GRETA NEL REGNO DEI DOLCIUMI

mondo-dolciumiC’era una volta una ragazza povera di nome Greta, viveva in un villaggio altrettanto povero nel Sud della Grecia. Era una ragazza bruna con gli occhi celesti come l’oceano, aveva un nasino molto grazioso, delle labbra rosa carnose e dei denti a dir poco perfetti.

Un giorno Greta andò a fare una passeggiata nel parco, ad un certo punto si trovò davanti un albero maestoso dai frutti azzurri, le venne la tentazione di dare un morso a quel frutto strano…1,..2…,3…4  morsi e cominciò a girarle la testa, cadde a terra e svenne.

Al suo risveglio si trovò in un mondo di dolciumi e disse balbettando: “C-c-osa mi è suc-ces-so e dov-ve miiiii t-t-rovo!”. All’improvviso una crostata al cioccolato si trasformò in un bellissimo cagnolino che rispose: “Ti trovi nel Regno dei Dolciumi”. Greta si tranquillizzò e le venne voglia di esplorare quel magnifico luogo che pareva infinito. Dopo aver passato il pomeriggio a mangiare lecca-lecca, bastoncini di zucchero ed aver sorseggiato il cioccolato dai fiumi, si addormentò e sognò la sua famiglia, si svegliò improvvisamente nel bel mezzo della notte e si mise a piangere per la malinconia. Arrivò di corsa il cane per tranquillizzarla e le disse: “Che cosa succedde?”, Greta rispose: “Mi manca la mia famiglia, voglio tornare a casa!!!”, il cane ribatté: “Se vuoi tornare a casa dovrai rubare la collana con la chiave di marshmallow appesa al collo della Regina”. Allora Greta si mise in cammino alla ricerca del castello di dolciumi della Regina e dopo tre ore di cammino lo raggiunse. Sulla soglia vide due guardie di cioccolato e per sconfiggerle prese il bastoncino di uno dei lecca-lecca che aveva mangiato e fece in tanti piccoli pezzetti le guardie. Quando Greta riuscì ad entrare, corse incontro alla Regina che si trovava davanti a lei e le strappò rapidamente la collana, si nascose nella prima stanza che trovò aperta e quando si girò vide un portale di caramelle con una serratura, Greta capì subito che doveva inserire la chiave appena recuperata la fece girare e si buttò nel portale. Dopo un minuto si ritrovò nel suo letto, quando si svegliò capì che si trattava di un sogno.

Un gruppo di alunni della I C Secondaria

IL PRINCIPE SELVAGGIO

C’era una volta, in una terra lontana lontana un bambino speciale che non sapeva di esserlo. Lui era il figlio del potente re Gustavo I e della regina Sabina IV che nascondeva un lato malvagio. Quest’ultima, stanca di suo figlio corruppe delle guardie per portarlo il più lontano possibile dal regno. Le guardie decisero di abbandonarlo in un bosco senza fine, con un solo modo per uscirne. Però non si sapeva che quel bosco contenesse animali fantastici: minotauri, sfingi, grifoni, draghi…Questi allevarono il bambino educandolo alle leggi della natura e quando compì la maggior età, il più saggio dei più saggi dei draghi gli raccontò l’accaduto. Il drago, che era molto gentile, gli regalò un amuleto che aveva rubato due secoli prima ad un re. Il drago disse al ragazzo: “Custodiscilo bene, abbine cura, fidati ti servirà!” e volò via. Il ragazzo iniziò a camminare, camminare, camminare… La notte ci fu un temporale, così Leonardo si rifugiò in un castello. Scoprì che quel castello era abitato da un orco malvagio e prepotente.

orcoAll’alba, l’orco si accorse della presenza di qualcuno. Dopo qualche istante trovò Leonardo e gli disse: – “Che ci fai qui!?” – “Sossono vevevenuto  ppensando che non non ci fofosse nessuno perdonami!” – “Pensavi male! Questo castello è mio! Tu e nessun altro, può entrare nel mio castello senza la mia autorizzazione! Capito ??!” – disse l’orco facendo risuonare la sua voce per tutta la stanza. Così l’orco, pronunciò le parole magiche e Leonardo si ritrovò completamente paralizzato. In quel momento, l’orco era pronto per mangiarlo ma l’amuleto lo protesse con un bagliore che accecò l’orco. Così si aprì un portone di colore verde brillante. Leonardo entrò nel portone ritrovandosi davanti a re Gustavo, suo padre, che vedendo l’amuleto del suo trisnonno, ebbe una visione, e capì che era suo figlio.

Così il re fece decapitare sua moglie Sabina, la regina, per alto tradimento. Ordinò subito di preparare una grande tavolata imbandita di tutto e di più perché quel giorno era un gran giorno. Da li in poi vissero fino alla fine dei tempi felici e contenti.

Gaia Madonini, Marco Mattaboni, Giulia Attolini e Alessandro Anastasi,

I C Secondaria

 

UN RIFIUTO FORTUNATO

principiIn un lontano reame viveva, con la sua corte il re Giovanni. Fin dalla nascita, la sua primogenita, Ariana era stata promessa in sposa al il principe Emanuele, di un reame vicino.

Ariana crebbe felice e serena ed era sempre ubbidiente ma voleva essere libera di scegliere il suo futuro marito e si rifiutò di sposare il suo promesso sposo. Il principe Emanuele quando venne a sapere del rifiuto della principessa non si arrese, anzi, ideò un piano malefico.

Un giorno la principessa Ariana, mentre passeggiava negli splendidi giardini del suo castello, decise di riposarsi vicino al suo albero preferito, sotto al quale aveva trascorso tanti bei momenti, con la sua dama di compagnia. Ma all’improvviso, da un cespuglio, spuntò un uomo incappucciato ed Ariana svenne dallo spavento. Quando si risvegliò si ritrovò in una casa diroccata. Da un piccolo buco nel muro spuntò un topolino che in pochi secondi si trasformò in una fata, la quale spiegò ad Ariana che il principe aveva organizzato il rapimento.

La fata la rassicurò dicendo che sarebbe stata salvata. Al calar del sole, quando ormai ogni speranza era svanita, Ariana sentì una persona salire le scale e all’improvviso la porta si aprì ed entrò Artur, un umile servo. Appena i loro sguardi si incrociarono dento i loro cuori scoppiò una scintilla ed entrambi capirono di essere fatti l’uno per l’altra. Insieme, tornarono a palazzo e riferirono tutto al re che rinchiuse il principe Emanuele nelle segrete e diede in sposa sua figlia Ariana al giovane e insieme vissero sempre felici e contenti.

Francesca Traettino, Paolo Zucchelli, Sara Lorenzini, Christian Di Domizio,

I C Secondaria

SEBASTIAN E L’UNICORNO DORATO

unicornoC’era una volta in una povera casupola nel bosco, un bellissimo fanciullo di nome Sebastian e suo fratello Max, che era molto geloso della bellezza del fratello e più passavano i giorni e più questa gelosia aumentava. Avevano il padre molto malato e la madre fu condannata a morte, perché derubò la corte del Re.

L’indomani si celebrò il funerale della madre e Max attirò Sebastian nel bosco, con una scusa.  Arrivarono sotto una pianta di fichi d’india, Max raccolse un frutto con la sua mano che indossava un guanto e lo diede a Sebastian che lo prese e si punse. Sebastian sentì un dolore acuto, svenne e cadde a terra. Si risvegliò nel suo letto allo spuntar del giorno, andò in bagno per lavarsi la faccia e vide che non era più bello come prima, cominciò a disperarsi e decise di scoprire il  perché di questo cambiamento.

Decise di uscire per prendere un po’ d’aria e per calmarsi e vide Max con una strega e si nascose dietro un cespuglio per osservarli.  Capendo che nessuno dei due lo aveva visto, alzò lo sguardo e incredulo intravide tra le foglie della pianta la strega con un fico d’india in mano e a quel punto capì tutto. Scappò in casa spaventato, sbattendo di colpo la porta. Si rifugiò sotto al letto, pensando a un piano per vendicarsi di suo fratello. Dopo un po’ uscì portando con sé un sacco pieno di provviste per sopravvivere nel bosco.

Camminando per chilometri arrivò sotto un salice, si sdraiò all’ombra e si addormentò per la stanchezza. Si risvegliò di scatto perché sentì il rumore di un fucile e vide che un proiettile aveva colpito la zampa di un unicorno dorato che era lì. Si alzò e aiutò subito l’unicorno portandolo sulle spalle fino ad una cascata, lo appoggiò per terra perché era sfinito. Unì le mani a forma di conca, prese dell’acqua e la rovesciò sulla ferita dell’animale, perché un vecchio saggio gli aveva raccontato che avrebbe funzionato da medicinale. Sebastian disse: “Come sarebbe bello se tu parlassi!” e l’unicorno controbattè: “Hei, ma io so parlare!” Sebastian rimase meravigliato. Raccontò alla creatura fatata la sua storia, il suo cambiamento per colpa dell’invidia del fratello. L’unicorno riconoscente a Sebastian perché l’aveva salvato gli disse: ”Visto che mi hai sottratto alla morte, sacrificherò il mio corno per concederti il tuo più grande desiderio”. Sebastian sconcertato su cosa scegliere, decise di aiutare il padre invece di diventare bello come prima, Il fanciullo non riuscì più a vedere l’unicorno dorato a causa di una luce abbagliante. Appena svanì la luce, Sebastian si ritrovò in casa insieme al padre che era in ottima salute, grazie al corno dorato. Passarono gli anni e Max e la strega andarono in cella nel sotterraneo della corte del Re. L’unicorno diventò il migliore amico di Sebastian e venne ad abitare a casa sua insieme al padre. Furono per sempre felici e contenti.

 

Samantha Mercurio, Caterina Ferri, Tarek Zaouai e Alessandro Pantè,

I C Secondaria

IL MAIALINO PICOTARO

maialinoC’era una volta, in una fattoria, un maialino che si chiamava Picotaro: era il maialino più piccolo e gracile della sua famiglia e i suoi fratelli non smettevano mai di prenderlo in giro.

Un brutto giorno nel villaggio dove si trovava la fattoria sopraggiunse un esercito barbaro, per depredare tutte le case e anche la famiglia del maialino morì nell’attacco.

Picotaro invece riuscì a scappare correndo a tentoni, mentre piangeva per la morte di tutti i suoi cari e la distruzione della fattoria e di tutto il villaggio.

Corse, corse, corse … a perdifiato e con tutte le sue piccole forze … finché non si lasciò il villaggio alle spalle. Piangendo sconsolato desiderò di essere forte e possente e di riuscire un giorno a vendicare la sua famiglia.

Si accorse di essere arrivato in un bosco fitto fitto e guardandosi intorno vide tra gli alberi un vecchio fagiano e gli chiese: “Chi sei? Mi puoi aiutare?”

fagianoIl fagiano rispose che avrebbe voluto qualcosa in cambio. “Che cosa?” domandò Picotaro. “Voglio che tu mi accompagni dal vecchio Mago della torre”.

Picotaro accettò e quella notte rimase nel bosco insieme al fagiano e gli raccontò quello che era successo, infine si addormentò un po’ più tranquillo perché aveva trovato un compagno.

Al risveglio i due, diventati amici, si misero in cammino e dopo un giorno di viaggio finalmente arrivarono alla torre. Il mago si trovava proprio davanti alla porta e li accolse chiedendo: “Perché siete qui?”

Picotaro e il vecchio fagiano risposero: “Vogliamo essere trasformati, diventare più grandi e forti per proteggerci e sopravvivere. Siamo uno troppo piccolo e l’altro troppo vecchio e malandato, se ci fai questo prodigio, saremo per sempre tuoi fedeli amici e servitori”.

Il mago, che si era commosso davanti a quei due esseri così deboli ma nello stesso tempo pieni di coraggio, disse loro: “Certo che lo farò, gli amici fedeli non sono mai troppi. Fatemi pensare….ecco ci sono! Trasformerò te caro fagiano in un possente elefante e te, piccolo Picotaro, in un grande  e robusto cinghiale con zanne appuntite.  Così più nessuno potrà farvi del male. “

E soffiando su di loro una polvere azzurrina accompagnata da una complicata formula incomprensibile, diede loro una nuova forma. Il fagiano e Picotaro non potevano credere ai loro occhi e non la finivano più di guardarsi e di ammirare il loro nuovo corpo grande, forte e possente.

Ringraziarono mille volte il mago e promisero che sarebbero tornati molto presto e l’avrebbero aiutato in ogni modo. Per il momento però dovevano inseguire i barbari. Li raggiunsero in breve tempo e li spaventarono così tanto che quelli fuggirono a gambe levate e non osarono mai più tornare. L’elefante li spaventava correndo e barrendo e muovendo la sua lunga proboscide di qua e di là, mentre Picotaro con le sue zanne li colpiva alle spalle con forza. Non avevano mai visto un elefante e credevano che fosse un mostro prodigioso!

Picotaro era molto felice: ora i suoi fratelli sarebbero stati orgogliosi di lui.

Alex Candura, Mattia Pavesi, Filippo Garlaschi, Nicola Sbrogiò,

I C Secondaria

 

IL CERVO E LA PRINCIPESSA

cervoIn un bosco viveva un piccolo cervo con sua madre. Un giorno dei lupi la uccisero lasciando il cucciolo da solo. Il piccolo indifeso restò lì dove la madre l’aveva lasciato.
All’alba un pastore in cerca del suo agnellino trovò il cerbiatto e se lo portò a casa. I due diventarono molto amici.
Dopo molti anni quando il cervo era diventato adulto, i cacciatori scoprirono della sua esistenza; allora liberarono i cani per trovare il cervo. Uno di essi lo trovò e iniziò a inseguirlo inoltrandosi nel bosco.
Mentre il cervo continuava a scappare, un cane gli saltò addosso ferendolo. Il cervo con le sue ultime forze rimaste a sua volta lo ferì e riprese a scappare. Per la paura e ansia perse l’equilibrio e cadde in un fosso.
La sera passò di lì la carrozza reale. All’interno c’era la principessa, che vedendo il cervo privo di sensi lo prese e lo portò al castello. Nei giorni seguenti il cervo guarì e i due si affezionarono l’un l’altra.
Il giorno dopo il cervo insieme alla principessa andò ad esplorare il villaggio; il cervo curioso e affamato si avvicinò ad un cumulo di fieno.
Lì vicino era seduto un mago molto sbadato, il quale aveva in mano una pozione della “trasformazione” che fece cadere sul fieno. Il cervo mangiando il fieno magico si trasformò in principe.
La principessa vedendo il principe se ne innamorò; dopo un po’ di tempo si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

Davide Bisaccia, Greta Garlaschi, Carlo Interrante,
Anastasia Pupo, Nicolò Vitulano, I C Secondaria

AVVENTURA NEL BOSCO- II episodio

mare-in-tempestaI fantasmi si stringono sempre più intorno a me. Sono vicinissimi ormai. La canzone non prometteva nulla di buono. Spalancano le loro enormi bocche. Sto per morire. E stando a quello che hanno detto, morirò di una morte orribile e dolorosa. Chiudo gli occhi, preparandomi alla fine. Ho paura. Addio mondo!

All’improvviso il terreno cede sotto i miei piedi. Sarà così che si muore? Cado. Quando atterro, sono quasi certa di essere morta. Ma ho come la sensazione di essere ancora viva. Apro gli occhi. Sono in una stanza circolare con una luce azzurrina. Sarà il Paradiso, il Purgatorio o l’Inferno? Oppure è un posto reale, terreno?
Mi guardo intorno. C’è un corridoio che esce dalla stanza. È una specie di galleria in miniatura, molto angusta e buia. Ho paura di entrarci. Ma è l’unico modo per fuggire da qui. Percorrendolo, se non sono morta, riuscirò a tornare a casa.

Faccio un bel respiro ed entro. Devo camminare carponi, o rischio di sbattere la testa contro le lunghe stalattiti che pendono dalla volta della galleria. Fa freddo, inizio ad avere fame e sete. Quando sono stata assalita dagli spiriti, ho abbandonato nel bosco lo zaino con le ciliegie della signora Rossi e la mia bottiglietta d’acqua, e con essi ho lasciato anche una delle mie possibilità di salvezza. Che sono già poche.

Striscio per un tempo che mi sembra infinito. La galleria sembra tutta uguale. All’improvviso inizia ad allargarsi: forse sono vicina all’uscita!

Ed è proprio così. Qualche minuto dopo arrivo in un’altra stanza, luminosa, spaziosa e accogliente. È arredata con un tavolo vuoto in mezzo alla stanza, un armadietto, un letto e dei fornelli. Dietro una tenda c’è il bagno. E dove c’è un bagno, c’è anche un lavandino d’acqua fresca! Apro il rubinetto e inizio a bere.

Decido di uscire dal bagno per cercare qualcosa da mangiare. Spero che al proprietario non dispiaccia se gli rubo un pezzo di pane. Tiro la tenda e mi ritrovo su uno spuntone di roccia a picco sul mare. Il cielo è scuro, piove e il mare è in tempesta. Mi giro. Dietro di me non c’è più nessun bagno, solo un maledettissimo vuoto. Ho un freddo pazzesco, il vento è fortissimo e mi spinge verso l’orlo del burrone, gli schizzi delle alte onde del mare mi sferzano il viso con violenza.

Mi accuccio e inizio a piangere. Sono in un luogo lontano da casa, ho fame, freddo, sono sola…

Sono scampata agli spiriti per un pelo, e ora morirò. Forse era questa la fine che gli spiriti volevano farmi fare.

Le mie lacrime scorrono copiose sul mio viso, e mi abbandono alla tristezza e alle sferzate del vento e del mare…

Continua

 Lucilla Cnapich, II D Secondaria, team del giornalino

I NAVIGATORI DELLA VITA

colombo11 Ottobre 1492, Oceano Atlantico.

Sto morendo. Ho freddo, soffro costantemente il mal di mare. La mia imbarcazione continua ad oscillare, in mezzo a questi mari tenebrosi. L’unica domanda che mi sorge spontanea, ripensando a tutta la mia vita prima di morire è “Perché ho fatto questo?, Perché mi sono imbarcata su questa caravella per la <Rotta Occidentale>?”. Si tratta di uno stupido sogno proveniente da uno stupido navigatore che non riesce nemmeno a distinguere le miglia latine da quelle arabe!” ma in fondo, sono io quella che è voluta salire su questa caravella, a costo della vita, sono io quella che ha lasciato casa sua, il suo paese, i suoi amici, la sua famiglia, i suoi beni e tutto ciò che possiede, solo per seguire il sogno di questo “stupido” navigatore pazzo, e quindi per diventare ancora più stupida e pazza, perché solo un pazzo avrebbe il coraggio di attraversare questo mare tenebroso e pieno di tempeste… .

Ma partiamo dall’inizio: come e perché sono finita a questo punto?

Mi chiamo Ylenia, non sono una navigatrice o una nobile commerciante, sono una ragazza un po’ fuori dalle righe, e, anche se non avevo mai avuto la possibilità di salire su una nave vera, ero affascinata particolarmente dalla navigazione: i venti, il “mare tenebroso” (che non è quello su cui sono ora) che si crede sia posseduto da dei mostri, ma anche il territorio dove si dice che gli uomini si brucino e diventino neri… tutto questo mi affascinava.

Sono stata istruita da un nobile, quindi ho avuto accesso a molte cartine geografiche e a libri di cui ce ne sono poche copie al mondo. Uno di questo è “Il Milione” di Marco Polo; sono rimasta particolarmente affascinata da questo libro: insomma, che coraggioso questo Marco Polo, a lasciare tutto quello che aveva, come ho fatto io d’altronde, e andare ad esplorare un continente a noi completamente sconosciuto fino a poco tempo fa: la Cina! È una cosa incredibile!

Comunque, tornando al racconto di prima, capita che un giorno in piazza sento della gente che parla animatamente… quando finalmente riesco a raggiungere la piazza (che è il luogo di sfogo delle “signore che sanno tutto”), mi ritrovo davanti non solo le solite signore, ma quasi tutto il villaggio! Infatti, si erano raccolti tutti lì per parlare di questo navigatore genovese, un nobile insomma, che aveva girato tutti i regni possibili per chiedere un equipaggio per una missione via mare per la “Rotta Occidentale”.

