconto Infinito, tutti! Così colse una spiga di grano ed iniziò a solleticare il naso del vecchio: “ Maestro -sussurrò-MAESTRO!” “Che vuoi?!” chiese quello svegliandosi di soprassalto. “ Be’… ecco … io …” farfugliò il ragazzo imbarazzato. “ Ho capito: vuoi ascoltare il racconto. Seguimi, ti porto a Tebe”. Senza avere il tempo di rispondere, il ragazzo seguì il vecchio lungo il sentiero ripido e tortuoso che portava a Tebe.                                   Giunti davanti ai bastioni della grande città, il cantore vide spiccare tra il marmo bianco una lastra di bronzo. Allungò il passo trascinandosi dietro il ragazzo che non capiva. “ Maestro, ma dove stiamo andando?” chiese il ragazzo senza ottenere risposta.

Ad un certo punto il vecchio si fermò, sfiorando con la mano i segni lasciati da uno scalpello nel bronzo lucente. La malinconia lo attraversò pensando alla storia che il metallo raccontava.  “Ragazzo! Vieni qui, presto!” “ Maestro, io sono già qui!” “Più vicino ragazzo, più vicino!”. Il ragazzo si avvicinò, obbediente. “Dammi la mano ragazzo” il vecchio gli afferrò il polso, guidandolo in modo tale che le dita sfiorassero le parole scolpite nel metallo freddo.  “Questa, ragazzo, è la storia di Edipo, è bellissima, ma molto triste, ora io te la leggerò, tu stampala nella memoria e non scordarla mai”.

Viaggiatore che vai a Tebe dalle sette porte, ascolta la tragedia di Edipo. Ricorda: al destino non puoi scappare, è già stato tracciato per te dagli dei!                                   Viveva in Tebe Laio, saggio re. Un giorno ricevette un ordine dal dio Apollo: non dare vita ad un figlio maschio! “Impossibile!”  disse Laio, che aveva perso tutta la sua saggezza. “Io devo offrire un erede al mio trono.”

 Le misteriose voci degli oracoli portarono a Laio un altro messaggio di Apollo: “Questo figlio maschio assassinerà suo padre e sposerà sua madre. E’ il suo destino”. Laio ora comprendeva l’antico divieto. Ebbe terrore del figlio e decise di  sopprimerlo. Ma non poteva macchiarsi le mani del sangue di suo figlio, così fece chiamare un servo “Tu” disse “sai mantenere un segreto? Ne va della tua vita”.                                                                                                                                                       “Non temere padrone, eseguirò ogni tuo comando” “ Porta il bambino sulla montagna e lascialo in pasto a lupi e avvoltoi. Non deve diventare un uomo adulto!” “Sarà fatto” disse il servo che intanto rabbrividiva per l’ orrore.  “Non basta! – disse Laio – gli spezzerò le caviglie con dei chiodi, così il suo spettro zoppo non potrà tornare dal regno dei morti per tormentarmi col rimorso…”                        Così fece, diede il corpicino sanguinante al servo, e gli intimò il silenzio.              Quel servo aveva cuore, e così affidò il bambino ad un pastore di Corinto che incontrò per la strada. Quel pastore a sua volta portò il bambino al suo re e alla sua regina: Pòlibo e Peribea.                                                                                        

Così Edipo crebbe nella reggia di Corinto convinto di essere figlio del re e della regina e principe ereditario al trono. Ma circolava voce che lui non fosse il figlio vero. Le chiacchiere giunsero all’ orecchio di Edipo che cercò conferma nella voce dell’ oracolo di Delphi che si rivolse direttamente ad Apollo, che però non sciolse il dubbio di Edipo. Sembrò che l’oracolo volesse rispondere ad un’ altra domanda.       Tremenda risposta! “Edipo, tu assassinerai tuo padre e sposerai tua madre! E’ il tuo destino!”.                                                                    

Così l’ oracolo non aveva voluto rivelare ad Edipo se Pòlibo fosse o non fosse il suo vero padre. Ma ricorda viaggiatore: la volontà degli dèi è oscura, inconcepibile per il pensiero umano! Edipo  era disperato “Non posso tornare a Corinto: potrei uccidere mio padre per incidente, senza volere. Metterò fra lui e me la montagna chiamata Citerone, quella che separa Corinto da Tebe. Sì, andrò a stabilirmi a Tebe.”                                