Questo navigatore si chiamava Cristoforo Colombo. Era il primo giugno 1492. Come gli era capitato molte volte precedentemente, anche i re spagnoli, Ferdinando e Isabella, non gli diedero questo equipaggio inizialmente; ma Colombo, che aveva le idee chiare in testa, non si diede per vinto e ritentò più e più volte, finché, un magnifico giorno di luglio, riuscì a convincere i due re, promettendogli molto oro e la cristianizzazione dei popoli abitanti le Indie, la terra che voleva appunto esplorare.

Così iniziò la “lotta” fra i più coraggiosi del Regno per poter compiere quest’impresa straordinaria.

Sapevo che, ovviamente, non avrebbero mai fatto salire su una nave un ragazzo così giovane come me per compiere un’impresa così importante, inoltre questo ”ragazzo” è anche donna!  Quindi, mi disinteressai completamente di quest’impresa, anche perché, sapendo che non avrei mai potuto partecipare, mi dava fastidio solo sentirla nominare. Ma, dato che ho degli amici molto “divertenti”, un giorno mi scrissero una lettera sotto falso nome, (comprando anche carta e inchiostro necessari così che sembrasse credibile!) scrivendomi le seguenti parole:

Cara Signorina Yliena Royo,

le scriviamo per dirle che il giorno 3 Agosto 1492 lei con la sua famiglia è invitata nella piazza davanti al castello, per partecipare alla spedizione che, come sa, è diretta verso la <Rotta Occidentale>, l’abbiamo scelta perché, parlando con il suo tutore, lei ha tutte le caratteristiche che un marinaio degno di rispetto deve avere.  Quindi, sperando in un consenso da parte sua in confronto all’offerta che le stiamo offrendo, la aspettiamo.

Cordiali saluti, C.C.”

Così, dopo aver ricevuto questa lettera, che poi si rivelò falsa, io mi entusiasmai e la feci vedere a tutti: famiglia, amici (che ridevano sotto i baffi, ora capisco il perché), conoscenti e anche alla gente che passava per strada.

Così, prima dell’attesissimo 3 agosto, la voce di questa “famosa” lettera, giunse alle orecchie di Colombo, che volle sapere perché una RAGAZZA andava blaterando che avrebbe partecipato a quella spedizione, quindi, sta di fatto che una mattina mi ritrovai lo stesso Cristoforo Colombo davanti alla porta di casa mia. All’inizio non volevo crederci! Insomma, chi sono io per trovarmi un navigatore molto famoso davanti a casa?! Così io, sicura che lui mi avesse mandato quella lettera, lo ringraziai e gli dissi che per me sarebbe stato un onore partecipare a quel viaggio, e che era il sogno della mia vita fare un viaggio via mare e vedere com’è veramente il mondo.

Ma, purtroppo, la sua reazione fu del tutto inaspettata: si mise a ridere.  Io all’inizio non capii, ma, facendo due più due, capii che i miei amici mi avevano presa in giro. Dentro di me, nel momento in cui scoprii che quella possibilità, quel sogno che finalmente pensavo si stesse realizzando, era impossibile, mi sentii malissimo. E, Colombo, accorgendosi di quale reazione avevo avuto, capendo che il mio più grande sogno era andato perduto, mostrò una sorta di dolcezza, e in seguito mi disse le seguenti parole:

“Negli ultimi tre anni ho vissuto con persone che non possiedono niente, ma possiedono tutto. In questa vita navigano nel mare, nella prossima navigheranno nei cieli. Vorrei essere come loro: un marinaio in mezzo alle stelle. E vorrei averti con me per il prossimo viaggio, così che diventeremo insieme i marinai della nostra vita.”

Rimasi esterrefatta da quello che mi disse, e non dimenticherò MAI quelle parole, rimarranno per sempre impresse nel mio cuore. E, dal momento che Colombo mi disse quelle parole, io iniziai ad essere ufficialmente parte del suo equipaggio, come ospite speciale, come “marinaio della vita”.

Così, il 3 Agosto 1492, che era anche il giorno del mio compleanno e quello di Colombo, tutto l’equipaggio a bordo delle tre caravelle, la Niña, la Pinta e la Santa Maria, partì per compiere questo grandioso viaggio per arrivare a delle terre sconosciute: le Indie.

E così, torniamo ad adesso: la mia morte. So di sembrare pessimista, ma non posso fare a meno di pensare che la mia vita è stata davvero breve.

12 Ottobre 1492, Indie

Sono passati ormai sessantanove giorni da quando siamo partiti, e sta per iniziare il settantesimo giorno, anzi, è già iniziato, è notte, ma io non riesco a dormire. Ho freddo ed è da oggi a pranzo che non metto qualche cosa sotto i denti. È dura, ma tengo duro, per i miei compagni, per la mia famiglia, per Colombo, il mio capitano e il mio migliore amico. Ma credo che in questo momento tutti ci stiamo lasciando andare. Fino a pochi giorni fa, a tenere allegro l’equipaggio e ad essere ottimista c’ero io, ma ora nemmeno io ho più le forze o non credo che riusciremo a finire questo viaggio, vivi.

E, mentre il pensiero di morire continua a riempirmi la testa, non mi accorgo che un mio compagno di viaggio inizia a correre per il ponte centrale con un cannocchiale in mano e, dopo averci appoggiato sopra l’occhio per dei secondi che mi sono sembrati infiniti, finalmente, dopo tanti giorni e notti, ha urlato: “Terra! Terra!”

Forse, una speranza c’è ancora…

La caravella tocca la riva di questa terra che ho tanto sognato: “Benvenuti nelle Indie.”

Chiara Toffanello, II D Secondaria

PAURA NEL BOSCO FANTASMA- I episodio

boscoSono ore che cammino in questo bosco, avrei dovuto essere già arrivata a casa da un po’…. Non posso aver sbagliato strada, no. In questo bosco c’è un solo sentiero, ed è quello su cui io mi trovo.

La mamma sarà preoccupata. Sono più preoccupata per lei che per me.

Sento un brivido attraversarmi. Mi guardo intorno. Il bosco è pieno di ombre fluttuanti. Mi rimangio la parola. Sono più preoccupata per me che per la mamma.

Le ombre mi accerchiano, sono sempre più vicine. Prima sembravano solo ombre, come macchie nere di colore, ma adesso stanno assumendo forme. Alcune sembrano alieni, una sembra il mostro che abita nei miei incubi. Ma la cosa peggiore è che tutte le altre stanno diventando i miei parenti, i miei amici, tutte le persone a cui voglio bene. Ma sono strane. Hanno un ghigno malevolo sul viso. Sono terrificanti…

All’ improvviso alcuni alberi si trasformano. Diventano identici ai miei antenati. Ma sono ricoperti di sangue secco. Le loro unghie si fanno artigli, i loro denti si fanno zanne. Lo stesso succede alle ombre. Ora sono tutti in cerchio intorno a me e intonano una canzone. Le loro voci sono strane, quasi gutturali, ma insieme hanno un effetto melodico, ma inquietante, misterioso, terribile. Le parole della canzone, rendono tutto ancora peggio:

“Gli spiriti siamo,

e chi incontriamo

noi mangiamo.

Anche al più forte

noi daremo la morte.

E prima di morire,

tu dovrai soffrire.

Ecco è giunta la tua fine fine.”

Continua

Lucilla Cnapich, II C Secondaria, team del giornalino

A SPASSO NEL TEMPO-I EPISODIO

futuro9 agosto 2754, Roma, Nuova Repubblica Italiana, ore 5:00 mattina

Pronti a partire? 3, 2, 1, viaaaa!!!! Iniziano le vacanze estive e sono emozionato come quando Robbie ha preso 100 con la prof di musica ciber-elettrobotica (ci spiegano come far funzionare i robot-musicisti).

Ma ora lasciatemi presentare, mi chiamo Lucio ho 14 anni e vivo nella periferia di Roma insieme a mia madre, che insegna “Marziano”, e mio padre, che lavora in una fabbrica di olo-auto (auto volanti molto di moda), ho anche una sorella più piccola che non ci penserebbe due volte a dire ogni sorta di bugia per screditarmi agli occhi di mamma e papà per farmi mandare in collegio e prendersi la mia stanza; la verità è che io, di andare in un collegio, non ne ho proprio la benché minima voglia.

È così che inizia la mia avventura nel tempo …

Dal diario di Lucio, 14 agosto 2754

Oggi è stato fantastico, caro diario, e lo dico solo a te, perché la mia mamma non mi crederebbe e il mio papà è fuori per lavoro, la mia sorellina poi mi direbbe che sono pazzo e mi prenderebbe in giro a vita: HO TROVATO UNA MACCHINA DEL TEMPO!!!  Per questo, voglio tenere un diario…

15 agosto 2754

Ieri ho iniziato a scrivere un diario e mamma l’ha trovato subito mettendomi in imbarazzo e dicendomi che le bugie non si dicono, ma io non sto dicendo baggianate e voglio dimostraglielo portandola al parcheggio che si trova in una vecchia galleria della metro sotterranea oggi caduta in disuso con l’ arrivo della FLINING TURBO METRO.

Così inizia una splendida avventura tra poeti famosi, grandi navigatori e regine importantissime!

Conosceremo Salomone e i ragazzini del passato; forse anche del futuro …

Bignami Jacopo, II A Secondaria, team del giornalino

I MISTERI DI BLACKWOOD

notteI tre amici erano d’accordo di incontrarsi a mezzanotte in fondo alla strada principale della loro cittadina, proprio vicino al cimitero dietro la vecchia chiesa e all’inizio del grande bosco che circondava le abitazioni di Blackwood.

Quella mattina avevano giocato, come tutte le domeniche, nella polverosa soffitta della casa di Giuly. Era una grande stanza buia e fredda, piena di oggetti, con un pavimento di legno che scricchiolava ad ogni passo e con due piccole finestrelle affacciate sul fiume. A Giuly, Peter e Steven piaceva tantissimo giocare in quel luogo, anche se la signora Taylor, la mamma di Giuly, li sgridava ogni volta che li scopriva a rovistare tra gli oggetti o a spostare qualche scatolone. Il loro passatempo preferito era far finta di essere dei detective e immaginare di cercare tesori scomparsi. Durante la mattinata, avevano rovistato un po’ dappertutto e a un certo punto tra casse di legno, bambole di pezza, libri e scaffali, avevano trovato una mappa nascosta in un cassetto di un vecchio mobile appartenuto al bisnonno di Giuly che era stato un comandante di navi e che aveva girato il mondo.

Quella mappa era datata 15 marzo 1921, sembrava portare ad un tesoro nascosto e riportava uno strano simbolo raffigurante una croce viola dentro una stella dorata.

Peter aveva domandato a Giuly: – Pensi che sia del tuo bisnonno?- E lei aveva risposto: – Non saprei, io non l’ho mai conosciuto e la nonna Mary, sua figlia, ci raccontava spesso delle sue avventure, ma non ha mai parlato né di mappe, né di tesori nascosti.

-Deve essere per forza del tuo bisnonno, non vedi la data?!- aveva aggiunto Steven. – Forse hai ragione!-  aveva concluso Giuly con aria pensierosa.

Peter e Steven si erano entusiasmati per quella scoperta, anche perché avevano riconosciuto nel disegno il bosco di Blackwood; perciò si erano messi ad organizzare nei minimi dettagli una spedizione nel bosco, certi che sarebbero riusciti nell’impresa di trovare il tesoro misterioso. Giuly avrebbe portato la mappa e un pugnale che avevano trovato in una cassapanca in soffitta, Steven una torcia per vedere nel buio e Peter dei viveri e una corda.

La campana stava scoccando la mezzanotte in punto, quando Giuly svoltò l’angolo dietro la chiesa e vide i suoi due amici che la stavano aspettando all’inizio del sentiero che portava nel bosco.

– Avete portato tutto?- chiese Giuly. -Sì! – risposero in coro.

-Siamo sicuri di volerlo fare? – domandò la ragazza con voce tremante.

– Non ti preoccupare vedrai che ci divertiremo!- rispose Steven, ma in realtà anche lui non era molto deciso.

Peter era il più convinto e iniziò per primo ad addentrarsi nel bosco e gli altri due lo seguirono tentennando. Il sentiero era buio e stretto, e anche la luce della luna piena penetrava debolmente tra gli alberi. Giuly e Steven si spaventavano ad ogni rumore.

– Siete dei fifoni!- urlò Peter che era già molto avanti rispetto a loro.

Non udì nessuna risposta, a quel punto il cuore iniziò a battere all’impazzata e il respiro a farsi affannoso. Intorno a lui calò il silenzio; solo allora Peter si rese conto di quanto fosse buio il bosco.

-Steven!?Giuly!?- gridò Peter, ma ancora nessuna risposta, quel silenzio si faceva sempre più inquietante. Ad un certo punto udì un rumore strano e un ululato squarciò la notte. A Peter sembrò per un attimo che il cuore si fosse fermato. Iniziò a correre senza sapere dove stesse andando, la paura aveva preso il sopravvento su di lui, quando all’improvviso inciampò in un sasso e cadde a terra disorientato e poi udì un rumore tra i rami.

-Peter, tutto bene?- era la voce di Steven che insieme a Giuly si era rifugiato su un albero.

-Sali anche tu, qui siamo al sicuro- disse Giuly.

Peter salì. -Avete sentito anche voi quello che ho sentito io?

-Non solo l’abbiamo sentito, ma anche visto!- rispose Giuly ancora paralizzata dalla paura. -Era un lupo!

-Secondo voi se ne è andato? Il pugnale lo avete ancora? – Chiese Peter.

-Penso se ne sia andato e comunque tranquillo, il pugnale è ancora qui con me- lo rassicurò Steven.

– E se ci fosse un branco di lupi nei paraggi? Saremmo in serio pericolo!- disse impaurita Giuly.

-Dobbiamo procedere con cautela, stare attenti a non fare rumore e spegnere la torcia quando sentiamo movimenti sospetti- si raccomandò Peter.

Scesero dall’albero e decisero di raccogliere delle pietre che avrebbero utilizzato per difendersi in caso di pericolo. Proseguirono lungo il sentiero che si faceva sempre più stretto e spaventoso.

Mentre camminavano, sentirono dei passi provenire da un piccolo sentiero laterale, si nascosero dietro un cespuglio e attesero. A un certo punto videro passare un uomo incappucciato che procedeva con andatura incerta; si fermò in un punto illuminato da un fascio di luna e si resero conto che si trattava del vecchio signor Jones, il pazzo del villaggio, che passava le sue giornate a gironzolare senza meta, a volte ubriaco fradicio. Decisero di proseguire e di raggiungere la radura che era indicata nella mappa e che si trovava poco più là. Giunti sul posto, scorsero un pozzo nei pressi di un grande arbusto, si avvicinarono e cominciarono ad esaminare il pozzo, provando ad illuminare il suo interno con la torcia; non si vedeva niente, allora Peter propose di calarsi con la corda.

-E’ troppo pericoloso! – esclamò Giuly.

– Giuly ha ragione! Forse è meglio tornare indietro…- disse Steven.

-Tornare indietro? Non se ne parla neanche siamo sulla strada giusta e un’occasione del genere non si ripeterà un’altra volta! – aggiunse Peter mentre stava sistemando la corda.

Incastrò il pugnale tra due mattoni del pozzo e poi legò la corda assicurandosi che il nodo fosse ben stretto. Iniziò a calarsi, Giuly si fece coraggio e lo seguì, mentre Steven rimase di guardia all’esterno.

Quando Peter arrivò a metà strada picchiò il ginocchio contro un mattone sporgente facendolo cadere.

-Tutto a posto là sotto!?- domandò la ragazza preoccupata.

-Sì sì, è solamente caduto un mattone! –

Mentre rispondeva all’amica scorse nello spazio vuoto lasciato dal mattone un lieve luccichio. Lo illuminò e vide che era una moneta, l’afferrò e osservandola si accorse che aveva lo stesso simbolo disegnato sulla mappa, ossia la croce viola dentro la stella dorata.

-Ragazzi, ho trovato qualcosa di interessante!- esclamò Peter pieno di eccitazione.

-Di cosa si tratta? Non tenerci sulle spine! – chiese Giuly.

– E’ un tesoro?- domandò a sua volta Steven.

-No! Ma penso che ci stiamo avvicinando! E’ una moneta antica di rame e sopra è disegnato lo stesso simbolo raffigurato nella mappa- rispose Peter.

Arrivati sul fondo del pozzo si resero conto che non c’era acqua ma un’apertura che portava in una piccola stanza buia e umida.

Peter guardandosi in giro con l’aiuto della torcia scorse una cassa.

-Una cassa, forse ci siamo! – disse Peter.

– Non cantare vittoria, Peter, è chiusa da un lucchetto! – aggiunse Giuly con tono scoraggiante. -Avete trovato qualcosa? – chiese Steven. – Una cassa ma è chiusa – rispose la ragazza.

Peter osservò attentamente il lucchetto ed ebbe un’illuminazione, provò a inserire la moneta nella fessura e come per magia, con un piccolo scatto, il lucchetto si aprì.

All’interno trovarono un mantello rosso su cui era disegnata un’altra mappa.

A quel punto tornarono in cima al pozzo e dopo aver mostrato il mantello all’amico i tre si guardarono… la loro avventura non era ancora finita.

Ludovica Moretti, II B Secondaria

IL TESORO DELL’ISOLA MISTERIOSA

map04Per l’esploratrice Juliet Johnson questa era un’opportunità unica: aveva l’occasione di esplorare la temibile isola fantasma, l’inesplorata isola misteriosa, l’isola dov’era nascosto il tesoro del pirata più crudele e cattivo che fosse mai esistito in tutto il mondo: egli era il capitano Long John Silver.

Il piano di Juliet era andare nelle isole Canarie, entrare nella corrente dei venti Alisei e venire risucchiata dal tornado che si trovava all’interno dei venti. Infatti, come diceva Jules Verne, bisognava entrare nell’occhio del ciclone per poter raggiungere l’isola. L’unico problema era trovare una persona che sapesse guidare un elicottero o un aereo che fosse disponibile a rischiare la vita per accompagnarla in quella rischiosa spedizione. Così si recò nelle Canarie e andò in città, qui cominciò a chiedere se qualcuno avesse potuto accompagnarla, ma tutti rifiutarono perchè ritenevano che fosse un’idea da pazzi e che anche lei lo fosse. Scoraggiata, Juliet ritornò al molo per prendere la nave che l’avrebbe riportata a casa sua e li incontrò anzi si scontrò con uomo molto…bizzarro che era vestito in modo davvero strano: una camicia arancione a maniche corte con dei fiori, dei bermuda verdi e un mantello rosso che rendeva il tutto ancora più strambo. Egli accettò di buon grado di accompagnare l’esploratrice e mise a sua disposizione il suo elicottero che si chiamava Rainbowflash e insieme decisero di partire il giorno stesso.

Poche ore dopo partirono e, dopo solo mezz’ora, arrivarono  davanti alla corrente dei venti Alisei e di fronte al tornado; pochi istanti dopo, erano già stati risucchiati da esso e l’elicottero fece decine di giri su se stesso fino a quando tutto diventò buio. Alcuni minuti dopo, Juliet aprì gli occhi e subito si mise a cercare le sue mappe, il suo cannocchiale e tutte le cose che servono ad un’esploratrice fino a quando si rese conto che era da molti minuti che non vedeva il suo accompagnatore.

Lei si guardò a lungo intorno fino a quando, dietro ad uno scoglio, non vide lo strambo mantello rosso: subito le vennero le lacrime agli occhi pensando al fatto che l’uomo potesse essere morto, per di più per causa sua, per rispettare le sue decisioni. Ma poi, qualche istante dopo, vide muoversi la sabbia e anche il mantello e spuntò fuori l’uomo che credeva ormai morto e finalmente scoprì il suo nome, perchè fino a quel momento lui non aveva voluto rivelarglielo: egli si chiamava Robert Vargas ed era un vecchio esploratore andato in rovina perchè lui aveva cercato il tesoro dell’isola misteriosa e l’aveva trovato, ma, nel tentativo di prenderlo, aveva causato un crollo che aveva ucciso due suoi colleghi e disperso il tesoro. Così venne costretto dalle autorità delle isole Canarie a dimettersi dal ruolo di esploratore e diventare un semplice pilota d’elicottero. Appena scoperta la vera storia di Robert, Juliet gli disse subito che, una volta trovato il tesoro di Silver, gli avrebbe fatto riacquistare il titolo che aveva perso e sarebbero diventati soci. Così si diressero verso il centro dell’isola e lì si trovarono di fronte a una enorme cascata che sembrava lunga un centinaio di metri e decisero di scendere attraverso delle rocce che sporgevano dall’acqua. Arrivati a buon punto, successe una cosa terribile: Juliet mise una mano su una roccia scivolosa e cadde; per fortuna, però, Robert riuscì a prenderla al volo e insieme completarono la discesa. Arrivati a terra, continuarono il cammino finchè arrivarono di fronte ad un lago e li decisero di bagnarsi per rinfrescarsi un po’.

Dopo qualche minuto, Juliet udì un urlo provenire dal punto in cui Robert stava facendo il bagno e si voltò di scatto e, non vedendolo, si mise a cercare sott’acqua il suo amico fino a quando non si accorse che l’acqua stava diventando rossa e subito le venne un macabro pensiero per la mente: pensò subito che Robert fosse stato ucciso da un caimano o da un’anaconda, ma poi, qualche istante dopo, vide ricomparire il suo accompagnatore con in bocca un pugnale e un serpente morto, decapitato, tra le braccia. Immediatamente, Juliet lo abbracciò, perché era davvero molto felice che il suo amico fosse ancora vivo e che in più avesse procurato loro la cena e gli chiese spiegazioni; lui le spiegò che aveva intravisto la coda dell’anaconda e aveva preso il pugnale che si trovava nello zaino di Juliet e l’aveva uccisa. In quel preciso istante, la ragazza tirò uno schiaffo a Robert che, sorpreso e incredulo di quello che era appena successo, chiese subito delle spiegazioni e lei gli chiese scusa e gli raccontò la storia del pugnale: esso era di suo padre e aveva inciso vicino al manico un disegno che rappressentava una rosa. Lei gli spiegò che la rosa era lo stemma della sua famiglia e aveva un significato storico, lei proveniva da quella famosa famiglia inglese, i Lancaster, che possedevano lo stesso stemma, quindi essi erano i suoi antichi antenati. Quel pugnale infatti, era del padrone della villa Lancaster ed era stato ritrovato da suo padre quando era andato a visitare l’antica villa romana di Pompei e aveva trovato un passaggio segreto, così, senza farsi vedere, ci era entrato e aveva trovato la tomba di un imperatore che era nato li e così l’aprì e, al suo interno, vi trovò il pugnale del suo antenato che era stato rubato da quel imperatore e l’aveva fatto suo. Ma il racconto non era finito qua: l’oggetto era così importante per lei perchè suo padre era morto e lei gli aveva promesso che lo avrebbe conservato molto gelosamente senza permettere a nessuno di portarglielo via. Robert si commosse sentendo la storia di quel misterioso oggetto e decise di proteggerlo a costo della sua vita, per ricompensare il favore che Juliet gli avrebbe fatto facendolo ritornare ad essere un esploratore di fama internazionale. Tra chiacchere e racconti, ormai si era fatto buio e i due cercarono una grotta dove poter riposare indisturbati senza l’arrivo di qualche bestia sgradita e mangiarono l’ananconda appena uccisa.

Il giorno dopo, i due si misero in cammino verso il luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi il tesoro del pirata: la mappa diceva che esso si trovava nel centro dell’isola nel vulcano Lestly e per arrivarci bisognava attraversare le montagne dell’isola che avevano il nome di Kantùr. Così cominciarono la lunga camminata verso le montagne, arrivarono lì dopo ore di viaggio e, proprio mentre stavano per cominciare l’arrampicata, sentirono la terra tremare e, tutt’un tratto, videro un’ esplosione di fumo e  lava: era il vulcano che stava eruttando e stava provocando un terremoto di grande portata. All’inizio però, la scossa fu lieve e quindi non le diedero importanza e cominciarono a scalare la montagna; dopo un po’, però, le scosse divennero sempre più forti e loro decisero di arrivare ad una grotta che era proprio pochi metri sopra le loro teste per rifugiarsi. Dopo qualche sforzo, riuscirono ad arrivare in quella grotta e insieme aspettarono la fine del terremoto. Purtroppo anche la loro grotta cominciò a crollare e Robert si fece male ad un braccio perchè un sasso gli cadde addosso. Dopo qualche ora nelle quali Juliet cercò di medicare il braccio ferito dell’amico, il terremoto e l’eruzione finirono e i due, quando uscirono dalla grotta, ripresero a scalare la montagna fin quando arrivarono in cima ad essa e videro, di fronte a loro, una grossissima mandria di elefanti che si estendeva fino al fiume davanti al vulcano che, tra l’altro, era pieno di caimani. Scesero fino a quando si trovarono di fronte un grosso elefante che subito barrì e cominciò ad inseguirli. Loro si misero a correre fino a quando arrivarono ad un passo dal fiume: in tutta fretta decisero di tuffarcisi dentro incuranti dei caimani. I due amici si tuffarono dentro il fiume perchè sapevano che in quell’isola era come essere in un universo parallelo dove tutto era al contrario: i leoni, per esempio, erano erbivori e pacifici, gli elefanti erano, invece, carnivori e aggressivi e, soprattutto, odiavano l’acqua; infatti fu per questo che a Juliet venne in mente di tuffarsi nel fiume, lei aveva letto, in precedenza, il libro di Jules Verne che parlava di quest’isola e quindi sapeva come comportarsi in quella terra sconosciuta. Tuffatisi nel fiume, cercarono disperatamente di sfuggire alle bestie che si trovavano all’interno dello specchio d’acqua e, all’improvviso, videro entrare in acqua molte… gambe, così emersero e videro un’intera tribù di indigeni che avevano fatto scappare tutti i caimani.

Essi erano gli Heclas e accolsero Juliet e Robert nel loro accampamento oltre il fiume. Loro curarono le ferite dell’uomo e della donna. Juliet era stata azzannata da un caimano mentre cercava di guadare il fiume. Per fortuna, gli Heclas possedevano degli unguenti miracolosi con i quali curarono la gamba di Juliet e il braccio di Robert che, con tutto quello che avevano passato, si era infettato.

Rimasero lì per molti giorni e, quando entrambi guarirono, ripartirono alla volta del tesoro.

Così Juliet e Robert si rimisero in cammino e, arrivati sulla cima del vulcano, decisero di entrarvici per trovare il tesoro ma, quando furono quasi arrivati alla meta, il vulcano cominciò a eruttare. I due amici furono costretti a scappare immediatamente e, nella corsa verso la salvezza, Juliet fece cadere il pugnale di suo padre dentro il vulcano ma, per fortuna, riuscirono a uscire dal cratere. Per giorni, Juliet pianse a lungo e decise di tornare immediatamente a casa sua ma prima volle fare un ultima passeggiata vicino al vulcano per cercare il pugnale della sua famiglia e lì, dopo qualche minuto, si sentì l’ennesima scossa di terremoto e il terreno sotto Juliet crollò all’istante. Lei durante il trambusto svenne e, quando riaprì gli occhi, si ritrovò sotto terra in un lago sotterraneo sotto il vulcano; lei si rese conto di essere sotto la montagna di fuoco perchè, pur essendo in un luogo con acqua fredda, aveva molto caldo e stava sudando. Improvvisamente vide sott’acqua un bagliore, così s’immerse e trovo il pugnale dei Lancaster e anche lo scrigno del capitano Long John Silver. Ella prese il pugnale e aprì lo scrigno: al suo interno trovò tantissime monete di rame e un biglietto sul quale c’era scritto di dare tutto quel tesoro al vero discendente del pirata: l’unico erede ancora in vita era Louis John Silver. Juliet, che era una persona onesta, insieme a Robert portò con sè il tesoro alle Canarie e scoprì che il discendente del capiano viveva proprio lì e glielo diede. Inoltre, fece riacquistare la fama e il titolo di esploratore al suo compagno e fece trasferire gli Heclas in città e si sposò con il suo grande amico che l’aveva tanto aiutata durante il suo viaggio.

 

Alice Traversa, II B Secondaria

 

 

 

 

NERAPECE E I SETTE NANI

bianca

Tanto tempo fa in un bellissimo castello il re e la regina vennero allietati dalla nascita di una bambina; ma la felicità durò ben poco perché la bambina era veramente orrenda  e la madre dopo averla vista morì d’infarto. La piccola successivamente venne chiamata dal padre “Nerapece”  per via della sua carnagione grigiastra, dei capelli neri e appiccicosi, delle sue unghie nere e incarnite e dei suoi  occhi così neri da non poter vedere le pupille.

Purtroppo la principessa non era soltanto brutta, era anche crudele, antipatica e capricciosa e ogni servo, ambasciatore o anche animale domestico che vivesse nel castello la evitava accuratamente. Il padre, per sopravvivere a questo peso, decise di risposarsi con una donna bella, dolce e gentile, che tentò per anni di insegnare la dolcezza a Nerapece, ma era tutto fiato sprecato. Il re, preso dalla disperazione, lasciò il castello e decise di fare il mendicante.

La buona matrigna allora, pensò di farla sposare ad un cacciatore onesto e coraggioso, ma lui, dopo aver visto la principessa, sparì nel bosco e di lui non si seppe più nulla.

Nerapece decise che la vita nel castello non faceva per lei e volle girare il mondo per diventare una cantante rock. Durante il suo viaggio incontrò una band di musicisti, composta da sette musicisti nani: Flautolo , Triangolo, Pianolo, Bassolo, Chitarrolo, Piattolo e Suonalo.

I sette musicisti nani avevano bisogno di un leader, ma nessuno di loro era in grado di farlo; Nerapece invece era capacissima di fare capricci da diva:  iniziò subito a sbraitare, a dire ai sette musicisti nani di trattarla come una regina e loro accettarono subito. Lei era proprio la regina giusta per i sette musicisti nani.

Nerapece un giorno con la sua nuova band andò a suonare musica rock al villaggio; ma tutti quelli che la ascoltavano si tappavano le orecchie per non sentire quella musica orrenda.  Allora Nerapece disse a tutti che se volevano che lei smettesse di cantare dovevano far diventare lei la regina del regno e così fu.

Ma la voce si sparse e alla fine arrivò alla matrigna bella e carina,  che decise che doveva fare  qualcosa, allora andò dal suo specchio magico e gli chiese dolcemente  chi era  la più cattiva del reame, lo specchio le rispose allora che era Nerapece la più cattiva.

La matrigna allora intinse una mela nella sostanza più carina e coccolosa di sempre,  la portò al villaggio e la offrì a Nerapece dicendo che quella  era la mela più aspra al mondo. La ragazza, incuriosita la prese e la mangiò e per magia diventò  carina e coccolosa (ma restò comunque brutta), solo che per l’emozione svenne e restò come morta.

Allora i sette musicisti nani tentarono in tutti i modi di riportarla in vita, perché a loro serviva un leader cattivo e antipatico.

La notizia arrivò anche al principe più brutto e cattivo di tutti, lui cercava una degna sposa, allora si mise in viaggio e giunse al villaggio, baciò Nerapece (per quanto non fosse per niente bella) e la sposò. Poi cacciarono la matrigna e diventarono re e regina.

E VISSERO TUTTI CATTIVI E SCONTENTI!!!!!

 Tommaso Pezzoli, II D Secondaria

UNA NOTTE FUNESTA

bosco

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Anche se Chris sapeva che non avrebbero dovuto farlo … ma in fondo non avrebbero neanche dovuto essere lì.

Erano solo dei ragazzi, non sarebbero mai dovuti entrare in quella foresta da soli.

Sapeva che ciò che lui e Billy stavano facendo era sbagliato fin da quando si erano allontanati dalla tenda mentre i loro genitori dormivano.

Quella sera i suoi e i genitori di Billy avevano organizzato un campeggio in una radura ai margini della foresta e loro, non avendo sonno erano sgattaiolati fuori dalle tende verso mezzanotte.

Chris sarebbe voluto rimanere lì alla radura ma Billy era così eccitato che non lo ascoltò neppure: si addentrò nella foresta cosicché a Chris non restò altro da fare che seguirlo.

Si accorse subito che qualcosa non andava: silenzio, troppo silenzio.

Certo era notte ma…

Si convinse che fosse la sua immaginazione ma in fondo non ci credeva neanche lui.

La radura non si vedeva già più – strano, erano entrati da un minuto – quando improvvisamente si udì un rintocco di campane, era vicinissimo: la mezzanotte.

Chris si girò da dove sembrava venisse il suono, ma non vide niente e si chiese cosa ci facessero in mezzo ad un bosco delle campane.

Billy stava letteralmente per farsela sotto e quindi decisero di tornare alla tenda ma… dov’era la tenda?!

Per trovarla decisero di provare a seguire le loro orme a ritroso ma non trovarono tracce sulle foglie secche.

Iniziarono a preoccuparsi: nessuno dei due aveva il telefono a portata di mano, erano soli, di notte, al buio, con chissà quali animali feroci in giro per il bosco, e poi… c’era qualcun altro con loro in quel bosco, o forse meglio dire… qualcosa.

Disperati com’erano, pensarono che dividersi fosse l’idea migliore per trovare la tenda ma invece…

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Chris stava vagando nel bosco da un’ora, o forse era solo qualche minuto?

Comunque gli sembrava di essere lì da solo da ore, chissà se i loro genitori erano svegli? Chissà se li stavano cercando? Chissà dov’era Billy? Chissà se stava bene?

C’erano troppe cose che nessuno sapeva e tantomeno le sapeva Chris.

All’improvviso un’ombra gli sfrecciò accanto, lui si girò di scatto e poi…e poi corse, corse e urlò, e continuò a correre e a gridare anche mentre gli sembrava che le gambe e i polmoni esplodessero.

Non seppe raccontare per molti anni cosa avesse visto quella notte dietro di sé ma quando finalmente riuscì a parlarmene avrei preferito che non lo avesse fatto.

Mi raccontò che era un volto, un volto familiare, quasi quello di Billy… ma era impossibile dirlo: gli occhi non c’erano più, al loro posto orbite vuote fissavano Chris, il naso e le orecchie erano ormai ridotti a degli ammassi informi di carne e sangue raggrumato, la bocca era ridotta ad una fessura e dei capelli erano rimaste solo poche ciocche sparse, il corpo penzolava appeso per il collo ad una fune, sulle braccia era stato inciso qualcosa con un coltello ma Chris non prestò molta attenzione a cosa ci fosse scritto.

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Chris si fermò: nessuno lo seguiva.

Gli sembrò di aver sentito una risata mentre scappava ma ora non si udiva niente, si accasciò ad un albero ed iniziò a piangere.

E pianse, pianse finché non si addormentò.

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Quando si svegliò era ancora notte.

Si alzò e iniziò a camminare, camminava senza meta, convinto che sarebbe morto lì da solo senza nessuno al fianco.

Sentiva continuamente la voce di Billy: a volte urlava, a volte lo chiamava, altre volte semplicemente sospirava.

Camminava da circa tre ore quando sentì un fruscio dietro di se e Billy che diceva: «Chris, finalmente ti ho trovato, sono io: Billy».

Chris commise l’errore di voltarsi di nuovo: Billy era morto.

Era morto con un ghigno stampato in faccia, o forse, quel ghigno, quella risata…

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

Chris non ci mise molto a metabolizzare l’accaduto: poco dopo che si erano separati Billy era stato attaccato da Qualcosa, quel Qualcosa, quella presenza che Chris sentiva, che li aveva seguiti fin dalla tenda.

Chris allora capì che non c’era via di scampo: avrebbe potuto scappare, correre, ritrovare la via di casa, nascondersi fin in capo al mondo ma Billy lo avrebbe trovato.

Si lasciarono con l’intenzione di ritrovarsi…

E una volta ritrovati rimasero uniti, per sempre.

 

Gabriele Fasitta, III B Secondaria

DAL DIARIO DI BRONTOLO

brontolo7.02.1358

Caro diario,

mi chiamo Brontolo e sono un nano che lavora in miniera.

Per oggi ciao.

28.02.1358

Caro diario,

oggi quando io e i miei “amici” siamo tornati dalla miniera , abbiamo avuto una spiacevole sorpresa: sdraiata sui nostri letti c’era una “tipa” (che si credeva una principessa) che dormiva beata!

Sì, hai capito bene: sui NOSTRI letti!!

Si è svegliata raccontando un sacco di balle: – Mi chiamo Biancaneve, sono una principessa, la matrigna mi voleva uccidere…-  e bla, bla bla! E il bello è che gli altri ci hanno pure creduto!

Comunque dev’essere una strega, altrimenti perché ora le abbiamo lasciato il letto per dormire sul tavolo? Ovviamente per via delle sue arti magiche: probabilmente ha stregato tutti quanti e ci ha costretto a dormire in cucina mentre lei dormiva su un comodo letto!

Bene ora vado.

1.03.1358

Caro diario,

sono sempre più convinto che quela “tipa” sia una strega: deve averci fatto un altro incantesimo facendoci innamorare di lei, infatti ora le abbiamo concesso di restare a vivere da noi; ovviamente in cambio cucina, pulisce e riordina la casa e inoltre tutti i nani (me compreso) hanno paura che le succeda qualcosa.

Sai … mi sta venendo il dubbio che non sia proprio una strega: potrebbe anche semplicemente essere una bella ragazza che ci fa pena perché è rimbambita ma anche dolce e indifesa. Bho, ma io che ne so?

Vado a farò tardi in miniera!

8.03.1358

Oh mamma, oh mamma mia! Oh mio Dio!

Biancaneve è morta!!!

L’ abbiamo trovata morta quando siamo tornati dalla miniera, era stesa sul pavimento e sembrava quasi che dormisse: le labbra erano ancora più rosse del solito e i capelli nero ebano le incorniciavano lo stupendo viso che era come sempre bianco come la neve, ma il suo cuore… il suo cuore non batteva più!

All’inizio la cosa mi è sembrata così impossibile che pensavo fosse un incubo, ma adesso che sono più lucido mi rendo conto che era da aspettarselo che quella rimbecillita avrebbe fatto qualche guaio.  Dotto pensa che abbia fatto entrare qualcuno, e siamo tutti d’accordo sul fatto che questo qualcuno debba essere per forza la sua matrigna, che è venuta a cercarla dopo aver scoperto che era ancora viva; sospettiamo che le abbia fatto mangiae una mela avvelenata.

Oh la nostra povera Biancaneve! Non posso credere che sia morta!

Morta,                                                                                                                                  Morta, per sempre  !

15.07.1358

Come non detto!

È viva!

A quanto pare poteva essere riasvegliata dalla morte solo con il “bacio del vero amore”.

Bhe, è arrivato il suo vero amore, l’ha baciata, lei si è risvegliata e l’ha portata nel suo castello bianco. E vivranno per sempre felici e contenti.

Loro vivranno per sempre felici e contenti, noi nani ora vivremo tristemente senza di lei, che diventerà solo un lontano ricordo.

Bhe, peccato! Ma sono contento per lei.

Ciao, Brontolo

Elisabetta Moiana, II D Secondaria, team del giornalino

CAPPUCCETTO ROSSO

cappuccettoC’era una volta una ragazzina che viveva in una casa di città circondata da tutte le più moderne tecnologie: cellulare, I pad, Mp3 e chissà quanto altro ancora … Un giorno ricevette un sms dalla nonna che la invitava a passare qualche giorno con lei nella sua casa di campagna. Cappuccetto Rosso fu entusiasta e decise di portare alla nonna un bellissimo telefono all’avanguardia.

Scesa alla stazione del paese, Cappuccetto Rosso vide che la successiva corriera sarebbe passata solo due ore più tardi e allora si avviò a piedi. La strada che portava a casa della nonna passava in un bellissimo bosco. A un certo punto, per riposarsi un po’, Cappuccetto Rosso si sedette vicino a un albero e cominciò a giocare con il suo videogame preferito.

Presa dal gioco, la bambina non si accorse del passare del tempo e da un cespuglio uscì un lupo. Questi si avvicinò a Cappuccetto Rosso chiedendole dove fosse diretta e la bambina disse ingenuamente dove si trovava la casa della nonna.

Il lupo corse via immediatamente e la bambina si rese conto del suo errore: cercò di avvisare la nonna, ma il telefonino nel bosco non aveva campo!