Ma Edipo non sapeva che a Tebe dominavano il dolore e la disperazione. Il dio Apollo era adirato con Laio e insieme a lui aveva castigato tutta la città. Aveva scatenato il flagello di Tebe! Un mostro, la Sfinge:viso di donna, corpo di leone e ali di rapace. Se ne stava appollaiata sulle rocce e a tutti i viandanti che passavano per quella strada, poneva l’ atroce indovinello. Non risponderle o sbagliare la risposta, significava morte certa: il mostro balzava sulla vittima e la divorava. La strada biancheggiava di ossa.                                                                                            

Laio volle andare a Delphi. Là c’ era un antico santuario del dio Apollo. Avrebbe chiesto al dio come rimediare alle sue colpe. La Sfinge lo lasciò passare, perché era scritto che in quel modo si sarebbe compiuto il suo destino.                                  Dunque Laio, sopra un carro, viaggiava verso Delphi. A mezza strada, ad un trivio, incontrò un viaggiatore armato di bastone.                                                                                                                                       “Non sarà un bandito, che assale i viandanti?” pensò fra sé il vecchio re. “Ehi, tu, togliti di mezzo, ingombri la mia strada!” “ Dimmi solo un motivo per il quale io dovrei spostarmi!”  “ Perché io sono un re!”. Anche Edipo era di sangue reale, era superbo. “ Re o non re, tu sei un insolente, vecchio!” disse il giovane avvicinandosi al carro. Laio, temendo un’ aggressione fece schioccare la frusta ed il sangue stillò sulla guancia di Edipo. Egli rispose con il suo bastone ferrato, che si abbattè sul vecchio. Laio rotolò lungo la scarpata,l’ oracolo non aveva mentito! Ma Edipo, ancora, non sapeva l’ enormità del delitto che aveva commesso. S’ incamminò verso Tebe. E giunse in questo punto della strada, dove sei tu adesso viaggiatore che leggi queste righe!

Maestro e allievo sentirono il sangue gelare nelle vene. Il vecchio Femio alzò gli occhi cercando di scorgere la sagoma del mostro. Non vedendola, continuò a leggere, ora più tranquillo.

“Fermo viaggiatore!” stridette la Sfinge a Edipo. “Devi risolvere il mio indovinello prima di passare.” “Sono pronto!” rispose audacemente il ragazzo . “Qual è l’ animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e la sera su tre?”  Edipo rifletté. Poi disse “Non è difficile: la risposta è l’uomo”. La Sfinge cacciò un urlo rauco “Non basta, devi dirmi il perché della tua risposta: potresti aver risposto così, a caso”. “T’ accontento:al mattino della vita l’ uomo cammina a carponi; nel mezzogiorno, cammina su due gambe; e la sera, al tramonto della vita, l’uomo è vecchio e deve appoggiarsi al bastone, così cammina su tre gambe.” “Aaah” l’ululato della Sfinge sconfitta che precipitava nel burrone riecheggiò in tutta la pianura.                                                                                                    

Edipo giunse a Tebe. La gente lo accolse festeggiandolo per le strade. Intanto, in città era giunta la notizia che Laio giaceva sulla strada per Delphi con la testa fracassata. C’ era bisogno di un nuovo sovrano, e chi meglio del distruttore della Sfinge avrebbe potuto governare.   

 Così Edipo divenne re. Ebbe in sposa la vedova di Laio… sua madre! Inorridisci viaggiatore, ma sappi che in tutto questo c’è il segno degli dei.                                  Quella regina era Giocasta . Non poteva sospettare la vera identità dell’ uomo che ora sedeva insieme a lei sul trono.   La vita però a Tebe non era tornata, anzi, sembrava spirare poco a poco da quella terra.     

  Alla fine, Edipo decise di andare a parlare ad Apollo per mettere fine a quel tormento. Apollo gli rispose che ber far finire quelle sventure avrebbe dovuto vendicare Laio.                                                                                                                                            Edipo non sapeva che quel ricercato fosse proprio lui! Quando tornò a casa chiese a Giocasta “Che aspetto aveva Laio?” “ Era alto come te, e ti assomigliava molto” “Laio era partito solo per Delphi?” “No, c’era un servitore con lui” “convocatelo!”. Il servitore aveva riconosciuto Edipo, ma non poteva dire la verità al re! Alla fine fu costretto a confessare tutto. Le sue parole squarciarono la mente di Edipo e di Giocasta. La regina uscì in silenzio dalla sala del trono. Poco dopo la trovarono impiccata nella sua stanza Edipo, vedendola e vergognandosi a morte afferrò la spilla dal vestito di Giocasta e si squarciò gli occhi.

Il volto del ragazzo era solcato da lacrime, e anche il maestro si mordeva un labbro per non cedere alla tristezza. “E’ ora di andare ragazzo” sussurrò Femio. L’ allievo lo seguì ancora piangendo e con lo stomaco che si torceva per la malinconia.

Martina D., Secondaria,  team del giornalino