Guardando casualmente dalla finestra, la nonna vide il lupo che arrivava: subito prese il suo stereo, si mise i tappi nelle orecchie e lo accese a tutto volume. Appena il lupo aprì la porta, stordito dal fortissimo rumore, perse i sensi cadendo a terra.

La nonna chiamò la guardia forestale che accorse subito e portò via il lupo. Proprio in quel momento arrivò anche Cappuccetto Rosso, che, visto lo scampato pericolo, corse ad abbracciare la nonna.

-Ti ho portato un regalo!- disse. La nonna fu felice e invitò la bambina a seguirla nella sala da pranzo. – Anch’io ho un regalo per te! – disse mostrando una bellissima torta di mele. Cappuccetto Rosso fu felice e pensò: – Nessuna tecnologia potrà mai superare i dolci della nonna!

E vissero per sempre felici e contenti.

Arianna Vaccari, II D Secondaria

8 CONSIGLI PER SCRIVERE UN BUON ARTICOLO

articoloAlcune volte, anche per me, è difficile scrivere un articolo.

Scriverne uno è solo l’ultimo passaggio di un lavoro preliminare molto approfondito, bisogna avere le idee chiare prima di scrivere. Ecco 8 consigli per non fare errori e scrivere un buon testo.

1) Per prima cosa la notizia, anche se sembra banale, non lo è. I giornalisti sanno che non c’è nulla di più prezioso che delle proprie fonti. Perciò bisogna studiarle bene, guardare con attenzione il materiale che hai sotto mano. E’ come il lavoro di un detective. Bisogna valutare quali sono le cose più importanti tra tutto quello che hai a disposizione. Pensare che cosa ti ha incuriosito o colpito di più, osservare se tra le fonti che hai a disposizione alcune sono in contraddizione tra loro.

2) Pensa al titolo. E’ il tuo biglietto da visita. Se hai in mente un buon titolo hai anche in mente un bell’articolo. Il titolo, essenzialmente, è una descrizione del tuo articolo. E il tuo articolo è la descrizione di una notizia. Che a sua volta è la forma narrativa di un fatto o di una serie di fatti. Perciò cerca di non partire dalla fine. Cerca di non scrivere prima l’articolo e poi titolarlo. Immagina subito un titolo, anche provvisorio, e appuntalo in testa al tuo articolo.
Quando scrivi un articolo, le parti più importanti e più difficili da scrivere sono essenzialmente tre: il titolo, l’attacco del pezzo e la conclusione.

3) L’attacco. Se hai un buon attacco hai anche il resto dell’articolo. L’attacco di un articolo è come il tappeto rosso di fronte a un cinema, è l’invito a entrare, a perdere del tempo prezioso e a leggere quello che hai da raccontare. Ci sono diversi modi per farlo e con l’esercizio anche tu troverai il tuo. Ricordati però che nell’attacco, cioè nel primo paragrafo di un articolo, devono essere contenuti in sintesi tutti gli elementi principali della notizia. Le famose “5 W” (chi, cosa, dove, quando e perché, cioè “who, what, where, when, why”) devono essere scolpite nelle tue dita: la notizia viene prima di tutto.
Perché l’attacco oltre ad avere un contenuto ben definito (la notizia) è anche la carta adesiva su cui devono attaccarsi gli occhi del lettore. Perciò elimina ogni parola superflua finché non ottieni poche righe semplici, essenziali ma coinvolgenti, non piatte né sciatte. Devono informare e incuriosire, suggerire al lettore che hai materiale e storie sufficienti per farlo andare avanti. Scrivi l’attacco. Poi vai a capo. E qui comincia il lavoro vero e proprio sul corpo dell’articolo.

4) Arrivato a questo punto è davvero inevitabile pensare al tuo lettore. L’hai incuriosito con un buon titolo e hai costruito il portone d’accesso a quanto hai da raccontargli con l’attacco. Adesso devi dedicarti proprio a lui, al tuo lettore. Che tipo è? Cosa gli interessa? Quanti anni ha? Cosa gli piace sapere? Perché dovrebbe ascoltare la storia che hai da raccontargli? Immagina mentalmente un tipo di pubblico interessato al tuo articolo. Dagli un volto. E poi rendigli impossibile non sapere quello che hai da raccontargli. Non c’è giornalismo senza un pubblico.

5) Immaginato titolo, attacco e pubblico, è il momento di mettersi a scrivere con umiltà le notizie che hai raccolto. Comincia a sciogliere e a inserire i vari elementi che hai reperito nelle tue fonti. Essenzialmente, il “corpo” di un articolo – la sua parte centrale – è una storia basata su fatti. Senza “cose” da raccontare non c’è le “5 W” con dovizia di particolari. E’ a questo punto, dal secondo paragrafo in poi, che puoi far capire l’importanza per il “mondo” della notizia che stai raccontando.

6) E se non ci riesci? Ci sono milioni di persone che inventano storie molto piacevoli ma non raccontano nessuna notizia. Il tuo dovere è attenerti ai fatti e alle tue fonti. Se non trovi le notizie allora devi ricominciare. Se hai le notizie ma non sai come raccontarle invece non è niente di grave. Capita a tutti.

7) Prima di concludere l’articolo, come nella vita, bisogna salutarsi. Metti una cura particolare nell’ultimo paragrafo. Cerca di terminare con una frase di senso compiuto. Non necessariamente a effetto ma comunque degna di nota. E’ l’ultima cosa che il lettore saprà del tuo articolo prima di passare ad altro, perciò pensaci bene. Nelle redazioni italiane in genere si dice che le cose più importanti di un pezzo stanno all’inizio e alla fine. Inizio e fine da soli valgono metà dell’articolo. E’ come il finale di un film. Un bel film con un finale tirato via, brusco o improvviso, non fa uscire dal cinema soddisfatti. Cerca di evitarlo.

8) Mentre lavori al tuo articolo ricordati che deve essere un piacere scriverlo prima ancora che leggerlo. Come un grande romanzo, anche un articolo può restare nella storia. Ma a differenza di un romanzo, l’articolo di un giornalista è anche un oggetto che si consuma in pochi minuti. Perciò oltre che preciso deve essere anche piacevole. Se quello che stai scrivendo non incuriosisce te per primo è molto difficile possa interessare un lettore qualsiasi o il tuo professore, che indaffarato com’è rischia di sottovalutare tutto il tuo lavoro.

Perciò, studia le tue fonti, misura le parole, ma soprattutto divertiti.

Martina e Giulia di Nuzzo, II B e III D 2014-15 Secondaria,  team del giornalino

IO SULL’ERMO COLLE

Un giorno di primavera, camminando vicino al lago, vidi la collina su cui ero solito sedermi quando volevo leggere un libro o semplicemente riflettere.

Il colle, oltre a essere ricoperto della sua solita erba verde, era pieno di fiori che lo rendevano profumato di lavanda.

Quell’odore mi riportò al giorno in cui, un anno prima, mi innamorai ancora una volta. Quasi tutto intorno a me mi faceva pensare a lei, soprattutto il profumo dei fiori.

Stando seduto in mezzo all’erba pensavo sì all’amore ma anche alla sofferenza che sarebbe potuta seguire ad esso.

La mente mi si riempì di pensieri e riflessioni che mi fecero andare in confusione.

Pensai a come mi sarei dovuto comportare o semplicemente a se glielo avrei dovuto dire.

Tutti questi pensieri mi portarono a capire una cosa sola: dovevo andare avanti e fare quello che mi avrebbe detto il cuore.

Così mi alzai da terra e, con il sole che tramontava all’orizzonte, tornai a casa, con un solo pensiero in testa: fare quello che mi sentivo di fare.

Tommaso Ruffin, IIIC Secondaria

tramontoSu questo colle solitario mi fermo ad ammirare l’orizzonte.

Le mille sfumature di arancio e rosso che segnano il tramontare del sole, riempiono il mio cuore di un’allegria indescrivibile.

Il vento, che quasi come una carezza, si infrange tra i miei capelli fa da sottofondo a questo panorama mozzafiato.

Ma nonostante questa bellezza, un’amara sensazione di malinconia si impossessa della mia mente.

Ripenso ai dolori passati, alle storie d’amore mai iniziate che non riesco a finire.

Certe notti mi sento così sola…

E la cosa più brutta non è tanto questa solitudine, ma la consapevolezza che sono le persone che mi circondano a farmi sentire così.

Paragono la mia vita a un burrascoso viaggio in barca: anche se la tempesta non ne vuole sapere di fermarsi, anche se le onde fanno di tutto per disintegrare la mia imbarcazione, anche se le braccia sono stanche di remare, voglio andare avanti.

Perché, per quanta strada ancora c’è da fare, io lo so che amerò il finale.

Letizia Patruno, III C Secondaria

DISAGIO

imagesL’ultima volta che ci ero stata avevo otto anni: tutto era così bello e romantico, una grande radura fiorita sulla quale immaginavo me seduta sul prato con il mio futuro ragazzo, delle panchine su cui sedersi, un bosco tutt’altro che spaventoso, un parchetto dove la mamma mi portava a giocare sempre e una bellissima scogliera, sotta la quale scorreva l’oceano tiepido, scogliera alla quale però non ci si poteva avvicinare; a quei tempi pensavo che un giorno ci sarei andata con il mio ragazzo e finalmente quel giorno arrivò.

Appena arrivata alla scogliera, pensai di aver sbagliato destinazione: della radura fiorita e romantica non c’era più traccia, al suo posto orrende erbacce e radici giganti che sembrava volessero annegarmi in mezzo a loro, tutto il parchetto era stato distrutto, orribili tronchi mi guardavano minacciosi, il bosco era inquietante come non mai e la barriera che ci impediva di avvicinarci non c’era più.

Mi avvicinai alla scogliera tremante con le lacrime agli occhi, caddi sulle ginocchia e scoppiai a piangere: il disagio mi aveva totalmente invasa.

 

     Alexia Branzea, I C Secondaria, team del giornalino

SOLO PER TE

insonneUna notte intera a pensarti,

a quello che hai osato fare

in quella splendida serata che

è diventata un incubo.

Basta una stupida ragazza

per non far dormire me,

me con il cuore a pezzi,

le lacrime ormai inesistenti

e lo stomaco capovolto.

Tutto questo solo per te

Tutto questo ha catturato me.

                                                                                                                                                                               Sabrina Franchino, III D Secondaria

LA PRIMAVERA STA ARRIVANDO

primavTra poco arriva la primavera

con la sua atmosfera

piena di colori e fiori

tutti con i propri odori

Flu, Flu, Flu, Bu!

Blu, Blu, Blu, Blu!

Flublu Flublu Bu!

 

L’acqua brilla

e il sole scintilla

mentre le farfalle vanno a volare

i fiori cominciano a sbocciare

Puf Puf Puf Plump!

Splash Splash Splash Plump!

Pufsplash, Pufsplash, Pufsplash Plump!

 

Gli animali escono dal letargo

e c’è sempre qualcuno in ritardo.

I conigli saltano

e gli uccelli cantano

mentre gli scoiattoli si incantano

Pin Pin Pin Pong!

Pon Pon Pon Pong!

Pinpon Pinpon Pinpon Pong!

 

Tutta la gente è in festa

per la primavera che si manifesta.

La primavera è bella assai

e non ci stanca mai!!!

 

Bianca Seganfreddo, III D Secondaria

DUE ANIME GEMELLE

In un paese lontano vivevano due anime gemelle, Fabio e Rachele: tutti e due provavano un forte amore l’uno per l’altra.

Un giorno un potente mago, che viveva in un castello, scoprì l’esistenza di Rachele. Rachele era la donna più bella del mondo e tutti si innamoravano di lei solo a vederla. Allora il mago cominciò a inviare a Rachele un sacco di poesie e lettere d’amore, ma Rachele le rimandava sempre indietro, senza nemmeno aprirle.

Il mago arrabbiato ordinò allora al suo apprendista di rapirla. Questi riuscì nella malvagia impresa, ma Fabio si mise al loro inseguimento e raggiunse così il castello.

gufoIl mago non accolse Fabio benevolmente e lanciò ai due amanti un incantesimo per il quale Rachele di notte diventava un gufo e Fabio di giorno una volpe.

Così da quel momento i due non poterono più vedersi nelle loro sembianze di uomo e donna. Ma non persero la speranza e cercarono dappertutto, ma nessuno sapeva come sciogliere l’incantesimo.

Intanto al castello il mago era fiero di sé per quello che aveva fatto. Da parte sua l’apprendista avrebbe voluto che il mago si congratulasse con lui, perché era stato grazie al suo intervento se era riuscito a lanciare la maledizione. Ma il mago gli disse che lui non valeva niente e anche se avesse creato l’incantesimo più potente mai inventato, il merito sarebbe stato del mago, perché era il suo padrone. Allora l’apprendista, arrabbiato se ne andò.

volpeMentre camminava nel bosco di notte, incontrò Fabio con Rachele nelle sembianza di gufo e pensò che avrebbe potuto vendicarsi del mago rivelando ai due giovani come spezzare l’incantesimo. Vinta la loro iniziale diffidenza, l’apprendista rivelò che esisteva un fiore rarissimo, i cui petali avevano ciascuno un colore diverso, come quelli dell’arcobaleno.

Questo fiore si trovava proprio sulla montagna da cui nasceva l’arcobaleno.

Subito i due giovani partirono con l’apprendista e, giunti ai piedi della montagna, attesero che si facesse sera: a quel punto, Rachele si trasformò in gufo giungendo facilmente nel punto in cui si trovava il fiore.

Ma tutti gli animali del bosco accorsero a protezione del fiore: Rachele scoppiò in lacrime e spiegò loro il terribile destino che l’aveva colpita. Gli animali commossi le consentirono di cogliere il fiore purché non ne estirpasse le radici. Così fece Rachele e tornò da Fabio.

L’apprendista preparò la pozione e i due amanti, dopo averla bevuta, riassunsero le loro sembianze originali.

A questo punto però l’apprendista chiese il loro aiuto per vendicarsi del mago e i due accettarono. Giunti insieme al castello, presero alla sprovvista il malvagio e lo trasformarono in un viscido rospo.

L’apprendista prese il posto del mago nel castello e Fabio e Rachele poterono coronare il loro sogno di amore.

Arianna Vaccari, I D Secondaria

IL MOSTRO DELLA FORESTA

lupoIn una calda mattinata di Agosto Daniel e i suoi due migliori amici, Jeffrey e Luca, decisero di passare una nottata insieme; sarebbero andati nella cosiddetta “foresta del terrore”, fermatisi lì una notte e il giorno successivo, sarebbero ripartiti. Prepararono i bagagli, zaini in spalla e si incamminarono per il sentiero che portava alla foresta; arrivarono nel tardo pomeriggio, montarono le tende e sistemarono i sacchi a pelo.
Quando si fece un po’ buio accesero un bel fuoco, mangiarono mashmallow e si raccontarono storie. Luca raccontò la leggenda che parla dell’”uomo della foresta”, nascosto da qualche parte in mezzo a un bosco, un mostro che uccide chiunque incontri sul suo cammino; finita la storia, andarono a dormire. Nel bel mezzo della notte Jeffrey sentì dei rumori sospetti, uscì e si trovò faccia a faccia con l’uomo della foresta, anzi, con il “mostro della foresta”: aveva il corpo simile a quello di un uomo e la testa da lupo.
Il ragazzo urlò a squarciagola e svegliò pure i compagni; quando i due amici uscirono dalla tenda (armati di bastone metallico), videro il mostro e alla sua destra Jeffrey immobile a terra. Luca iniziò a combattere il mostro con il bastone, mentre Daniel lanciò pietre e bastoncini infuocati; dopo un po’ di questa lite, il mostro se ne andò trascinando con sé il corpo di Jeffrey.
Daniel lo vide sparire e poi si catapultò subito da Luca che giaceva a terra ferito al braccio; lo aiutò a fasciarsi e rimettersi in piedi e così iniziarono la lunga corsa verso casa. Lungo il loro cammino incontrarono il mostro, ma per loro fortuna non li attaccò perché troppo intento del divorarsi il corpo di Jeffrey: a quel punto Daniel scattò una foto in cui si potevano vedere loro, il mostro che divorava Jeffrey e la foresta.
Arrivati a casa, portarono subito Luca in ospedale e Daniel non disse niente di ciò che era accaduto, fece solo vedere la foto; alla fine la foto finì nelle mani delle autorità che andarono alla ricerca del mostro, senza trovarlo mai.
Da quel giorno Daniel e Luca non si videro mai più: avevano passato l’esperienza più terrificante della loro vita.

Giulia Salamina e Alexia Branzea, I C Secondaria

DUE AVVENTURE, UNICO VIAGGIO

anacondaIl mio nome è Edmund e sono un esploratore. Presto andrò a esplorare la foresta amazzonica. Partirò fra tre giorni insieme ai miei quattro compagni di viaggio: Anthony, Omar, Jake e Alexandre.
Finalmente è il giorno della partenza, zaini in spalla e sull’aereo. Il viaggio doveva durare dodici ore ma per sfortuna il nostro è durato solo cinque:
alla quarta ora di volo si intravedevano in lontananza nuvoloni grigi, che non promettevano niente di buono; mezz’ora dopo iniziò la tempesta e infine, alla quinta ora, l’aereo stava precipitando su un’isola.
Cercando di stare il più uniti possibile, ci siamo lanciati giù dall’aereo e, al tre di Jake, abbiamo aperto il paracadute. Nessuno era gravemente ferito, solo qualche graffio ma l’aereo era andato in frantumi. A quel punto però, come ci era già successo in passato, dovevamo sopravvivere. All’apparenza l’isola era deserta, ma poi abbiamo sentito delle voci e, senza farci vedere, abbiamo guardato: erano degli indigeni, cosa per niente rassicurante dato che se ci avessero sorpreso a passeggiare nel loro territorio ci avrebbero catturato e ammazzato.
Fino ad allora non ci eravamo mai trovati in una situazione simile e non so se quella volta saremmo riusciti a scappare tutti vivi: sull’isola c’erano predatori molto pericolosi e indigeni mentre fuori dall’isola c’era solo acqua. – Fino ad adesso siamo sempre sopravvissuti! Non possiamo arrenderci adesso- dissi io. – Infatti non ci arrenderemo, ma troveremo il modo di tornare a casa sani e salvi!- dissero in coro i miei compagni.
Era già sera, ci siamo mangiati quel che era rimasto degli snack portati da casa, e siamo andati a coricarci. I giorni passarono velocemente, ma un giorno volevamo avventurarci, quindi abbiamo deciso di scoprire il “campo base” degli indigeni.
Il villaggio degli indigeni non era grande, di fatto c’erano solo dodici capanne. Dopo aver scoperto il villaggio indigeno, siamo andati a esplorare l’isola; le cose però si complicarono: un giaguaro ci attaccò di soprassalto e nonostante non volessi, dovetti ucciderlo (Omar riuscì perfino a scattare una foto mentre il giaguaro si lanciava su di me). Eravamo stufi di stare sull’isola quindi abbiamo costruito una barca e siamo salpati.
Il mare era tranquillo e il cielo sereno; dopo circa tre ore di navigazione in mare aperto si intravedeva in lontananza terra. Poteva essere un paese abitato. Erano già passate quattordici ore da quando eravamo partiti dall’isola indigena e finalmente arrivammo sulla terra sconosciuta.
Questa volta il posto era abitato da persone e chiedemmo loro dove eravamo finiti; non eravamo lontani dall’Amazzonia, eravamo in Perù. Abbiamo fatto una piccola pausa e dopo quattro giorni in Perù ci siamo recati in Amazzonia. Eravamo sulle soglie della foresta, potevamo decidere se tirarci indietro o andare avanti; la scelta è stata ovvia: abbiamo deciso di andare avanti. La foresta era semplicemente meravigliosa, però anche molto pericolosa. Il cielo comunque, era bello sereno. Era tardo pomeriggio quando Alexandre disse: – Attenzione! Quel serpente laggiù è un cobra sputatore! Aveva ragione ma il problema non era che c’era, il problema è che il serpente ci aveva visti. Non potevamo metterci a scappare in una foresta colma di pericoli dietro ogni angolo, dovevamo affrontarlo. Affrontare un cobra sputatore, poteva essere molto pericoloso ma in casi fortunati poteva non attaccarci e lasciarci proseguire, apparentemente in pace, per la nostra strada. In quel caso però lo scontro fu inevitabile: quando il cobra provò a sputarmi io schivai lo sputo e, con l’aiuto di un attizzatoio, lo presi per il collo. Lo lanciai più lontano possibile. Iniziò a farsi buio e accendemmo le lanterne.
Verso le otto ci accampammo; fu una nottata indisturbata. Il giorno successivo ci siamo svegliati molto in ritardo però ci siamo messi subito in cammino. Erano circa le quattro del pomeriggio e finalmente il Rio delle Amazzoni era davanti ai nostri occhi. – Bene, adesso dobbiamo solo attraversarlo! – disse Anthony. – No, prima dobbiamo guardare questo spettacolo dall’alto!- risposi io. Ci siamo arrampicati su un albero piuttosto spoglio e abbiamo osservato il paesaggio. Era quello che per anni e anni avevamo sognato di vedere e adesso era davanti ai nostri occhi: il fiume più lungo del mondo! Sulla riva del fiume c’erano dei tronchi d’albero, ramoscelli, legna ed erba a volontà. A quel punto dovevamo costruire una piccola zattera e attraversare il Rio.
In quella zona le correnti erano abbastanza forti dato che c’era una cascata. Se avevamo fortuna, potevamo farcela. La zattera era pronta e con coraggio ci siamo saliti sopra e abbiamo iniziato a navigare. Abbiamo avuto fortuna, siamo arrivati sulla sponda opposta senza problemi.
Il secondo obbiettivo del nostro viaggio era trovare uno dei sette templi nascosti delle popolazioni ormai estinte di quella zona però prima a riposo. Il giorno dopo ci siamo svegliati di buon mattino e così ci siamo avventurati nei luoghi più oscuri della foresta. Eravamo vicino a una collina quando ho notato nella roccia una specie di freccia; ce n’erano delle altre e noi le abbiamo seguite, era come un percorso guidato. Seguendo quelle frecce siamo giunti nella grotta di una cascata, infatti c’era un po’ d’acqua e non solo quella….. Avevamo a che fare con un’anaconda di circa sei metri, con la quale un semplice attizzatoio non bastava. Poteva pure lasciarci in pace, ma se attaccava non avevamo scampo. L’unica nostra possibilità era fare come se non ci fosse. Abbiamo proseguito il nostro cammino cercando porte segrete e quando ci siamo avvicinati all’anaconda abbiamo scoperto che non era vivo.
– Forse quando era ancora vivo, era qui per proteggere qualcosa, proviamo a spostarlo- dissi. É stato molto faticoso ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Era vero. Sotto di esso c’era una botola. Abbiamo alzato il coperchio, sceso le scale e dopo un po’ le abbiamo risalite. Si vedeva una luce, questo significava che eravamo vicini all’uscita. Quando siamo usciti, davanti ai nostri occhi si innalzava maestosamente uno dei sette templi fino ad allora sconosciuti. Dovevamo entrarci. Abbiamo salito le scale e in cima, dentro il tempio, c’era una sala delle preghiere dove (come si capisce dai segni rimasti) venivano sacrificate persone o animali, era un luogo di culto. Non c’era né oro né materiali preziosi ma questo non ci importava perché noi comunque avevamo fatto una grande scoperta. Dovevamo raggiungere il terzo e ultimo obbiettivo: trovare una via d’uscita. Dalla cima del tempio si intravedeva il confine della foresta, non mancava molto, entro quella sera saremmo riusciti a uscire. Dopo circa quattro ore di camminata tranquilla con varie foto, siamo usciti dalla foresta. Abbiamo camminato ancora un’ora e ci siamo fermati in un albergo; abbiamo cenato: cibo buono però il conto è uscito un po’ salato. Siamo stati lì un giorno a riposarci e poi abbiamo preso l’aereo per casa: dopotutto è stata divertente la nostra avventura, però eravamo contenti di goderci un po’ di relax.

Alexia Branzea, I C Secondaria,
team del giornalino

IL FURTO DELLA STATUINA

tutaEra notte fonda, io mi trovavo davanti alla porta principale del museo, con il chiavistello in mano, pronto a infiltrarmi nel museo. Avevo un grande scopo: rubare la statuina d’oro che raffigurava Tutankhamon e consegnarla a Stefano e lui mi avrebbe dato un milione di dollari. Scassinai la serratura della porta ed entrai; mi aspettavo l’allarme ma niente, era tutto tranquillo, troppo tranquillo.
Comunque mi avviai verso la centralina, per disattivare le telecamere. Trovata la centralina, veniva il difficile, dovevo inserire il codice d’accesso. Di una cosa ero sicuro: tutti i codici d’accesso del museo contenevano le cifre uno, due, cinque e otto. Provai tre combinazioni diverse, alla quarta inserii quella giusta. A questo punto mi avviai verso la sala riguardante i faraoni dell’antico Egitto, e cercai la statuina. – Eccola! – mi dissi. L’avevo trovata, insomma era abbastanza protetta: a cinquanta centimetri dalla teca in cui era contenuta la statuina, c’era il laser che era impenetrabile. A quel punto, dovevo solo trovare il pannello di controllo e manometterlo. Dopo che l’avevo trovato dovevo inserire il codice d’accesso. Quella volta però, non mi andò così bene; infatti dopo tre tentativi, il pannello di controllo disse di aspettare cinque minuti. Riprovai, e alla seconda volta, inserii il codice giusto. Era fatta, potevo prendere la statuina.
Nel corridoio che portava alla sala, intravidi un’ombra; guardai l’orologio: erano le quattro, ora in cui la guardia faceva il giro. Dato che avevo appena, da sei minuti disattivato il laser, la guardia pensò di non averlo azionato e così si avvio lungo lo stesso corridoio che stavo percorrendo io. Veloce mi nascosi in un armadio e quando la guardia si trovò davanti a me, mi scaraventai su di essa, facendola svenire. La misi in un sacco. Con il sacco sulle spalle andai a prendere la statuina. Misi giù il sacco, presi il chiavistello, e scassinai la serratura della teca contenente la statuina.
Il gioco era fatto, avevo preso la statuina e l’avevo sostituita con una finta. Andai a riattivare i laser e uscii dal museo. Arrivato fuori, con il cellulare riattivai pure le telecamere in modo che nulla fosse sospetto. Mi allontanai duecento chilometri e aspettai che la guardia si svegliasse. Quando si svegliò, come previsto non ricordava nulla, e io gli dissi di averlo trovato malridotto, e di averlo curato e così lui mi ringraziò e se ne andò.
Ritornai nel covo da Stefano. – Allora, com’è andata? -Bene-. Risposi io tirando fuori la statuina. Io mi ero fatto ricco, lui aveva avuto ciò che voleva. Dopo sette mesi però, quando venne fatta la revisione del museo, la guardia venne incarcerata, ma dopo poco tempo la liberarono. Eravamo stati scoperti.

Alessia Branzea, I C Secondaria, team del giornalino

INTERVISTE AI PERSONAGGI DI “IO ME NE FREGO”

fregoINTERVISTA A BIGLIA

– Ciao Biglia!

– Ehm, ciao….

– Che c’è? Tutto bene?

– Mah, insomma… Il solito, dai…

– Ancora Robertino? Ma perché non reagisci?

– Eh, io ci provo, ma è come se mi venisse un nodo alla gola e non riesco a rispondergli… Mi viene una rabbia!!!! A volte penso che vorrei ucciderlo!

– E cosa ne pensi di Rospo? Per te fa sul serio?

– Ormai non spero più che torni mio amico, non mi sembra più neanche lui… Fa le stesse cose che fa quel cretino.

– Vorrei poterti aiutare….

– Meglio di no, poi prenderebbero di mira anche te e io non voglio questo

– Ma ci deve essere qualcosa che si può fare!

– Puoi provare ad essere mio amico…. Ne ho proprio bisogno!

– Tranquillo, Biglia, lo siamo già!

DRIIIIIIIN!!!!!

– Oh, è suonata!

– Ok, ci vediamo dopo!

 

INTERVISTA A ROSPO

– Rospo!

– Cosa vuoi?

– Volevo intervistarti…

– E perché dovrei farmi intervistare?

– Volevo sapere cosa ti porta a voltare le spalle ad un amico…

– Eh? Ma cosa cavolo dici? Ma di chi parli?

– Parlo di Biglia … Perché stai dalla parte di Robertino? Ti diverti?

– Ma guarda questo! Io non ho amici, sto dalla parte del più forte! E il più forte è Robertino! Con lui si vince sempre!!!

– Ma tu pensi di contare qualcosa per lui?

– Certo! Lui ci tiene a me e mi stima! Siete voi che non valete niente, ve la fate sotto per qualsiasi cosa!!!!

– Pensa quello che vuoi…

– Penso che mi hai già rotto!!! Biglia è proprio come te, un perdente! Adesso me ne vado!

Tommaso Pezzoli, I D Secondaria

INTERVISTA A ROBERTINO

– Buonasera, signor Robertino.

– Ciao, ma perché hai una specie di gelato nero in mano?

– Mi racconti qualcosa della sua vita: come va la scuola? E i proff.?

– La sQuola? Ah già quel posto orrendo e inutile dove vado tutti i giorni; beh, non male, escludendo quel vecchio rimbambito del prof Esposito che continua a chiedermi chi sono Giosuè Leopardi e Giacomo Carducci….

– Ah, davvero? Io invece sapevo che era già stato bocciato due volte!

– Ma si faccia un po’ i c… suoi!

– Onestamente, signor Robertino, mi sembra che sia molto cafone!

– Grazie mille! Sa, io sono il capo di una gang di bulli e ne vado fiero.

– Evidentemente, i suoi genitori non l’hanno educata adeguatamente!

– Ah, ah, ah, i miei genitori, dice? Beh, quelli non sanno neanche che bevo birra e mi drogo tutti i giorni! Che rintronati!!E poi mia mamma pensa che io abbia delle difficoltà a studiare, ma invece non ha ancora capito che sono io che non voglio studiare!!!

– Quindi lei è fiero di essere un bullo?

– Logico! Con tutti quegli sfigati che mi danno retta, credono pure di essere miei amici! Ma io me ne frego, me ne frego di tutto e di tutti.

– Quindi lei mi starebbe dicendo che non ha alcun interesse per la scuola, lo studio, l’educazione…giusto?

– Eh già, è proprio così.

– D’accordo signor Robertino, ma tutto questo la dovrebbe interessare, visto e considerato che lei frequenta la scuola media e di conseguenza dovrebbe portare rispetto per i professori, ma vedo che per lei non è così. Vabbè, la ringrazio comunque per la sua attenzione; arrivederci.

– Ciao e a mai più.

INTERVISTA AL PROF. ESPOSITO

– Mi scusi, lei è il professor Esposito?

– Salve, sì sono io

– Buongiorno! Se non la disturbo troppo, mi permette di farle qualche domanda?

-Oh d’accordo! Di cosa si tratta?

– Beh, intanto volevo cominciare chiedendole come si trova nella sua scuola e che rapporto ha con gli alunni

– Allora… Innanzi tutto volevo dire che mi trovo molto bene con la mia classe e la scuola, anche se ogni tanto c’è qualche alunno che non ha voglia di studiare…Eh, sono costretto a mettere le insufficienze, ma tutto sommato quella di quest’anno è una classe molto allegra e carina.

– Bene, sono molto contenta. Ma riguardo alle pagelle, cosa mi dice?

– Ahhhhh…le pagelle… Beh che dire? Prima di tutto adesso non si chiamano più pagelle, ma si chiamano “Documenti di valutazione scolastica”, Comunque sono andate bene, tranne quelle di Tellari Filippo e del cosiddetto “Robertino” che non sono andate benissimo…

– Ah! Robertino! L’ ho incontrato proprio pochi minuti fa e… E’ proprio un ragazzo sgarbato! Non porta il minimo rispetto per gli adulti!

– Eh già, è molto maleducato!!!

– Lo penso anch’io.

– Beh signora, si è fatto tardi. Vado a correggere un po’ di verifiche. Arrivederci e grazie.

– Si figuri! Grazie a lei e buona giornata!

Elen Parla, I D Secondaria

LETTERA A UN BULLO

letteraMilano,  8/04/2016

Ciao Rospo,

sono un amico di Biglia, il tuo vecchio amico che hai preso in giro oggi per tutta la lezione, e ti scrivo perché volevo chiederti: perché fai queste cose? Lo sai che in realtà non sei divertente ma fai paura, vero? Ascolta, tu vorresti che gli altri ti rispettassero, no? Facendo così invece hanno solamente paura; prova a immaginare come ti sentiresti se arrivasse un ragazzo a cui gira male e solo perché gli gira così iniziasse a insultarti a caso e ti mettesse in ridicolo davanti a tutti … Tu saresti felice?

Quando qualcuno ti offende o ti attacca o magari ti picchia e nessun altro interviene a difenderti, ti senti solo, indifeso e provi una rabbia tale!!!!

Io penso che tu non ti renda proprio conto del male che fai. Penso che non osservi gli altri e ti accontenti di credere che ti vogliano bene, vuoi sentirti accettato dal gruppo. Però confondi il rispetto con la paura e le risate con l’allegria. So di cosa parlo perché anch’io ho commesso lo stesso errore e me ne sono vergognato.

E poi pensi che non si veda? Se gli altri non lo vedono, io sì: tu hai paura, paura che qualcuno prenda di mira te e che non ti lasci più stare giusto? E forse anche paura che gli altri non abbiano più paura di te. Io non sarò uno di quelli che ti daranno fastidio, anzi, pensa a quello che ti ho detto e saremo amici, OK?

Ciao da Tommy

Milano 09/04/2016

Ciao Tommy,

cosa provo? Sì, te lo dico quando ho voglia, visto che a momenti non ti conosco neanche … Però è la prima volta che qualcuno me lo chiede e questo vuol dire che tu non hai paura o rispetto o come cavolo dici tu.

Ah! Va bene, mi hai scoperto: io odio fare il bullo, è orrendo; disprezzare i compagni, insultarli, metterli in ridicolo davanti a tutti, ti sembra di essere un tipo figo, ma il momento dopo che l’hai fatto ti disgusti da solo … Però io pensavo che finalmente mi rispettassero. E invece hai ragione, non capivo la differenza.

Quello che mi piace è la sicurezza che ti dà il gruppo, la certezza che qualcuno prende sempre le tue parti, anche se mi chiedo se Robertino, il BOSS, mi difenderebbe … se anche tu hai fatto le stesse cose, allora sai di cosa parlo. Certo che mi vergogno, ma non riesco a staccarmi dal gruppo, ho paura anch’io, sai? Non è facile mollare il capo e pensare di passarla liscia. Forse se tutti insieme provassimo a fare qualcosa potremmo sentirci tutti parte di un nuovo gruppo, diverso. Io cercherò da adesso in poi di difendere chi sarà bullizzato e parlerò ai professori di questo gruppo di bulli e gli dirò che c’ero anch’io; mi prenderò le mie responsabilità.

Grazie per avermi aperto gli occhi,

Rospo

Tommaso Pezzoli, I D Secondaria 

TUTTA COLPA DI UNA BORSETTA!

borsettaEra un afoso giorno d’agosto, quando Mara decise di scrivere una lettera a sua sorella, che era andata ad abitare in un appartamento universitario a Londra.

La lettera iniziava così:

“Roma, 10 Agosto 2002

Cara sorellona,

mi scuso con te perché è da un po’ che non ti aggiorno su quello che sta succedendo nella mia vita movimentata. Beh, ne avrai capito la motivazione: la mia vita è troppo movimentata! Scherzo … Ma, proprio ieri, sono stata protagonista di una vicenda assai insolita.

Stavo guidando per le strade principali, sempre trafficate, di questa magnifica città.

Mi dovetti fermare perché il semaforo era rosso, essendo una giornata molto afosa, avviai il condizionatore della macchina, siccome non funzionava decisi di aprire il finestrino del sedile che mi stava di fianco. Sentii il rumore del motore di un motorino e vidi una mano entrare dal finestrino aperto e afferrare la mia borsa. Scandalizzata vidi passare un motorino, di colore verde acqua, con una targa ungherese, ma il resto era indecifrabile, su cui erano sedute due persone vestite tutte di nero con dei caschi uguali di colore blu scuro. Il veicolo andava ad alta velocità e aveva attraversato con il semaforo rosso!!!

In quel momento mi accorsi che non potevo più raggiungere il motorino perché aveva cambiato strada. Accostai la macchina e con mia fortuna avevo lasciato il mio telefono alla mia destra, senza pensarci due volte chiamai la polizia. Rispose un poliziotto, che mi disse di andare al commissariato di Massaia. Accesi il navigatore del mio telefono e in cinque minuti arrivai all’edificio. Mi accolse un poliziotto e mi portò dal commissario Simeon De la Cortè, che mi spiegò che altre persone erano state derubate nello stesso modo in cui mi avevano derubato e che il motorino e le persone che avevo descritto erano gli stessi.

Capii che i poliziotti ci avrebbero messo un po’ di tempo a smascherare i ladri, allora decisi di fare di testa mia.

Ritornai nel posto del furto e vidi l’insegna di una farmacia, vicino alla quale c’era una telecamera. Andai dentro alla farmacia e chiamai un’agenzia di investigatori dicendo che mi serviva un’investigatore. Mi chiesero informazioni e io gli raccontai del furto. Dopo un quarto d’ora arrivò un’investigatore, con il quale parlai di quello che mi era successo e che avevo intenzione di chiedere al proprietario della farmacia di farmi vedere le riprese della telecamera che era situata fuori dalla farmacia. Dopo una lunga discussione con il direttore della farmacia, ci fecero vedere la ripresa dell’ora del furto.

Bill Traky, l’investigatore che lavorava per me, guardava la ripresa e in tanto si segnava su un biglietto la targa del motorino.

Subito Bill chiamò un collega della sua agenzia, si fece dare delle informazioni segrete sul proprietario e in più la posizione precisa di dove si trovava il motorino in quel momento.

Andammo subito in quel posto, era un capannone abbandonato nella periferia di Roma, un posto silenzioso che dava una sensazione di inquietudine e allo stesso tempo paura. Parcheggiammo la macchina lontano dal capannone e ci avvicinammo silenziosamente all’entrata… sentimmo uno strano presentimento e subito dopo un rumore, che proveniva da quel posto lugubre.

Dammo una sbirciata attraverso l’apertura della porta e scorgemmo due persone con in mano degli oggetti. Chiamai la polizia e decidemmo di entrare di soppiatto, ci nascondemmo dietro delle scatole di legno, per sbaglio io feci cadere una scatola muovendo un piede. Si accorsero della nostra presenza e ci legarono intorno ad una colonna, ci dissero che avevano intenzione di ucciderci e proprio quando ci chiesero di pronunciare le nostre ultime parole, sentimmo la sirena della polizia che si avvicinava.

I due ladri non fecero in tempo a squagliarsela, che un poliziotto li arrestò e ci slegò, restiturendomi la mia borsa. Ringraziai il commissario Simeon De la Cortè e i polizziotti che erano venurti ad aiutarci.

Car, sorellona, spero che questa vicenda non ti abbia spaventato, ora ti saluto perché devo andare.

Baci da Mara”

 

   Ginevra Carbonari e Valentina Favara,

II B Secondaria, team del giornalino

ANCHE UN MALINTESO PUO’ AVERE UN LIETO FINE…

romaUn mio conoscente doveva buttare un’arma giocattolo, così io me la sono fatta dare per regalarla a mio figlio. Mi sono diretto alla metropolitana che mi avrebbe portato alla stazione di Termini, con lo zaino sulle spalle e il fucile giocattolo in mano.

Una volta arrivato alla stazione, dopo aver superato i vari controlli, ho chiesto informazioni a dei passanti sul treno che avrei dovuto prendere. Mi sono guardato intorno per cercare il binario del mio treno e ho notato che molte persone mi stavano osservando con timore e dopo aver fatto ciò scappavano. Mi sono domandato perché mi stessero guardando, pur non trovando il motivo, sono salito comunque sul treno. Quando è passato il controllore io gli ho dato il mio biglietto e poi il fucile giocattolo che ha voluto vedere per accertarsi che fosse finto. Il controllore ha capito che era finto e così me l’ha restituito. Quando è arrivata la mia fermata sono sceso e mi sono diretto verso casa. Volevo dare a mio figlio il fucile giocattolo, ma stava dormendo, così glielo avrei dato l’indomani.

Il giorno dopo mia madre mi ha chiamato al telefono per dirmi che ero in televisione, ero sorpreso, così quando abbiamo terminato la chiamata, ho acceso in fretta il televisore per guardare un telegiornale in modo da capire quello che mi riguardava. Contemporaneamente, quando ho capito quello che era accaduto con me come protagonista, è suonato il campanello; quando sono andato ad aprire mi sono trovato davanti due agenti della polizia, che mi hanno fatto delle domande.

Mi hanno portato in commissariato per degli ulteriori chiarimenti; ho spiegato quello che era successo e ho chiesto scusa agli agenti per aver fatto evacuare tutta quella gente dalla stazione. Anche loro si sono scusati per il malinteso che si era creato.

Quando sono arrivato a casa, mio figlio era seduto sul divano a guardare la televisione, allora io per fargli uno scherzo mi sono messo il passamontagna e col fucile giocattolo in mano ho urlato: “ Ehi, tu, mani in alto“. Lui ha risposto: “Io non ho paura, tanto mi verrà a salvare ‘la nuova star’ della televisione, mio padre”; allora mi sono tolto il passamontagna e commosso ho abbracciato mio figlio. Gli ho spiegato quello che era successo e gli ho dato il fucile giocattolo e lui mi ha risposto: “La guerra è un reato e nel mondo c’è bisogno della pace, perciò nemmeno le armi giocattolo si devono usare!”.

Infine orgoglioso di un figlio così pacifista gli ho proposto di andare a rompere il fucile giocattolo in cortile e lui ha accettato tutto contento.

Anche un malinteso può avere un lieto fine…

Chiara Ragusa E Giulia Carbonari, II E e II C Secondaria,

team del giornalino

POESIE DEL LUOGO CHE AMO

MILANO, DUE CITTÀ

milano

 

 

 

 

Milano, due città messe insieme:

la prima grigia, bianca e blu

smog e lavoro son sempre di più;

piccioni, puzza e rumori insopportabili

questa non è una città amabile!

Tanta fretta e troppo lavoro,

di certo non è un gran capolavoro.

Macchine, tram e inquinamento

In questa Milano nessuno è contento.

 

La seconda verde, azzurra e colorata

E con i suoi parchi sembra incantata.

Ristoranti bar e biblioteche

Parchi giochi e discoteche.

Spettacoli teatrali e tanto divertimento,

eventi e feste ed ognuno è contento.

Biciclette e bambini, questa Milano è molto ambita

E di sicuro la mia preferita!!

 

La stessa città ha aspetti differenti,

ma ovunque qui le persone son molto diligenti.

Milano, risotto e cotoletta,

pandoro ed ossobuco da mangiare senza fretta.

Milano, Duomo, madonnina e castello

Navigli e immense ville, cosa c’è di più bello?

Milano è bella, Milano è casa mia

Ed è anche la città più speciale che ci sia!

 

Elisabetta Moiana, I D Secondaria, team del giornalino

 

MILANO

Milano con la borsa in mano,

a lavorare o a studiare.

Perché c’è sempre da fare.

 

Milano dal cuore pulsante,

eeeeeh, di mete turistiche ce ne sono tante.

E quando sei stanco dal luogo girare,

Nei parchi pubblici ti puoi riposare

 

Milano con il suo solito odore

Tanto lavoro e altrettanto sudore.

Milan l’é mé Milàn.

Mirko Garlasché, I D Secondaria

LA MIA MILANO

 I bambini la vedono grigia e noiosa,

gli adulti stancante e laboriosa.

Milano,

il Duomo e la sua madonnina.

Milano,

risotto e cotoletta,

da mangiare in tutta fretta!

Milano,

d’inverno raffreddata,

d’estate abbronzata.

Ma io vedo una Milano….

spensierata e rallegrata!!

Erica Calamoneri, I D Secondaria, team del giornalino

PECHINO, UNA CITTA’ SPLENDIDA

pechino

 

 

 

 

Pechino con i suoi monumenti

Gli odori e i profumi

Sono così fantastici

Come il cinguettio degli uccelli

 

Pechino una città spettacolare

Con palazzi e giochi da giocare

Pechino rosso e bianco

Bambino. Fiore. Banco.

 

Pechino città di speranza

Dove ho sperato con dolcezza.

Sabrina Zhang, I D Secondaria

 

SAINT GERVAIS

Saint Gervais, verde in estate, bianca in inverno.

Saint Gervais, versi di animali con la brezza del vento,

profumi di bosco e cuore contento.

Saint Gervais, passeggiate sui prati e sciate sui colli innevati.

Saint Gervais, crepes, galettes, omelettes,

Le terme la Rendon famosa e la vista del Bianco la fan favolosa.

Saint Gervais, con lo straniero san socializzare solo dicendo “ bonjour”.

Saint Gervais, una bella vita in una bella città.

Tommaso Repetto, I D Secondaria, team del giornalino

BISCEGLIE

Onde del mare
azzurro è il tuo colore.
Bianco il gabbiano,
come le spiagge al sole.
Il profumo del pane, i gelati
le piazze, la pesca sul mare,
ricordi lontani.
D’estate ti vedo, umida e calda.
D’inverno ti penso……
…..e mi vien da tornare !

Jacopo La Notte, I D Secondaria

IL POSTO PERFETTO

posto perfettoImmagina di andare

in un posto un po’ speciale

dove tutti si può fare

senza farsi male.

Usa un po’ di fantasia

e da quel posto non andrai via.

Un luogo adatto a te

in cui tutto possibile è.

Lì puoi parlare

e se vuoi gridare

nessuno ti giudicherà,

quanta libertà!

Lucilla Cnapich, I D Secondaria

 

TO BE HAPPY, YOU NEED A FRIEND

imagesIf you live on a beautiful island or in a big castle,

but you are alone, you are sad.

If you have lots of money,

but you are alone, you are sad.

If you are a king or the president of the USA,

but you are alone, you are sad.

To be happy, you need a friend.

You do not choose a friend for the color of his skin or for his language or religion,

but because you feel good with him.

It can be a girl, a boy, an old man or a dog.

A friend is always near you in good times and in bad times.

He listens to you, but he can keep secrets.

If you have a problem, you can ask him for advice

and he tells you when you are wrong.

A friend plays and laughs with you,

but he comforts you when you have a broken heart.

A friend is sincere and honest and does not tell lies.

A friend tells his opinions, but he respects your point of view.

However if you want to have a friend,

there is an important rule to follow:

you must be a friend for him.

Sara Malerba, I D Secondaria

FRIENDS

amicizia

For me to be a real friend

means to be ready to listen to her problems

you must be honest and sincere with her,

I can keep secrets,

respect her, help her,

give her tips that could be usuful and most important of all

I don’t betrary her.

Friendship is also a feeling that touches the heart

and it happens when two people love each other.

To be happy, you need a friend.

Martina Girelli,  I D Secondaria,

team del giornalino

AMICI ALIENI

alienoUna notte ho sentito dei rumori ma non ci feci caso, mi dissi che erano i vicini. I rumori continuavano e avevo l’impressione di essere spiata da qualcuno, così una sera decisi di mettermi le pantofole e andare in corridoio a vedere se c’era qualcuno. Aperta la porta, mi ritrovai faccia a faccia con un essere grigiastro con una faccia gigantesca, dagli occhi profondi scavati dentro la faccia, una bocca piccola e niente naso, il corpo estremamente snello e alto: mi trovavo faccia a faccia con un alieno. Indietreggiai di qualche passo ma non avevo più scampo così quando l’alieno avanzò presi il bastone e provai a colpirlo. Lui bloccò il colpo e … parlò: – Non sono qui per farti del male! Sono qui con la mia famiglia perché il nostro pianeta Gastrox sta per entrare in guerra e non vogliamo morire e quindi ci siamo trasferiti qui, sulla Terra. Sentite queste parole, mi venne un colpo e pensando di avere le allucinazioni provai a toccare l’essere: aveva un corpo. Esisteva. Ho deciso di continuare a parlargli e lui mi ripetè che venivano da un pianeta che stava per entrare in guerra, aggiunse che lui si chiamava Rexus, che aveva quattro figli e una moglie che li avrebbe portati sulla Terra l’indomani e mi chiese di ospitarli a casa mia, perché non sapevano proprio dove rifugiarsi. Accettai la sua richiesta e così il giorno dopo ebbi la fortuna di conoscere gli altri membri della famiglia: il figlio maggiore Hetix, la figlia minore Laxad, il figlio minore Xores, la figlia maggiore Exelia e la moglie Grandaka proveniente dalla Luna. Li presi con me, ma loro dovevano ambientarsi al nuovo mondo e così insegnai loro come comportarsi, come fare i saluti e parlare meglio ecc…
Questo lavoro mi prese una settimana, poi era il momento del trucco e dei vestiti. Comprai pantaloni, giacche, piumini, golfini, magliette, pantaloncini, vestititi, gonne, intimo, scarpe, cappelli e cappellini. Presi anche un po’ di trucchi.
Arrivata a casa li truccai. Finito il lavoro, erano diventati esseri umani! Si comportavano come umani, erano come gli umani; niente traccia d’alieno. Adesso dovevo aiutarli a trovare la scuola e il lavoro: per Hetix ci voleva un istituto tecnico, per Exelia un liceo scientifico, per Xores una scuola media, per Laxad una scuola elementare, per Grandaka un lavoro con me in ufficio e per Rexus un lavoro come professore di chimica al liceo; per fortuna sapevano tutto: su Gastrox si facevano le stesse materie.
Prima però, bisognava dare loro dei nomi normali: Rexus ha deciso di chiamarsi Alessandro, Grandaka Alessia, Laxad Sofia, Xores Daniel, Exelia Martina e Hetix Andrea; a questo punto avevano dei nomi bellissimi e potevano iniziare a uscire nel mondo sociale.
Alessandra e suo marito iniziarono a lavorare ,mentre i ragazzi dovevano aspettare ancora un mese per andare a scuola. Nel frattempo comprarono il materiale scolastico, tablet, telefoni e giochi. I figli hanno deciso di fare sport: Andrea scelse rugby, Daniel e Sofia Karate, Martina danza e a fare sport si sono iscritti pure i genitori! Alessia scelse taekwondo mentre Alessandro kick boxing. Io mi sono unita a loro come se fossi la sorella di Alessia, sembrava che fossi la seconda madre dei ragazzi. Sapevo che loro non sarebbero mai tornati sul loro pianeta, ormai erano dei terrestri.
A dir la verità questo mi fa molto piacere.

Alexia Braveza, I C Secondaria,
team del giornalino

INVENTIAMO COME È STATA INVENTATA LA SCUOLA

scuolaSTEVE JOBS INVENTA LA SCUOLA

Nell’antichità non esisteva la scuola. Se tu vai a chiedere a un ragazzo che è vissuto 3.000 anni fa che cos’è la scuola, lui immediatamente, ti risponde: “Cosa? Che hai detto?” , “Cos’è la sQuola?” Ecco.

Ma noi, che viviamo dopo l’esistenza di molti scienziati, matematici e secchioni, sappiamo benissimo cos’è la scuola. Ad esempio: se non fosse esistito il signor Albert Colombo o Cristoforo Newton … aspetta, magari ho sbagliato qualcosa … faccio sempre confusione su questi nomi!

Comunque, tornando a noi, dicevo che se tutte le persone famose che conosciamo (e non sto parlando degli “One Direction”) non fossero esistite, noi ora non sapremmo cos’è la scuola.

Infatti, molti anni fa, si pensava che arrivati a una certa età le persone imparassero tutto quello che bisognava sapere per poter guadagnare da vivere per se stessi e per la propria famiglia.

Ma no, non era vero. Poi, fortunatamente, nacque Steve Jobs. Era un ragazzo come tanti altri tranne per una cosa: aveva una specie di dote speciale, era nato intelligente.

Nacque da una coppia molto popolare, perché i suoi genitori erano gentili e simpatici con tutti. Già da piccolo aveva fatto capire che era un genio: ad esempio, quando aveva quattro anni, da solo era riuscito a ritrovare la strada di casa con i suoi amici. Negli anni Steve, o meglio Mr. Jobs, diventò ancora più intelligente e pensò: “Non è giusto che solo io sia intelligente: voglio costruire qualcosa che insegni alle nuove generazioni tutto quello che io so”.

E’ per merito suo che ora esiste la scuola e tutti i grandi scienziati che ho citato prima. Così, con un gruppo di amici, raggruppò dei ragazzi e gli insegnò a scrivere, gli insegnò la matematica, scienze, geografia… ovvio, gli insegnò tutto tranne la storia, quella doveva ancora essere inventata.

Poi iniziarono ad esserci ragazzi che si impegnavano di più ed erano più intelligenti, mentre c’era qualcuno che non riusciva a capire bene. Così decisero di dividere tutti i ragazzi in gruppetti di circa venti e grazie alla scuola c’è anche stata l’evoluzione.

Diciamo che senza scuola, il mondo non esisterebbe.

Chiara Toffanello, I D Secondaria

LA “MONTALCINI” PORTA L’EVOLUZIONE DELLA SPECIE

Tanto tempo fa l’Homo Sapiens non era soddisfatto delle sue conoscenze e delle sue capacità, perché si sentiva incompleto e vedeva gli dei che mandavano segnali che, però, lui non capiva.

L’Homo Sapiens allora si mise a pregare insieme ai suoi compagni, ma ancora niente: nulla accadde. Poi gli dei ascoltarono le sue preghiere e mandarono un messaggio sulla terra con un fulmine incidendo la corteccia di un imponente albero, per loro sacro, con una parola.

Gli Homines Sapientes andarono a vedere ma non capirono il messaggio e pensarono che l’unico che potesse farlo fosse il MAMMUMMIA, il più saggio dei più saggi, metà mammut e metà scimmia. Andarono nella sua caverna con l’intenzione di chiedergli di interpretare il messaggio, ma dovevano portare qualche cosa in cambio. Allora portarono trenta sacchi di grano e il MAMMUMMIA li fece entrare.

L’indovino chiese cosa volessero e loro gli domandarono se poteva andare a vedere l’incisione che gli dei avevano mandato sulla grande quercia della loro foresta. Il MAMMUMMIA accettò e si diresse lì con il suo scooter di legno.

Il MAMUMMIA arrivò all’albero e lesse, la scritta era “SCUOLA”. Loro continuarono a non capire, dato che non sapevano cosa fosse. Il grande saggio allora disse che avrebbe insegnato loro l’arte della scuola. Iniziò a costruire una scuola.

Con il passare del tempo gli Homines Sapientes divennero bravi perchè gli venne insegnato a leggere e a scrivere e nella pausa tra una lezione e l’altra imparavano il karatè.

Alla fine quella scuola ebbe un gran successo e ora quella scuola si chiama ICS “RITA LEVI MONTALCINI”. Essa nacque milioni e milioni di anni fa, circa a metà della preistoria.

Alessandro Carciofi, I D Secondaria

UN’AVVENTURA STRAORDINARIA

Da un antico diario,
12 settembre dell’anno 1000

Caro diario,
ti racconto una strana storia.
Poco fa ero nella cantina di casa mia, a frugare tra tutto quello che c’era per fare pulizia, quando sulla mia testa è caduto un foglio di carta arrotolato. Si capiva dall’aspetto che era molto antico, quindi lo ho aperto curiosa. Ed ecco quello che c’è scritto sopra:

“IL FANTASMA DEI BOSCHI
Esiste una profezia molto antica che narra di un fantasma dominatore nel mondo e possessore di un tesoro. E adesso vi racconto la sua storia.
Nel V secolo, un uomo di nome Giorgio si perse nel bosco. Più camminava più la foresta diventava fitta e buia, più il sentiero si faceva tortuoso, più si sentivano rumori strani.
Improvvisamente Giorgio si trovò la strada sbarrata da una donna molto bella: aveva i capelli castani che ricadevano dolci sulle spalle, le labbra rosse, il vestito giallo, così intenso che sembrava diffondere la luce.
boscoAprì la bocca come per parlare, ma risucchiò l’aria portando con sé l’anima di Giorgio. Poi la depose in una grotta costringendola con un incantesimo a scavare ininterrottamente e iniziò a scrivere il suo diario.
Da quel giorno di Giorgio non si seppe più nulla.
In quel secolo altre anime furono rapite da quella donna incantevole, se così poteva essere definita.
Riguardo alla morte dello sfortunato ci furono molte teorie incerte: alcune persone pensavano che fosse scivolato battendo la testa, altre sono dell’idea che avesse mangiato un fungo velenoso, altre sono convinte che sia morto di fame e sete, ma sono solo in pochi che sanno che a rapirlo è stata quella creatura.”
Dopo la lettura, ho trascorso un po’ di tempo nel dubbio: chi è quella donna? Che cosa vuole fare?
Finalmente, poi, mi è venuta in mente la soluzione: ma certo! E` il Fantasma dei Boschi, che vuole dominare il mondo, ma per farlo ha bisogno di un tesoro potente!
Ma quando lo troverà, che cosa accadrà? C’è la possibilità che io viva sotto il dominio del Fantasma?
Oh, no, sento dei botti! Sembra che qualcuno stia bombardando. Aspetta che guardo fuori. Oh, no! C’è il Fantasma dei Boschi, credo che abbia trovato il tesoro. Ho paura! Addio, io mi vado a nascondere,

Beatrice”

P.S.
Avviso a tutti i lettori: è arrivata la Fine del Mondo. Dopo questi fatti, il Fantasma è diventato così potente da esplodere, dando origine al Big Bang, a cui solo quel diario è misteriosamente sopravvissuto. Poi è nata la Terra su cui ancora oggi viviamo.

Lucilla Cnapich, I D Secondaria

IL NATALE E’ ALLE PORTE

natale21 dicembre 2015

Caro diario,

il Natale è sempre più vicino e io lo sto aspettando ansiosamente. L’atmosfera del Natale è nell’aria: alcuni negozi hanno già messo le lucine, le persone stanno già pensando alle varie compere natalizie nei centri commerciali che sono sempre più pieni, alcuni condomini hanno l’albero con le lucine in giardino oppure le luci intermittenti sui balconi.                                                                                                                                    Io sento il Natale vicino, sento l’atmosfera del Natale vicina e questo mi rende felice; perché il Natale è magico, (almeno per me), tutti allegri e pronti per questa grande festa. A Natale si riesce a vedere il buon cuore delle persone che fra di loro in questo periodo sono più affettuose e dolci.                                                                       Io desidero tanto che arrivi il Natale, la neve, i regali, il cenone di Natale …                                                                    Non vedo l’ora che si prepari l’albero di Natale, che si mettano gli addobbi in giro per la casa. La parte che mi piace di più del Natale è l’apertura dei regali, l’ascolto di musica natalizia, il cenone di Natale, la messa natalizia, l’atmosfera natalizia (io preferisco quando nevica),…anzi a dire la verità mi piace tutto del Natale!

A volte mi tornano in mente i ricordi della preparazione al Natale quando ero più piccola; trascorrevo la Vigilia di Natale a casa dei miei nonni, io e mia sorella aiutavamo mia nonna a cucinare il cenone natalizio, poi eravamo soliti giocare a tombola o fare altro in attesa dello scoccare della mezzanotte per aprire i regali. In attesa della mezzanotte io e mia sorella recitavamo delle poesie studiate a scuola; il cenone era accompagnato da musica natalizia, ricordo che essa mi metteva sempre allegria.

Quest’anno a differenza dagli altri anni, i cuori di molte persone (compreso il mio) saranno più tristi per ciò che è accaduto in Francia. Bisogna comunque vivere il Natale ancora meglio degli altri anni, proprio perché i Francesi e altre persone, che sono state colpite al cuore per la perdita dei loro cari, per il terrore che li accompagna tutt’ora, non potranno viverlo come avrebbero voluto…

Al 24 di dicembre e al 25 di dicembre mancano solo pochi giorni. Saranno dei giorni lunghissimi perché attendo il Natale e quindi questi due giorni di gran festa, con ansia.

Diario mio, ti devo salutare, però non sono così dispiaciuta, perché ora devo andare a preparare il mio albero di Natale e poi metterò tutti gli addobbi natalizi in giro per la casa, ovviamente accompagnati da lucine natalizie… Auguri a tutti!

                                                                                                                                               Chiara Ragusa,

II E Secondaria, team del giornalino

SOTTO L’ALBERO DI NATALE

alberoUn giorno di dicembre Martina all’ipermercato vide un albero di natale con tanti pacchetti regalo, ma lei non sapeva che erano solo scatole ricoperte con la carta di natale, i suoi occhi brillavano, la bambina si chiedeva se avrebbe potuto avere tanti giochi come sotto quell’albero. Chiese alla mamma se poteva averne uno uguale, però lei le rispose di no.

Il giorno dopo, il 24 dicembre, la bambina voleva i regali ma non sapeva che la mamma gliela aveva già comprati e il giorno dopo glieli avrebbe messi sotto l’albero.

Era la mattina di Natale e Martina si svegliò e vide tanti regali quasi quanti quelli che aveva gli occhi al centro commerciale. La mamma si svegliò tardi perché é era stata tutta la notte sveglia per preparare, però la mamma le aveva detto che non doveva aprili prima che lei si fosse svegliata, la figlia ubbidì. Infatti quando la mamma si svegliò, aprì i regali: la mamma le gli aveva regalato una bambola molto bella. Invece la zia i vestitini per la bambola. La bimba urlò per la gioia e chiese alla mamma: “Ma è passato Babbo Natale? L’hai visto?”La mamma le disse: “Sì, certo che l’ho visto”.

Martina era estasiata non sapeva cosa dire. Il Natale era stato bellissimo per lei.

AUGURO ANCHE A TUTTI VOI UN BUON NATALE

Veronica Bianco, I C Secondaria,

team del giornalino

VI RACCONTO L’ORRIBILE SERA DEL 13 NOVEMBRE A PARIGI

parisRicordo ancora come se tutto fosse accaduto ieri… Ero al Teatro “Bataclan” di Parigi con la mia amica Cleo e suo fratello Eduard, quando da fuori si sentì un forte rumore, come se fosse scoppiato qualcosa; tutto d’un tratto entrarono una decina di uomini con delle armi in mano. Iniziarono a sparare e ognuno si nascose dove poteva; io mi sono sdraiata sotto delle poltrone e mi sono finta morta, però ogni tanto quando i terroristi erano lontani da me, cercavo di vedere cosa stesse succedendo con la coda dell’occhio (ovviamente senza farmi notare). Quando ho aperto gli occhi, ho visto i terroristi che ammazzavano persone a freddo. In quei momenti volevo piangere, ma non potevo, dovevo essere forte e soprattutto dovevo sperare e pregare che quegli uomini non mi colpissero. C’erano persone che piangevano, che urlavano… Ho visto perfino una ragazza che aveva in braccio il suo fidanzato morto e che gli tamponava le ferite. Lei era ancora viva, ma secondo me, la sua anima era morta con il suo fidanzato.
Ad un certo punto ho incrociato lo sguardo di alcuni terroristi, quegli sguardi li ricordo ancora, erano uomini freddi e il loro cuore era gelido, questo lo avevo capito da come ammazzavano le persone senza alcuna pietà, ammazzare persone per la propria religione o per qualunque altro motivo è una cosa orribile, io rispetto queste persone e la loro religione, però non ammetto omicidi, perché nessuna religione e nessun essere umano ha mai detto che bisogna ammazzare persone.
Nel caos non trovavo più né Cleo né Eduard, ero preoccupata per loro, mi chiedevo dove fossero e se stessero bene. Non ebbi neanche più il tempo di pensare, che un terrorista colpì un ragazzo vicino a me che stava correndo per mettersi in salvo. Decisi di andarmene senza farmi notare troppo; sempre fingendo di essere morta, provai a scappare strisciando e muovendomi centimetro per centimetro, quando i terroristi erano molto lontani da me. Appena giunsi nei pressi dell’uscita, trovai Cleo che aveva gli occhi lucidi e tentava anche lei di scappare. Quando entrambe eravamo fuori dal teatro, le chiesi dove fosse suo fratello Eduard e lei piangendo mi rispose che non lo sapeva; ci guardammo in giro e lo trovammo seduto a terra con una ferita sulla pancia (quando ci eravamo persi di vista gli avevano sparato). Eduard sapeva che stava per morire, infatti ci disse che da quel momento avremmo dovuto correre più lontano possibile da lì per salvarci e che a lui ci avrebbe pensato più tardi la polizia; ci disse che aveva sempre voluto bene a noi e a tutti i suoi cari, ci ringraziò di tutto, si scusò per tutto e ci disse anche che nessuno avrebbe dovuto avere dei rimorsi per lui e soprattutto non avremmo dovuto sprecare il nostro tempo ad odiare quegli uomini. Finita questa frase, ci disse le ultime parole d’addio e subito dopo morì.
Io e Cleo iniziammo a piangere e a correre, mentre correvamo io mi feci forza e cercai di trasmetterla anche alla mia amica Cleo, stringendole la mano. Le dissi che dovevamo riflettere sulle ultime parole di Eduard “non sprecate il vostro tempo ad odiarli“, cercai di spiegargliele meglio per fargliele capire, così le dissi che perdere tempo ad odiarli non sarebbe servito a niente, perché quell’odio non sarebbe mai servito a far tornare in vita Eduard. Dopo aver corso molto, trovammo un signore affacciato alle porte di un hotel che ci fece segno di entrare velocemente; così entrammo e in quell’hotel finalmente eravamo al sicuro, poi io le rispiegai il concetto dell’odio, lei piangendo annuì e mi abbracciò. Fra lacrime, terrore, ansia, disperazione e sentimenti vari di panico e di tristezza aspettammo l’arrivo della polizia che sembrava non arrivare mai. Ad un tratto bussò un poliziotto che ci disse che tutto era finito. Ci si avvicinarono e ci chiesero se volevamo sapere tutto ciò che era successo quell’orribile sera. Così ci spiegarono che degli uomini con cinture esplosive si erano fatti esplodere ad inizio serata, in seguito c’erano stati attacchi terroristici al teatro, nei ristoranti e nei bar… Io e Cleo spiegammo ai poliziotti che Eduard, un mio carissimo amico e un carissimo fratello per Cleo, era morto. Gli spiegammo più o meno anche la zona dove lo avevamo visto l’ultima volta; essi ci risposero che se ne sarebbero occupati i loro colleghi che si trovavano in quel luogo e ci dissero anche di stare tranquille e cercare di dimenticare quella serata.
Dovevo dimenticare quella serata?!? Se per me è impossibile farlo ancora ora, come facevo a dimenticare tutto in quello stato d’animo?!? L’orribile serata si era conclusa con la morte di persone innocenti e con i loro cari che li rimpiangevano, ma che non sprecavano il loro tempo ad odiare quei terroristi che avevano ammazzato e spaventato i loro cari o loro stessi. Io mi sono chiesta come una serata di divertimento possa trasformarsi in una serata di terrore e di morte. Tutti gli spettatori del teatro erano andati lì per divertirsi e invece hanno passato momenti di paura, di terrore e di panico. Dal 13 novembre 2015 per tutti noi nulla sarà più come prima.

Chiara Ragusa, II E Secondaria, team del giornalino

IL MIO MONDO

sognareUn passaggio segreto si nasconde dietro alla parete di casa mia, e quel passaggio porta nel mio mondo: nel mondo dei miei sogni. Appena entrato, ti trovi in un giardino meraviglioso in cui basta pensare a un desiderio, e quello si avvera subito; però c’è una e una sola regola riguardo ai desideri: si possono desiderare solo cose materiali, oppure passare da un luogo all’altro. Non si può desiderare di essere un’altra persona oppure desiderare di raggiungere un obbiettivo all’istante.
In questo mondo si va lo stesso a scuola ma non alla scuola dove si fanno tutte le materie, in una scuola dove si fa ciò che si vuole. Io ho scelto di fare le cose che più mi appassionano: Karate, Parkour e un corso giornalino. Il bello è che in questo mondo vai a scuola solo nei giorni in cui ne hai voglia e non serve nessuna giustifica, studi quello che vuoi, quando vuoi; ma la cosa più sorprendente è che ad insegnare sono sempre i nostri stessi Prof della Rita Levi Montalcini che hanno voglio di divertirsi insieme a noi.
Non solo la scuola è il punto bello di questo mondo ma c’è un area dove noi possiamo giocare proprio come in “Super Mario Bros” o in un qualsiasi altro gioco che desideriamo. In questo Mondo la regola è una: divertirsi. Hanno diritto di accesso tutti, ma…… c’è solo una cosa che dovete fare per entrarci: sognare.

Alexia Branzea, I C Secondaria,
team del giornalino

UN MONDO FUTURO

futuro1Chiudiamo gli occhi e proviamo ad immaginare come sarà il nostro mondo nel futuro … Sarà   la fine del cemento, gli alti palazzi saranno costruiti solo in vetro, quindi con materiali puliti, virtuali e trasparenti. Le macchine fluttueranno nell’aria come navicelle spaziali aliene o su strade come liane sospese in aria, sarà un mondo senza inquinamento, niente traffico quotidiano, le città migliori che si possano immaginare. Viaggi senza aerei che saranno sostituiti da treni sottomarini dotati di una velocità capace di percorrere interminabili distanze, come dall’Italia alla Nuova Zelanda in pochi secondi, quasi alla velocità della luce e dotati di tutti i confort possibili e immaginabili anche per questo mondo.

futuro2Tutta la nostra vita sarà guidata dalla tecnologia, a scuola e sui posti di lavoro non si useranno più carta e penna ma solo Tablet ed apparecchiature virtuali. Un cip inserito sottopelle nell’indice della mano destra servirà per fornire tutti i nostri dati anagrafici, i titoli di studio, le patenti, i dati sanitari e servirà per effettuare i pagamenti. Un mondo senza guerre e pericoli dove regna la pace.

Potrà mai l’immaginazione diventare realtà? Oppure i difetti dell’uomo, l’avidità, l’ignoranza, la cattiveria e l’invidia faranno si che resti solo un sogno? Apriamo gli occhi e torniamo nel mondo attuale. Questo per ora è stato come essere in un bel sogno, ma dobbiamo impegnarci per realizzarlo!

Anna Governale e Martina Attinasi ,

I A Secondaria, team del giornalino

UN’AMICIZIA INASPETTATA


lumacaMolto tempo fa, le lumache erano di colori splendenti: gialle, arancioni, argento, oro puro…. Per la loro bellezza erano anche gli animali più vanitosi che esistessero a quel tempo.
Le lucertole invece erano animali umili, e, quando le lumache passavano per strada, non le degnavano neanche di uno sguardo pensando che fossero animali futili.
Un giorno, in un vastissimo terreno, una lucertola per sbaglio andò contro a una lumaca: “Stupida!” disse la lumaca arrabbiata dell’accaduto. “… Mi … dispiace…” disse la lucertola spaventata alla lumaca.
“Guarda dove metti i piedi; la prossima volta non ti risparmierò!”. E tutte e due tornarono a casa loro.
Il giorno seguente la lucertola uscì di casa per andare a trovare dei suoi amici vicino al fiume.
Sulla via per il fiume la lucertola sentì in lontananza una voce stridula che gridava: “Aiuto! Sono in pericolo! Aiutatemi!”
La lucertola corse subito in aiuto di questa voce.

lucertola

Quando la lucertola arrivò si trovò davanti una scena spettacolare, mai vista prima. Pensò tra sé e sé: “Non è possibile! Proprio lei!”
Eh già; la lucertola si trovò davanti la stessa lumaca che il giorno precedente l’aveva minacciata. Però il problema era che stava per essere divorata da un cane.
Alla lucertola venne un’idea geniale: avrebbe distratto il cane per far scappare la lumaca. In realtà la lucertola era insicura di mettere in atto il suo piano, visto che la stessa lumaca che stava per salvare, il giorno prima l’avrebbe voluta uccidere. Però la bontà prese il sopravvento e iniziò a correre verso il cane.
Il cane si accorse subito della presenza della lucertola e lasciò andare la lumaca alla rincorsa della lucertola. Quest’ultima passò affianco alla lumaca e le urlò: “Corri! Scappa!”.
La lumaca si accorse chi era la sua salvatrice e rimase sorpresa dal suo atto di generosità. Corse a più non posso e si nascose dietro a un cespuglio guardando la scena davanti ai suoi occhi: un cane stava inseguendo la sua “nemica”, ma anche la sua “salvatrice”.
Fortunatamente il cane lasciò perdere la lucertola e scappò via tornando dal suo padrone.
La lucertola, sfinita, raggiunse la lumaca che le chiese subito: “Perché mi hai salvato?” e la lucertola: “Perché non faccio distinzioni di razza ,pensando che se un giorno avessi bisogno di aiuto, qualcuno verrebbe da me con le braccia aperte in mio soccorso; voi lumache pensate di essere talmente brave, superiori a tutti, ma invece tutti vi vedono come degli animaletti artificiali e sempre con la puzza sotto il naso. Io ti ho salvato come avrei salvato chiunque altro. Spero che la prossima volta che vedrai qualcuno in pericolo correrai ad aiutarlo come ho fatto io con te… e ora possiamo andarci a divertire!”
Da quel momento in poi la lumaca non fu più superficiale e diventò la migliore amica dell’animale che l’aveva salvata, la lucertola!

Carlotta Sposito
&
Chiara Toffanello, I D Secondaria

UN DRAGO IN GIARDINO

dragoIl mio nome è James, ho 15 anni da 13 giorni e il mio animale domestico è un drago di nome Dark. Cosa, non ci credete?!
Invece è vero: 6 anni fa, un giovedì autunnale, trovai un bell’uovo, grande e grosso e me lo presi. Dopo una dozzina di giorni circa, l’uovo si schiuse e ne uscì fuori un draghetto; pensando di essere matto chiamai i miei genitori ma anche loro erano della stessa idea. Mi diedero il permesso di tenerlo in camera mia, ma, dato che i primi tempi cresceva in fretta, lo portammo in giardino e per non farlo scappare, abbiamo messo una specie di cancello. Scoprimmo pure che era onnivoro ma non ci faceva paura, perché noi eravamo come i suoi genitori. Un bel drago: nero con gli occhi che cambiano dall’azzurro al nero passando per il rosso e per fortuna è un drago che non cresce tanto in altezza. Dark non mi ha mai causato problemi, lo cavalco pure! Lo tratto come se fosse un qualsiasi animale domestico, cerco di farlo divertire e fargli fare ciò che vuole quanto più possibile; sono molto felice con lui, e mi sembra anche lui con me (ci facciamo le coccole a vicenda!) . Per questo non potrei mai abbandonarlo anche se penso starebbe meglio con quelli della sua razza, che a dir la verità non so dove trovarli.
Finché il mio cuore batterà ancora, lui sarà il mio migliore amico e anche da lassù in cielo lo proteggerò: Dark sarà per sempre il mio dolce Dark.

Alexia Branzea, I C Secondaria,
team del giornalino

AVVENTURA TRA I MILLE

MILLE

Oggi in paese c’è grande agitazione. L’ho notato subito, appena mi sono svegliata: il chiacchiericcio eccitato degli abitanti penetra dalla mia finestra, aperta sulla strada. Tra le persone che camminano frettolose sul lungomare, noto molte facce nuove. Chissà chi sono queste persone, vestite con una camicia rossa, che girano allegramente per il paese?                                                                                                                             Forse avrei scoperto qualcosa dai discorsi dei miei familiari, così mi affrettai a prepararmi per poi scendere al piano di sotto. In salotto, trovo riunita la mia famiglia; sono tutti seduti sui grossi divani verdi, e sussurrano concitati. Le cameriere continuano a portare una grande moltitudine di oggetti, che depositano sul tavolo e sul tappeto. Mio padre e mio fratello sono intenti a preparare due grossi zaini, e non prestano molta attenzione a quello che il resto della famiglia sta dicendo.                                                                      –Buongiorno! – esclamo, sedendomi su uno dei divani. I miei familiari smettono all’istante di sussurrare, e mi guardano perplessi.                                                                                                                                            –Angelica!- come mai sei… sei già sveglia?- chiede mia madre, balbettando.                                                                                                                          –Che succede qui?- chiedo, ignorando la domanda di mia madre. Mi alzo e mi dirigo verso mio fratello. –Dove dovete andare?- provo a riformulare, spazientita.                                                                                                                                          –Non sono cose che ti interessano- sbotta mio padre. Mi prende per il polso e mi trascina fuori dal salotto. Mi siedo sulle scale, pensierosa. Perché nessuno mi vuole dire cosa sta succedendo all’Italia? Ho visto la nonna tenere in grembo il tricolore, per cui sta succedendo per forza qualcosa. Mentre sono immersa nelle mie riflessioni, la porta del salotto si apre, e mio fratello si avvicina a me.                                                                                                                                                                                              –Angelica- dice- sono venuto a salutarti-.                                                                                                                                            Balzo in piedi, preoccupata. Dove devono andare mio fratello e mio padre?                                                                               -Garibaldi è arrivato qui, a Quarto, ieri sera, con molti volontari. Sono diretti in Sicilia, vogliono unire l’Italia- mi spiega mio fratello, senza che io gli abbia chiesto niente. Lo abbraccio di slancio; mio fratello e mio padre stanno per partecipare all’unificazione d’Italia! Sono così orgogliosa di loro…                                                                                                                                                                                                   -Voglio venire anch’io!- esclamo decisa. Mio fratello rimane scioccato.                                                                                                                                         –Ammiro il tuo coraggio ma…un esercito non è certo il posto adatto ad una giovane donna!- risponde lui.                                                                                                                                                                                      Inizio a salire le scale, diretta in camera mia. Non mi importa quello che ha detto mio fratello, voglio partecipare anch’io all’Unità d’Italia! Frugo nel mio armadio alla ricerca di un grande zaino, che riempio con tutto quello che mi potrebbe servire. Poi, cerco nell’armadio di mio fratello un paio di pantaloni comodi della mia taglia. Scendo silenziosamente in salotto, dove la mia famiglia non c’è più; saranno andati ad accompagnare mio fratello e mio padre al porto. Frugo in tutti i mobili del piano terra, e finalmente la trovo: una camicia rossa. mi sta un po’ grande, ma infilandola nei pantaloni e arrotolando le maniche, riesco a non farla sembrare così larga. Indosso un paio di stivali di mio fratello, afferro lo zaino ed esco di casa. Per strada, molti volontari garibaldini si stanno ancora affrettando verso la parte più ampia del porto. Seguo la folla di camicie rosse, e dopo poco tempo, arrivo al vero e proprio porto di Quarto. Due grosse navi sono ormeggiate lì, e tutti i volontari stanno salendo a bordo. Salgo sul ponte della seconda nave, e imito il resto dei volontari, che si sono seduti, in attesa del comandante. Accanto a me noto un ragazzo che ha circa la mia età, ovvero quindici anni. Quando nota che lo sto fissando, mi sorride incoraggiante e mi tira una pacca sulla spalla. Dopo qualche secondo però lo vedo sgranare gli occhi, per poi distogliere lo sguardo. Mi mordo il labbro, preoccupata. Spero che non vada a dire in giro che c’è una ragazza a bordo!                                                   Subito dopo sopraggiunge il comandante, che purtroppo non è Garibaldi, il quale si trova di sicuro sull’altra nave. Il comandante ci assegna gli incarichi che dovremo svolgere per i primi due giorni di navigazione. Io seguo gli altri giovani volontari; abbiamo il compito di controllare le vele, e dare eventualmente un aiuto alla vedetta. Imito gli altri ragazzi, e mano a mano che la navigazione procede, mi rendo conto che controllare le vele non è per niente facile. Fortunatamente, dato che i giovani sotto i diciotto anni sono tanti, il comandante ci ha ordinato di lavorare a coppie, per creare meno confusione. A me è toccato lavorare con il ragazzo che prima ha scoperto che sono una donna. Per fortuna mi ha assicurato di non aver raccontato a nessuno la mia vera identità.

Dopo qualche giorno di navigazione, finalmente approdiamo in Sicilia, in una città chiamata Marsala. La vita in mare è davvero dura, meno male che siamo arrivati! Durante il viaggio ho potuto conoscere meglio il mio compagno di lavoro. Si chiama Mattia, e viene da Genova; si è imbarcato assieme ai sui quattro fratelli, mentre suo padre, troppo vecchio per combattere, è rimasto a casa.                                                                                                                                                                                                          Prima di scendere dalla nave, il comandante ha distribuito a ciascuno un fucile. Io so usarlo, spesso seguivo mio nonno quando andava a caccia.                                                                                                                              Ora stiamo camminando per le strade di Marsala, ma non c’è nessuna traccia dell’esercito borbonico. I paesani ci hanno accolto festosamente, e molti di loro si sono uniti al nostro esercito. Proseguiamo dirigendoci verso il centro della Sicilia, attraversando campi coltivati, piantagioni di agrumi e piccoli boschetti.                                                                                                                                                        Piano piano scende la sera, e Garibaldi decide di fermarsi per la notte, presso una cascina in rovina, divorata dalla vegetazione. Gli uomini si riuniscono al fuoco, ed iniziano a cantare allegri, certi che presto l’Italia sarà unita. Noi ragazzi più giovani ce ne stiamo in disparte, molti di noi già si coricano, stremati dalla lunga marcia di oggi. I campi attorno alla cascina sono silenziosi e immersi nell’oscurità. Ad un tratto, Mattia attira la mia attenzione.                                                                                                      –Guarda! Laggiù tra gli alberi c’è una luce che si muove…-                                                                                             Non faccio in tempo a cercare la luce menzionata da Mattia, che si sente uno sparo. Poi un urlo, proveniente dal gruppo di uomini. Subito tutti balziamo in piedi, e, imbracciati i fucili, spariamo verso la vegetazione. Pochi attimi dopo, i nemici escono allo scoperto: sono soldati borbonici! Continuo a sparare con il fucile, colpendone alcuni. Nella confusione della battaglia, riesco solo a sentire i rumori degli spari e urla, e vedo gente cadere accanto a me.

La battaglia dura tutta la notte, ma alla fine, l’esercito borbonico viene sconfitto. Gli ultimi sopravvissuti si allontanano continuando a sparare. Sono tutta presa ad esultare con Mattia per la vittoria, quando sento un dolore acutissimo al fianco destro, e cado a terra, mentre tutto si fa buio.

Quando mi risveglio, noto subito che sono qualcosa che si muove. Il fianco mi fa malissimo, ma riesco ugualmente a tirarmi su a sedere. Mi guardo intorno: sono seduta su un piccolo carretto trainato da un cavallo, attorno a me ne vedo altri simili, con sopra adagiati dei feriti. Il resto dell’esercito marcia allegro, cantando e sbandierando dei tricolore. Insieme a me, sul carretto, è seduto Mattia. Gli metto una mano sulla spalla, e lui si volta. Appena mi vede, sorride radioso. –Angelica! Sei viva!- esclama- sei stata incosciente per due settimane!-                                                                           Ridiamo assieme a lui, e ci abbracciamo felici.                                                                                                                  –Ma dove siamo? E che giorno è?- chiedo, un po’ disorientata.                                                                                 –Oggi è il 20 settembre 1861- risponde lui- e siamo in Umbria. Oggi l’Italia è unita-.

Chiara Frazzini, III B Secondaria

DAL “Diario di Petrus”

cuori

CALENDE DI GENNAIO

Vale!!!! Io sono Petrus Cassius, cittadino romano, più specificatamente vivo in una grande casa a Mediolanum. Tu invece sarai il mio diario di bordo, ma anche un amico a cui raccontare le mie avventure ed il tuo nome sarà … Ettore. Mesi fa mia sorella Benedicta è venuta in contatto con il figlio di Attila, re degli unni, Tultilla, e se ne è FOLLEMENTE INNAMORATA, e poiché non potrà mai più rivederlo è molto depressa. Da varie fonti ho scoperto che Tultilla si è accampato a nord di Mediolanum. Quindi, da fratello maggiore, ho deciso di accompagnarla oltre le Alpi e portarla dal suo amato. Certo, so che i nostri genitori non saranno d’accordo, ma farei di tutto per quella “rompiscatole” di mia sorella!!!!!!

NONE DI GENNAIO

Vale! E’ mattina presto e stiamo partendo. Io e mia sorella non siamo soli, altri nostri amici sono voluti venire: Lucassio, l’amico di mia sorella, Mattheus, Massirium, Giorgitos, Davidium e Adrianus, i miei amici e compagni d’armi. Prima di partire vado a salutare la mia amata Lisa. Non posso svegliarla quindi le lascio un messaggio:

“Cara Lisa,

sto partendo, non so se tornerò entro le calande di aprile o se non tornerò. Ricordati sempre che ti amo follemente e quando arriverò ‘dove si puote ciò che si vuole’, tutti mi chiederanno di te e della tua bellezza. Ti amo

Petrus Cassius”

IDI DI SETTEMBRE

Sono sette giorni che non ti scrivo ed oggi ci è accaduta una cosa incredibile: stavamo consultando una mappa, quando dal bosco si sentì un boato ed i corvi spiccare il volo, arrivati lì, avvistammo i soldati di Cesare che scortavano Tultilla, sai dove? A Roma, dove avrebbe fatto il gladiatore. Pedinammo i soldati fino al Colosseo e ci accampammo lì davanti. Domani andremo a salvare Tultilla, ora dormo. Vale.

GIORNO DOPO LE IDI DI SETTEMBRE

Oggi abbiamo liberato Tultilla, adesso molto brevemente ti spiego come: siamo entrati furtivamente nel Colosseo, abbiamo aspettato che iniziasse lo spettacolo e abbiamo dato inizio all’inferno. Infine, dopo il combattimento, Tultilla ha scoccato una freccia dove avrebbe dovuto esserci Cesare e infine l’ha tagliata in due lanciando il gladio. È stato eccitante, ora siamo in viaggio verso la Valle d’Aosta dove si trova Attila. Benedicta è molto felice. Buonanotte.

CALENDE D’OTTOBRE

Finalmente arrivati, è accaduta una cosa terribile!!!!!! Attila è morto!!!!!!!!!

Sì, è morto davanti a i miei occhi, poco prima mi aveva nominato eroe e salvatore, poi è morto soffocato con un pezzo di carne di cavallo. Questo vuol dire solo una cosa: sono cognato del re degli Unni!

Sì, poiché andremo tutti a vivere, compresi i nostri familiari, con gli Unni ed saremo un grandissimo clan.

Riccardo Signorotto, I C Secondaria, team del giornalino

TRA IL SOGNO E LA FANTASIA

Caro diario,

mi capita tante volte di sognare ad occhi aperti, di visitare mondi sconosciuti e di fantasticare su alcuni lati della vita. Non è sempre facile quando alla mattina ti risvegli e capisci che il sogno non si potrà mai realizzare, ma è molto bello sognare ed entrare in un mondo che è interamente nostro.

Ieri mi è capitato di sognare, ancora una volta ad occhi aperti, ma questo è stato un sogno diverso, un sogno che mi ha fatto vivere nuove emozioni e avventure.

Mi trovavo a bordo di una grande nave, piena di persone, di bambini e strani oggetti, che probabilmente servivano per affrontare il viaggio.

La nave non aveva una direzione precisa, ma io ero sicura di voler scoprire un tratto di oceano che ancora non era stato solcato da nessuno, volevo essere la prima.

Sulla nave non era presente nessuno della mia famiglia, probabilmente nessuno si era accorto della mia assenza, probabilmente pensavano che avessi ritardato a tornare da scuola.

Chissà quando sarei tornata da quel lungo viaggio, magari i miei genitori mi avrebbero sgridata o castigata, o magari sarebbero stati semplice così felici di rivedermi che mi avrebbero perdonata all’istante senza farmi troppe domande.

Comunque sarebbe andata, in quel momento non mi importava, mi interessava solo partire e compiere quella magnifica esperienza che avrebbe lasciato un bellissimo ricordo nella mia memoria.

Ben presto la nave incominciò a muoversi, finalmente il viaggio decollò! Quel giorno il mare era limpido di un blu acceso, era calmo e la schiuma bianca circondava la nave, il cielo era azzurro chiaro, con un sottile strato di nuvole che avevano le più svariate e strane forme.

Era la giornata perfetta per una crociera!

Dopo ore di viaggio, però, il cielo iniziò a scurirsi e ben presto scoppiò un terribile temporale. Il mare era in burrasca e le alte e forti onde inondarono la grande nave riempiendola d’acqua e, più si cercava di rimandarla in mare, più ne saliva altra. Le persone erano spaventate e molte si ferirono nel tentativo di salvarsi la vita, così scendemmo tutti su alcune piccole scialuppe di salvataggio. Le scialuppe erano leggere, quasi delicate e quindi si sarebbero rotte presto a causa della potenza delle onde Tutti si allontanarono in diverse direzioni, chi a destra, chi a sinistra e io in poco tempo rimasi sola al centro dell’immenso e spaventoso oceano.

Dopo ore passate su quella piccola imbarcazione, scorsi un piccolo punto verde che non si doveva trovare troppo lontano da dove mi trovavo io. Remai e remai fino quando raggiunsi l’isola. Quando approdai, mi accorsi subito di quanto fosse magnifica e sorprendente: era tutta ricoperta da un soffice tappeto di erbetta verde, si poteva sentire il dolce profumo dei più svariati fiori e il tutto era incorniciato da alti alberi di bambù.

isolaL’intera isola era abitata da tanti piccoli uccelli di ogni specie; ce ne erano di tutti i colori: alcuni avevano piume morbide dai colori sgargianti che variavano dal giallo al rosso fuoco, altri avevano code lunghe di colori che sfumavano dal blu elettrico all’azzurro opaco, insomma ce ne erano per tutti i gusti!

Inoltre non era difficile incontrare grandi farfalle e cuccioli di volpe che passeggiavano e cercavano cibo. Mi resi conto che in quella piccola e colorata isola non era mai arrivato alcun essere umano: ero io la prima!

Qui si interruppe il mio sogno perché ero stata distratta da una voce che mi chiamava, ma ero sicura che, oltre ad essere arrivata per prima in quel luogo magico, sarei stata l’unica perché quello era il mio sogno e nessuno me lo poteva copiare o rubare.

Penso che sia importante riflettere sui sogni, perché un sogno che non viene capito e interpretato è come una lettera che non viene mai letta o come un libro che non verrà mai finito…

A presto

Tua Benny

 

Benedetta Cazzulani, II D Secondaria, team del giornalino

 

BOTIUS, L’APPLICAZIONE DELLA MORTE

Richard, giovane ragazzo figlio unico, perse il padre in un incidente stradale all’età di un anno senza nemmeno poterlo conoscere. La madre era una donna molto stressata dal suo lavoro che la teneva occupata per buona parte della giornata. Richard stando molto tempo della giornata in solitudine, passava molte giornate in compagnia del suo cellulare. Ogni anno aspettava con ansia un nuovo modello di cellulare da acquistare, era sempre alla ricerca di nuove applicazioni da scaricare, finché un giorno vide un’applicazione che lo incuriosì molto.

Il nome dell’applicazione era “Botius”. L’icona dell’applicazione era un piccolo animaletto che però aveva qualcosa di strano, metteva quasi inquietudine. Nella descrizione c’era scritto: “Botius, l’unico amico reale che ti terrà sempre compagnia senza lasciarti mai solo ”. Fu proprio questa parola che insospettì Richard e lui pensò a che cosa volesse dire REALE, l’applicazione non aveva nessuna recensione e l’inventore del gioco era del tutto sconosciuto, ma Richard decise comunque di scaricarla. All’avvio del gioco c’era una porta di legno, non veniva dato nessun comando su come iniziare a giocare, così Richard cliccò su una parte a caso dello schermo e improvvisamente si sentì bussare per tre volte e la porta si aprì cigolando, ora lo schermo del cellulare mostrava un animaletto i cui occhi volevano comunicare qualcosa, qualcosa di brutto. In sottofondo c’era una musichetta simile a quella del circo. Poco dopo sullo schermo comparve un messaggio “Tocca qui per parlare con Botius” , Richard cliccò su quella scritta e scrisse una parola: “Ciao”. Dopo aver inviato la parola, l’animaletto rispose: “Ciao sono Botius, piacere di conoscerti. Tu chi sei?”. E così iniziò una lunga conversazione fra i due e anche se qualche volta Richard riceveva risposte maleducate, lui non rifiutò l’applicazione. Passò anche le successive giornate a parlare con Botius. Finalmente credeva di aver trovato un amico con cui parlare.

Una notte Richard si ritrovò a casa da solo, perché sua madre doveva lavorare fino a tardi. Come al solito andò nella sua cameretta al piano di sopra e avviò Botius, ma c’era qualcosa di insolito che lo fece rabbrividire: il gioco questa volta non emise nessun suono e lo schermo del dispositivo era completamente nero ma con un pallino rosso. Richard spaventato cercò di capire cosa stesse succedendo, così decise di schiacciare su quel punto rosso, ma quando lo schiacciò, il telefono del suo dispositivo si spense senza alcun motivo. Poco dopo Richard iniziò a sentire rumori di passi provenienti dalle scale che portavano al piano di sopra. Immediatamente il ragazzo chiuse la porta e si nascose sotto il letto. Subito dopo gli successe qualcosa che gli fece ribollire il sangue. Sentì tre colpi alla porta di camera sua e questa si aprì cigolando come all’inizio del gioco. Ma la cosa che lo spaventò di più, fu quella di vedere un essere spaventoso. Nei giorni successivi il giovane Richard non fu più ritrovato e quella stessa notte, quando la madre tornò a casa, di lui trovò solo il telefono che emetteva lo stesso identico suono. Si sentiva la voce mostruosa di qualcuno sembrava quasi una registrazione.

Gabriele Licitra, I C Secondaria,  team del giornalino            

LA FAMIGLIA

Thomas, un ragazzo di dieci anni, vive solo con la mamma, Thomas è spesso solo in casa perché la mamma lavora tutto il giorno. Il ragazzo non hai mai conosciuto il papà che lo ha abbandonato a soli tre anni.

Un giorno, mentre faceva i compiti, si ritrova a dover scrivere un tema sulla famiglia. Lui molto imbarazzato non sa cosa scrivere, allora decide di cercare nell’armadio dove la mamma conservava tutte le foto, informazioni per poter svolgere il compito. Mentre sfogliava vari album, si imbatte in una foto dove c’era lui la mamma e un uomo. Dietro a questa foto c’era un indirizzo. Incuriosito incomincia a cercare su Google dove si trovi quel posto.

Quando capisce che quel luogo non è distante da casa sua, si veste come un fulmine ed esce di casa lasciando un biglietto alla madre che sarebbe tornato presto, di non preoccuparsi .

Arrivato in quella piazza , attorno a lui c’era un sacco di gente, all’inizio era un po’ intimorito ma dopo un bel respiro si fa coraggio e incomincia a camminare e a raggiungere il punto esatto della foto. Dietro le loro spalle, nella foto, c’era un enorme arco che separava la piazza da un grande parco.

Arrivato sotto a questo enorme arco, con molta delusione Thomas non trova nulla, forse nel suo inconscio pensava di trovare quell’uomo della foto, sperando che fosse suo padre.

Così si siede a terra con le ginocchia al petto, chiuso come un riccio, quando all’improvviso una mano si posa sulla spalla. Era la mamma che con un fazzoletto in mano gli asciuga le lacrime e lo abbraccia forte. Appena la vede, il ragazzo scoppia in un mare di lacrime e si stringe forte a lei. Insieme mano nella mano tornano a casa.

Io penso che a volte bisogna correre dei rischi per capire che la famiglia, come nel caso di Thomas, non è necessariamente mamma e papà, ma è fatta anche solo da una persona che ti ama, ti cresce e resta al tuo fianco in tutti i momenti della tua vita.

Mattia Mattei, II D Secondaria

IL MIO PAESE

perschiera

 

 

 

Peschiera in allegria

con il suo autunno dalle

foglie variopinte

di rosso di giallo e di verde

e dal profumo di funghi

e di muschio

Brezza di primavera

dai colori rosa azzurri e verde,

il rintocco del campanile

di san Pietro e Paolo,

Il profumo di polenta e risotto

Peschiera e le passeggiate

nel Carengione

All’ombra del castello

Peschiera cascine in mezzo

ai campi, la storia

Tra le vie con Renzo e Lucia.

Peschiera e i giochi di pallone

Sulla piazza.

Luca di Luccia, I B Secondaria

LA FAMIGLIA VOLPI

La nonna indossava sempre un grande ciondolo d’oro che racchiudeva la figura di un delfino, non se ne sarebbe mai separata, era affezionata a quell’oggetto più di ogni altra cosa. Le piaceva canticchiare e pensare sulla sua sedia a dondolo.

Ad un tratto fu distratta dalla voce di Magdalena, la sua cara nipotina, che le stava seduta accanto. Subito Magdalena ammise di annoiarsi, così la nonna decise di raccontarle una sua storia che non aveva mai raccontato prima d’ora e le fece promettere di mantenere il segreto. La nonna fece un grande sospiro e dopo poco iniziò a raccontare. “C’era una ragazza…” incominciò a dire la nonna “…di nome Marta che adorava nuotare e abitando vicino al mare ogni pomeriggio nuotava. Vicino a lei c’erano grotte e conche d’acqua; man mano che diventava più grande, esplorava sempre di più quell’ambiente e un giorno, insieme ai suoi amici, esplorò una grande conca e lì, nel fondale, trovarono monete antiche di ogni tipo e dimensioni e un ciondolo d’oro con raffigurato un delfino. Il giorno dopo fecero delle ricerche e scoprirono che quella conca, in verità, era stato un pozzo dei desideri dove la gente lasciava le monete esprimendo un desiderio. Scoprirono anche che per molti anni, scienziati e persone comuni cercarono quel pozzo non trovandolo mai e l’inizio di questa ricerca fu proposto dal sig. Filippo Volpi che trovò nella sua cantina, abitata da molte generazioni, un’antica mappa di quel posto. Marta sembrava l’unica che ne volesse sapere di più, agli altri bastava avere trovato il tesoro. Così decise di andare a trovare il sig. Volpi, lui l’accolse e gentilmente le mostrò la mappa, la quale era quasi indecifrabile perché molto vecchia, non trovando informazioni, Marta se ne andò. Decise allora di riesplorare il tesoro prima che gli amici prendessero i contenuti e pubblicassero la notizia. Lì trovo qualcosa di interessante: non solo il ciondolo raffigurava un delfino ma anche alcune monete sparse nel fondale. Marta suppose così che si poteva trattare di uno stemma di una famiglia nobile e andò a cercare su Internet la seguente parola:     “Nobile Famiglia antica con lo stemma di un delfino”. La risposta fu: “Famiglia Volpi, antica famiglia nobile che fa derivare la sua ricchezza da un delfino, la cui figura ne diventò lo stemma”. Marta, nonostante lo stesso cognome del sig. Filippo Volpi, pensò che fosse giusto raccontargli tutto e così andò a casa sua. Il sig. Volpi ascoltò attentamente e si fece subito coinvolgere, insieme si misero in viaggio verso il luogo dove prima vi era il grande castello della famiglia Volpi, ma non trovarono nulla se non una vecchia biblioteca, gli scaffali erano ricoperti da ragnatele e muffe che erano evidenziati dai fasci di luce che entravano obliqui dal lucernario. Un vecchio signore portò a Marta un libro il cui titolo era “I Segreti della famiglia Volpi”. In quel libro Marta trovò le sue risposte: il ciondolo d’oro era stato regalato da un fabbro alla principessa per dimostrarle il suo amore e le monete e il ciondolo si trovavano in quel pozzo perché la principessa, in una notte di cielo stellato, aveva desiderato di sposarsi con il fabbro e facendo cadere delle monete nel pozzo, per sbaglio, senza che se ne accorgesse, le cadde anche il ciondolo. La famiglia scomparve nel tempo perché l’unica erede si era sposata con un misero fabbro, non potendo così tramandare la sua nobiltà. Marta soddisfatta consegnò al sig. Volpi il ciondolo d’oro e il sig. Volpi medesimo lo regalò a Marta in segno di riconoscenza.

Marta e il sig. Volpi tennero per loro il segreto. Marta portò sempre con sé il ciondolo e ogni volta spera di rivivere un’avventura come quella che aveva vissuto. La nonna finì di raccontare la sua storia e passò il resto del tempo con la nipote fino a tardi a raccontare quei tempi andati, perché un’avventura così non l’aveva più vissuta. Magdalena mantenne il segreto e chiese alla nonna se da grande le avrebbe regalato quel ciondolo.

             Francesca Cammareri, II B Secondaria